Ispirarsi alla storia….

Un moto d’istinto mi spinge a tralasciare per una volta fatti che sono già storia per altri accadimenti che  faranno la storia un giorno, domani. Ed è proprio a qualcuno nel futuro che ho intenzione di lasciare due brevi videoclip come testimonianza dell’attuale situazione italiana con la speranza che un giorno lontano in qualche archivio mediatico, questo signor Qualcuno li possa ripescare. E se dopo averli visti la sua reazione sarà una grassa e piena risata allora forse questo nuovo Medio Evo che tutto avvolge e tutto sopisce sarà finito una volta per tutte, se invece un leggera lacrima gli solcherà il viso allorà vorrà dire che avrò trovato il modo di vivere per sempre…

Un’orda di italiani oltre frontiera…

emigranti2Il bellisimo sito Italiani di frontiera che viene curato, fra gli altri, dal nostro amico e giornalista Roberto Bonzio ha fra i suoi argomenti centrali la vita e le opere di brillanti connazionali di ieri e di oggi che, per un motivo o per l’altro, sono stati costretti a emigrare e in terre lontane si sono poi distinti per merito e spirito d’iniziativa. Ogni tanto però, a Roberto e colleghi, piace anche sfatare alcuni luoghi comuni che negli anni sono andati via via consolidandosi sugli usi e costumi degli italiani all’estero. L’ultima occasione per debellare uno di questi falsi miti l’ha data il leader della Lega Nord Umberto Bossi. “Noi andavamo a lavorare, non ad ammazzare” avrebbe detto il senatur a proposito del fenomeno migratorio dei primi del Novecento che vide parecchi italiani attraversare l’oceano Atlantico per cercare fortuna negli Stati Uniti d’America. Il ministro Bossi, si sa, non è nuovo ad esternazioni di questo tipo, qualunquiste e velate di populismo propagandistico. Gli amici di Italiani di frontiera, però, ci fanno notare (a noi navigatori della rete perché credo che Bossi non lo noterà mai purtroppo) che con un’affermazione del genere non solo si cade in un luogo comune tutto da verificare, ma addirittura si rischia di dire una vera e propria falsità. E a sostegno di questa tesi, citando l’interessantissimo libro di Gian Antonio Stella “L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”,  Bonzio e soci prendono in esame l’attività criminale svolta negli States dagli stranieri nei primi anni del XX secolo evidenziando che, per esempio, fra gli immigrati in cella per reati gravi negli U.S.A. nel 1910 il numero degli italiani (2.077) superava di gran lunga quello degli altri stranieri (al secondo posto c’erano gli inglesi con 679 detenuti, al terzo gli irlandesi con 395!). Basterebbe questa semplice ma incontrovertibile analisi per dare all’affermazione del senatore Bossi la consistenza di uno iato ma purtroppo per lui non è l’unica che il sito ci mette a disposizione. Nel 1904 per esempio, sempre negli Stati Uniti, gli italiani (che erano il 4,7% della popolazione) arrestati per omicidio furono 96 (siamo sempre al primo posto!) contro i 33 tedeschi e i 26 austriaci (compresi gli slavi). E se paragoniamo questi dati con quelli raccolta dal Viminale sui reati commessi da immigrati in Italia nel 2006 diventa quasi grottesco far notare che quando gli stranieri in Italia erano il 5% della popolazione (praticamente la stessa percentuale degli italiani in America nel 1910) , fra i denunciati per omicidio in tutto il paese, il 32% apparteneva ad essi (contro il 41,5% di italiani sul totale di stranieri denunciati per lo stesso reato negli U.S.A. sempre nel 1910). Ma il colpo di grazia alle teorie pseudo-patriottiche del leader leghista lo da il confronto fra la percentuale di albanesi sugli stranieri nelle carceri in Italia nel 2001 e la percentuale di italiani sugli stranieri nelle carceri di New York nel 1920; se nel primo caso si parla di un 29% di reclusi nel caso degli italiani la percentuale sale al 40%! Quindi non solo noi italiani non dovremmo essere citati come esempio positivo quando si parla di emigrazione, ma non dovremmo neppure permetterci di giudicare le popolazioni che, come quella albanese, fuggono dalla miseria per cercare LAMERICA nel nostro paese. E se Bossi la prossima volta che vuole dire la sua sull’argomento riciclasse la frase incriminata invertendo i verbi si avvicinerebbe di sicuro un po’ di più alla verità. Anche se, a onor del vero, anch’io conservo un’idea romantica dell’italiano che emigra all’estero: timido, impacciato, bruttarello ma simpatico, un tipo alla Pasquale Ametrano per intenderci…

