: kaizenology :

: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: novembre, 2010

Coccodrillo

by kaizenj

Voices from the Village. Day 0

by kaizenj

Un freddo cane e questi disgraziati di nuiorchesi vanno in giro in maglietta. Io mi adeguo. Poso le valigie in quel di Mosco St., un 35 mq se va bene, con scale ripidissime e avvisi condominiali in cinese. Ho quasi dodici ore di viaggio alle spalle, ma New York chiama, Simone ha avuto modo di riposare e lo trovo piuttosto fresco. Il tempo di infilarmi una t-shirt pulita e si fotta la stanchezza. Il mio socio è attrezzato di tutto punto, io non so bene come e perché ma reggo senza cappotto e senza piumino. Il jet lag è in agguato ma anche la città lo è. Appena usciamo ci imbattiamo in una troupe alle prese con un film cinese, la prima di una lunga serie di troupe che fanno parte del paesaggio, strisciamo lungo i muri di Mosco e ci infiliamo su Lafayette. Non è la mia prima volta nella metropoli e Manhattan è semplice da girare, guido il mio compagno di viaggio attraverso Soho, attraversiamo in diagonale il Village, all’altezza di Washigton Square Park voltiamo e passando sotto il tendone a pianoforte del Blue Note arriviamo sulla sesta. Dovrebbero essere le dieci o le undici di sera, per noi è notte fonda. Passeggiamo fino a Chelsea per arrivare sulla quinta. C’era un ottimo pub che serviva certe bistecche… non c’è più. Allora via di nuovo verso il Village. Passiamo davanti a Washington Mews e alla casa di Martyn Mistére, sotto l’arco di trionfo, davanti alla statua di Garibaldi, facciamo lo slalom tra junkie e dealer… C’era un ottimo sushi vicino al Caffé Reggio, quello di Serpico, in MacDougal St (l’altra volta abitavo qui) e c’è ancora per Dio. Se mangi cinquanta rolls in venti minuti sono gratis. Vista l’ora rinunciamo e ci diamo alla birra, al sushi di anguilla, a quello di pinne gialle piccante e di tonno crunchy and spicy. Scopriamo subito che quello sarà il cibo per il resto del viaggio, piace a entrambi, non ci stufa mai e difficilmente fa schifo. Ricordo ancora con terrore un ristorante texano nel east village, tanto che quando ci sono ripassato davanti l’ho fotografato a memento. Usciamo dal ristorantino abbastanza storditi dall’alcol e dalla stanchezza. Comincio a sentire il freddo. Riattraversiamo Soho, poi a ritroso Canal St, svoltiamo per il baraccone di Little Italy e siamo pronti a morire a letto. Domani è il giorno uno. E il giorno uno inzia con il taijiquan.

Il punteruolo magico

by kai zen a

Dunque decisi di passare all’azione.

Ispirato dai rigidi dettami della Dittatura del Traffico Civile e spinto dalla rabbia per i continui sfottò degli amici stranieri del Club del Bestione (in Italia l’inciviltà per strada pare sia ai massimi livelli planetari- roba che in Bosnia o in Brasile a confronto ci sono solo bravi studentelli al volante), cominciai a uscire in missione due o tre ore per notte, un paio di volte alla settimana. Per provare il brivido dell’operatività. Giubbotto scuro ben imbottito, cappuccio della felpa a coprire il cranio, passo deciso e punteruolo ben stretto in mano. Passeggiavo silenzioso e sereno per le vie della città dormiente, a tratti addirittura fischiettando. Contento perchè stavo finalmente facendo qualcosa.

Macchina parcheggiata sul marciapiede che impedisce il passaggio ai pedoni? Vai di riga generosa su tutta la fiancata. ‘Da freccia a freccia’ mi piaceva sussurrare. E intendevo per il lungo. E – giusto per essere chiaro – con un punteruolo una ‘riga’ non è un innocente striscia di alone sulla carrozzeria, o un’abrasione minima: il punteruolo mio fidato è una vera potenza, ammiratelo nella foto qui sopra. Non è sexy? Dopo che passa lui, potete quasi infilare il mignolo dentro il solco. Dio che goduria…

