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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: settembre, 2010

Poetastri pagati dai pagliacci

by Kai Zen

Ve lo avevamo annunciato in modo sibillino ora ve lo diciamo a chiare lettere. Il 20 ottobre i tipi di VERDENERO daranno alle stampe la nostra personalissima visione delle cose su certe faccende nigeriane. Ogni riferimento a cose, persone ed enti statali è pura, purissima, coincidenza frutto della fantasia morbosa degli autori. Seguirà nei prossimi giorni il bollettino del Delta, frammenti di avvicinamento al romanzo / diario / opera teatrale /

La posta del sesso

by kai zen a

Non so per quale motivo specifico – oltre al fatto che io sia un gran pezzo di manzo – alcuni internauti appassionati di kaizenology mi scrivono missive elettroniche chiedendomi del più e del meno in ambito di sesso e porcate varie. Bene! Io rispondo volentieri. Tutta salute. E adesso vado a riportarvi, in forma anonima, ovvio (mica mi rovino possibili tresche per la faccia vostra :D ), alcune domande con relativa risposta del Truck Driver più maniaco sessuale che esista. Più di me soltanto le categorie dei pesi massimi nel settore: serial killer, politici dell’UDC e Presidenti degli Stati Uniti d’America.

…Come dite? Ah sì, certo, potete scrivermi dei vostri pruriti anche voi, qui: info@kaizenlab.it – ma mettete TRUCK DRIVER nell’oggetto, mi raccomando! Un paio di Kai Zen sono religiosi osservanti e si offendono con un niente, figuratevi con un email pieno di esplicite oscenità… e un altro paio sono soggetti pericolosi e anche un pò nerd (vedi post sulla Apple), vi possono tracciare il computer in un attimo e… RIIING, ve li trovate sull’uscio di casa con soprabito beige allacciato in vita, polpacci nudi, calzini e mocassini neri, finta enciclopedia da vendere e un sorriso ben poco rassicurante. E non sto scherzando.

Caro Truck Driver, tu che sei un porco maniaco e anche un pò stronzo, qual’è il posto più incredibile dove fare sesso? Grazie, tua Tittina.

Cara Tittina, non capisco se ti interessi saperlo per provare anche tu o per inserirlo al primo posto nella lista dei tabù (e quindi in automatico morire dalla voglia di provarlo comunque…). In ogni caso ho due suggerimenti da darti: il posto più incredibile è nei bagni dei musei. Non so, sarà la vibrazione artistica nell’etere, il silenzio quasi religioso, o forse il fatto che in media si tratta di cessi che ALTRO CHE LA MIGLIORE STANZA DI MOTEL! Ecco, l’unico imbarazzo è  – nel caso in cui della mostra corrente non ve ne freghi un cazzo – il chiedere subito al bancone d’ingresso, dopo aver pagato, dove sono i bagni, entrambi con ‘sta faccia allupata che si vede lontano un chilometro.. figuratevi alla ragazza che strappa gli ingressi! L’altro suggerimento è - a mio parere - il posto più figo in assoluto dove fare sesso: in autostrada, da dietro, appoggiati alla colonnina del SOS. Con i sederi rivolti verso i campi, per intendersi… capito? Ecco, è fantastico. Incredibile. Inimitabile. C’è l’eccitamento del rombo dei motori, il vento in faccia, gli spazi illimitati, e poi non ci sono imbarazzi: quelli in macchina vedono poco/niente, solo per un frangente due coniglietti in miniatura che si danno da fare alla grande- così imparano a sfrecciare come maledetti piloti di Formula 1… Quelli in camion vedono qualcosa in più (ehi, che volete? gli interessi corporativi prima di tutto… :) ) e – apoteosi per il sottoscritto – i vecchietti imbranati con vecchie Fiat 600, A112 e via dicendo si godono uno spettacolo da FA-VO-LA, e ritrovano d’improvviso il gusto per la vita. E il merito è vostro. Bravi. Ora voglio vedere tutte le colonnine SOS dell’A1 occupate, avanti…