L’Italia dei magoni…

afghanistan“Oggi a circa 50 chilometri dalla città di Farah, fra i Monti Seyah, alcuni automezzi condotti da paracadutisti della Folgore, appartenenti al contingente italiano in istanza in Afghanistan , sono stati investiti dall’esplosione di una bomba mentre pattugliavano la zona. Un soldato è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Questo più o meno il comunicato ANSA che due settimane fa è stato ripreso da tutti i maggiori giornali e telegiornali nazionali. La notizia, un po’ scarna a dire il vero, è stata rimpolpata a dovere dai TG di mezzogiorno con frasi del tipo: “Il vile attentato è stato perpetrato da una cellula di terroristi Talebani” (TG 5) oppure “il contingente è stato sorpreso dai terroristi mentre si aggirava nella zona per un pattugliamento” (TG 2) o ancora “i terroristi Talebani nella zona dei Monti Seyah sono tornati a farsi sentire con azioni sempre più violente” (Studio Aperto). Addirittura il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, comparso in tutte le maggiori emittenti nazionali, non ha esitato a dire che: “Siamo costernati per la terribile perdita del giovane connazionale morto tragicamente in Afghanistan. La lotta al terrorismo però deve continuare”. Show must go on, insomma. C’è qualcosa però che non mi torna. Innanzitutto: perché i Talebani vengono identificati come terroristi? Fino a qualche anno fa erano al governo di un Paese le cui istituzioni nazionali erano presiedute da ministri e “attendenti” anch’essi Talebani. Si trattava di una dittatura, ovvio, che la guerra di invasione americana appoggiata da alcuni stati europei, fra i quali l’Italia, ha spazzato via in pochi mesi, anche se non in modo definitivo. E infatti ora i Taleban sono tornati a combattere per riottenere il potere perduto. I combattenti Talebani si possono considerare degli integralisti religiosi musulmani e forse anche dei pazzi sanguinari, ma di fatto sono un esercito irregolare e di sicuro non possono essere considerati dei terroristi, almeno non nel senso storico del termine. Sarebbe come dire che Napoleone, quando tornò dal suo primo esilio all’isola d’Elba (novembre 1814-febbraio 1815)  per tentare di riprendere il potere in Francia reclutando un nuovo esercito, agì come un terrorista e i soldati che lo seguirono nell’impresa cercando di ricomporre quella che un tempo fu la Grande Armée ( l’armata invincibile che guidata dal Bonaparte  tra il 1805 e il 1814 conquistò quasi tutto l’Europa) non furono altro che pericolosi terroristi al suo servizio. Certo, il termine “terrorista” venne coniato negli anni settanta del secolo scorso per cui, anche volendo, nessun biografo o storico coevo all’imperatore corso avrebbe potuto affibbiare alla ricostituita fanteria napoleonica quell’infamante sostantivo. Resta il fatto che ogni azione di tipo militare, sia essa di guerriglia o di guerra vera e propria, in un contesto di assenza o precaria esistenza di un governo nazionale istituito per di più da forze straniere, ogni azione di questo tipo, dicevo, non si può considerare un atto terroristico. Ne consegue che l’esplosione di due settimane fa che ha ucciso un soldato italiano e ne ha feriti altri tre  non è un atto terroristico bensì un atto di guerra. Per cui cominciamo col dare alle cose il proprio nome e riscriviamo nel modo più oggettivo e chiarificatore possibile ciò che è avvenuto la mattina del 14 luglio a 50 km dalla città di Farah: “In Afghanistan è iniziata da qualche settimana un’offensiva delle forze militari della coalizione Usa-Europa contro le roccaforti dell’esercito irregolare Talebano. Tale offensiva ha lo scopo di spazzare via in modo definitivo i reparti Talebani attestati attorno alle grandi città e nelle valli occidentali e del sud. In questo contesto le azioni di guerriglia dei Talebani si traducono anche in assalti ai contingenti in pattugliamento nella zona e alle basi dell’esercito della coalizione Usa-Europa. Fra questi contingenti non mancano quelli italiani e soprattutto quelli della brigata paracadutisti della Folgore. Durante uno di questi pattugliamenti un veicolo delle forze italiane è saltato su un ordigno fatto esplodere dalle forze irregolari Talebane. Un soldato italiano è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Così delineata questa notizia si avvicina abbastanza alla realtà dei fatti, perché la verità nuda e cruda, per chi vuole  fare informazione, spesso è la scelta migliore. Quasi sempre è l’unica possibile.