Suv in sosta sulle strisce? Bmw che per starci lacera i sacchi della monnezza lasciati in strada da poveracci sottopagati per il ritiro della mattina presto, rendendo quindi la via un vero porcile? Macchinoni del cazzo da pappone evasore fiscale parcheggiati nei posti biciclette, o in quelli scooter? Tutti miei clienti :) Così, giusto per farli incazzare come bestie, alla mattina quando lo scoprivano. Colpire la loro ostentazione. Parlare la loro stessa lingua. Ma non operavo certo a senso unico: utilitaria da fichetto squattrinato sul passo carrabile? Vai di punteruolo di striscio. Gloriosa Fiat di vent’anni lasciata a sostare un pò da paraculo? Un faro rotto. Fratello, mi spiace, ma la legge è legge. Anzi, CRASH!, facciamo due fari.

E via così. Uscivo alle 2:00 e tornavo prima delle 5:00. Stavo BENE. Mi riaddormentavo come un bambino, una volta deposto il punteruolo magico nel cassetto dei calzini e delle mutande. Non mi sentivo neanche troppo stanco, il giorno dopo. Ero invece raggiante. Consegnavo casse di carciofi ai mercati comunali con un sorriso come se fossi il valutatore di prototipi di lingerie femminile indossati a tu per tu da talenti del settore, in piccoli stanzini, con tatto e olfatto permessi, anzi fortemente richiesti dalla direzione. Mi sentivo Charles Bronson, ma meno fascio. Clint Eastwood, ma meno figo. In verità ero una figura eroica nuova, moderna, molto urbana e molto italiana.

Il Punteruolo dei Giusti, per un traffico civile. Un domani gli affari fossero andati bene, avrei forse fondato un partito. O magari, no, una fondazione, che oggi sembra funzionare meglio: in pratica, la stessa fottuta cosa del partito, ma con un nome diverso. Dopo le prime uscite notturne, e le pere di adrenalina conseguenti (la mia signorina era alle stelle, un giorno il vicino mi ha chiesto: ma ieri sera a mezzanotte e mezzo stavate ascoltando la Traviata? :) ), cominciai a sofisticare il lavoro, prendendo appunti di giorno, segnalazioni per gli interventi da fare. Cominciai piano piano a insediarmi alla cattedra del Giudice Supremo, e per gli imputati l’unico appello possibile era quello del carrozziere: l’elenco delle parti distrutte da sostituire. L’idea era che, esborso dopo esborso, i cari amici automobilisti strafottenti avrebbero capito. E anche se la cosa avesse attirato l’attenzione di media e forze dell’ordine – cosa prima o poi inevitabile – non avrei smesso di operare. Avrei ridotto i rischi, certo, ma avrei continuato a ripulire le strade. E magari avrei mandato dei messaggi anonimi ai giornali o alle tv. Qualcosa di dirompente. Un nuovo fronte civile, non politico, non ideologico, non terroristico, ma pratico, reale, concreto. Una figata pazzesca, continuavo a ripetermi. Avrei avuto donne a bizzeffe, fama, popolarità e probabilmente anche un blog con dei banner da alcune centinaia di migliaia di Euro… mica cazzi…

“Ehi bello, alza quel culo dalla branda. Dobbiamo partire per la Slovacchia. Manca birra economica di quelle parti a mezza Umbria, e sai che a Perugia i festini universitari a base di alcol vanno alla grande… dobbiamo sbrigarci.” Milos non era esattamente la miglior visione possibile, appena sveglio. E nemmeno la miglior odorante. Ma c’era lui nel camion di fianco al mio a schiacciare un pisolo, nell’area di sosta.

Avevo sognato tutto? Raid notturni, punizioni, gloria mediatica? Misi subito la mano sotto il sedile, per verificare. Il punteruolo magico era lì. Lo afferrai; non contento, lo esaminai da vicino. Nuovo? Già utilizzato? Il responso non lasciava dubbi: scaglie di vernici dei colori più svariati attaccate alla punta. Allora era vero. Allora ero un eroe, e avevo una missione. L’Italia come la Svizzera e Montecarlo, per le strade: pulizia, ordine, rispetto delle regole, centralità del pedone. E – proprio come gli svizzeri e i monegaschi qui da noi - esenzione e possibilità di comportarsi da stronzi quando si è a casa loro.

Beh, cosa volete? Mi sembra il minimo.