Scemo del villaggio che ti credi chissà chi con ‘sti post idioti (sono uno che ha un iPhone… sono incazzato marcio), quante tipe ti sei fatto nella vita, sentiamo…

Fico! Con l’iPhone puoi filmare le tue porcate in qualità incredibile! Perchè non mi spedisci il file, dopo? Così ti dico cosa ne penso di un Apple freak in azione… :) e la risposta è più di cinque e meno di trenta. Diviso due. Al quadrato. Sotto radice.

Truck Driver, cosa preferisci nel sesso? TomJerry

Diciamo che non sono mai andato forte nello scritto… e nemmeno sussurro d’abitudine parole dolci in francese, accarezzando i capelli della mia partner. Dovrei farlo di più, forse. Alle donne piace. Lo so. Ma poi quando lo fai, d’improvviso vogliono turpiloquio e ceffoni sulle chiappe. Valle a capire…

Ciao, sono un ragazzo della provincia, giovane e con un certo appetito. Che ne dici del sesso di gruppo?

Brao :) ma bisogna andarci piano con ’sta roba, amico… una volta superate certe soglie è difficile tornare indietro con la testa, capisci cosa intendo? Spersonalizzare atti sessuali ha il suo fascino, senza dubbio, ma poi devi gestire il post (nel senso latino, non questo articolo di blog), tipo che quando sei da solo con la fidanza e tutto è perfetto, ma tu pensi a 13 corpi umani che si contorgono ululando, può essere un problema. E non sognarti di farti scappare ‘E adesso dove lo metto?’, altrimenti diventa DAVVERO un problema. E grosso. Ah, e ricorda: è documentato, l’ultima tappa imprescindibile di un viaggio esplorativo del sesso di gruppo è il richiamo del fringuello. Matura, matura e matura fino a quando non puoi più resistergli. E non fare finta di niente, è proprio quello che credi. Uomo avvisato…

Truck Driver, se mi masturbo tanto vuol dire che sono un nerd??

Ehm… VAI TRANQUILLO, non è così, te lo garantisco. Io ho un pc di merda, un telefonino dell’anteguerra e manco leggo i fumetti! :D

Wanted, but not welcome

by kai zen a

Bello.

Ci piace questa cosa promossa da Esterni e il Milano Film Festival. Riportiamo sotto. Guardatevi il filmato, ne vale la pena. E dite agli ottusi che si rifiutano di comportarsi in modo civile sull’argomento che a noi questa strategia italica non piace per niente… Quale strategia? Questa :)

***

Lo sanno tutti. Lo sanno in Vaticano, lo sanno i politici, gli industriali, giudici, commercianti e forze dell’ordine: l’immigrazione dai paesi poveri verso quelli ricchi è un fenomeno storico inarrestabile, almeno fino a quando continuerà lo sfruttamento e l’annichilimento del terzo mondo. Lo sanno tutti, tranne forse alcuni bambini del nord Italia.
Qualsiasi politica di respingimento, di segregazione, non solo è moralmente inaccettabile, ma è anche inutile. Le ricadute delle scelte del governo italiano nella vita (e nella morte) di tutti i giorni sono gravissime.
Se c’era bisogno di dimostrarlo i video selezionati da Gabriele Del Grande di Fortress Europe posson valere come ulteriore prova inconfutabile. Il filmato è stato presentato in collaborazione con NAGA e Milano Film Festival al terzo Immigration day lo scorso 14 settembre.
Sono immagini di viaggio. Girate da alcuni migranti con i loro telefonini mentre cercano di raggiungere l’Italia. Abbiamo parlato spesso di viaggi su questa colonnina, ma questo viaggio non lo abbiamo mai fatto, nè mai abbiamo mai voluto immaginarlo. Ci chiediamo ancora una volta: l’Italia è ancora un paese civile?


