Ho mal di schiena e brividi di freddo, e per di più alla radio in via del tutto eccezionale e, immagino, a mio esclusivo beneficio passano una vecchia canzone di Morissey che mi piace molto. Il che mi fa riflettere sul fatto che le canzoni di Morissey e i video di Morissey rappresentano la sublimazione romantica della condizione di sfigato. Bella voce e testi interessanti, ma il marchio è quello: giovanotto ipersensibile e dotato che potrebbe raggiungere traguardi importanti nella vita ma che invece finirà rovinato e incompreso in un monolocale di mezza periferia tappezzato di cartoni di birra vuoti. Uno così fa anche simpatia fino a quando gli regge il fisico e la freschezza dei lineamenti, ma diventa inevitabilmente molesto quando irrompono pinguedine e rughe: nessuno vuole fra i piedi una vecchia checca grassa che si lamenta tutto il tempo di quanto ogni giorno sia come domenica, silenzioso e grigio. Brutto perdente del cazzo.
Spengo il motore e l’accento posh dell’idolo dei miei sedici anni svanisce, inghiottita dai rumori del traffico resi vaghi dal diaframma del finestrino. Scendo, attraverso la strada, entro dal tabaccaio, compro un gratta e sosta, esco, riattraverso, torno all’auto, gratto e sosto. Leggi il seguito di questo post »