Piccolo mondo antico

by kaizenj

Listening to Richard Brautigan

Stare in America non mi fa bene. Non mi fa bene perché distorce la prospettiva che ho del mondo, o meglio del piccolo mondo antico, e mentre tengo conferenze nelle università più prestigiose del mondo (lo so suona sborone ma è così) in Italia le migliori menti del panorama critico letterario fanno il loro sporco lavoro, pagati, coccolati e riveriti. Sapete che c’è? Andate a battere la merda.

C’è un giornale che sbava come un cane tenuto alla catena dal padrone, a cui non piace tanto quell’altro padrone là, ma il suo magazine non è molto diverso da quelli dell’altro padrone là… Ora, e sarò sincero, non me ne frega nulla di cosa si scrive e si dice di Kai Zen, nel bene e nel male. Noi facciamo la nostra cosa e in questo caso dobbiamo restare in ombra, ma se nella stessa pagina in cui si parla di Delta Blues, si parla anche dei lavori di due scrittori di calibro, di quello di un saggista bizzarro ma eccezionale e di quello di un economista serio, un fil rouge deve esserci e quel fil rouge è che nessuno di loro ha molto spazio, sono tutti confinati in un piccolo box perché nell’articolo principale c’è il Libro. Il Libro? Sì il Libro, il Libro che spiega il razzismo ai ragazzi raccontando la favola di un calciatore.

Non metto in discussione la bravura e la professionalità dell’autore, non leggo la gazzetta dello sport e non leggo libri per ragazzi, o per lo meno non li frequento troppo (di solito mi basta Neil Gaiman, e a volte mi avanza pure), né tantomeno discuto dell’importanza di parlare – attraverso una passione come il calcio – di razzismo ai ragazzi… anche se credo non serva a nulla. È che mi sembra solo l’ennesima proposta politicamente corretta costruita ad hoc. Insomma buone intenzioni, glamour e una discreta operazione commerciale.

Ma perché non si dedicano, con sincerità, pagine solo a questo allora? Tanto ormai le pagine che si occupano di letteratura e saggistica si stanno trasformando in cronaca bianca, in una rubrica nella rubrica costume e società. Giochiamo pure al ribasso, ma con onestà per cortesia.

E noi con il nostro romanzetto d’appendice, dobbiamo solo essere felici di stare lì tra cotanti nomi, sulle prestigiosissime pagine del magazine più radical (chic) del piccolo mondo antico. Felici, contenti e muti. Come scriveva il mio socio in uno scambio di mail: festeggiamo festeggiamo, balliamo come i pazzi senza domani su questo fottuto Titanic.

Ma voi intanto, voi andate a battere la merda.