Rock in Rolo Festival, 3-4-5 Luglio 2009

n74492010855_9814Continua il nostro lento ma vivace peregrinare. Questo sabato siamo a Rolo (Modena) per parlare di copyleft e affini. Per chi non lo sapesse Rock in Rolo Festival è un evento di livello nazionale.
Al concorso per band emergenti ormai famoso e conosciuto in tutta Italia, affianca The Zen Circus,NENAHeike Has The GigglesValerian Swing, la mostra di Miss Mirma VS Makkinoso, ovviamente l’incontro con noi KaiZen preceduto dall’intervento di Marco Gallorini organizzatore del copyleft festival, l’esposizione di fumetti a cura di Fabio Sera, la presentazione del libro Correggio Mon Amour e molto altro.

Eventi, chiaramente, gratuiti e grande attenzione a coniugare qualità dei prodotti e prezzi bassi.

In questa manifestazione si parlerà, oltre che di Copyleft come già detto, anche di Bookcrossing, di decrescita, di territorio e di tutto quella cultura che solitamente viene messa da parte solo perché chi ne fruisce non ha un grande potere d’acquisto.

Location: Rolo (RE) – Piazza Righetta [tutte le info nella sezione "Dove"]

Quando: 3, 4 e 5 luglio 2009

Orari: eventi sul palco dalle 21:00 alla 1:00. Da lle 15:00 di sabato mostre nel centro Jolly.

flash GL

Top IX- Torino: I Realize, 9-10 Giugno 2009

I Realize Conference 2009Ebbene si, alla fine abbiamo condiviso palco, platea e tramezzini ai gamberetti con Bruce Sterling, Peter Saville, Elio e gli altri ospiti dell’evento torinese I REALIZE: the art of desruption. Resoconti, impressioni, video e immagini sull’omonimo sito. Menzione particolare per Roberto Bonzio e il suo interessantissimo progetto Italiani Di Frontiera. Stay tuned…

Vola al Cinema…

locandina-piccola1  Ma senza fretta…  

Giovedì sera. Decido di fare una sorpresa a mia moglie: mi collego al sito della Multisala Ucicinemas di  Casalecchio di Reno e in maniera semplice e gratuita prenoto due posti belli comodi nella sala 1 che trasmette il  pluriacclamato hollywoodiano  ”Angeli e Demoni” di Ron Howard, tratto dall’ancora più famoso omonimo  libro di Dan Brown. Siamo tutti e due appassionati del genere e in più abbiamo seguito la “serata Dan  Brown” proposta su Rai Storia dal programma “La storia siamo noi”. Fin qui tutto bene. Il sito mi chiede una password che avevo precedentemente attribuito al mio login, la digito e tutto sembra andare per il verso giusto. Inizio spettacolo ore 22.30; si sa le donne e in special modo quella che ho sposato hanno nel loro DNA il gene del ritardo, per cui decido di anticipare l’appuntamento con mia moglie per le 22. Incredibilmente la trovo pronta per uscire all’ora fissta. O almeno così mi era parso… ma niente da fare: i cani devono mangiare, non trovo le chiavi, devo cercare il mio portafoglio, vengo sommerso da queste e altre locuzioni che confermano la mia teoria sui geni sopra menzionata. Alle 22.20 usciamo finalmente di casa ma a questo punto mi tocca fare tutto in fretta: guidare in fretta, parcheggiare in fretta, salire la scala mobile in fretta per trovarmi infine davanti al bigliettaio. “Ho effettuato la prenotazione gratuita (marco il tono della voce su gratuita) da internet dei posti.” “Si certo.” Mi risponde. “Ma avete prenotato nella fila della 1° classe, costa un po’ di più.” “Prima classe?” Ribatto io, strabuzzando gli occhi. “Non ho mica prenotato il pendolino per Segrate?” E gli allungo la tessera Coop che dovrebbe darci il diritto ad uno sconto. Lui accenna un mezzo sorriso. “Si certo. Facciamo così: visto che è già l’ora di inizio spettacolo e la sala è mezza vuota vi metto a sedere in una posizione comoda e centrale che dà diritto al vostro sconto”. “Andata!” taglio corto, cercando di guadagnare qualche minuto prezioso. Biglietti alla mano corriamo verso la fantomatica sala 1. Per fortuna le luci sono ancora accese, buon segno, siamo arrivati in tempo. Eccome no!! Dopo circa venti minuti ininterrotti di pubblicità si spengono le luci in sala e come per magia… continua la pubblicità! Fra l’altro sempre le stesse tre, quattro reclame ripetute all’infinito. Per altri venticinque lunghissimi minuti. Mi guardo intorno se per caso si stiano avvicinando degli uomini in camice bianco con quegli aggeggi di ferro per bloccare le palpebre aperte: forse siamo finiti in uno di quegli esperimenti scentifici di “Resistenza al marketing”, penso. Ma non succede nulla per altri cinque minuti e poi finalmente inizia il film. Non vi racconterò nulla sulla trama e non darò nessun giudizio critico (diciamo che è un film che merita di essere visto ma sicuramente non è il capolavoro dell’anno), vi dirò soltanto che finito il film siamo andati dritti a casa e ci siamo arrivati quasi alle due di notte… Morale della favola: volate all’Ucicinemas, ma senza fretta! Né di arrivare, né di tornare. A meno che non abbiate una masochistica tendenza a farvi triturare i testicoli dalla pubblicità su megaschermo. E a pagamento per di più.

