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Month: dicembre, 2010

Sesso e lucertole a Melancholy Cove

by kaizenj

More about Sesso e lucertole a Melancholy CoveChristopher Moore, “Sesso e lucertole a Melancholy Cove” (Elliot, pp. 220, € 17,50)

Uno sbirro strafatto di erba, un bluesman cinico sul viale del tramonto, un biologo trasandato preoccupato per dei topi in fuga, un’ex attrice di b-movie postapocalittici affetta da schizofrenia e accompagnata da un “narratore”, uno sceriffo corrotto, dei narcotrafficanti, un nerd bulimico, una psichiatra che sostituisce i farmaci di un’intera comunità con dei placebo, un farmacista morbosamente attratto da pesci e cetacei, un paese in preda alle scalmane e, in pratica, Godzilla. Ecco un romanzo così, sulla carta, non ha alcuna speranza di essere credibile, ma la storia in questione ha una variabile non trascurabile che lo rende un ottimo romanzo: l’autore.
Christopher Moore è un genio. Sì, un fottuto GENIO, uno in grado di mescolare gli elementi di cui sopra con eleganza, ironia e una fantasia prorompente, quasi devastante. “Sesso e lucertole a Melancholy Cove”, tradotto con maestria da Luca Fusari, è un tassello della produzione straripante di questo scrittore che ci ha regalato alcuni dei migliori romanzi in assoluto, “Il vangelo secondo Biff”, e di genere, “Un lavoro sporco”, degli ultimi cinque anni.
Sesso e lucertole è forse il più surreale del lotto, quello più scanzonato eppure poetico, con una costruzione narrativa polifonica che sposta di continuo il punto di vista del narratore, arrivando a mettere i lettori nei panni di un cane e del mostro marino ma rendendo tutto spassosamente plausibile e ridicolmente vivido.
Ma attenzione non si tratta di umorismo fine a se stesso o di demenzialità tout court, Moore sa il fatto suo, ha il dono della scrittura agile ma profonda, è in grado di far ridere a crepapelle ma anche di strappare qualche sorriso amaro. Se non lo avete mai letto “Sesso e lucertole a Melancholy Cove” potrebbe essere una buona porta d’ingresso alla sua produzione, è un romanzo che risale a un decennio fa, uno dei primi, ma sappiate che una volta entrati nel suo mondo sarà difficile uscirne. Moore è tossico, dà dipendenza. Lettore avvisato… www.chrismoore.com

recensione pubblicata da Blow Up (dicembre 2010)

Gestures are shallow

by kaizenj

Ma forse dopotutto non serve a nulla. Niente di tutto questo. Il 95% delle specie mai esistite si è estinto. È una questione di prospettiva. Questione di rendersi conto del cadavere in potenza che ci portiamo dietro. E non posso smettere di pensare a questa canzone dei God Machine… e al fatto che il ritornello sia uno dei Leitmotiv del nostro prossimo romanzo… e ho detto anche troppo.

All things will eventually die
And a true hunter weeps at a merciless killing
But someone will always hurt you
But someone will always hurt you

You’re selfish and you’re conceited
And the world’s at your feet but because of your beauty
Gestures are shallow
Your gestures are shallow

Oh what do you do when you feel like you’re living a lie
Oh what do you do when you feel you’re living a lie

RAPSODIA SU UN SOLO TEMA, IL NUOVO ROMANZO DI MORANDINI

by kaizenb

More about Rapsodia su un solo tema
Ormai sta diventando un appuntamento fisso, quasi un rito: con cadenza più o meno annuale il postino suona al campanello e mi urla, “C’è un pacco per Lei signor Fiorini!” Il tempo di infilarmi le ciabatte e in un attimo sono alla cassetta della posta giù al pian terreno. Il portalettere è già sparito ma ha lasciato una busta abbastanza voluminosa, mittente il mio caro amico e scrittore Claudio Morandini, che fuoriesce per trequarti dalla buchetta. Allora capisco subito che Claudio mi ha spedito la sua ultima fatica letteraria e come un bambino in preda a una sindrome da “scartamento di regali natalizi” (sono anni ormai che non apro un regalo sotto l’albero ) mi avvento sul pacco. Ed eccolo il libercolo, “Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov” edito da Manni Editori. Risalgo i due piani che mi separano dalla porta di casa, entro, mi sdraio sul divano e mi immergo subito nella lettura; fanculo i piatti da lavare,  i cani che devono uscire a fare i bisognini,  mia moglie che ha bisogno di qualcosa…  “Adesso arrivo amooore“; sì, aspetta pure che mo’ arrivo. Che volete farci, è una questione di priorità e per me un libro è sempre una questione di priorità. E un libro di Claudio lo è ancor di più. Ora sono passati dieci giorni, il tempo che ho impiegato per leggere le 267 pagine del romanzo, (nettamente sopra la mia media stagionale anche se  lo so, purtroppo sono un po’ lento). Ho finito il libro e subito una domanda, sostanzialmente retorica, nasce spontanea: ma come è possibile che un autore del calibro di Claudio debba ancora barcamenarsi fra editori piccoli e medio-piccoli (senza voler nulla togliere a Manni che sta facendo un gran bel lavoro di ricerca e lancio di nuovi autori), dicevo, come è possibile che ancora fatichi ad emergere nel panorama letterario italiano?  Ogni volta, ad ogni nuova prova Morandini mi sorprende e mi stimola a seguirlo con passione nella sua continua crescita intelletuale, narrativa e stilistica. “Nora e le Ombre”, il suo romanzo d’esordio, è ormai lontano; la ricerca filologica, l’uso di termini desueti, la creazione dei personaggi in “Rapsodia” hanno raggiunto un grado di intelleggibilità ormai universale. Morandini, a differenza di quello che potrebbe far intuire il complesso titolo del suo ultimo romanzo, ormai è per tutti. Perché  il racconto che è un susseguirsi di piccoli saggi, lezioni e diari di finzione che hanno per protagonista un giovane compositore americano Ethan Prescott e quello che Prescott considera un maestro, il russo Rafail Dvoinikov, più anziano di un paio di generazioni, il racconto, dicevo, è complesso senza essere complicato, appasionato senza essere passionale,  e soprattutto si snoda con agilità attraversando le vite dei due musicisti, così diversi fra loro ma allo stesso tempo così simili, scivolando via fino all’ultima pagina con leggerezza nonostante l’impianto narrativo di fondo sia tutt’altro che leggero (la musica in generale e nel dettaglio quella che si sviluppò in Russia negli anni della rivoluzione bolscevica prima e del comunismo poi). E a ben guardare non è solo la musica a fare da sfondo a questo romanzo, c’è anche la storia del ventesimo secolo, c’è l’America del ventesimo secolo e c’è quella propensione alla rivoluzione  dell’uomo del Novecento  (dove per rivoluzione si intende anche rinascita del personale, risveglio dei desideri sopiti ma anche rifiuto, allontanamento da tutto quello che è “sistema”, stato e mercato globale in primis). Il tutto narrato con ironia e freschezza, come sempre.