VI RACCONTO UNA STORIA 3

by kaizenb

E siamo arrivati al 1933. Martedì 31 Gennaio titola La Stampa: Hitler al potere in Germania” e poi sotto di seguito “L’inizio di una nuova Era in Germania – - La rapida composizione del Governo nazionalsocialsita e il primo Consiglio dei Ministri – - La prossima convocazione del Reichstag – - O voto di fiducia o scioglimento – - Le squadre d’assalto nazionalsocialiste sfilano dinanzi ad Hindenburg e a Hitler fra grandi manifestazioni” . E poi ancora in grande a centro pagina un titolo eloquente : ” La grande giornata”. Poi il giornale si dedica alla narrazione delle ultime ore frenetiche passate da Von Papen, l’ex cancelliere del disciolto governo tedesco, l’ultimo della repubblica di Weimar, incaricato di cercare una soluzione alla crisi del proprio esecutivo. Crisi risolta brillantemente in meno di ventiquattro ore, secondo il quotidiano, con l’incarico affidato a Hitler. Nelle parole del giornale c’è la solita enfatica sudditanza nei confronti del Potere, la stessa riscontrata nelle analisi precedenti (vedi vi racconto una storia 1 e 2 ), ma qui in più c’è la connivenza ideologica fra i due paesi, Italia e Germania, che di lì a poco (22 maggio 1939) si concretizzerà nella stipulazione  del patto d’acciao. Anche Il Popolo d’Italia partecipa compiaciuto alla nascita del primo cancellierato nazionalsocialista. Il quotidiano, fondato vent’anni prima dallo stesso Mussolini, titola a tutta pagina: “Adolfo Hitler assume il Governo in Germania con una coalizione di tutte le forze nazionaliste e degli ex combattenti”. Poi l’occhiello prosegue trionfante “La nostra Rivoluzione” e in riferimento all’evento in questione conclude così “…gli Italiani assistono, certamente compiaciuti, al diffondersi nel mondo delle idee fasciste e al crollo dei vecchi sistemi democratici, parlamentaristici e liberali. Oggi noi assistiamo ai primi grandiosi sviluppi internazionali della nostra Rivoluzione”; dove termini come “liberali” e “democratici” assumono una connotazione prettamente negativa. Manca poco meno di un decennio alla seconda guerra mondiale e con il senno di poi sembra facile oggi identificare nell’Italia e nella Germania il male assoluto da neutralizzare. Insomma, i maggiori quotidiani del nostro paese simpatizzavano già col regime nazista deplorando la democrazia e il liberalismo, due capisaldi della nostra società. Il problema però, è che anche paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti, prima ma anche dopo la seconda guerra mondiale,  non videro poi così negativamente l’avvento in Germania del nazionalsocialismo e del fascismo in Italia. Dopo la guerra (ma anche già durante gli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale)  sappiamo che sia Stati Uniti che Gran Bretagna salvarono centinaia di scienziati e agenti segreti nazisti per reclutarli poi fra le loro fila in chiave anticomunista. Prima del conflitto invece, la simpatia di inglesi e americani nei confronti dell’Italia e della Germania era dichiarata alla luce del sole: prima di tutto per motivi economici, come sempre, perché dopo secoli di conflitti nel vecchio continente finalmente venivano a crearsi stati con governi solidi e autoritari. La Germania in particolare aveva appena vissuto una crisi economica profonda a inizio secolo, crisi che aveva visto insediarsi e sciogliersi diversi governi con una inevitabile ricaduta sull’economia interna e di conseguenza anche sui commerci con l’estero. La crisi inoltre aveva dato il via ai progrom anti ebraici che raggiungeranno il loro apice nel 1938 con la tragica notte dei cristalli dove l’odio per la razza ebraica sfocerà in tutta la sua crudeltà. E  il razzismo non a caso, anche se rivolto in direzione diversa, era dilagante sia oltre oceano che al di là della manica e faceva senz’altro da collante, anche se a livello informale,  con i regimi fascista e nazista; e poi sappiamo che in molti territori degli Stati Uniti, nonostante la vittoria ottenuta il secolo precedente dagli antischiavisti nella guerra civile americana,  in molti territori, dicevo, le gente di colore veniva ghettizzata, brutalizzata e non aveva possibilità di accedere neppure ai più elementari servizi sanitari e sociali.  Gli inglesi dal canto loro erano un Impero coloniale e il trattamento riservato agli indiani, ai neozelandesi e agli altri abitanti delle colonie non era certo meglio di quello ricevuto dalla gente di colore in America. E a riprova di quanto gli americani fossero favorevoli all’avvento del nazionalsocilaismo in Germania, nella prima pagina de La Stampa, sempre del 31 Gennaio 1933, c’è un articolo a fondo pagina che analizza la reazione degli Stati Uniti alla notizia dell’elezione a cancelliere di Hitler: “L’ascesa vista con simpatia a Washington.” E poi di seguito. “Negli ambienti ufficiali l’ascesa di Hitler al potere in Germania è vista con simpatia. Pur non esprimendosi esplicitamente alcun giudizio, trattandosi di cose interne di quella Nazione, le maggiori autorità di governo, in via confidenziale e privata, esprimono il convincimento che la politica interna ed estera del nuovo Ministero sarà improntata a grande moderazione e si conviene che è bene che il partito hitleriano abbia potuto assumere infine le responsabilità di governo”. Da queste poche righe si deduce che la preoccupazione statunitense nei confronti del nascente stato nazionalsocilsta è ancora soltanto di carattere economico e forse anzi, fino al 1938 almeno, gli Stati Uniti resteranno più o meno favorevoli a un’Europa suddita del potere germanico. A far cambiare idea alla potenza americana non saranno tanto i metodi brutali riservati dai tedeschi ai prigionieri di guerra inglesi e francesi oppure il loro odio sterminatore verso polacchi, ebrei e  zingari,  culminato poi nel tentativo di portare a termine la cosidetta “soluzione finale” , ma a far entrare in guerra gli Stati Uniti e a decidere quindi l’esito del secondo conflitto mondiale,  sarà piuttosto la scelta di Hitler di mandare i propri U-boat nell’Atlantico a silurare le navi da carico statunitensi. I danni economici provocati dai sottomarini tedeschi saranno ingenti e alla fine l’America, che già da tempo veniva “stimolata” dalle potenze europee rimaste a combattere i nazisti ad intervenire nel conflitto al loro fianco, alla fine, dicevo, si deciderà ad entrare in guerra. Ma ormai per sei milioni di ebrei non ci sarà più nulla da fare.