Don Kaisciotte e il suo fido scudiero Sancio Panzen

by Kai Zen

Accogliamo volentieri l’appello dei Mulini a Vento e diamo i nostri due cent di contributo con un contenuto extra rispetto a quello uscito su leggesulprezzodellibro

Lo sconto indiscriminato sui libri è un vantaggio immediato per il lettore ma sul lungo termine si rivelerà una catastrofe per i lettori. La legge in questione è un vero e proprio attentato agli editori e ai librai indipendenti, figure chiave della tanto decantata bibliodiversità che non ha nulla a che fare con l’eccessiva quantità di libri (ci riferiamo alle decine di migliaia di titoli che invadono gli scaffali di questo paese senza criterio) ma soprattutto con la qualità dei libri. Ci vuole coraggio a sperimentare, a sfidare le logiche del mercato, fare di una passione un mestiere e dare spazio a voci che altrimenti non ne avrebbero per questioni di marketing. La posta in gioco è alta. Cancellare il panorama “indie” significa andare in direzione di un’ottusa omologazione del prodotto libro, che anche se senza dubbio è una merce rimane una merce particolare il cui acquirente è altrettanto particolare, con delle esigenze che alle volte, se non spesso, sono in controtendenza rispetto ai dati di vendita. In un paese in cui la lettura è già qualcosa di pesantemente sottovalutato, il rischio è quello di appiattire un mercato, altrimenti ostinatamente e orgogliosamente vario, su standard culturali dettati solo dall’interesse economico. Come dire che nel giro di pochi anni sopravviveranno solo i romanzieri affermati, i comici televisivi, i vincitori dello Strega, i calciatori spiritosi e poi dopo qualche decennio potremmo trovare sugli scaffali di mediaworld e coop solo comici e calciatori in supersconto. Ma chi li comprerà? Il lettore occasionale che si spaparanza al sole e ridacchia beato al tormentone (che ha già sentito in tv) del comico di turno. Be’ di solito il lettore occasionale compra ben pochi libri, uno, due all’anno. Le lobby che sostengono e spingono per questa legge pensano davvero di poter mantenere i loro cari colossi editoriali, le loro catene e outlet del libro in questo modo? Davvero vogliono affidare i loro bilanci al lettore occasionale, vendendogli quei due libri in 365 giorni per una cifra con cui non ripagano nemmeno il tipografo? Non sarebbe meglio abbassare ancor più le tasse sui prodotti culturali? Incentivare e (ri)educare alla lettura (no, non intendiamo quelle ridicole campagne istituzionali che ogni tanto fanno capolino qua e là nei vari media), investire nell’educazione… Eh? che dite? Ah sì è vero c’è già una riforma in atto in questo senso… è vero scusate, avete ragione. Dimenticavamo poi che abbiamo anche un ministro della cultura poeta, un senatore bibliofilo, alcuni parlamentari scrittori, un premier editore ecc. ecc. Siamo in una botte di ferro insomma. Va be’ dài allegri allora… andiamo a comprare qualche libro su mediashopping.