A Christmas Carol

by Kai Zen

PREMESSA

Ho cercato, in questi piccoli racconti di spiriti, di evocare il fantasma di un’Idea che non metta i miei lettori di cattivo umore verso se stessi, o gli altri, o nei confronti del periodo festivo, o contro di me. Che possa infestare piacevolmente le loro case senza che alcuno desideri scacciarlo.

Il loro fedele amico e servitore,

Dicembre 2010

K.Z.

Futuro era morto. Tanto per cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio. Il certificato delle esequie era stato firmato dal presidente, dal banchiere, dall’industriale e da un cardinale. L’aveva firmato anche la Camorra. E in Borsa il nome Camorra godeva gran credito, qualsiasi cosa decidesse di fare.
Il vecchio Futuro era morto come un chiodo piantato in una porta.
Attenzione! Non intendo dire di sapere, per conoscenza personale, che cosa mai ci sia di particolarmente morto in un chiodo piantato in una porta. Per quanto mi riguarda, sarei stato propenso a credere che sia un chiodo piantato in una bara l’articolo di ferramenta più morto sul mercato. Ma la saggezza dei nostri antenati sta nella similitudine e le mie mani profane non debbono turbarla, o sarebbe la rovina del paese. Mi permetterete, dunque, di ripetere con enfasi che Futuro era morto come un chiodo piantato in una porta.

***

“Si dimetterà, ora che c’è una mozione di sfiducia sottoscritta dal 46% dei soci?” Geronimo sposta con un gesto brusco della mano il microfono che la giornalista gli brandisce insistente sotto il naso e si dirige al parcheggio della sede dell’ACI, dalla quale è appena uscito. La giornalista gli tiene dietro, continuando a provocare: “Quali competenze può vantare per giustificare l’incarico che ricopre?”
Per tutta risposta accelera il passo e si infila nel tunnel in discesa che porta al sotterraneo. Da tre anni a questa parte, da quando Berlusconi è entrato in coma irreversibile, tenuto in vita solo dalle macchine, suo padre, come tutto il partito, è in forte difficoltà, e i giornalisti si sono fatti più aggressivi, quelle iene. Lo tormentano, gli chiedono conto di ogni piccolezza. Dettagli che una volta passavano inosservati o al più erano sottolineati solo da quegli sfigati di Report, ora finiscono in prima pagina pure sulla stampa di destra. Ipocriti figli di puttana. Quali competenze… e quali competenze ci devono volere per far parte del consiglio direttivo dell’ACI? Gliel’ha già detto, a quelli, che ha sempre avuto una passione per i motori, che altro vogliono, la laurea in ingegneria meccanica? Ha pure fatto tardi e deve ancora comprare il regalo di Natale per Ginevra. Quella ormai non si accontenta più di quattro moine e un baciamano, è arrivato il momento di passare in gioielleria.
Il sotterraneo puzza di umido e olio di motore. È deserto. La Maserati squilla due volte al richiamo del telecomando. Geronimo apre la portiera, ma sente un fruscio alla sua destra. Si volta di scatto. Un’ombra si muove dietro uno dei pilastri nudi dell’edificio, gli sembra di udire una risata lontana, metallica. Ma forse no. Chiude la portiera e fa per mettere in moto quando nota un biglietto sul cruscotto. “Guarda su” c’è scritto, con una freccia a indicare la direzione. Geronimo alza gli occhi oltre il parabrezza e caccia un urlo. Un pupazzo con un ciuffo di capelli neri arruffati e grottesche sopracciglia foltissime è impiccato alla trave che incombe sulla sua auto. Gli assomiglia. Ancora un movimento, a destra, qualcuno vestito di rosso si sta allontanando. Poi un colpo secco al finestrino lato guida. Geronimo ha un sussulto e urla ancora, ma è solo quella stronza della giornalista che non demorde. Mette in moto e sgasa su per la rampa d’uscita. Nello specchietto retrovisore appare il faro di una moto.
Guida a strappi e singulti, smanettando frustrato col cambio fra prima e seconda, fino a che non imbocca la circonvallazione. Dalla radio una voce petulante salmodia un servizio strappalacrime sui giovani precari. Sono i nostri figli, il futuro del paese, il nostro futuro. E noi cosa facciamo per loro? Meglio spegnere ‘sta lagna. In principio il traffico è ancora denso, poi, man mano che il bolide prosegue verso nord, si dirada fino quasi a esaurirsi. Potrebbe rilassarsi, se non fosse per le due macchine che già da qualche chilometro lo tallonano. Ancora giornalisti. La Fiat station wagon è di certo un’auto aziendale RAI e la Wolksvagen vallo a sapere. Ma adesso la strada è sgombra e glielo fa lui il servizio, a quei pezzenti. Pigia sul pedale, terza, quarta, curva a destra al limite, terza, quarta, quinta, sesta. Gli alberi ai lati della carreggiata sfrecciano in una macchia indistinta. Le due auto sono ormai distanziate e il tachimetro della Maserati segna due e venti. Se ne andassero affanculo, loro e quelle macchinette da impiegati del catasto. Scala di nuovo in terza e affronta la teoria di tornanti che portano fuori città. Ma ormai ci ha preso gusto, quarta, quinta, curva lunga a sinistra in pieno, il motore sale di giri, freme, gli innesti delle marce sono precisi, il sudore della tensione scivola dalla fronte fino alle sopracciglia. Pensa ancora per un attimo al pupazzo, quel patetico simulacro, ha un moto di stizza che sfoga sul cambio, affonda il pedale.
Da una stradina laterale schizza una moto, il centauro è vestito di rosso, una specie di spolverino che svolazza al vento della sera. Gli taglia la strada. Geronimo sterza a sinistra, scala in terza, ma il retrotreno slitta, porcamadoska lo sapeva che doveva prendere la trazione integrale. L’albero squarcia in due il cofano e l’airbag gli esplode in faccia in una cascata di cristalli.
Si risveglia confuso, immobilizzato dallo sterzo piegato. Una figura scarlatta sopra di lui gli butta acqua in faccia, gli cola sui capelli, gli finisce in bocca. Ma brucia gli occhi e la gola, non è acqua. È… è…
“Salve Geronimo,” dice la voce dell’ombra in rosso. “Io sono Tiny Tim, il fantasma dei Natali futuri. Ho un regalo per te, la mia tessera ACI Gold.” Geronimo sente lo sfrigolio dello zolfo di un fiammifero. Un cartoncino plastificato divorato da una fiamma plana nell’abitacolo. Il fuoco è l’ultima cosa che vede.

