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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: febbraio, 2011

Wanted…is back!

by kaizenb

Mi sono preso una piccola pausa per rimettermi a posto la schiena, sapete, purtroppo si avvicinano i quaranta e gli acciacchi sono sempre più frequenti e prolungati. In ogni caso rieccomi qui di nuovo alla ricerca di “cattivoni latitanti” in giro per il mondo (per chi non sa o non ricorda di cosa io stia parlando può rinfrescarsi la memoria sul numero 1 di Wanted qui). E allora per festeggiare il mio ritorno oggi ho deciso di giocarmi la doppietta, diciamo un Platini e Boniek della stagione 1983-84, due jolly del calcio che facevano il bello e il cattivo tempo nel campionato di serie A e nelle coppe europee di quegli anni. Leggi il seguito di questo post »

Meglio di Beruschi

by kaizenj

Ecco, lo sapevo. Mi sembrava. C’è scritto proprio qui su Wikipedia: la Libia non è più tra gli stati canaglia. E che cazzo. Allora calma e gesso. Ragiona, ragiona. Tutti qui a rompere i coglioni costacosa. E Gheddafi di qui e Gheddafi di là. ‘Sto beduino… guarda che bordello che ci va a combinare. Leggi il seguito di questo post »

Monogamia

by kai zen a

…E che, pensavate il vostro camionista di fiducia non arrivasse a parlarne? :)

Questo è il mio pane, fratelli. Come Berlusconi per Santoro, o l’eucarestia per Benedetto XVI. A ognuno la sua cosa, per ognuno uno specifico campo d’azione: pragmatismo, specializzazione, mica pizza e fichi (chissà da dove arriva ‘sto cazzo di modo di dire che non esisteva quando ero piccolo – come la rucola – e che invece ha conquistato il mondo. E mi piace, tra l’altro).

Dunque, io e la mia signorina, cameriera in un highway restaurant ecc. ecc., siamo una coppia molto aperta e alla mano. No, amico bavoso che stai leggendo: non vuol dire che puoi toccarla mentre fa bunga bunga. Le sue esibizioni sono private e solo per il sottoscritto, dunque tocco solo io; al massimo puoi guardare di nascosto (nel senso che se ti becco ti gonfio come una big babol). E siamo anche obiettivi e franchi con noi stessi: dicono faccia bene alla coppia. E allora una sera ci siamo messi entrambi a bere birra, fumare sigarette che fanno ridere e sparare un sacco di cazzate, mentre le bimbe dormivano beate nella loro stanzetta. Io ho messo su prima i Fu Manchu e poi i Verdena, così, per spiazzarla, e ho abbassato il volume solo quando ho interpretato la gesticolazione del dirimpettaio del nostro balconcino, che mi avvisava del tremolìo di vetri e finestre. Ah ecco cos’era quel brusìo sotto ‘ste chitarre a mille…

“Pensa come sarebbe diverso, se nella vita si cambiasse partner ogni… cinque, dieci anni massimo.”

“Sarebbe una figata, cazzo!”

“Ehi, cosa vuoi dire?” Mi tira una pezza in testa, mentre le passo la lattina da 50 cl di qualche birra low cost bavarese.

“Voglio dire che si arriverebbe alla fine della vita ancora innamorati e saltellanti, invece che incazzati e consumati dentro. Piallati dalla asperità della vita. Incasellati in un’esistenza controllata solo per far fede al grande compromesso della coppia stabile.”

“Sei proprio uno stronzo, però c’hai ragione.”

“Certo che ho ragione. È tutta ipocrisia, sorella. Anzi, no, non è nemmeno tanto colpa nostra. Delle singole persone, dico. È che per qualche motivo abbiamo deciso – come razza umana – che per essere felici nel profondo, per percorrere la giusta via e non avere rimpianti e rammarichi, insomma per essere brave persone bisogna stare con lo stesso partner per tutta la vita.”

“Be’, romantico. A me piace questa idea. Dà un senso alle cose.”

“Anche a me piace! Ma non funziona, cazzo. O meglio, funziona molto di rado. Tipo noi, intendo.” Le faccio l’occhiolino, lei mi tira un pugno nello stomaco. Forte, porca puttana… Ma sei impazzita?

“In effetti uno potrebbe consumare il suo amore, inebriarsene fino a quando ce n’è e poi semplicemente trovarne un altro. Senza rancore o strascichi. Si volta pagina.”

“Appunto. E la storia dei ricordi da condividere, dell’invecchiare insieme ecc. ecc. sono tutte stronzate. I bei ricordi li cancelliamo in un baleno, forse rimane qualcosa come subconscio, ma nella vita quotidiana conta purtroppo di più l’incazzatura di ieri. Il tradimento della settimana scorsa. La bolletta non pagata. Le chiavi che hai perso come una stupida, e via dicendo. E nelle dinamiche di coppia è così, vero? Una volta inquinato il pozzo, è difficile tornare indietro ed avere ancora acqua limpida.”

“Vero. E quindi? Che facciamo, ci lasciamo? È già una vita che siamo insieme… io mi sono un pò stufata, e ho un paio di manzi che mi ronzano attorno in ’sto periodo, se proprio vuoi sapere.”