***

… Ora che ci penso, il tizio che non vedevo da molto tempo e che mi ha chiesto di dargli conto della nostra pubblicazione con Mondadori stava uscendo da una libreria Feltrinelli, baldanzoso e fiero con il suo bel sacchetto rosso pieno di libri presi in sconto. Quel “E voi altri? Voialtri con Mondadori?” mi aveva semplicemente solleticato una sinapsi che ha aperto un cassetto apposito della mia memoria, un cassetto in cui conservo una serie di citazioni, frasi, aforismi per le occasioni mondane. Una vanteria, una sbruffonaggine o come si dice in quel di Bologna una sboronata che a seconda della capacità di cogliere l’’ironia dell’interlocutore suscita reazioni diverse alle volte uguali, alle volte contrarie, all’’intenzione da cui sono partite. Insomma c’è chi mi rende pan per focaccia, c’è chi mi da spago ecc. ecc.
Il tizio che non vedevo da tanto tempo non so che reazione abbia avuto e non mi interessa, se lo meritava un Corto Maltese tra i denti, non so nulla della sua reazione perché l’ho lasciato lì davanti alla libreria senza voltarmi a guardarlo.
Probabilmente mi ha mandato a fare in culo e al momento sta parlando malissimo di Kai Zen con tutti i suoi compagni di merende (di solito questi tizi che non vedo da tanto tempo non hanno molto altro da fare).
L’’idea che un “redentore” di tal fatta vada in giro a dar caccia alle chimere e a far la spesa in un supermercato del libro mi avvilisce, non troppo, giusto il giusto.
Sempre pronti a dar battaglia appena qualcuno indica la luna nel nome del dito. Eppure il satellite per eccellenza è lì sfavillante, pieno con la sua semplicità sferica. Il libro è un prodotto, attorno a esso gravitano interessi e passioni. C’è chi ha solo interessi e chi quasi solo passioni. Alle volte basterebbe davvero poco, invece che rompere le scatole a uno scrittore perché si decida a salvare il mondo, basterebbe comprare in una libreria indipendente.

Mela di moda

by kai zen a

Già vi sento ringhiare, maledetti Apple addict:)  Bè, mi dispiace ma avete sbagliato bersaglio, brutti cani bavosi. Non sono un nerd, grazie al cielo, e mai lo sarò. Non sono un geek, un hi tech perv, non sono del settore, non lavoro coi computer, non consumo tecnologia a cucchiaiate, anzi sto benissimo quando – raramente – posso isolarmi dal mondo per un paio di settimane senza utilizzo alcuno di internet o telefono.

Sono camionista, come ben sapete. A me serve solo una bella cabina autocarro, una lunga strada da percorrere, un highway restaurant per riempire la panza e un lap dance bar per ehm… Poco altro. Di certo non mi serve strafare e  stracomprare in campo tecnologico- sono un semplice fruitore di servizi informatici. Cioè, mi siedo al computer (fuori dall’orario di lavoro) solo per scrivere ‘ste schifezze, oppure navigare in internet. O scaricare musica. Mica molto di più…

Dunque sorrido a vedervi tutti quanti così agitati, o invasati fan di Steve Jobs folgorati sulla via di Cupertino. Agitati nel cercare di spiegare agli altri che no, non è come la pensiamo. Che la vostra non è una frivola mania, una moda,  saltare sul carro del figo di turno fin quando dura, che è invece tutto sotto controllo, che la supremazia dei prodotti con la mela è un dato di fatto, è politically correct, è cosa buona e giusta. Che con Apple il mondo è semplicemente diventato un posto migliore. E vai- un altro fottuto guru commerciale che diventa un re Mida… Ne avevamo davvero bisogno?

Ebbene sono sicuro che molti di noi sì, ne avevano bisogno di prodotti così belli, fighi, costosi, efficienti e all’avanguardia. Di vaste gamme, di versioni upgraded ogni due settimane. Io no. E mi festeggio da solo per questo brillante risultato. Mi batto il cinque da solo… mai provato? È piuttosto cool. Dunque lasciatemi in pace, per favore, Apple geek o come cazzo volete che vi si chiami. Ho quello che ho, a livello di tecnologia, ma non mi si è mai impallato nulla, non ho mai perso dati in modo tragico, non ho esigenze particolari, non ho e non voglio avere tempo per fare di più, avere di più, colorare meglio, vedere meglio, sentire meglio. Proprio, non me ne frega niente. Understand?