***

I responsabili del casting si sono barricati nella discoteca alla periferia di Milano che ospita l’evento. La notizia è arrivata all’improvviso, li ha colti impreparati, l’assistente di produzione più giovane se l’è fatta scappare e ora la gente in coda non accenna ad andarsene. Restano lì immobili, senza dire nulla sotto la pioggerella sottile e fastidiosa. Non sanno cosa fare, forse è il caso di chiamare la polizia. Sono nervosi, fumano e bevono caffé scadente alla luce degli adobbi natalizi. Anche il proprietario del locale è d’accordo. Prima che si scaldino gli animi è meglio chiedere aiuto. Stanno per comporre il 113 quando da fuori un grido si alza sopra il brusio cresciente.
“Se c’era Taricone vi spaccava la faccia vi spaccava.” La bionda ha una voce roca, sensuale, se non fosse per il dissimulato accento ciociaro che le rimane appiccicato all’angolo della bocca.
“Altro che Taricone, mò la faccia ve la spacchiamo noi.” Il palestrato si volta verso la coda di gente, saranno duecento, e solleva le braccia tatuate di tribali. Alcuni rispondono al gesto con un saluto romano, altri alzano semplicemente le mani gorgheggiando un coro di sì. Una figura in rosso con un cappello a falde larghe calcato sugli occhi mormora qualcosa nelle orecchie del suo vicino, un triestino sulla quarantina con occhiali dalla montatura a forma di stella. L’uomo, scavalcate le barriere provvisorie, esce dalla fila e con le mani a megafono urla nella direzione del palestrato. “Va là mona cosa vustu far? Nemo a Cologno a tirarghe le bae al boss. Nemo.” La rossa accanto a lui annuisce, la mora dietro di lei non ha capito nulla ma ci sta e così nel giro di qualche minuto il passaparola è completo. Duecento aspiranti incazzati neri per la cancellazione repentina del Grande Fratello dal palinsesto hanno provato all’unisono quello strano sentimento umano che corrisponde al nome di empatia. Condividono una delusione, un sogno infranto e una rabbia feroce, che monta e rimonta a ogni dialogo. L’occasione di essere qualcuno è svanita in un attimo e per sempre. Per sempre.
La ciociara trattiene l’inflessione, è al limite linguistico delle sue possibilità. “Sì ma come? E se non è a Cologno che si fa? Andiamo ad Arcore o alla clinica dove sta il papà in coma?”
I miracoli sono sempre piccole cose, tranne quello del Mar Rosso certo, ma quelli erano altri tempi e la folla da spostare era più consistente, ora basta un autobus. E infatti dal parcheggio della disco, ne esce uno di quelli all-comfort, con aria condizionata, bagno e schermi tv nello schienale del sedile. A guidarlo, l’uomo in rosso.
Il mezzo si ferma accanto alla fila, sotto la pioggia si leva un urlo bestiale collettivo. Quando i duecento salgono a bordo, la tv sta trasmettendo la replica della prima edizione del GF, la radio copre l’audio con la Cavalcata delle valchirie a tutto volume. L’autista sembra sicuro di sé e della meta, guida il torpedone in tangenziale come una furia, direzione: Cologno Monzese. Nessuno l’ha scorto in volto, nessuno sembra badare a lui e quando inchioda il mezzo davanti ai cancelli di Mediaset, la rabbia è cresciuta così tanto da spingere i passeggeri a svellere i sedili in cerca di un’arma improvvisata. Scendono e sciamano come un’orda barbarica nel piazzale desolato, l’uomo in rosso apre il vano bagagli rivelando una pila di manici di piccone. Gli aspiranti ospiti della Casa si approvvigionano e si dirigono verso l’entrata. Gli addetti alla sicurezza chiedono istruzioni, è tutto un frusciare di walkie talkie, di parole metalliche biascicate nervose da un capo all’altro della struttura. La folla è un solo grido: Piersilvio, fuori! fuori!
Il secondo miracolo. Circondato da due bodyguard, sotto un ombrello nero con il logo del biscione in bianco, l’amministratore di RTI fa la sua comparsa. Il capo della sicurezza lo avvicina, ma Piersilvio lo liquida con un sorriso che ricorda quello paterno e una pacca sulla spalla. Gli impiegati si affacciano alle finestre.
Piersilvio lascia i gorilla sotto la pioggia qualche passo indietro e si avvicina alla cancellata. La folla ammutolisce, pigiata contro le inferriate. Piersilvio fa un cenno della mano, un gesto a metà tra una benedizione papale e un saluto amichevole, sportivo. È sicuro di sé, non è mai stato così sicuro di sé. Può sentire il gusto del potere sulla punta della lingua. Gli aspiranti ospiti del Grande Fratello abbassano i bastoni. Una ragazza ossigenata alla Marilyn si commuove e non trattiene le lacrime. Qualcuno tende una mano oltre le sbarre, qualcun altro lo imita. Il momento è intenso. Le bodyguard si avvicinano, il capo della sicurezza e i suoi ragazzi serrano i ranghi, sono nervosi, ma Piersilvio sente un fuoco dentro, fa un altro passo. Riescono quasi a toccarlo. Ancora un passo. Stringe una mano, poi si sente strattonare e quando sbatte il volto contro la cancellata, sente un dolore feroce alle labbra e al naso. Il sangue cola lungo i baffi e il pizzetto. La stretta dell’uomo in rosso è granitica, altre braccia lo afferrano, la folla esplode, la sicurezza cerca di tirarlo indietro, ma alcuni aspiranti lo hanno afferrato alle caviglie e lo schiacciano contro il cancello. Qualcuno lo bastona ferocemente, infilando le braccia tra le sbarre. Da sotto il cappellaccio rosso, la voce giunge appena all’orecchio di Piersilvio. “Io sono Tiny Tim, il fantasma dei Natali futuri. Ho un regalo per te.”
L’ultima cosa che sente è un dolore indicibile, l’ultima cosa che vede è un manico di piccone spezzato che gli spunta dallo stomaco come l’albero di una nave.