Ispirarsi alla storia 12

vicky Non drammatizziamo, è solo questione di corna…

Ma chi l’ha detto che i vichinghi portavano l’elmo con le corna? Sembrava un dato acquisito nella cultura media europea e nell’iconografia corrente: dal cartone animato Vicky il Vichingo al logo della birra Viking, dai Peplum anni ‘70 tipo “I Vichinghi” con attori del calibro di Kirk Douglas e Tony Curtis all’elmo di plastica colorata che ogni Carnevale, da vent’anni a questa parte, troviamo sui banchi dei centri commerciali a corredo di un esilarante quanto improbabile vestito da “guerriero del nord”, in tutti questi casi gli antichi scandinavi vengono raffigurati con in testa un enorme elmo coadiuvato da due belle corna ai lati. Niente di più falso, purtroppo. È stato appurato, da qualche decennio ormai, che i barbari venuti dal nord non solo non portavano questo tipo di copricapo, ma molto spesso non ne portavano alcuno. Nel primo periodo della loro storia (IX secolo) infatti, erano dei feroci razziatori che abbandonati per vari motivi i loro paesi d’origine (Norvegia, Danimarca e Svezia) assalivano monasteri e villaggi sulle coste del nord Europa (Francia, Inghilterra, Irlanda e Islanda principalmente)  e dovendo portare sulle loro agili e veloci navi (Drakkar)1 il minor carico possibile di armi e indumenti per essere più rapidi e silenziosi nei loro attacchi, spesso combattevano senza elmo e quando ne avevano uno questo era semplice, conico e spesso di cuoio. A riprova di ciò sculture con abbigliamento militare di questo tipo sono state trovate a Sigtuna (Svezia) e elmi originali sono esposti al Nationalmuseet di Copenaghen (Danimarca). I vichinghi però facevano veramente uso di corni bovini, ma solo per ricavarne bicchieri per le loro generose bevute. Forse è per questo motivo che sono sempre descritti come inguaribili ubriaconi; i corni ricolmi di birra o idromele infatti, non avendo una base su cui poggiare, dovevano essere svuotati in un solo colpo. L’utilizzo di corni animali come bicchieri è all’origine di un’altra errata credenza, quella secondo cui i guerrieri normanni bevevano dai teschi dei loro nemici uccisi. L’equivoco nacque nel XVII secolo, quando un danese, Ole Worm, tradusse malamente in latino il Kràkumàl, un testo islandese di sei secoli prima, che parlava di bevute “dai curvi rami dei teschi” (appunto i corni). Nella traduzione i “curvi rami” sparirono e restarono solo i “teschi”.

NOTE:

1. Il Drakkar era la nave da guerra dei vichinghi. Letteralmente significa “Drago” e infatti la prua di queste imbarcazioni era spesso rappresentata da una testa di drago con il collo sporgente. Erano comunque navi piccole e agili, spinte dalla forza di 30 rematori superavano i 20 chilometri orari e manovravano facilmente nelle baie più anguste.

FONTI

- Focus Storia n°31 – Maggio 2009

Johannes Bronsdsted: I VICHINGHI – Einaudi Tascabili

Rudolf Portner : L’EPOPEA DEI VICHINGHI – Garzanti Editore

I. Heath e A. McBride: THE VIKINGS – Osprey Publishing

Le Larve di Morandini

larve Presentazione del libro “Le Larve” di Claudio Morandini il 9 Aprile 2009 allo Zammù di via Saragozza 32/a con Kai Zen Brian e Marco Nardini della casa editrice Pendragon.