Sì, sì, dico anche a voi soci kai zen (ecco… inizia la guerra, io lo so :D ). Figuratevi, amici internauti: sono l’unico stronzo della band che gira ancora a pc e non a mela. Quante ne devo sentire! Guardate, fratelli di ensemble narrativo, in tutta onestà: so che i prodotti Apple sono i migliori. So che sono più user friendly. Più bianchi, più lisci, più fighi. So che la mela è un ottimo logo, che i lupetti neri indossati da Steve Job conferiscono un’aria intellettuale ma allo stesso tempo garantiscono un mood pratico, disimpegnato. So, so. Forse avrei dovuto accodarmi prima, qualche anno fa, prima che quel marchio diventasse un filino antipatico. Adesso no, non ce la posso fare. Scusate. Troppi gli adesivi della mela appiccicati a fottuti suv per la città, troppi sugli zaini e sui caschi degli studentelli biondi figli di papà da felpa abercrombie, ciuffone ridicolo e faccia da schiaffi. Troppi i laptop della mela aperti a cazzo in qualsiasi tipo di manifestazione o di filmato: live, dj set, mostra, film, incontro, dibattito, cristo santo pure in piscina e alla festa dell’uva ancora un pò!

E BASTA!

Rendetevi conto della vostra dipendenza e bona lì. C’è chi si fa di robba, chi di videogiochi, chi di porno, chi di Novella 2000, chi di X factor, e chi di Apple Store, tipo voi. Bene, molto bene direi: come sapete io adoro le ossessioni, i vizi  e la dipendenza psicologica. Piacere, quindi. Siamo maniaci di settori diversi. Come va? Bene. Bene. Urca, ora devo proprio scappare…

Vado a ridere addosso al mio vicino che ha avuto un fatal error con il suo nuovo sgargiante computer della mela di moda. E quelli dell’assistenza pare non lo assistano per nulla, men che meno aggratis. Ma scusate, non era mica tutto un altro mondo?…

;)

Io li odio i nazisti dell’Illinois / la prima volta che ho visto un fascista

by Kai Zen

Ripubblichiamo un racconto di Massimiliano “Zaph” Lanzidei dell’Anonima Scrittori scritto in occasione del 25 aprile 2005 e pubblicato allora su wumingfoundation