***

Renzo è nudo davanti allo specchio che gli restituisce l’immagine di un torace stretto con i pettorali definiti dalla palestra, il pene flaccido mezzo inghiottito dal pelo pubico. Prende la forbice e comincia a tagliarsi i ricci crespi, così alla brutta, grossolanamente. Prima davanti, poi i lati, infine dietro. Con la sinistra passa le dita fra i capelli e tira fino a far sollevare la cute, con la destra sforbicia, fino a che il cranio non rimane nudo, chiazzato qua e là di ombre di peluria superstite.
I bastardi non aspettavano altro. Con suo padre ormai fuori uso hanno cominciato a farsi i comodi loro, sfacciati e allegri come puttane a una festa. In lista lo hanno schiaffato al quarto posto, merde che non sono altri, in questo modo non salirà mai. La sua carriera politica finisce qui. Hai voglia a sprecarsi in paroloni di stima e nostalgia per suo papà; quando si è trattato di metterglielo su per dove non si dice non si è tirato indietro nessuno. Magari giusto un po’ a testa bassa, ma tutti in fila, alla faccia del Senatur. Se li ricorda ancora, nella stessa fila, con lo stesso ordine, ma dietro suo papà a Pontida oppure sulle rive del Po, con lo sguardo fisso sull’ampolla e le espressioni avide. Viscidi
I peli sul petto cedono al rasoio come lacrime a una spugna; del resto son pochi. Quelli in mezzo alle gambe è tutta un’altra storia, sono duri, ispidi, non vengon via. La lama affonda, ma strappa più che tagliare. Piccole screziature vermiglie affiorano sulla pelle bianchissima del ventre ormai glabro. Mettere i calzoni sarebbe un problema, adesso, ma ormai Renzo non ci pensa più.
Quella troietta di Clarissa non lo chiama da due settimane, non risponde al telefono, ai messaggi. La mail non ce l’ha perché dice che lei i computer non li capisce, ma tanto non risponderebbe manco a quella. L’antifona Renzo l’ha capita, le gambe si aprono solo quando conviene e adesso lui non è più un cavallo vincente, è zoppo. Clarissa era una gran figa, ma in fondo questa è la cosa che lo ha ferito di meno, in fondo lo sapeva di che pasta era fatta, mica ci voleva una laurea in psicologia.
La vasca ora è piena e calda come una vena di sangue. Renzo si immerge, ignorando il pizzicore della pelle rasata di fresco, si abbandona con la testa sul bordo per qualche minuto, la posizione è confortevole. Si ricorda che da piccolo suo padre cercava di lavargli i capelli proprio in quella vasca, ma lui faceva resistenza, chissà perché, e giù madonne rauche. Sorride al pensiero, mentre scarta la lametta e si incide in profondità all’interno delle cosce, cercando l’arteria. Male cane, l’ha trovata.
La raccomandata è arrivata stamattina, busta di carta di buona grammatura, orlata di nero come fosse listata a lutto. Università degli Studi, carta intestata del rettore, tono formale: Egregio signore, con la presente Le comunichiamo la decisione assunta dal senato accademico di revocarLe la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione, a suo tempo riconosciutaLe dalla precedente dirigenza. Ciò a motivo del fatto che Ella è del tutto sprovvisto dei sia pur minimi requisiti di competenza ed esperienza che avrebbero dovuto essere tenuti in conto per l’assegnazione del sopra richiamato titolo. Riteniamo infatti che la precedente decisione, oggi con la presente comunicazione revocata, sia stata consigliata, imprudentemente, da estemporanee valutazioni di convenienza politica che nulla hanno da spartire con la serenità di un giudizio accademico che ha da essere scevro da qualsivoglia speculazione extrascientifica. Si ritiene, invero, che l’attribuzione alla sua persona, per la quale nutriamo comunque sincera umana simpatia, di un titolo scientifico, sia pur onorifico, vada interpretato come l’ennesima evidenza della incontrovertibile decadenza e perdita di autorevolezza della comunità scientifica italiana, a cui intendiamo opporre la nostra fiera e ferma resistenza. Distinti saluti e buon Natale. Il Rettore Timothy Cratchit. L’ha letta tre volte, poi ha capito e ha pianto. Cazzo, la laurea no.
Si apre anche i polsi con due lunghe fenditure e abbandona le braccia in acqua. Si rilassa, in fondo è giusto, il Trota muore in acqua, ha una sua logica. Poi ha un fremito, si riscuote e zompa fuori dalla vasca, attraversa il tinello, pesta due pastori del presepe spargendo una scia rossa sulle piastrelle di gres porcellanato. Fruga nel cassetto del comodino, in camera da letto, prende la scatola di pelle e ritorna in bagno. Si immerge nuovamente e da dentro l’acqua apre la scatola, poggiata sul bordo della vasca. La Smith & Wesson è carica e ben oliata, dà un bel senso di sicurezza. Si infila la canna in bocca e si riappoggia alla ceramica.
Fammi stare tranquillo, va’. Tira il grilletto.