La prossima settimana ci occuperemo delle prime pagine dei giornali usciti nei giorni seguenti la morte di Antonio Gramsci. Era il 27 Aprile 1937…


Psycho

by kai zen a

Per chi è a Milano stasera, ghiotta occasione per ammirare di nuovo un capolavoro ineguagliabile dell’horror e della suspence. Altro che le sciaquette dei giorni nostri… E guardatevi attorno: potreste avere per vicino di sedia un camionista (se sto limonando non interrompetemi, per cortesia. Gli autografi li firmo dopo, ok?)

——

Giovedì 25 Novembre Ore 20.00  Cinema Arcobaleno di Milano – Psycho

http://www.inmilano.com/eventi/psycho-cinema-arcobaleno

Il Ritorno Dopo 50 Anni Sul Grande Schermo In Digitale 2k  Di Un Capolavoro Della Storia Del Cinema  Interviene Massimo Zanichelli,  Autore Di Psyco E Pyscho, Le Mani Editore  Presenta Filippo Mazzarella, Direttore Artistico Del Legend Film Festival Firmato Nexo Digital.

Dopo il successo di oltre 50.000 spettatori per il ritorno sul grande schermo diRitorno al Futuro , continua l’appuntamento settimanale del Legend Film Festival con la direzione artistica di Filippo Mazzarella . Il Legend Film Festival è la mostra cinematografica itinerante e diffusa pensata da Nexo Digital come una manifestazione culturale capace di riportare sugli schermi cinematografici in digitale 2K i titoli che hanno fatto grande il cinema.

Giovedì 25 novembre, appuntamento con Psycho , capolavoro del 1960 firmato Alfred Hitchcock e approdato nelle sale italiane esattamente cinquant’anni fa, il 24 novembre 1960. A introdurre la visione Massimo Zanichelli che insegna da più di quindici anni storia e linguaggio del cinema e che ha appena dato alle stampe Pysco e Psycho , Le Mani Editore

40.000 dollari rubati. Una giovane in fuga. Un sinistro motel gestito da un giovane timido con l’hobby dell’imbalsamazione e una mamma ammalata invisibile ma invadente. Una doccia fatale. Già noto come maestro del giallo, nel 1960 Alfred Hitchcock decide di spingere la sua maestria ai confini dell’horror psicologico. Uno sdoppiamento di personalità da manuale (complesso di Edipo e sessuofobia inclusi), un brutale omicidio che getterà le basi per il cinema “slasher” del decennio successivo, atmosfere inquietanti alla Norman Rockwell, una colonna sonora (di Bernard Herrmann) che diventerà paradigma di ogni costruzione musicale di genere, uno scardinamento consapevole di tutte le convenzioni narrative (non si era mai visto morire il presunto protagonista di un film a 40 minuti dall’inizio): dopo “Psycho”, la storia del cinema non sarà più la stessa. E nemmeno quella di Anthony Perkins, straordinario e tormentato interprete di Norman Bates, che rimarrà imprigionato nel ruolo dello psicopatico violento per il resto della sua carriera. Gli oltre cinquanta stacchi di montaggio in due minuti della celeberrima sequenza della doccia sono entrati nell’olimpo della regia. E nelle scuole di cinema di tutto il mondo. Ultimo film del maestro girato in bianco e nero. Non fu una scelta dettata dall’atmosfera, ma dalla necessità di risparmiare: Hitchcock, anche produttore, temeva fosse un fiasco: ma per quanto snobbato dagli Oscar (Hitchcock non ne vinse mai uno), fu un immenso successo che dettò nuove leggi della suspense”  Filippo Mazzarella

Psycho

Usa 1960, 1h49’, b/n,

Diretto da Alfred Hitchcock.