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La prima volta in vita mia che ho riconosciuto un fascista è stato guardando una fotografia.
Ero giovane, sicuramente non innocente, ignorante riguardo a un sacco di cose e soprattutto su quelle che attenevano alla politica.
Quarto liceo scientifico: il “G.B.Grassi” di Latina, scuola storicamente di destra nella città più a destra d’Italia.
Scuola di destra: allora per me, studente per inerzia sociale più che per vocazione, significava la libertà di poter inveire contro quei fascisti dei professori ogniqualvolta si trovavano ad accanirsi contro le mie evidenti mancanze scolastiche.
Destra e sinistra: non le avrei riconosciute neanche se mi avessero interrogato col pentothal: anche se le suore mi avevano spiegato che la destra era quella del segno della croce, faticavo allora a collegare il dato di fatto con la questione politica. Però qualcosa, forse qualcosa nel Dna, mi diceva che “fascista” non era proprio una bella cosa e poteva essere usato come insulto.
La mia prima esperienza politica risaliva a qualche tempo addietro, ma me ne sono reso conto solo più tardi.
Due anni prima, stessa scuola, secondo liceo scientifico; nessuna battuta d’arresto nel mio percorso di studi: ho sempre prestato attenzione a galleggiare appena sopra la linea di quelli che venivano rimandati a Settembre: svogliato sì, ma fesso no, col cazzo che mi ci beccavi a studiare pure d’estate.
Dicevo, secondo liceo scientifico: dopo una serie di scioperi contro l’amministrazione provinciale dell’epoca, rea di non concederci l’uso della nostra aula magna, veniamo – io e altri della mia classe e dell’istituto – sospesi dalle lezioni per un giorno con la prospettiva di un bel sette in condotta a fine quadrimestre.
Tragedia.
Compagni, di classe, scioccati.
Io, scioccato appresso a loro.
Loro, paura di rappresaglie parentali: tutte famiglie bene della Latina che contava.
Io, in ambasce per suggestione, per empatia, per paura dell’ignoto.
Torno a casa con la notizia e coinvolgo mia madre.
“Aspettiamo che torni tuo padre.”
Passo un pomeriggio d’inferno.
Torna mio padre.
Entra in camera mia dove, penitente per scelta, aspetto al buio il mio destino.
“Che è successo?”
“M’hanno sospeso.”
“Perché?”
“Perché abbiamo scioperato.”
“Lo sapevi perché scioperavate?”
Domanda a sorpresa – che cazzo c’entra? – rifletto solo un attimo sull’opportunità di tirare in ballo i ragazzi più grandi che ci dissuadevano dall’entrare a scuola, la fortissima mia attitudine a essere dissuaso e la forza di persuasione di una bella manifestazione in piazza rispetto al terrore di essere interrogato in classe, e rispondo:
“Sì.”
E probabilmente non ho neanche mentito.
“Allora va bene” ed esce dalla stanza.
Ci sono voluti anni prima che io metabolizzassi quella conversazione.
Sono cresciuto adesso e non credo che il mio animo vigliacco e accondiscendente mi porterà mai a essere all’altezza di quel “allora va bene”.
Comunque, per tornare al tema del racconto, due anni dopo, il quarto e il quinto liceo scientifico se ne vanno in gita di istruzione in Germania: Norimberga, Monaco di Baviera e tappa a Dachau, campo di sterminio nazista.
Sono passati venti anni da quel viaggio: per tanto tempo il ricordo più vivido – quello anche più citato nei discorsi tra compagni di classe – è stata la fuga notturna dall’ostello con incursione nel sexy-shop adiacente e annesse proiezioni porno e spettacolino di strip-tease. A pari merito le vanterie di furti e taccheggi in birrerie, negozietti e supermercati.
Quello che è sopravvissuto fino a ora invece è quel senso inebriante di aver toccato con mano la Storia, quella che si legge nei libri.
Ho visitato un campo di concentramento: mi piacerebbe poter raccontare di essere stato folgorato da quell’esperienza come Saul sulla via di Damasco, ma non fu così; certo, il bianco abbacinante di quella spianata in cui tutte le baracche dei prigionieri erano state rase al suolo, per lasciarne solo due intatte come museo della memoria, l’ho stampato ancora oggi nella mente come se l’avessi visto ieri, ma l’orrore, quello vero, l’ho capito solo più tardi.
Quello stesso giorno siamo stati nella birreria di Monaco dove ha visto la luce il partito nazista, e anche nell’enorme piazza in cui tre milioni di persone osannarono per la prima volta il loro fuhrer.
In quella piazza, proprio nel punto in cui quell’omettino dall’apparenza insignificante si affacciava a ricevere l’omaggio dei suoi sudditi, abbiamo scattato delle foto in cui tutti salutavamo l’obiettivo con il braccio alzato e le dita tese nel saluto romano.
Mi è capitato solo una volta di rivedere quella foto, ma ci penso spesso.
E nel ricordo mi accorgo che la prima volta che ho visto un fascista è stato in fotografia.
E in quella foto c’ero io.

Per il mio panettiere

by kai zen a

Queste poche, emozionate parole sono dedicate ai deliziosi prodotti da forno, e a coloro che si bruciano il muso ogni notte a rigirarli mentre sono in cottura. Per pochi spicci e per la nostra bella faccia deformata del mattino. Eroi. Siete eroi! Altro che i mercenari che ammazzano esseri umani in giro per il mondo…

Mi sono appena sbranato un rettangolo di sublime focaccia coi pomodorini. Ho briciole dappertutto, la bocca oleosa, le dita bisunte ma non resisto. DEVO scrivere. DEVO decantare questa lode. Adesso. Cristo, se non fosse per il mio panettiere e per qualche caldo raggio di sole in più sarei già da tempo emigrato in Olanda con il mio Scania e il mio personale esercito di femmine!