Le tiro un orecchio forte, mentre scoppiamo a ridere. “Cosa stai dicendo? Prima di tutto i manzi non ronzano, signorinella. E poi non fare la spiritosa, anch’io conosco gattine che miagolano e  mi farebbero volentieri le fusa… SAI?”

Mi guarda di sbieco, ridendo. “Attento che le gattine graffiano…”

“E allora? Mi faccio graffiare, e quando mi scoccio cambio gattina. Appunto.”

Un ceffone, neanche troppo piano. “Bastardo.”

“Grazie.”

“E quindi?”

“E quindi un cazzo, sorella. La mia ipotesi è convincente, non è vero? La monogamia è una forzatura. È innaturale. Non ha senso. Ma c’è un problema.” E con il pollice indico la stanza alle mie spalle.

“I figli.”

“Certo. Non è colpa mia se i cuccioli d’uomo non sono come quelli di animale, che dopo un breve imprinting e un periodo attaccati alla mammella della madre, vengono sbattuti a calci in culo in mezzo alla savana, e se la devono cavare da soli. Altrimenti ci lasciano le penne. I cuccioli di umano invece ti si attaccano addosso e – perlomeno in Italia – non si schiodano fino al matrimonio (se mai si sposeranno). Vanno cresciuti, educati, lavati e vestiti. Chiaro che sotto questo aspetto il cambio periodico di partner sarebbe traumatico, da evitare. Ed è solo perchè siamo abituati così, ad un nucleo familiare stabile, non che in termini assoluti sia per forza giusto: non mi sembra sia una grande idea neanche vivere in un contesto stabile dove madre e padre si prendono a pesci in faccia, o si ignorano totalmente.”

“Perchè mancherebbe l’amore, che invece forse ci sarebbe altrove.”

“Esatto. Però non possiamo osare, come persone, e mettere in discussione quanto sopra. Non possiamo e forse non vogliamo veramente: anch’io non vorrei  mai che le mie figlie crescessero lontane da me.”

“E quindi? Si sta insieme per i figli?” 

“Be’, si sta insieme per l’idea di famiglia, che antiquata e italiota quanto vuoi, è pur sempre una gran bella idea. No? L’innamoramento è una sensazione più bruciante, senza dubbio, più eccitante e ambiziosa, questa della famiglia invece è accomodante, avvolgente, compassata. Buona da gustare a poco a poco, tipo un pezzo di taleggio da sciogliere in bocca, hai presente?”

Mi sorride: “Ti amo, Truck Driver.”

Le sorrido: “Anch’io, piccola. Ho deciso di rinunciare ai miei prossimi quattro o cinque innamoramenti per te, sai? Prova a pensare: cinque donne bellissime, attraenti, formose, una bionda, biondissima, una mora, riccia e mediterranea, sì… poi un’africana, nerissima e statuaria, e una asiatica direi.. sì, asiatica non può mancare. Perchè sotto certi aspetti…”

Un altro ceffone. “Bastardo.”

La abbraccio forte e le sospiro nell’orecchio che stavo scherzando. Ci dondoliamo felici, immersi nella bambagia dell’idea di famiglia. Fanculo alle critiche alla monogamia (almeno per il momento). Però c’è una cosa che non riesco a togliermi dalla testa, cazzo.

“E chi sarebbero ‘sti manzi stronzi che ti ronzano addosso, sentiamo?”

NCC

by kai zen a

Non so voi, ma se c’è una cosa al mondo che non sopporto è l’impunità dei privilegiati. Andiamo bene, direte voi: viviamo nel paese dove tale fenomeno è a quanto di meglio si possa aspirare. E in effetti, ora che ci penso, mi sento infastidito piuttosto spesso… Forse è retaggio delle mie umili origini contadine, o del fatto che sono un semplice, onesto camionista ancora innamorato dei vecchi Fiat 615 mezzi arrugginiti. Un romantico, in altre parole, costretto a guidare mastodontici Scania solo per poter trasportare più mozzarelle e robiole in giro, senza il rischio che si ribaltino a ogni curva.

Romantico e idealista: le impunità dei privilegiati mi mandano il sangue al cervello. È più forte di me, divento quasi un adepto di Beppe Grillo quando le vedo. Un dipietrista. Un fan di Hugo Chàvez. E so benissimo che in fondo, forse, la vita va più o meno sempre così: Oggi i privilegi ti danno fastidio? Se domani li avrai tu, te li terrai ben stretti. Può essere. Così dicono i disincantati di questo mondo, i realisti, gli obiettivi. Ma chi se ne fotte, per il momento le porcate le state facendo voi – privilegiati maledetti – dunque come minimo mi spetta la lamentela. E poi magari anche qualche sessione di punteruolo magico. Vedremo.

Dunque, ho la fortuna di consegnare spesso importanti quantitativi di soppressata calabra al proprietario di un lussuoso negozio di pianoforti in centro a Milano, quindi approfitto e parcheggio lo Scania in doppia fila da qualche parte – così, giusto per non essere da meno nei confronti degli altri automobilisti – e passeggio. Conosco bene il centro di Milano, e devo dire che in fondo è una gran bella città, governata col culo e popolata talvolta da sclerati, ma con ottime potenzialità (una volta eliminati governanti e sclerati, ovvio). Ebbene, ogni decina di metri massimo, camminando sul marciapiede, mi ritrovo a dover scansare il culo e stringermi a imbuto con gli altri pedoni perchè qualche fottuta macchina NCC è ferma davanti a un negozio di lusso o a un ristorante esclusivo ad aspettare il suo cliente-pappone-evasore-mafioso di ritorno. Oppure sosta beata sulle strisce pedonali, in doppia fila, contromano, controsenso, sempre in attesa. Magari con il motore acceso.