Con Anthony Perkins, Janet Leigh, Vera Miles, John Gavin, Martin Balsam.

Scritto da Joseph Stefano. Dal romanzo omonimo di Robert Bloch.

Prodotto da Alfred Hitchcock.

E il Legend Film Festival del Cinema Arcobaleno continua con i seguenti appuntamenti:

GIOVEDÌ 25 / LUNEDÌ 29 NOVEMBRE 2010

ORARI: 15.00 – 17.30 – 20.00* – 22.30*

Lui è peggio di me

by kaizeng

Qui il pezzo di questa settimana e qui i precedenti.

I’m so bored with the EU

by kaizenj

Il termometro segna trenta gradi. Dovrebbe piovere, così dicono, e far abbassare la temperatura. Arrivare a Buenos Aires da Toronto è un bel salto.
Ho salutato ieri sera, davanti a una pinta di birra da 8 dollari canadesi, Simone Sarasso pronto a partire alla volta di Milano e poi a casa a Novara. Ho attraversato in diagonale le Americhe per ritrovarmi all’aeroporto di Santiago in attesa che ripulissero l’aereo. Baires al solito mi accoglie sorniona ma mostruosa. Alla controllo passaporti c’è una poliziotta giovanissima e carina, a New York c’era un asiatico bolso. Il tassista mi carica sulla sua renault scassata, accende la radio a volumi infernali: Kickstart my heart dei Mötley Crüe riempie l’abitacolo, a ricordarmi di nuovo dove sono ora. Ma cosa è successo prima? A New York, a New Haven, a Madison, a Wellesley, a Boston e a Toronto?
Tutto è cominciato tempo fa con una e-mail di Simone che suonava più o meno: senti fratello (lui parla così) ma se ce ne andassimo in America… Nel giro di qualche mese mi sono trovato in un albergo di Linate, ad aspettare il mio volo mattiniero per Dublino. Lì ho preso un 747 diretto al JFK.
Mentre il mio compagno di viaggio era già a Chinatown da qualche ora, io atterravo accolto dalle luci sfavillanti della Città. Shuttle a Jamaica Station, metro blu (era meglio se prendevo la marrone…) in attraversamento lento del Queens fino a Manhattan, fermata Canal Street. Un quarto d’ora matto e disperatissimo a piedi e al freddo fino a Mosco St. Da qui in poi potrebbe cominciare effettivamente la storia… Una storia di viaggio, di amicizia, di scoperta, di soddisfazioni estreme, di alcol, di camminate infinite, di libri, di riflessioni, di incontri straordinari, di risate, di cazzeggio, di sushi, sciroppo d’acero e amarezze.

Christian

by kai zen a

Una volta ho ammesso durante uno dei giovedì ‘Tanga tra i denti’ di noi amici camionisti – nell’intervallo tra un’esibizione e l’altra, whisky in mano e Fausto Papetti in sottofondo – che una delle mie perversioni più eccitanti è quella di ascoltare Radio Italia solo musica italiana per alcune ore di seguito, a volte addirittura giorni. Kristo, lo slavo con maglietta ‘Kill them all’ (la versione adulta del poppante con disegni a penna Bic sul braccio che abbiamo visto fare lo sbruffone in diretta nazionale dallo stadio Marassi, qualche settimana fa), non la smetteva più di ridere. Perchè? Chiedevo io. ‘Ma non sei mica un duro e puro anti-tutto, tu?’ Stronzate. Semmai sono un anti-niente, a parte i nazi. E poi che c’entra? Non è bellissimo calarsi per un attimo nella tradizionale attitudine melodica italiana? Si capisce tutto, lì. Si capisce ogni cosa della gente, dei modi di essere, di fare, di cos’è veramente italiano oggi. Funziona molto più di tante altre analisi sociologiche possibili - tipo sull’alimentazione o sul modo di vestire - ormai così globalizzate e superficiali. E poi cazzo, è troppo divertente! Sentire Biagio Antonacci che si crede il dio in terra e Ramazzotti starnazzare come un papero, godersi l’infantilità senza limiti di Max Pezzali, la profondità intellettuale de borgata di Tiziano Ferro, le melodie con le palle della Pausini… che figata :)