Morandini è sicuramente uno scrittore atipico nel panorama italiano; sempre in bilico fra gotico e noir, generoso nel ripristinare termini ormai desueti senza essere desueto nello stile di scrittura. “Le Larve”, suo ultimo lavoro edito da Pendragon mantiene queste caratteristiche aggiungendo qualcosa in più. Una crescita di stile e una maggiore introspezione dei personaggi, per esempio, ma non solo. Se in “Nora e Le Ombre” l’assenza di un finale classico lasciava un po’ l’amaro in bocca, in questa ultima fatica la stessa mancanza sembra quasi fisiologica rispetto al racconto e addirittura non ci accorgiamo che in realtà la trama non finisce, è semplicemente sospesa. Quasi non avesse importanza nello scorrere delle pagine, l’intreccio narrativo resta sotterraneo rispetto alle relazioni viscerali che i personaggi hanno con l’ambiente  e fra di loro. E in fondo anche i protagonisti di questo romanzo, una famiglia contadina a conduzione fortemente patriarcale, sono in qualche modo sotterranei e immobili nel loro ambiente, proprio come le larve del titolo. Che sono un po’ le protagoniste silenziose e distruttrici del romanzo, capaci in pochi giorni di rovinare interi raccolti oppure di dare vita a ritratti centenari con il loro convulso movimento sulla tela. E sono descritte con tale dovizia di particolari che, se avrete modo come me, di leggere questo libro fra le lenzuola del letto prima di addormentarvi, vi sembrerà ad ogni leggero sussulto delle coperte di avere quegli umidi mollicci animaletti che vi salgono su per le gambe. Orribile sensazione, che credo di aver provato soltanto un’altra volta leggendo “Il Pasto Nudo” di William Borroughs, nella parte in cui le macchine da scrivere si trasformano in grossi scarafaggi parlanti. La storia e l’ambientazione sono completamente diverse ma la capacità di restituire al lettore le caratteristiche peculiari e insieme orrorifiche degli insetti mantiene la stessa intensità descrittiva e di realismo. Consigliatissimo, anche per stomaci deboli.

Ispirarsi alla storia 11

arab-soldier-greeceIl nero della pelle e il  nero dell’anima..

“Allah mit uns”, si potrebbe sintetizzare. Le accuse di nazismo mosse a Israele da parte di alcune associazioioni islamiche italiane, a cui fanno cassa di risonanza certe frange no global che difendono ciecamente Hezbollah e, Hamas, ritornano ai mittenti. Che devono aver rimosso quei quattro anni di storia in cui i Partiti nazionalisti arabi andavano talmente a braccetto con il nazismo da spingere le masse Palestinesi, irachene e magrebine a indossare la divisa delle SS. Il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajii Amin Al Husseini dal 1921 in avanti fu la figura di riferimento per tutti i nazionalisti arabi e palestinesi. Da giovane militò nell’esercito ottomano (durante la Prima guerra mondiale) e accumulò un certo bagaglio di conoscenze militari. Negli anni Venti, già leader indiscusso dei musulmani palestinesi, preoccupato che l’immigrazione israeliana potesse mettere in discussione la supremazia araba in Medioriente, iniziò a gettare le basi per un stretta collaborazione con i regimi assolutistici europei. Il Gran Muftì non solo cercò la collaborazione di Adolf Hitler per perseguire i suoi progetti pan-arabi, ma non smise mai di dichiarare un’affinità di fondo con il nazismo di cui apprezzava particolarmente la “soluzione finale”. Tanto che tentò di convincere Hitler ad estendere lo sterminio ebraico nell’Africa del Nord e in Palestina. Suggerì alla Luftwaffe di bombardare Tel-Aviv. E nel febbraio del 1941 chiese alla Germania e all’Italia di Mussolini «di accordare alla Palestina e agli altri stati arabi il diritto di risolvere il problema degli elementi ebraici in Palestina in conformità con gli interessi degli arabi usando lo stesso metodo per risolvere la questione di quello usato nei Paesi dell’Asse». Non ci fu mai una risposta precisa da parte del Führer, che però assecondò sempre il nazionalismo arabo.
Ma il contributo concreto di Husseini alla guerra non si fermò alla propaganda. Reclutò palestinesi e musulmani dell’intero medioriente perché fossero addestrati in Germania e inquadrati in un’apposita divisione di SS conosciuta come “Handzar”, la sciabola dell’Islam, diventata poi tremendamente famosa nel 1943 in Bosnia.
Il 10 febbraio del 43 Hitler diede l’ok alla creazione della brigata con il compito specifico di combattere i partigiani di Tito. Il 13 febbraio Himmler in persona chiamò l’SS Gruppenführer Arthur Phelps per dargli incarico di iniziare l’addestramento. Il 2 marzo il Gran Muftì si recò a Sarajevo per passare in rassegna le unità musulmane che come segno caratteristico indossavano un fez (rosso per le parate e grigio d’ordinanza) per non tradire le tradizioni del califfato.