Bravi.

Bravissssimi.

Queste maledette auto – che dio le fulminasse tutte all’istante, così, in simpatia :) – hanno pure lo stemmino di sa il cazzo cosa, ‘NCC’ col nome della città, sono stralucide, stralunghe, stragrandi, fanno quel cazzo che vogliono e nessuno se le caga, tanto c’è dentro l’autista che in caso di problemi stringe le chiappe e si sposta altrove. I vigili fanno finta di niente, i poliziotti ti ridono in faccia, le altre autorità manco si degnano (soprattutto perchè spesso i privilegiati sono delle loro file). E intanto la gente normale - quella che paga i servizi pubblici anche per ’sti stronzi evasori e criminali, che imboscano soldi e figli biondi all’estero - si deve stringere sul marciapiede per lasciare lo spazio a loro. NCC, auto blu, corpi consolari, berline dei grand hotel, vetture di rappresentanza… Per me potrebbero tutte esplodere all’unisono, in questo momento, sapete?

BOOM

oh, che dolce suono.

E sarà un gran giorno, quando l’Italia uscirà dal medioevo dei privilegi degli impuniti. Quando queste auto saranno randellate di multe e divieti. Quando ‘gli importanti’ gireranno loro per primi a piedi, in bici, in tram, in metro. Così, come gli altri, in tutta normalità, contro questa indecenza dal retrogusto mafioso. Eh già… e so bene che molto probabilmente non succederà mai, ma mi va comunque di scriverlo ok? Per voi, amici. Sì, proprio voi. Per chi cammina a testa alta. Per chi non ha rubato nulla a nessuno, non ne ha mai approfittato, è stato sempre alle regole. Ha dichiarato tutto, non ha mai scavalcato file, mai preso o dato soldi in nero, mai avuto ganci. Sì, perchè…

Ehi, un momento… ma che succede? Non c’è più nessuno? DOVE SIETE TUTTI?? :D

È proprio vero, allora: il problema non sono i politici, i privilegiati, gli impuniti.

Il problema sono gli italiani.

Moralisti

by kaizenj

More about John Barleycorn

Ieri sera, ancora una volta, qualcuno mi ha detto: ma chissené (proprio così chissené) se il nano si tromba le ballerine, saranno ben cazzacci suoi (proprio cazzacci) e se poi minorenni… dimmi che non ti sei mai chiavato (proprio così chiavato) una quindicenne… Proprio tu fai il moralista (prorpio così moralista). Ora, dopo una laurea in filosofia e uno studio matto e disperatissimo dei moralisti – come Nietzsche per intenderci - qualcosa ho imparato, poco, ma qualcosa e cioè che ieri sera avevo un’unica scelta… Ammetto di aver alzato un po’ il gomito, e forse anche il mio interlocutore lo aveva alzato. Avrei potuto dire che il problema non è etico, ma politico, avrei potuto dire che avere un capo di stato ricattabile da quattro puttane – o da chiunque altro – non è cosa saggia, avrei potuto dire che usare la cosa pubblica come privata dispensado stipendi a incapaci è un danno collettivo, che i soldi con cui le troie che occupano incarichi istituzionali sono anche miei, suoi, di tutti, avrei potuto dire che le quindicenni me le chiavavo quando avevo diciasette anni e che comunque un reato rimane un reato al di là della questione “morale” e se a commetterlo sono i legislatori, be’ è una sorta di istigazione a delinquere (e io sono papà di una bimba e sono sensibile al tema sesso con minorenni, anzi sono feroce), avrei anche potuto dire che non sono interessato a nulla poiché è tutto illusione e che tutto è già morto, ecco avrei potuto dire tutto questo, mi sono limitato a spaccargli la faccia. Sì, un destro come non ne tiravo da anni, come  tenessi in mano un punteruolo per il ghiaccio, dritto sul naso. È caduto come un sacco vuoto, sangue sul marciapiede e bestemmie tra i denti. L’ho lasciato lì a urlarmi contro che mi denunciava, che mi questo e quell’altro… Sono tornato a casa, sereno e tranquillo, ho pensato che, sì, sarà una risata che vi seppellirà, ma prima di arrivare alla fossa vi prenderete un sacco di calci in culo. Non so perché ma poi mi è venuto in mente Jack London

“Il cielo mi salvi dai tipi che non sono in gamba, i freddi di cuore e i freddi di testa, quelli che non fumano, non bevono, non bestemmiano, quelli che non fanno nulla che sia coraggioso, rischioso, scottante, perchè nella loro debole fibra mai è stato un fremito di vita che spinga a traboccare oltre i propri limiti e a osare. Questi non li incontri al saloon, non li trovi a battersi per le cause perdute, non a far fuoco e fiamme sui sentieri dell’avventura, non ad amare alla follia. Son troppo occupati a tenere i piedi all’asciutto, a serbare il battito del proprio cuore, a fare della prorpria esistenza squallida un successo della loro povertà di spirito.”