Ora qui però racconto di una mia perversione ancora più segreta. Ma sì, vada come vada: ormai voi internauti per me siete di casa. Non potrei nascondervi più nulla, per voi sono come un libro aperto. Ebbene, ho amato alla follia Christian. No, non il vostro vicino di appartamento e no, non in senso sentimentale e/o carnale. Parlo di musica, e parlo di Christian il cantante melodico italiano degli anni ’80. Quello della foto, ricordate? (A proposito, notare il maglione legato sulle spalle di truck driveriana memoria…) Il romanticone. Il belloccio. Lo sdolcinato. Il di bianco vestito. Lo Julio Iglesias italiano.

Non esiste acconciatura più riccia della sua, fossetta del mento più calcata, vestito più elegante e immacolato. Lui, l’unico e inimitabile. Il migliore. L’espressione più piena e riuscita del romanticismo estremo quale stile di vita. Romanticismo puro fine a se stesso, tra l’altro. Cioè, nemmeno riferito all’interlocutrice naturale: l’amata (o l’amato). Ma figurati… Romanticismo autoreferenziale. Smielare per smielare. Punto. Amore dunque immaginario, platonico, teorico. Che poi puntualmente in un rapporto normale cozza con lo sporcarsi le mani della routine di tutti i giorni, ovvio, e combina disastri. Alzi la mano chi non sa di cosa sto parlando.

Comunque, il buon Christian, o meglio Gaetano Cristiano Rossi, nasce in una famiglia umile palermitana e da piccolo spacca con il pallone tra i piedi. Un pò Maradona, un pò Cabrini si trasferisce poi al nord per seguire la famiglia ma la sua carriera calcistica si interrompe per un problema al cuore (forse troppo pieno di ammore?). E così comincia la carriera canora. Ora, la domanda sorge spontanea: ma i medici non potevano farsi i cazzi loro? Scherzo, naturalmente, tanto più che proprio in queste righe sto celebrando il mio amore incondizionato per quella melassa inascoltabile che è andato avanti ad incidere per decenni! E – attenzione – il ragazzo gira ancora oggi in tour per il mondo, e fa il pienone amici. E sapete perchè? Perchè l’Italia all’estero è soprattutto questo, e lo sarà sempre: sentimenti, melodramma, dolcezza, esagerazione, gesticolazione, pummarola in coppa e via dicendo. Al massimo, si sono aggiunti alla lista negli ultimi decenni camorra, prosciutto e melone, Armani e Berlusconi. Giusto per farvi rimpiangere la tradizione…

Dunque per favore smettetela, voi giovani moderni tutto design, musica elettronica e vestiti alla Lady Gaga. Non capite proprio un cazzo… fate i neomelodici, che avrete successo. Riempitevi la bocca di zucchero, cuore, ammore e stronzate simili. Mica dovete crederlo davvero! Ma che, scherziamo? Poi nel privato potete fare ammucchiate bisex o transex, come tutti gli altri, ma mi raccomando: sotto i riflettori solo microfono ben impugnato, sorriso paraculo, capello ingellato e tanto tanto tanto TANTO sentimento.

Più italiano di così…

VI RACCONTO UNA STORIA 2

by kaizenb

Titola IL SECOLO di mercoledì 17 Aprile 1912:

“Il più disastroso naufragio della storia – 1325 morti – Miliardari e notabilità fra le vittime – Drammatici particolari”

Così veniva data al mondo la notizia del naufragio del transatlantico Titanic da uno dei maggiori quotidiani italiani. L’inglese Daily News del giorno prima, invece, accanto ad una foto della nave immortalata in procinto di lasciare il porto di Southampton titola:

“Titanic goes down off cape race. – Wrecked by Collision with an Iceberg. – Terrible Loss Of Life. – Saloon Passengers Picked up from the Boats.”