Allah mit uns”, si potrebbe sintetizzare. Pensando ai quattro anni, dal 1941 al ‘45, in cui i Partiti nazionalisti arabi andavano talmente a braccetto con il nazismo da spingere le masse Palestinesi, irachene e magrebine a indossare la divisa delle SS. Il Gran Muftì di Gerusalemme, Hajii Amin Al Husseini dal 1921 in avanti fu la figura di riferimento per tutti i nazionalisti arabi e palestinesi. Da giovane militò nell’esercito ottomano (durante la Prima guerra mondiale) e accumulò un certo bagaglio di conoscenze militari. Negli anni Venti, già leader indiscusso dei musulmani palestinesi, preoccupato che l’immigrazione israeliana potesse mettere in discussione la supremazia araba in Medioriente, iniziò a gettare le basi per un stretta collaborazione con i regimi assolutistici europei. Il Gran Muftì non solo cercò la collaborazione di Adolf Hitler per perseguire i suoi progetti pan-arabi, ma non smise mai di dichiarare un’affinità di fondo con il nazismo di cui apprezzava particolarmente la “soluzione finale”. Tanto che tentò di convincere Hitler ad estendere lo sterminio ebraico nell’Africa del Nord e in Palestina. Suggerì alla Luftwaffe di bombardare Tel-Aviv. E nel febbraio del 1941 chiese alla Germania e all’Italia di Mussolini «di accordare alla Palestina e agli altri stati arabi il diritto di risolvere il problema degli elementi ebraici in Palestina in conformità con gli interessi degli arabi usando lo stesso metodo per risolvere la questione di quello usato nei Paesi dell’Asse». Non ci fu mai una risposta precisa da parte del Führer, che però assecondò sempre il nazionalismo arabo. Ma il contributo concreto di Husseini alla guerra non si fermò alla propaganda. Reclutò palestinesi e musulmani dell’intero medioriente perché fossero addestrati in Germania e inquadrati in un’apposita divisione di SS conosciuta come “Handzar”, la sciabola dell’Islam, diventata poi tremendamente famosa nel 1943 in Bosnia. Il 10 febbraio del 43 Hitler diede l’ok alla creazione della brigata con il compito specifico di combattere i partigiani di Tito. Il 13 febbraio Himmler in persona chiamò l’SS Gruppenführer Arthur Phelps per dargli incarico di iniziare l’addestramento. Il 2 marzo il Gran Muftì si recò a Sarajevo per passare in rassegna le unità musulmane che come segno caratteristico indossavano un fez (rosso per le parate e grigio d’ordinanza) per non tradire le tradizioni del califfato. Husseini in persona benedisse l’aquila con la svastica e le ossa incrociate sul teschio, logo delle SS. La divisione che raggiunse il numero di ottomila combattenti nel 1944, svolse il periodo di addestramento in Bosnia, in Germania e nell’Alta Loira. Ritornò in Bosnia e fu impiegata nella regione di Tuzla. Di fronte alla crescente affluenza di musulmani nella divisione Handzar, i tedeschi progettarono una seconda unità, la “SS Division Kama”, la cui nascita fu impedita soltanto dalla fine della guerra. Al termine del 1945 Husseini fu arrestato in Francia, scappò nel 1946 e chiese asilo politico in Egitto. Le autorità jugoslave emisero contro di lui un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità. Sarebbe dovuto andare a giudizio a Norimberga assieme ai gerarchi nazisti, ma la Lega Araba lo protesse fino alla morte, nel 1974. Anche altri leader spinsero per la creazione di truppe musulmane da inserire nell’Afrikakorps. Ad esempio, Fawzi Al Qawuqji, capo dei feddayn, e Rashid Alì Kailani, golpista iracheno. L’incapacità di trovare una politica comune pan-araba e i dissidi tra leader «ebbero ripercussioni anche nella formazione dei reparti combattenti arabi» – scrive Carlo Panella nel suo “Libro nero dei regimi islamici” – associati alla Wehrmacht». Nell’agosto del 1942 i reparti arabi furono inviati a Doberitz per l’addestramento. Qui confluirono iracheni, palestinesi, algerini, marocchini e tunisini, che nel settembre 1942 furono tutti e 6mila inglobati nel “Kommando motorizzato 68” per le operazioni speciali” e impiegati nel Caucaso. All’inizio del gennaio 1943 a Tunisi nasce poi la divisione Commando Truppe Tedesco-Arabe. A metà febbraio, il “Kodat”, come era chiamata in gergo l’unità, contava già 4 battaglioni per un totale di 3000 uomini. Diverse nazionalità, stessa religione: tutti musulmani. Solo gli ufficiali e i sottufficiali erano di origine tedesca. E si distinguevano anche dalle divise: questi ultimi indossavano quella regolamentare tedesca con lo stemma al braccio destro utilizzato dalle divisioni Sonderverband 287 e Sonderverband 288, un sole giallo con palma e svastica. La truppa musulmana, invece, vestiva un’uniforme continentale modello 1935 color kaki senza insegne: portava solo una fascia al braccio destro con la significativa scritta “Im Dienst der Deutschen Wehrmacht” (Al servizio dell’esercito tedesco). Tutte queste unità furono poi incorporate nella Legione Araba, la Freies Arabien o Kommando Deutsche-Arabischer «che rispondeva alle richieste più volte avanzate dal Gran Muftì – si legge sempre nel libro di Panella – e che sia nel distintivo, sia nella divisa riproduceva la bandiera della rivolta araba». Una bella bandiera palestinese. Quando l’Afrikakorps fu sconfitto, i soldati arabi che si salvarono e riuscirono a rifugiarsi in Italia, furono raccolti nell’845° battaglione di fanteria arabo-tedesco e dirottati in Grecia contro i partigiani, dove, come i colleghi delle SS croate ed Herzeg-Bosniache, si dedicarono ai rastrellamenti. Supportati dalle puntuali fatwa del Gran Muftì, i tedeschi affidarono loro i ”lavori” più sporchi.