Nuove parole per vecchie storie

by kaizeng

Caro Guglielmo, ho notato che, dato l’impressionante numero di neologismi coniato da questa rubrichetta, nel caso in cui si decidesse di chiuderla, arginare l’ondata di suicidi all’accademia della Crusca sarebbe davvero un compito arduo. E però a una parola come “briffare” ancora non c’eravamo arrivati. Questa circostanza mi ha fatto cadere nello sconforto più nero, te lo confesso. Briffare, voce del verbo briffare, infinito presente. Tipo come noi italiani parliamo ai vu cumprà (i marucchini, vaia…). “Io comprare tappeto poi briffare con mia moglie” (“e lei se non piacere ficcare me su per il culo”, perché c’è pure ‘sta possibilità). E quindi niente, Davanti a “briffare” impallidiscono le seppur ardite sperimentazioni della lingua dei padri che in questi mesi abbiamo prodotto, tipo pezzalculismo, mezzoseghista, milfitudine. Tutta roba di cui, te lo confesso, vado altamente fiero. E tu mi puoi capire, visto che lavori come me con le parole. Fiero ma depressissimo, perché a “briffare” sapevo che non ci sarei mai arrivato a superarlo, nemmeno in cento numeri di “Lui è peggio di me”. Poi ho appreso da fonti governative che chi ha inventato il termine è di madrelingua inglese, quindi mi sono tranquillizzato. Io sono nato a Camaro, onestamente, dove cazzo voglio andare?

Alessio Caspanello

Caro Alessio, briffare viene dal verbo inglese to brief, che significa aggiornare, dunque più che un neologismo è un prestito linguistico, o forestierismo, ottenuto storpiando col suffisso italiano dell’infinito l’originario termine inglese. Come avviene per altre parole orrende come downlodare, per dire scaricare, o scannare, per dire passare allo scanner. Ma questo giusto a voler inculare le mosche con lo spillo. Smettendo i panni del professor Beccaria, che se ne potrebbe anche avere a male, mi pare che in questa storia, oltre a nuove parole di cui non sentivamo il bisogno, abbiamo imparato qualche regola di vita, direi. Le vado a elencare. 1. Se sei in là con l’età e ricopri una posizione di potere non fidarti mai di un’igienista dentale che ti procura ragazze compiacenti: non è tua amica, vuole solo sistemarsi la carriera per potersi sposare e avere dei figli (non con te). 2. Se incontri una bonazza evidentemente minorenne che ti assicura di avere 24 anni, non le credere: risparmierai 5 milioni di euro. Di questi tempi possono servire. 3. Non regalare bigiotteria da quattro soldi a forma di animaletto: farai una figura di merda due volte, la prima con chi riceve il regalo e la seconda con l’opinione pubblica che leggerà le intercettazioni delle beneficiate. 4. Occhio a chi frequenti quando ti gira bene, non è detto ti rimarranno vicini anche in tempi di magra: si comincia con fresche bilingue laureate e si finisce con la Santanché. Qua l’unico neologismo degno dei 150 anni dell’Unità l’ha inventato Paolo Guzzanti e non c’è davvero parola migliore per definire il nostro sistema di governo. La parola, naturalmente, è mignottocrazia.

Guglielmo Pispisa

di Alessio Caspanello – Guglielmo Pispisa

qui gli articoli precedenti


Intervista per Whipart

by kai zen a

Oscar Barone ci ha contattati per un’intervista sul portale Whipart.it

Lla riportiamo sotto e ringraziamo Oscar per l’interesse.

Pillole di scrittura collettiva made in Kai Zen

 

Come riuscire a fare in modo che l’esperienza letteraria di quattro scrittori possa non essere distruttiva? Al collettivo Kai Zen la parola.

 
Dal tempo in cui il collettivo Wu Ming ha iniziato a far parlare di sé, si sono scoperte negli anni diverse iniziative di scrittura collettiva più o meno di successo.
Quest’oggi abbiamo il piacere di avere con noi uno degli esempi più riusciti di questo fare letteratura: Kai Zen.
Ringraziandoli anticipatamente, poniamo loro alcuni quesiti sul come riuscire a trovare il modo di intrecciare l’esperimento letterario di ben quattro persone.

Come nasce il vostro collettivo? Perché Kai Zen?
Nel lontano 2003 tre di noi hanno partecipato a un’iniziativa di scrittura collettiva lanciata su internet. Era una storia da far proseguire scrivendo i capitoli successivi all’incipit dato. Ognuno di noi è stato scelto per uno dei capitoli che proseguirono la storia. Il risultato fu gradevole – intitolato Ti chiamerò Russell – e un piccolo editore di Imola, Edizioni Bacchilega, decise di pubblicarlo e di presentarlo ufficialmente alla Biblioteca di Imola. Ogni partecipante prescelto fu invitato, e lì tre Kai Zen si conobbero. Da quel momento facemmo comunella ed è nato il nostro progetto.
Kai Zen era il nome di una band di rock industriale, stile Nine Inch Nails, presente nel libro, nella quale suonava uno dei protagonisti. Il nome ci piacque e lo adottammo subito.