E vattene, direte… E un attimo! Rispondo. Sto valutando. Sto soppesando gli elementi. Lavoro, abitazione, clima, cibo, servizi, qualità della vita… mica è semplice! E poi al momento non sono abbastanza imparziale per poter analizzare a fondo i dettagli. Al momento assaporo ancora la sapiente miscela di grano stesa con maestria, inzuppata di olio e origano e tempestata di piccoli, lucidi e saporiti soli rossi… Oh, sì… Cotta al punto giusto – croccante in crosta e morbida, arrendevole nel suo cuore - servita ancora un pò calda, fragrante, irresistibile. Potrei uccidere per un trancio di focaccia.

Perchè? Perchè mi tratti così, focaccia? Perchè mi fai questo, panettiere? Sai benissimo che sono un control freak e che ODIO tutto quello che non è calcolato al minimo dettaglio. ODIO non avere il controllo. Perchè ogni maledetto giorno, non appena passo dalle tue parti, non appena il profumo divino del grano lievitato a forno si insinua nelle mie povere narici di uomo senza fede e senza speranza, anche se incazzato, o di fretta, o satollo di altro cibo, o indisposto, o aggressivo, o distratto, o intrattabile, o mestruato, non riesco a resistere al richiamo del tuo maledetto bancone?

Dammi qualsiasi cosa che non sia dolce, qualsiasi… Veloce… Anche pane nudo e crudo (cioè, nudo ma che sia almeno cotto). Così, a morsi. Michette piene sbranate a morsi, come se niente fosse. Grano ingollato nello stomaco. Prodotti salati da forno: la mia ossessione, lo ammetto. Persino gli amici del Club del Bestione ci marciano sopra, mi cantano sempre Forza Panino! a mò di sfottò e mi assillano con scherzi di ogni tipo. Come lasciare briciole per strada, che seguo d’istinto a testa bassa come un vecchio e rincoglionito Pollicino, dalla porta di casa mia dritto fino al negozio di pasticceria, straboccante in vetrina di nauseabondi intrugli dolcissimi e appiccicosi. Bastardi. ABORRO IL DOLCE! Non posso sopportare torte alla crema, pasticcini, sfoglie, panne montate… Quindi se siete invitati a cena da me, in caso vogliate espletare la noiosa formalità di portare qualcosa, sfoggiate un bel vassoio di michettine piene. O uno sfilatino pugliese tagliato a fette fini fini, adornate a fiore. Mi fate felice (e non spendete un cazzo).

Che poi, strafacendosi di prodotti da forno come il sottoscritto Truck Driver, non si riescono proprio a capire i seguenti atteggiamenti di alcune frange di essere umani:

-chi compra roba confezionata. Merendine, brioscine, schiacciatine, stronzate varie cariche marce di conservanti, coloranti, emulsionanti e merda di quel tipo. Ma perchè? Andate dal panettiere cazzo, e fatevi mettere un paio di focaccine con le olive in un sacchetto… vediamo poi chi ha ragione

-chi spende cifra improponibili per pasti in locali pubblici. Trovo che i prezzi esorbitanti di primi piatti, secondi piatti, insalate, portate di ogni tipo siano per prima cosa irrispettosi del valore del denaro (suona fico, eh? :) ). E poi, francamente fastidiosi. E visto che la maggior parte dei ristoratori ci prende per il culo, io propongo di mandarli tutti a cagare e arrangiarsi quando si è fuori casa mangiando frutta fresca, verdura cruda lavata e tagliata e prodotti da forno. Con una bella boccia di rosso nostrano da far girare in cerchio, tipo cannone.