***

In una terra senza spazio e senza tempo, l’ombra vestita di rosso, altrimenti nota come Timothy Cratchit o Tiny Tim, il fantasma dei Natali futuri, siede con un ukulele in grembo su una roccia a picco su uno specchio lacustre. Tira ciottoli sulla superficie dell’acqua che non viene alterata da cerchi concentrici, ma inghiotte i sassi e resta ferma. Alle sue spalle compare la figura di un uomo anziano e stempiato, con la testa circonfusa di luce, conosciuto anche come il fantasma dei Natali passati. Ha un’espressione bonaria e le guance, ben illuminate, rivelano un rossore alcolico. Dev’essere un tipo simpatico. Si schiarisce la voce per annunciare la sua presenza, ma Tiny Tim lo ha già notato e si gira scrutandolo serio.
“Cos’è quella faccia, fratello? È Natale!”
“Lo so, ho fatto il solito giro di notifiche.”
“Dove?”
“Quest’anno in Italia.”
“A chi, politici?
Tiny Tim tira fuori di tasca una lista spiegazzata: “Sì, mi pare, ma anche qualche industriale e un paio di banchieri. Tieni, guarda l’elenco.”
Il fantasma dal volto rubizzo si sistema un paio di occhiali a pince-nez sul naso e compita: “Silvio Berlusconi… Ignazio La Russa… Umberto Bossi… Sergio Marchionne… Pierluigi Bersani…” Poi smette. “Si sono cagati addosso come al solito, no?”
Tiny Tim scrolla le spalle: “Dubito. Quanti anni è che facciamo le notifiche?”
“Più di centocinquanta.”
“Infatti. All’inizio funzionava, ricordi? I bastardi si rimettevano subito in riga, ma ormai è sempre più raro. E più grossi sono e peggio è. Poi gli italiani non ne parliamo. Sono i peggiori, con gli americani. Guarda qua…”
Il fantasma dei Natali futuri prende un calepino e comincia a sfogliare. “Ecco: Gianni Agnelli, Umberto Agnelli, Joseph P. Kennedy, John F. Kennedy, Aristotele Onassis… Tutti avvisati regolarmente. Ti pare che hanno fatto una piega? Macché! Abbiamo dovuto procedere, mettere in pratica l’avviso, passare dai sogni ai fatti. Questi ormai se ne fottono pure dei figli. Dio li maledica tutti!”
Il fantasma luminoso e rubizzo alza una mano: “Posso una domanda?”
“Dimmi pure.”
“Chi cacchio è Bersani?”

***

Stamattina alcuni uomini potenti si sono svegliati in una pozza di sudore. Brutti sogni, incubi orrendi hanno lasciato loro addosso un senso di incombente tragedia. Hanno sognato la morte dei loro figli, la fine del loro futuro. Per fortuna è solo un sogno, si dicono, mentre sbocconcellano la colazione sovrappensiero.
Scrollano le spalle. Prima delle otto del mattino quella brutta sensazione è già lontana e loro possono dedicarsi alle consuete faccende, nelle consuete maniere.

Tiptoe Through the Tulips

by kaizenj

Ho ho ho. È Natale e siamo tutti più disperati. Ma non buttatevi giù di morale, babbo Kai Zen ha in serbo per voi una sorpesa. Il 24 mattina, in punta di piedi tra i tulipani, il buon vecchio kami vestito di rosso vi porterà un regalo. Stay tuned, anzi Turn on, Tune inDrop out… e sul vostro scudo book bloc quotidiano scrivete pure “A Christmas Carol” Ho ho ho.

WANTED!

by kaizenb

Quel simpaticone di George W. Bush durante la seconda guerra del golfo aveva assegnato ad ogni membro del governo di Saddam Hussein,  l’acerrimo nemico, una carta da gioco attribuendole a seconda dell’importanza del ruolo svolto e seguendo più o meno le regole del Poker. Ovviamente l’asso di picche era toccato a Saddam, il Re ad Alì il Chimico e così via. La trovo un’idea orrida, ovviamente, e quindi vorrei usare lo stesso criterio per un mio elenco personale, quello di alcuni ricercati responsabili di gravi crimini, che girano liberi e belli per il mondo. Quando parlo di ricercati non mi riferisco né a mafiosi tipo Matteo Messina Denaro, né a terroristi o presunti tali tipo Bin Laden e soci. Il mio è, come dicevo, un elenco personalissimo di ricercati, per lo più persone che in pochi ricordano anche se il crimine da loro commesso il più delle volte ha sconvolto la vita di intere famiglie e città. E poi non vorrei usare le carte da gioco come identificativo della loro rilevanza in negativo, io a carte so giocare poco e male, ma preferisco fare riferimento alle figurine, quelle dei Calciatori della Panini per la precisione, vi ricordate?