Perchè mettersi in quattro a scrivere un libro?
La domanda sarebbe: perché mettersi a scrivere un libro?
Nel nostro caso la differenza sta tutta nel metodo di lavoro. A volte funziona, altre no, e il risultato varia sia per l’autore singolo che per quello ‘collettivo’. Il punto è avere gli stimoli giusti per scrivere. Avere qualcosa da dire. Per noi essere in quattro significa soprattutto poter contate su un numero maggiore di stimoli e di punti di vista.

Quanto differisce la nascita, la gestazione di un libro scritto a otto mani, rispetto al classico one man?
Differisce molto perché tutta la prima fase consiste in un brain storming durante il quale confrontiamo idee, approcci, punti di vista e le tematiche alla ricerca del soggetto e del giusto taglio da dare alla storia che andremo a scrivere. Quando questa è condivisa, lo sviluppo pratico del lavoro è – ripeto – sostanzialmente una questione di metodo di lavoro. D’altronde se ci pensiamo nessun autore dei classici è lasciato davvero solo: ci sono sempre editor, ghost writer, amici/consiglieri e molte altre figure che dispensano consigli e via dicendo. Noi facciamo tutto tra di noi.

Per voi Jam Session è una parola applicabile esclusivamente nell’ambito musicale?
No, per noi musica e letteratura sono molto più simili di quanto sembri. Noi stessi siamo una rock band dove il suono dello strumento di ciascuno di noi è in funzione dell’amalgama e del risultato-canzone. E una buona band deve saper anche improvvisare, facendo Jam session e affinando la conoscenza del proprio strumento.

Quanto pesa il fattore Internet sulla vostra azione letteraria?
Moltissimo. Noi siamo in effetti un’entità esistente grazie a Internet. Ci siamo conosciuti attraverso la rete, lavoriamo ogni giorno insieme in rete, abbiamo vizi e virtù di tutto quello che è figlio di internet. Supportiamo inoltre la condivisione, la collaboratività, l’apertura dei saperi e l’interscambio con il popolo della rete.
Senza internet non ci sarebbe kai zen.

Osservando la vostra produzione, sembra che abbiate iniziato ad ispirare la vostra struttura narrativa a quella di grandi classici. L’ultimo vostro lavoro in uscita (Delta Blues) per esempio, è una rielaborazione di Cuore di tenebra di Conrad.
Partendo da un lavoro di questa caratura – su cui si è scritto e spanto – , non c’era il rischio di sembrare in qualche modo a corto di idee?

Il rischio c’era, ma grazie al modo in cui abbiamo sviluppato la traccia originale, crediamo si intravedano giusto un paio di ideuzze originali made in Kai Zen.
E poi il prossimo romanzo (non cover) è in dirittura d’arrivo; ove rimanessero dubbi, basta aspettare un po’ . Kai Zen è un insieme di progetti di varia natura, di respiro differente, tra i quali l’insolita idea della cover, che potremmo tra l’altro ripetere in futuro.

Kaizen è il termine che contraddistingue una metodologia di miglioramento continuo. Visto dall’alto di una piramide produttiva, le idee dei piani inferiori dovrebbero filtrare verso i piani alti – coloro che hanno il potere vero e proprio -, apportando una miglioria al sistema produttivo.
Quanto di questa filosofia è applicata al vostro sistema compositivo?

La pratica aziendale del kaizen è sicuramente una coincidenza ironica e per noi divertente, dato che adoriamo le prese in giro, ma non ha niente a che vedere con il funzionamento delle nostre cose.
Basti sapere al fatto che noi stessi stiamo tutti al piano terra, quindi non ci sono gerarchie ma al massimo differenti specializzazioni che negli anni abbiamo imparato a sfruttare meglio.
Al limite potremmo definire i piani alti il cervello e quelli bassi i piedi, così chi ci vuole attaccare avrà agio a dire che le idee ci vengono dal basso e che scriviamo con i piedi.

Bella questa. Idee dal basso per essere attuate ai piani alti. Vista con gli occhi di una persona attenta agli scontri di questi giorni, può essere assurta ad uno dei tanti slogan dei giovani manifestanti. Qual è la componente sociale della vostra produzione?
E’ sempre presente, quantomeno in filigrana. In Delta blues è evidente, dato che l’intero progetto e la collana Verdenero nascono con chiari fini sociali ed ecologici. Fermo restando che il primo e più importante passo verso un serio impegno sociale è fare bene il proprio lavoro, che nel nostro caso è raccontare storie.
Ottimo comunque il concetto delle idee che vengono dal basso; ci piace.

Un ultima domanda sciocca: qual’è l’anno in cui preventivate di ricevere il Nobel per la letteratura?
Duemilaventisei. Abbiamo fatto una scommessa in proposito con i nostri figli (che sono tutte figlie, in realtà).

» Sito ufficiale dei Kai Zen
» Il blog ufficiale dei Kai Zen
» Wiki sulla metodologia Kaizen

Shining

by kai zen a

Per me (truck driver) è il film più fico di tutti i tempi. Ancora più fico di Borat. Ma non starò qui a decantarne lo splendore, visto che lo hanno fatto in almeno un paio di milioni prima di me. Io sono un trend setter, mica seguo gli altri… tzè! Semmai indico una via, un nuovo percorso :)

Anche per il mio gruppo preferito, i neurodisney, ‘sto film era una fonte di ispirazione. Tanto che c’hanno fatto una canzone, molto gradevole invero. Un pò pop, un pò punk, un pò metal, un pò… boh. Però fica.

