Pensieri di Nessuno

by kaizeng

Io sono un uomo irrilevante. Lo sono sempre stato. Questa affermazione non corrisponde a una recente presa di coscienza, lo so da tempo. Solo che ogni tanto mi riscuoto dal torpore della vita quotidiana e me lo ricordo, oppure, più spesso, accade qualcosa che me lo fa tornare in mente: toh, guarda come sono irrilevante.

Non mi riferisco all’irrilevanza spicciola che molti di noi irrilevanti a tutto tondo sperimentiamo con frustrazione a ogni passo, non parlo dell’invisibilità davanti ai camerieri e ai baristi, alla trasparenza di fronte alle donne che ci attraversano con sguardo distratto come fossimo vetrine di deprimenti negozi di un paese dell’Europa orientale pre ottantanove, non dico di quelli che, incrociandoti per strada, vengono attraversati da un’espressione di dubbio e si sbilanciano in un fugace ciaoo strascicando l’ultima vocale non per enfasi amicale ma perché vorrebbero attaccarci dietro il tuo nome e si rendono contro troppo tardi di non ricordarselo. Tu sorridi e li ringrazi: si sono almeno ricordati della faccia. Poco importa se, superandoti, si chiederanno chi cazzo era questo qui? Siamo il contrario di quelli che vengono notati quando entrano in una stanza; quando entriamo noi, la gente al massimo si chiede da dove viene la corrente d’aria. Tutto ciò è parte di una irrilevanza, diciamo così, strutturale, caratteriale, karmica, che ci appartiene come un organo interno, come l’anima, ma non è di questa che parlo.

No, io parlo d’altro. Dell’irrilevanza che mi sono scelta per mestiere, per missione. Data la mia irrilevanza strutturale, non c’è in fondo da stupirsene. Io svolgo una professione intellettuale. In Italia. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro per spiegare e motivare il mio essere irrilevante. Sono un insegnante. Un bibliotecario. Uno scrittore. Un professore di filosofia. Sono un correttore di bozze, o almeno lo ero prima dell’avvento del correttore di Word. Poi sono diventato un peso morto, e via via, in una graziosa attenuazione semantica della mia condizione, un esubero, una risorsa, un’opportunità da valorizzare sul libero mercato del lavoro. Ma una merda incipriata, come diceva quel tale, sempre merda rimane, anche se qualcuno la scambierà per una montagna innevata.

Insomma non conto un cazzo. Non produco, non fatturo, non creo posti di lavoro, non sviluppo immaginario. Io non sono niente, non sono nessuno.

E dunque sono tutti. Questi sono i miei pensieri.