Tratto da: CLAUDIO ANTONELLI – Libero 31 agosto 2006″

Ispirarsi alla storia 10

a1945d

25 APRILE 1945: la memoria condivisa e il passato che non passa…

Sulla liberazione è stato detto tutto e il contrario di tutto. Si sono raccolte testimonianze, scritto libri, enciclopedie, controenciclopedie, si è visionato e revisionato, analizzato e criticato. Forse troppo. Negli ultimi anni si è confusa la pacificazione con la riabilitazione storica, certi ambienti politici hanno portato avanti la teoria degli opposti totalitarismi, nazifascismo e comunismo, che avrebbero prodotto simili mostri storici: lager e gulag, stragi e purghe, confini e campi di lavoro. E la sinistra italiana è caduta nel tranello, con i suoi sensi di colpa provocati ad arte dalla destra che giocando sul loro essere superiori al passato e sull’esprimere la volontà di superare i vecchi rancori, ha portato la controparte ad autoprocessarsi e autocondannarsi per volontà di espiazione e rinascita. E invece la sinistra italiana non solo non è rinata, ma forse è morta definitivamente, in senso storico almeno. Tornando alla Liberazione, molti si chiedono che senso abbia voler raccogliere a tutti i costi una memoria condivisa, desiderare una storia sulla Resistenza e sugli anni della guerra in Italia che ottenga il beneplacito di tutto il parlamento, da un schieramento all’altro (anche se, a dire la verità, la sinistra cosiddetta estrema non è più rappresentata alle camere). Che senso ha volere tutto questo, quando ognuno di noi, che abbia o meno vissuto quegli anni, conserva oppure si è costruito una propria personalissima memoria, un proprio modo di assorbire e metabolizzare quegli anni, ognuno a modo suo? E in molti casi le differenze di analisi e le distanze dei punti di osservazione personali sono così nette da restare inconciliabili quando non addirittura potenzialmente gravide di nuovi conflitti. Per cui che ognuno si tenga la sua di memoria, verrebbe da dire. Che ognuno custodisca gelosamente la propria analisi del passato storico di questo paese, che i fronti rimangano opposti, benché dormienti. Ma forse c’è qualcosa che si può provare a condividere come popolo italiano: il futuro. Provare a non ricreare quel terreno che fu fertile per la rinascita del fascismo, quei contrasti politici duri, quel silenzio-assenso delle istituzioni e dell’informazione che portò al governo un dittatore in questo paese; e, parlando di un passato più recente, provare a isolare sul nascere quegli episodi violenti che crearono i precedenti da cui scaturì la quasi guerra civile degli anni settanta. Certo, guardando il comportamento dei politici e delle istituzioni di oggi pare tutto il contrario. Sembra proprio che la storia sia destinata a ripetersi: la destra estrema che avanza in tutto il paese, sia in percentuale di consensi che di azioni cosiddette politiche (vedi pestaggi di extracomunitari e accoltellamenti di ragazzi all’esterno di centri sociali e concerti di solidarietà), una destra estrema che mantiene ben saldi i rapporti con la destra istituzionale (vedi il sindaco della capitale Alemanno che non si perde un incontro o un “convegno” con i ragazzi di Forza Nuova). Addirittura in alcuni casi questa destra estrema ha fatto suoi princìpi