Ascoltatevela qui. Non sarete più gli stessi, dopo.

(thanks kiado for your tumblr!)

Delta Blues – recensioni de La Torre di Tanabrus e Mangialibri

by kai zen a

Abbiamo trovato in rete e pubblichiamo con piacere:

Recensione de La Torre di Tanabrus: Trama: “Corsi in timoniera, manovrai e ripresi il fiume, alla cieca. Le fiamme si alzarono alle mie spalle, dilatando le ombre della notte. Poi il fuoco mose il generatore e un boato devastante risuonò nel cuore della tenebra.”

Una compagnia petrolifera avidamente orientata al profitto.
Un geologo coraggioso che crede in un futuro di energie rinnovabili.
Troppi interessi in gioco, un agguato, un rapimento.
Al ritmo di blues il Delta del Niger si fa protagonista e spettatore di una storia di oscura redenzione.

Recensione

Questo libro è ispirato a Cuore di tenebra e si vede. E’ un piacere notare i parallelismi tra le due storie, la trama in comune, chi assume quale ruolo, in cosa differiscono, come è cambiata la situazione dalla fine dell’800 a ora e come invece non è cambiata minimamente per certi aspetti.

La parte di Marlow è recitata da Tamerlano, nome in codice di un soldato, un segugio, un uomo abilissimo nel riportare a casa le persone scomparse in zone pericolose.
A lui si rivolge il governo italiano per riportare a casa Klein, geologo al servizio dell’ente, compagnia petrolifera con interessi un po’ in tutto il mondo. Klein aveva dato una svolta al proprio lavoro, aveva cominciato a proporre cambiamenti in favore delle energie alternative, ed era appoggiato da personalità influenti in Europa. L’ente lo aveva spedito al Delta del Niger per effettuare uno studio di fattibilità, ma a quanto pare il geologo era stato rapito dai ribelli del MEND e ora si doveva cercare di riportarlo a casa.

In realtà l’Ente, così come gli inviati della Compagnia nel libro di Conrad, non vuole modificare di una virgola la propria politica. Affianca a Tamerlano un suo uomo sul posto, l’equivalente del Conradiano addetto alla fabbricazione di mattoni e contemporaneamente anche del Direttore, e un paio di membri della JTF con il chiaro compito di far fuori Klein, nel caso fosse ancora vivo.
E in più gli alti vertici societari hanno in allerta anche i russi, compagni di affari desiderosi che i progetti di Klein non vedano la luce.

Klein, ovviamente, è Kurtz.
La persona illuminata che parte armata di ottimi propositi e finisce nel cuore dell’Africa, in mezzo agli indigeni.
La persona che cambia tutti quelli con cui parla, tanto è vero che incontriamo prima un’alta funzionaria dell’Ente in Nigeria pronta a lasciare l’incarico e diversi indigeni lungo il corso del fiume che erano stati profondamente toccati dai discorsi dell’uomo.
La persona che finisce schiacciata dalle tenebre, perde la salute sia fisica che mentale, poco a poco impazzisce e si cala sempre più nella tenebra.

Uno dei difetti che avevo trovato in Cuore di tenebra erano le tantissime ripetizioni, le tante omissioni, le troppe metafore.
Qui invece tutto è più chiaro, più scorrevole.

La tenebra è ben inquadrata, l’oppressione mentale di Klein diventa anche oppressione fisica per l’uomo impossibilitato a vedere il cielo e il sole, nascosto sotto la fitta copertura degli alberi.
E anzi, il personaggio di Klein viene mostrato chiaramente e con dovizia di particolari, dato che mentre Tamerlano e i suoi compagni di viaggio ne seguono le traccie, noi scopriamo poco a poco il viaggio che ha condotto Klein fino a dove si trova ora.

E poi abbiamo Marguerite, la reporter belga che decide di fare un servizio su Klein, a causa del suo incontro fortuito con Tamerlano e che per certi versi condivide con lui il ruolo di Marlow.. Precipitando anche lei nel cuore della tenebra, incontrando la morte come non l’aveva mai vista prima.
Perché alla fine del viaggio lei sarà cambiata, e anche Tamerlano sarà profondamente cambiato, dilaniato dall’interno dalle esperienze vissute e dalla figura di Klein.

Il libro ha una buona storia, e ci mostra in maniera cruda la situazione dei luoghi come il Delta del Niger.
Dove la gente muore di fame, o muore intossicata per aver mangiato qualcosa distrutto dall’inquinamento, inquinamento prodotto dalle pipeline fatiscenti e raramente manutenute.
Inquinamento e miseria, dato che l’economia è cannibalizzata da questi Enti.
Al tempo di Conrad i nativi erano dei selvaggi che vivevano in tribù nascosti nella foresta, vedevano Kurtz come una divinità e facevano gli schiavi per i lavori di fatica. Quelli svegli, con mesi di addestramento, arrivavano a tenere il timone dei battelli e a tenere viva la caldaia.
Adesso sono sempre schiavi. Schiavi di chi gli sfrutta la terra dandogli in cambio la morte sotto forma di terreni e acque avvelenate. Vivono in baraccopoli, oppure hanno studiato e preso lauree sperando di poter cambiare in meglio il proprio paese solo per scoprire che gli risulta più utile il fucile che le lauree, e vivono nascosti in villaggi clandestini nella foresta meditando attacchi di poco conto contro gli Enti.