E allora seguendo questo criterio, direi che il personaggio ritratto nella foto qui a lato potrebbe essere un Michel Platini della Juventus, stagione 1984-85, un pezzo importante della collezione insomma. In realtà si tratta di Warren Anderson colui che nel 1984 era il CEO (Chief Executive Officier) cioè l’amministratore delegato della Union Carbide di Bhopal (India). Ma perché Anderson ad oggi è ancora un ricercato, un latitante per la giustizia indiana? Per rispondere bisogna partire proprio da quel 1984. Poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre di quelll’anno 40 tonnellate di isocianato di metile(MIC) fuoriuscirono dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL), consociata della multinazionale americana Union Carbide specializzata nella produzione di pesticidi. La nube formatasi in seguito al rilascio di isocianato di metile uccise in poco tempo 2.259 persone e avvelenò decine di migliaia di altre. Il governo del Madhya Pradesh ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all’evento, ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime. Il danno fu così grave e permanente che si ritiene che i prodotti chimici rilasciati nell’aria nell’84′ siano ancora presenti nel complesso, che ora è abbandonato, e in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l’area circostante. Comunque in seguito alla tragedia nel settembre 1986 il Governo indiano iniziò una causa contro la Union Carbide nel foro di Bhopal e di conseguenza le corti americane non ammisero nessuna delle cause anteriormente promosse, in base al principio del forum non conveniens, cioè della loro incompetenza di giurisdizione, e ponendo come unica condizione che la Union Carbide si sottomettesse alla giurisdizione delle corti indiane, le decisioni furono confermate in appello. Nel novembre 1987, indipendentemente dal giudizio civile, il Central Bureau of Investigation indiano rinviò a giudizio la: Union Carbide, la Union Carbide Eastern Inc., la Union Carbide India Limited, Warren Anderson e otto manager indiani della Union Carbide India Limited con l’accusa di omicidio colposo e lesioni gravi, per aver provocato morti e danni permanenti attraverso l’esercizio irresponsabile di attività e di tecnologie altamente pericolose. Warren Anderson, pensò bene di ritirarsi in pensione nel 1986, ma il 1 febbraio 1992 fu dichiarato contumace dalla Magistratura Indiana di Bhopal, in quanto, come imputato, non si presentò mai davanti alla corte che lo accusò di omicidio. La richiesta di arresto fu inviata al Governatore dell’India e venne inoltrata una richiesta di estradizione dagli Stati Uniti. Tuttavia la domanda di estradizione non si materializzò mai. Molti attivisti affermarono che il governo indiano esitò a formalizzare l’estradizione per paura dei contraccolpi che i maggiori investitori stranieri avrebbero potuto provocare sull’economia indiana, in seguito alla sua liberalizzazione. Vi fu inoltre un apparente disinteresse da parte del Governo Statunitense nel perseguire il caso, disinteresse che facilitò Anderson nel sottrarsi alla giustizia indiana. Attualmente Anderson è ancora latitante a seguito di una sentenza da parte della corte di Bhopal che in base alle prove dovrebbe condannarlo ad almeno 10 anni di carcere. Lui invece vive tranquillo e beato con la mogliettina in America, come hanno testimoniato diversi giornalisti, statunitensi e non, che hanno provato più volte con telecamere al seguito, a contattarlo al suo domicilio. Si è sempre fatto negare, oppure con un gesto di disappunto invitava i giornalisti ad andarsene, rimanendo in penombra dietro l’enorme vetrata della sua villa immersa in un parco, dove probabilmente ora si starà godendo l’immeritata pensione…

Next week, after Christmas, un nuovo Wanted…

FONTI: WIKIPEDIA

L’Italia degli Scilipoti

by kaizeng

L’ITALIA DEGLI SCILIPOTI
Caro Guglielmo, ho come l’impressione che ormai, più che lo sfruculiamento personale, a determinare il contenuto di queste righe sia il susseguirsi degli eventi. E gli eventi di questi giorni non possono che avere un nome ed un cognome: Mimmo Scilipoti, da Barcellona Pozzo di Gotto. Che dopo l’ardita e sprezzante operazione di salvataggio del culo di Berlusconi, esigo sia posto a capo di un governo tecnico. Certo, la battaglia per la scelta dell’argomento è stata cruenta, e Scilipoti l’ha davvero spuntata solo di un pelo sull’altro tema caldo della settimana: l’elevatissimo coefficiente di milfitudine di Catia Polidori. Due storie parallele, la sua e quella di Scilipoti. Due signori nessuno che hanno tenuto per le palle i destini di una nazione, decidendone le sorti e cambiando, chissà, il corso della storia. E però, onestamente, di Catia Polidori non avrei saputo cosa dire, oltre alle turbe ormonali che ha sviluppato agli ignari che se la sono vista apparire davanti su google, presi dalla curiosità di conoscere chi cazzo fosse “il deputato Polidori” al quale la maggioranza dopo il voto ha tributato una standing ovation che nemmeno ‘i Testi Fracidi a Zampagna quando segnò al Milan a domicilio. E quindi voto per l’altro, l’omino agopunturista salvatore della patria che ha sodomizzato con rara brutalità le aspettative di chi avrebbe voluto riportare l’Italia sui binari della normalità. Scilipoti for president.
Alessio Caspanello

Caro Alessio, la scelta dell’argomento in effetti in questi giorni era obbligata. Del resto il buon Scilipoti ha proprio il physique du role per attirare l’attenzione su di sé. Bello, alto, fascinoso e sempre pronto a battersi per una buona causa. A differenza di molti commentatori malevoli degli ultimi tempi, non cederò alla tentazione di fare illazioni sui reali motivi per i quali Scilipoti ha cambiato idea sul voto di fiducia, al solo scopo di metterlo in cattiva luce. Anche perché non ne vedo alcun bisogno. Diamogli credito, invece, non pensiamo che si sia venduto il voto per farsi pagare i debiti o le rate del mutuo, confidiamo piuttosto nella sua parola: ha sostenuto il governo perché Di Pietro lo ha deluso, non lo ha chiamato, non si è filato nemmeno di striscio la sua brillante proposta di legge sull’agopuntura. Quest’uomo, a quanto dice, ha deciso di mutare il destino economico, politico e sociale del paese – per un breve assurdo ma decisivo istante nelle sue manine – perché il leader del suo partito non ha sostenuto la diffusione dell’agopuntura. Lo ha detto lui, e non se ne vergogna nemmeno. Uno a questo punto potrebbe pensare: ma che cos’ha in testa un tizio del genere? La prima risposta che mi viene è che ha in testa l’unica idea di politica che sembra valere qualcosa ultimamente: la politica dei fatti propri, degli interessi privati che, per quanto futili rispetto all’interesse pubblico, vengono puntualmente anteposti a quest’ultimo dagli scellerati che abbiamo votato. Non mi votano la mia leggina? E io non gli garantisco l’appoggio alla mozione di sfiducia al governo, tié. Sembra uno sketch di Cetto Laqualunque, il politico naif criminale interpretato da Antonio Albanese a cui peraltro Scilipoti a mio parere somiglia. E visto che di sketch si tratta, ridiamo, caro Alessio, ridiamo. Amaro.
Guglielmo Pispisa

di Alessio Caspanello – Guglielmo Pispisa

qui gli articoli precedenti.