e azioni politiche che sono sempre appartenuti alla sinistra antagonista (vedi Casa Pound che occupa le case e distribuisce gli appartamenti a famiglie italiane oppure apre centri sociali ad uso e consumo del popolo romano). La grande differenza, però, con il periodo che precedette e introdusse il ventennio fascista è che questa volta dall’altra parte c’è il vuoto cosmico, c’è una sinistra istituzionale che assomiglia sempre di più alla vecchia DC e i suoi tesserati sempre di più a dei rapanelli, fuori rossi e dentro bianchi (come cantavano dalle parti di Napoli qualche anno fa). Il panorama politico di oggi si esaurisce nei due giurassici partiti PD e PDL che negli ultimi anni annaspano nell’alternanza dando concretezza definitiva al progetto piduista di Licio Gelli (Di ciò abbiamo già ampiamente discusso su questo blog intervistando la giornalista Antonella Beccaria e sul numero 4 di questa rubrica). E infine c’è una sinistra antagonista che non smette di frazionarsi in tante microparticelle praticamente identiche ma divise fra loro che provano inutilmente a ricongiungersi, come gocce di mercurio fuoriuscite da un termometro frantumato in mille pezzi e sparpagliate sul pavimento, l’una accanto all’altra, simili ma distanti. Proprio in questi giorni è uscito un libro di memorie e racconti sulla Resistenza, fra le cui pagine si trova anche un nostro contributo (Morale Della Favola – Purple Press) e sfogliandolo sono stato catturato dai racconti degli ex-partigiani che descrivono il loro modo di fare resistenza, ieri come oggi. Quello che più mi ha colpito è che quasi tutti questi ex-combattenti per la libertà, quando si soffermano ad analizzare il presente manifestano la loro preoccupazione per l’attuale crescita esponenziale delle azioni violente e intimidatorie di gruppi di neofascisti ai danni di giovani attivisti di sinistra. Dalle loro parole traspare un senso di ansia mista a rassegnazione. Ansia perché probabilmente gli sembra di rivivere situazioni già vissute con il carico di dolore che si portano appresso e rassegnazione perché non vedono nelle componenti politiche che al neofascismo dovrebbero opporsi, niente di solido e costruttivo. E purtroppo fra qualche anno, speriamo il più tardi possibile ma prima o poi purtroppo accadrà, fra qualche anno, dicevo, non ci saranno più ex-partigiani a ricordarci cosa successe 60 anni fa nel nostro paese. Certo, avremo i libri, i documentari, le interviste, i racconti, ma non più la loro vivida voce e i loro profondi occhi che parlano e trasmettono il passato così come lo hanno vissuto, nudo e crudo e  soprattutto ti mettono in guardia dall’incerto futuro che ci aspetta. Sperando di non dover sentire ancora il ritornello History repeats its self.

Pagina Successiva »


Add to Technorati Favorites

 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

Archivi

Libreria

Immagine di La strategia dell'Ariete Immagine di La potenza di Eymerich Immagine di Spauracchi Immagine di La terza metà Immagine di Città perfetta Immagine di Multiplo Immagine di Bologna Operaia Immagine di Sputi Immagine di Tutti giù all'inferno Immagine di Ti chiamerò Russel Immagine di Sangue corsaro nelle vene

Ovunque e da nessuna parte

free counters

Anobii G

Anobii J