Mi è piaciuto, ben più di Cuore di tenebra.
L’unica cosa che mi lascia perplesso è il blues, presente nel titolo, nella quarta di copertina, nell’apertura delle scene in cui il libro è diviso. Ma  che per il resto non mi sembra granché importante per la storia, compare giusto con l’Arlecchino…

Non ho più la forza ormai. Sono stato ingoiato da tutta questa tenebra. Ho visto in faccia l’orrore, e ho cominciato a capire cosa significhi essere liberi. Liberi dalle opinioni altrui e dalle proprie. Mi sono fatto amico dell’orrore e del terrore mortale. Dovevo essere loro amico. Ho provato a salvare questa gente. Ho provato a farlo pensando di uccidere la mia gente. Ma non ho avuto la tempra per andare fino in fondo. Ho visto alcuni di questi uomini far morire di fame i propri figli, mentre il pesce si dimenava in pozze di petrolio. Ho visto alcune di queste donne far morire di fame le proprie figlie, per non darle in pasto a criminali assetati di sangue. Loro sono più forti di noi. Possono sopportare, hanno la forza di fare cose come quelle. Hanno l’amore per farlo. Un amore sconfinato. Hanno solo bisogno di qualcuno che insegni loro come reagire. Che spieghi loro come incutere timore, come evocare il terrore.

Voto: 7/10

L’autore

Kai Zen è un gruppo di narratori nato nel 2003, formato da Jadel Andreetto, Bruno Diorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Realizza progetti di scrittura collettiva come romanzi, racconti, articoli, recensioni musicali.
Il loro materiale è distribuito con licenza CC sul loro sito.

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La recensione del mangialibri:

“Chi ha paura del serpente/ Ha paura della gente/ Love and go!”. Pensa al Mississipi Delta Blues di Robert Johnson ma riesce a canticchiare solo il ritornello di Un boa nella canoa, un motivetto un po’ trash di Andrea Mingardi. Martin Klein sta risalendo il Delta del Niger ed è appena stato rapito dai ribelli locali. Lavora per un Ente petrolifero italiano ed è stato spedito in Nigeria per verificare la fattibilità di una riconversione sostenibile degli impianti petroliferi. Peccato che Martin è l’unico a crederci, l’unico consapevole dell’impatto devastante delle Compagnie petrolifere su quella terra. Un esempio su tutti, il paradosso dei gas flaring: la pratica di bruciare i gas che si estraggono assieme al petrolio. Il 70% di quella potenziale risorsa energetica viene dispersa nell’aria causando piogge acide e la contaminazione di terreni fertili, falde acquifere e pozzi d’acqua potabile. Ma l’Ente non ha nessuna intenzione di procedere alla riduzione delle emissioni – considerata sconveniente dal punto di vista economico –, né in Madrepatria, né in Nigeria. Mr Klein deve essere eliminato. Quale modo migliore se non farlo fuori in Nigeria e poi dare la colpa ai ribelli locali? Solo che l’agguato fallisce, Martin fugge e si disperde nella foresta, in quella selva di pirati, contrabbandieri, mafiosi, politici, mercenari, meccanici, guerriglieri, autisti e ribelli. Sulle sue tracce viene assoldato Ivo Andriç, il Tamerlano, Toccherà a lui scoprire la verità e traghettarci nel cuore nero, nerissimo, dell’Africa…

Quando ti trovi di fronte ad una meravigliosa copertina di Gipi, il libro si presenta subito bene. Ancor di più se già sai che si tratta di un romanzo impegnato e  inconsueto; e per tre motivi. Il primo è l’autore, o meglio, gli autori. Kai Zen ha otto mani, quelle di Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Il secondo è che gli stessi autori considerano Delta Blues una “cover” di Cuore di tenebra di Jospeh Conrad e quindi anche di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Il terzo è il singolare intreccio di tematiche geopolitiche e ambientali a sfondo noir, per lo più con l’obiettivo della denuncia. Il Delta è quello del Niger, non del Mississipi, e la razzia di avorio è lo sfruttamento intensivo del petrolio e il conseguente impatto delle multinazionali sull’ecosistema nigeriano. Una prigionia nella prigionia in una terra che, come ci ricorda Massimo Alberizzi, esperto e coraggioso reporter, “galleggia sul petrolio. Con seicento campi, 5284 pozzi, 700 chilometri di oleodotti, dieci terminali di carico, 275 stazioni di pompaggio, 10 impianti liquefazione gas, quattro raffinerie”. La risalita di un bacino devastato da una poltiglia di interessi. Immagini del Delta. “Acqua sporca, densa, chiazzata da arcobaleni circolari di benzene. Mangrovie nodose, liane, foglie putride. Una radura spelacchiata coperta di palta, pozzi petroliferi. Pipeline. Fiamme grasse si stagliano contro il cielo caliginoso”. E non puoi che sentirti incolpevolmente colpevole, perché sai che la tua vita dipende direttamente da quello scempio. E anche se a volte ti perdi tra le pagine e hai come la sensazione che ci sia un po’ troppa carne al fuoco, che la trama si perda nella varietà degli stili e nella complessità variopinta dei numerosi personaggi, alla fine hai comunque chiaro “l’orrore!”.