Storia Continua – 2° parte

by kai zen a

Dopo la prima parte del kai zen pensiero sulla scrittura a più mani su Storia Continua, ecco il proseguo:

 http://www.storiacontinua.com/corsi-di-scrittura/la-distruzione-del-mito-dellautore-nella-scrittura-collettiva-seconda-parte/

L’approccio ludico al mestiere di scrivere che si riscontra negli autori collettivi – spiega Kaizeng nel suo intervento al convegno MOD 2009 su “Autori, lettori e mercato nella modernità letteraria” – non incide solo sull’organizzazione del lavoro, ma si riflette nella disponibilità a mettere in gioco il proprio ruolo di scrittore in un confronto continuo fra componenti del collettivo e soggetti esterni a esso (lettori, altri scrittori, critici).

Una disponibilità che probabilmente deriva dalla stessa consuetudine all’utilizzo della rete informatica come strumento di espressione. Uno strumento, la Rete, che per sua stessa natura comporta una costante verifica e messa in discussione di ogni dato che vi viene introdotto, perché nulla e nessuno, in rete, può sottrarsi a un dibattito potenzialmente infinito.

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Ciò comporta un esorcismo dell’autore rispetto al suo ruolo, che viene inteso non più con la sacralità e l’inviolabilità che lo hanno troppo spesso sclerotizzato. L’autore, al contrario, accetta di nuovo la responsabilità di fornire una propria lettura del mondo e recupera così un ruolo centrale nella sua stessa comunità: raccontare per stimolare il cervello di chi ascolta.

Nell’epoca della cultura partecipativa e del cosiddetto web 2.0, si ricorre al racconto come strategia di resistenza intellettuale, un rito di aggregazione da cui possano germinare riflessione e consapevolezza. Un’idea di narrativa che è alla base del progetto originale di Luther Blissett. Una rivoluzione che usa le storie, la capacità di trasmetterle attraverso canali inusuali e di costruirle mescolando realtà e invenzione, per elaborare una nuova mitopoiesi e determinare un cambio di atteggiamento nei destinatari della comunicazione.

Un costante invito a rifiutare la passività imposta da un sistema informativo e di intrattenimento unidirezionale attraverso il ribaltamento dei ruoli: “L’unica alternativa per non subire una storia è raccontare mille storie alternative”.

Simili operazioni sono possibili grazie alle licenze sul diritto d’autore di cui gli autori collettivi di solito si avvalgono, le cosiddette licenze creative commons. Un aggiornamento del vetusto diritto d’autore, che elimina le limitazioni alla copia e diffusione dell’opera originale, moltiplicandone le occasioni di conoscibilità e di germinazione, dalla stessa, di opere collaterali.

Delta Blues su Booksblog

by kai zen a

Recensione di Giammarco Raponi, che ringraziamo.

http://www.booksblog.it/post/7066/delta-blues-di-kai-zen

È ormai innegabile che a raccontare la realtà, a mio modo di vedere, è senza dubbio la narrativa di genere, sia giallo, noir o thriller. Si aggiunga a questa banale osservazione un certo impegno a raccontare realtà specifiche legate a tematiche ambientali e si avrà la collana Verdenero di Edizioni Ambiente.

Delta blues dei Kai Zen, un folto e già ben noto collettivo di scrittura, è un ottimo risultato di questo connubio, un libro dalla scrittura asciutta, senza fronzoli, e dal ritmo incalzante: ci si ritrova all’ultima pagina senza quasi accorgersene. Perciò, veniamo all’aspetto più interessante: la trama.

Martin Klein viene informato del decesso del suo amico Søren Fresleven, morto di infarto, che è già nel pieno della sua operazione in Nigeria. Martin è sul punto di lasciare tutto e partire, quando viene rapito.

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Martin e Søren erano molto legati, sin dai tempi dell’università a Monaco, dove Martin si era iscritto alla facoltà di Filosofia dopo aver già preso una laurea in Geologia con tanto di dottorato e plauso accademico. Sposa la sorella di Søren, Karen, che morirà presto e dalla quale avrà una figlia, Nina.

Søren, nel frattempo, diventa parlamentare e membro della Bredbury Power System, una società che produce «celle e unità backup per vetture e centrali», e che insieme ad altre società «fa pressione sul dipartimento ambiente del Parlamento europeo, affinché si elabori al più presto un progetto strategico di rinnovamento degli enti pubblici che si occupano di energia».

L’incarico viene affidato a Martin Klein, che viene mandato dall’Ente, una multinazionale del petrolio, nel Delta del Nigeria «per verificare le applicazioni e le possibilità al progetto, in vista dell’imminente normativa comunitaria».

In altre parole, Martin dovrà verificare se ci sono le condizioni per una eventuale riconversione del sito alle energie pulite. Ma a chi converrebbe una soluzione del genere, in una zona del mondo – non l’unica, purtroppo – dove ogni cosa è sporca di petrolio?

Perché la verità, che ormai dovrebbe essere assodata, è che il petrolio sporca, inquina, crea dolore, guerre e devastazioni. Purtroppo, però, a dissetarsi alla sua fonte sono in tanti: dalle multinazionali ai trafficanti di armi alle bande di criminali che scorazzano per il fiume Niger.

Ma riesce a sporcare anche le coscienze? No, se in cima alla scala di valori ci sono i soldi.

Toccherà a Ivo Andriç «un lavoratore con la maiuscola», paradossalmente assoldato dallo stesso Ente, mettersi sulle tracce di Martin, scoprire come stanno davvero le cose e a raccontarci questa terribile storia.

Delta blues
Kai Zen
pag. 272
euro 16,00

Storia Continua

by kai zen a

Una bella cosa che ci riguarda è apparsa in rete in questi giorni, pubblicata a puntate. La segnaliamo qui sotto, e ringraziamo Scrid di www.storiacontinua.com

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1° puntata – http://www.storiacontinua.com/autori/parte-il-laboratorio-kai-zen/

Sono davvero entusiasta di potervi riproporre un nuovo ciclo di lezioni sui generi letterari nati dal Web, partendo proprio dalla storia del collettivo Kai Zen. Loro ci hanno iniziato alla scrittura collettiva e, quindi, a loro spettava questo primato.