Poi il quotidiano britannico suddivide in capitoli gli aspetti più importanti del disastro: il numero non ancora accertato dei superstiti, lo scenario raccapricciante che si trovarono dinanzi i marinai del Carpathian, la prima nave a soccorrere il Titanic, al momento del loro arrivo sul luogo del naufragio, che cos’è un iceberg e come si forma e via discorrendo. Ho trovato interessante il passaggio che narra di uno dei messaggi via telegrafo che inviò l’operatore di bordo (wireless operator) ai propri genitori poco prima dell’impatto della nave  con la montagna di ghiaccio galleggiante: “Making slowly for Halifax. Practically unsinkable; don’t worry”. Avete presente “le ultime parole famose” ? Beh, credo che in questa circostanza l’espressione cada a pennello, “stiamo rallentando nei pressi di Halifax. Siamo praticamente inaffondabili per cui non vi preoccupate” tradotto con un po’ di approssimazione e verrebbe quasi da sorridere se non fosse per l’immane tragedia che di lì a poco il povero telegrafista e le altre duemila persone circa ospiti del Titanic vedranno consumarsi davanti ai loro occhi. Per la cronaca il povero Smith, questo il nome del venticinquenne telegrafista che non doveva avere grosse doti di chiaroveggenza (si lo so non dovrei ironizzare su questa tragedia ma continua a materializzarsi nella mia mente la scena di lui che telegrafa a mamma  e papà “siamo inaffondabili tutto tranqui!” con l’ombra di un iceberg che gli cresce dietro le spalle) il povero Smith, dicevo,  sarà fra le 1523 vittime accertate del naufragio (il numero esatto non fu mai appurato perché la lista dei passeggeri si perse nelle profondità oceaniche). Fra le vittime saranno molti i nomi illustri dell’epoca, banchieri finanzieri e miliardari d’ogni paese. Il Secolo dedica un capitolo a parte alle “Vittime illustri” del transatlantico, non prima di aver assicurato i lettori con la notizia che “secondo le liste che pubblicano i giornali della sera… tutte le donne ed i fanciulli sarebbero salvi”. Fra gli “illustri scomparsi” il giornale indica con una particolare enfasi e partecipazione emotiva il colonnello John Jacob Astor di cui “si è trovato il corpo” ricordando che lo sfortunato era “nipote del celebre fondatore della dinastia degli Astor. Laureato in ingegneria, si era specializzato nella costruzione dei palaces Hotels. Combattè anche contro la Spagna a Cuba prendendo parte all’assedio di Santiago.” Poi l’elenco dei dispersi dal cognome altisonante continua specificando che “non si hanno notizie di William Thomas Stead…uno dei pubblicisti più noti in Inghilterra e negli Stati Uniti.” E poi ancora “numerose erano le persone eminenti della Finanza e della Banca che si trovavano a bordo” e qui il giornale inizia una sorta di “elenco prezzi”, abbastanza agghiacciante dal nostro punto di vista, accostando al nome di ogni milionario deceduto il valore del proprio patrimonio in dollari: “Isidoro Strauss con 250 milioni, Widener con 250, Guggenheim con 450 milioni, il colonnello Washington Roeblny con 121 milioni,  Shaer con 50 milioni e cioè un valore di due miliardi in sei persone”. Come già avevamo fatto notare la settimana scorsa, raccontando dell’assassinio di Re Umberto II, la visibilità mediatica delle lobby dei potentati era totale e lasciava poco spazio al “normale”, all’uomo di tutti i giorni. Ben inteso, niente di nuovo sotto il sole: è da quando la narrazione del presente è diventata notizia da diffondere su larga scala attraverso i media che l’uomo potente si ruba tutto lo spazio lasciando le briciole al popolo, ma in questo periodo particolare (fine 800′ inizi 900′) il ruolo dell’uomo di potere soprattutto sulla carta stampata sembra quasi istituzionalizzato. Alle volte pare che il giornale viva solo per raccontare del potere e di chi lo esercita. In fondo, se ci pensiamo bene, l’Italia come Stato era appena nata e aveva da poco raggiunto una seppur fragile indipendenza. E anche gli altri stati europei non se la passavano meglio, fra imperatori appena scomparsi che avevano lasciato imperi dai confini ancora incerti. Il senso di libertà e democrazia era già vivo nei popoli europei e anche in quello nordamericano ma molti passi ancora dovevano essere fatti.

La prossima settimana sfoglieremo i giornali del 31 Gennaio del 1933, quando Hitler prese il potere in Germania.

See you next week…

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