 


In Olanda stare male non esiste

by kai zen a

Allora, è andata così: sono in Olanda da poche ore, mi catapulto al supermercato nella speranza di trovare ancora qualche mozzarella Galbani (a kilometro mille), o un etto di spianata romana tra gli orrendi affettati in vendita all’Albert Heijn di Lochem, dove soggiorno d’abitudine. E sento già un pizzicore nel naso, avete presente quando avvertite l’influenza arrivare da lontano? ‘Sta bastarda… tu sai che sta arrivando e, anche se spremi tredici arance o ti mangi mezza cassetta di kiwi così, a morsi (in Nuova Zelanda lo fanno, c’è poco da ridere) non cambia nulla. Influenza sarà, e silenzio.

Proprio allora incrocio tra gli scomparti delle salse e dei sacchetti di patatine (che occupano circa un terzo di un normale supermercato olandese) Wouter, un caro amico autoctono, con il quale ogni volta programmo uscite ed eventi spettacolari per la mia nuova permanenza ma poi tutto si risolve – a mala pena – con un giro birre al pub, nella fretta dell’ultimo pomeriggio prima di partire. Questa volta però c’è Capodanno di mezzo, e non potrò certo tirarmi indietro per la folle ubriacatura del pomeriggio del 31 dicembre, insieme al gruppo dei maschi galletti del paese. Tutti alti all’incirca il doppio di me, per la cronaca.

Solo che ho il pizzicore al naso. E Mi sento già un pò caldo. Mi pulsano le tempie. Ma non oso anticipare di una possibile indisposizione, dunque accetto l’invito di Wouter per il 31 pomeriggio e vado via sorridendo alla meglio. Un problema per volta, cristo - pensa il quasi quarantenne sovrastato dai casini della vita. Ovviamente, già la stessa sera ho la febbre alta e posso intuire che il malanno durerà un pò: nausea, vomito, mal di testa, schiena a pezzi, niente appetito e umore sotto la suola delle scarpe. E in più, mi ritrovo isolato in una capanna in mezzo ai campi innevati con TRE femmine in famiglia. Provateci voi, cazzo…

Comunque, al terzo giorno di malattia e con Capodanno alle porte, comincio ad avvisare Wouter con un timido sms: guarda che non so per domani pomeriggio… sono messo male… Risposta (tradotta): non fare il pappamolla e non inventare scuse, ci ribaltiamo insieme. Ecco. Sono nella merda. Già odio le figure di merda normali, figuratevi quelle internazionali, in terra olandese, dove la mia italianità, per chissà quali motivi, è già fonte di prese per il culo. E poi, voi amici non avete idea di QUANTO gli olandesi bevano, soprattutto se vogliono fare i gradassi come nello specifico (fine anno). Ma forse ricordate bene quanto sia fastidioso bere e fumare se non ci si sente bene… No, non posso farlo. Se lo faccio, muoio. Devo sganciarmi, penso.

Dunque alla fine rifiuto l’invito, non mi presento al pub, vado invece subito a casa di altri amici per il veglione, insieme alle mie ragazze, mentre appunto i maschi cattivoni sono ancora in giro a birre: siamo io, tutti i bimbi della ciurma e tutte le donne. In pratica, un camionista dai tratti latini e una ventina di teste bionde alte almeno quanto me, in abito da sera. Mica male, penserete, e infatti faccio il galletto a destra e a manca, per quello che la febbriciattola rimasta e la mia Signorina mi permettono.

Ma è una quiete prima della tempesta. Perchè a un certo punto arrivano i maschi, ubriachi fradici e in vena di rendermi ridicolo. Comincia Bart, un altro amico, che mi dice: ma non rispondi agli sms? Lo guardo stupito, controllo, e vedo tre messaggi arrivati insieme pochi minuti prima, anche se gli orari di invio sono sparsi nel pomeriggio. Perchè mi sono arrivati solo adesso? Maledizione… e i messaggi dicono: allora che fai? non vieni per un semplice naso che cola? dai che ti aspettiamo…

Oh, merda.

No, ragazzi, davvero. Non sto bene. E i messaggi li ho ricevuti solo adesso. Giuro! Racconto la storia una decina di volta, della febbre, di come l’ho presa, di quanto male sia stato, che adesso va un pelo meglio ecc. a un branco di ubriachi scalmanati, che non starebbero a casa neanche con la polmonite. Tutti mi ridono in faccia e mi guardano come si guarda un cretino. Menziono la cosa alla mia Signorina, cameriera di un highway restaurant costretta a cavarsela a mance, nonchè madre delle mie figlia  italo-olandesi, e questa: hanno ragione, perdinci, per due linee di febbre stai facendo una tragedia. Ma senti questa…

MA INSOMMA! Io sono italiano, dunque ipocondriaco, e voglio esagerare nella preoccupazione, nei sintomi, nel dolore, nelle medicine. Voglio essere così! E voi non mi cambierete mai. Maledetti nordici insensibili e avversi al melodramma. Non avete neanche idea di quanto sia bello, caloroso e umano essere ipocondriaci. Vergogna!

E ora voglio medicine, cazzo… tante medicine… tonnellate di medicine…

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