Per chi non fosse ancora molto ferrato sull’argomento, non si preoccupi, nelle prossime settimane i Kai Zen ci illumineranno anche su cos’è e come è possibile realizzare un’opera collettiva. Oggi, tanto per spezzare un po’ il ghiaccio, si sono limitati a ripercorrere le tappe della loro carriera. Ecco come nasce un collettivo di scrittura:

kai Zen nasce il giorno della presentazione del suo primo libro. Bizzarro ma vero. Nel lontano 2003 un sito locale emiliano in collaborazione con Wu Ming ha lanciato in rete un romanzo da costruire insieme, online. Hanno fornito un incipit e dato libero sfogo agli internauti, scegliendo poi i capitoli che man mano avrebbero proseguito la storia, tra quelli arrivati.

Tre dei kai zen parteciparono all’iniziativa, non conoscendosi, ognuno da casa propria. L’esperimento fu ben riuscito, e una piccola casa editrice di Imola, la Bacchilega, decise di pubblicare il racconto. Ne è uscito ‘Ti chiamerò Russell‘, romanzo che ci ha permesso di conoscerci di persona, durante la sua presentazione alla biblioteca di Imola nel 2003.

Ci siamo piaciuti e ci siamo scambiati l’indirizzo email. Poi da casa abbiamo cominciato a bombardarci di idee, progetti, proposte. Tra queste, una ci ha colpito molto: quella che poi diventerà ‘La strategia dell’ariete‘, il nostro primo romanzo. E abbiamo cominciato a lavorarci. Poi ci siamo incontrati una prima volta a Bologna, eravamo in 4, abbiamo discusso per bene del romanzo che stavamo scrivendo, e lì è nato in concreto il progetto kai zen. Ci sono voluti un paio di annetti per conoscerci e carburare bene. Poi sono arrivate le pubblicazioni e il resto.

In sostanza, siamo 4 persone diverse, con immaginari, stili di vita e gusti diversi, con attitudini differenti che siamo riusciti, negli anni, ad amalgamare bene. Il primo passo è stata la fiducia reciproca, e l’amicizia. Senza questi due elementi non avremmo potuto mai condividere dei progetti. E piano piano è arrivata la consapevolezza che, forse, dato che uno era bravo con la creatività, uno con la concretezza, uno con la raffinatezza del linguaggio ecc. potevamo davvero funzionare come una band, e in più influenzarci a vicenda, migliorandoci . Potevamo mettere a disposizione del gruppo le nostre individualità. Condividere un progetto, così come 4 colleghi che hanno casa, famiglia e vita privata, condividono una piccola società in un settore lavorativo. Noi lo abbiamo fatto con la scrittura.

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Ci sono due ‘dipartimenti’ all’interno di kai zen. Uno è quello della formazione a 4 ‘fissa’, noi 4, quelli che pubblicano romanzi a nome ‘Kai Zen’. L’altro è quello più sperimentale dei Romanzi Totali, delle iniziative online aperte a tutti, sull’esperienza di ‘Ti chiamerò Russell’, che noi negli anni abbiamo affinato e migliorato, arrivando alla pubblicazione cartacea di altri due romanzi ‘collettivi’: ‘La Potenza di Eymerich’ e ‘Spauracchi‘, nei quali la comunità di navigatori che ci ha seguito nell’iniziativa si è vista pubblicare i loro capitoli e – in alcuni casi – ha formato a sua volta gruppi di scrittura collettiva.

Come vedete, il virus virtuale è contagioso.

2° puntata – http://www.storiacontinua.com/corsi-di-scrittura/la-distruzione-del-mito-dellautore-nella-scrittura-collettiva-prima-parte/

Prosegue il Laboratorio Kai Zen con due articoli sul ruolo dell’autore, su come si sia rinnovato grazie all’avvento di una scrittura collettiva moderna, agevolata nello scambio e nella diffusione dai nuovi mezzi di comunicazione.

Ci hanno sempre insegnato che lo scrittore è una sorta di penna divina, da lasciare in pace per far sì che trovi il flusso magico di ispirazione, seduto da solo là sul cucuzzolo del monte della Sapienza.

Ci hanno sempre detto che ci sono autori immensi, dal talento infinito, costante e inarrivabile. Che questi autori producono libri di 500 pagine ogni anno, massimo due. Possiamo anche crederci, se ci fa comodo, ma in realtà la scrittura non è mai un processo puramente individuale.

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Ci sono editor, collaboratori, confidenti. Anche chi eventualmente scrive da solo ogni tanto scende a prendersi una birra, conosce gente, si confronta. Poi torna alla sua scrivania con una nuova idea, una nuova ispirazione. Questa è già scrittura collettiva, ovviamente in stato embrionale.

Il punto è che una buona idea difficilmente arriva diretta da un singolo pensiero individuale. Molto più spesso è un’amalgama di punti di vista, un mix di immaginari, ispirazioni, trovate. Anche nella scrittura è così, per noi Kai Zen.

Le idee che condividiamo sono spesso e volentieri migliori delle possibili idee individuali che potremmo avere. La scrittura collettiva è una forma di scrittura che allarga al mondo letterario gli stessi approcci della troupe cinematografica e della band rock. Kai Zen è come una band. Funziona come una band.

Tra l’altro, così facendo, la scrittura non solo è più ‘divertente’, ma si avvicina molto di più alle possibilità di ciascuno di noi e di voi internauti: più che concepire, pianificare e realizzare un romanzo tutto da soli, qui si tratta di discutere, condividere, suddividere i compiti tra un gruppo di persone. Altrimenti la figura dello scrittore rimane uno status inarrivabile per la maggior parte di noi, è un falso storico, come dicevamo sopra.

Invece, nella scrittura c’è bisogno di tante cose diverse, uno non se l’aspetterebbe neanche: idee, coerenza, fantastia, concretezza, descrizioni, dialoghi, personaggi, ambientazioni, ritmo, verosomiglianza, vocabolario, evocatività e via dicendo. Difficile che una persona possa essere tutto questo, se non si tratta di un grande della nostra epoca. Più facile che un gruppo di persone possieda qualità diverse e, se si mette a lavorare insieme, possa sfruttarle tutte al meglio.

L’amalgama costa fatica, ovvio. Non sempre riesce, altrettanto ovvio. Ma vale sempre la pena e – forse – è l’unica forma possibile, se non ci si sente già da soli grandi scrittori.

Segue la seconda parte l’intervento dei Kai Zen sulla scrittura collettiva.

***

A breve su www.storiacontinua.com le prossime puntate.

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