-chi non mangia nulla, o pochissimo,  in nome di ridicole diete per essere più bello, più sicuro o non so cos’altro. Ma smettetela… tanto fate cacare lo stesso, guardatevi allo specchio. Vi pare roba decente? E allora finitela con ‘sta rottura di palle e godetevi il piacere del cibo. Mangiate il giusto, gli alimenti giusti, e fate movimento (sì, anche scopando).

E adesso me ne vado. Ora che ci penso, le dita unte le posso sfruttare in qualche altro modo…

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anarchico, rapinatore, falsario… ma soprattutto muratore

by Kai Zen

venerdi 17 settembre 2010

Lucio
anarchico, rapinatore, falsario… ma soprattutto muratore

Lucio Urtubia
proiezione di alcune scene dal film
conversazione con Lucio Urtubia
presentano Mario Cichero, Alessandro Cevenini, Mariana Califano

Di anarchici è sempre stato pieno il mondo. Quelli che hanno dovuto fare rapine o entrare nel contrabbando sono stati numerosi. Quelli che hanno discusso di strategie con il Che o hanno aiutato Eldridge Cleaver, leader delle Pantere Nere, sono un po’ di meno. Quelli che, insieme a tutto questo, sono riusciti a mettere in ginocchio la banca più importante del pianeta con la massiccia falsificazione di traveller checks, senza per questo assentarsi un solo giorno dal loro lavoro come muratori, sono soltanto uno. Lucio Urtubia, originario di Cascante (Navarra). Lucio oggi vive a Parigi, lontano dai clamori. E’ stato testimone,spesso come parte attiva, di vari accadimenti storici della seconda metà del XX secolo. Visse da militante il maggio ’68, collaborò in tutte le attività antifranchiste… Ma senza alcun dubbio la sua più grande impresa è stata quella di fine anni ’70, per la quale fu descritto dai giornali come il “bandito buono” o lo “Zorro dei baschi”. Riuscì a truffare la First National Bank (adesso Citibank) per 20 milioni di euro del tempo, utilizzando quel denaro per le cause in cui credeva. Incredibilmente, la sua carriera gli è costata solo qualche mese di carcere.

IL FILM
Regia: Arregi, José María Goenaga
Anno : 2007ì
Genere: Film-Documentario in spagnolo ( sotto-titoli in italiano)
Durata: 93 min

Nel pomeriggio, alle ore 15,00 presso la Sala del Baraccano, via Santo Stefano 119
incontro con Lucio Urtubia e Lorenzo Micheli e proiezione integrale del film

MODO INFOSHOP
(Interno 4 Bologna)
via Mascarella 24/b e 26/a
40126  -  Bologna
tel. 051/5871012
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Maglioncino color pesca sulle spalle, annodato al petto

by kai zen a

Non me ne vogliano i numerosi e simpatici amici che hanno l’usanza di indossare il capo suddetto nella curiosa modalità descritta, tipicamente italica. Nulla di personale, per questa volta. Io sono per la libertà assoluta su tutta la linea, in perfetto stile olandese: pensate che là rispettano persino uno come Geert Wilders… :D L’unica mia eccezione sono i nazi (e qui mi associo alla massiccia produzione di post a riguardo da parte dei miei soci, in queste ultime settimane), per cui auspico sempre e comunque caterve di mazzate fino a farli esprimere a monosillabi, e devo ammettere di fare fatica a tollerare anche certa scuola di pensiero leghista. Per loro prevederei invece soggiorni forzati alla Mecca, vestiti da crociati e pronuncianti frasi razziste in bresciano, durante l’usuale pellegrinaggio annuale dei fedeli. Per il resto, peace man: sono un fricchettone sballato che ti sorride sempre, muovendo la capoccia al ritmo di ‘Exit planet dust’ dei Chemical Brothers.

Quindi nulla di personale, ma quanto mi fanno specie i maglioncini color pesca adagiati sulle spalle di ruspanti galletti italici in passeggiata serale, ben annodati sul petto. Quanto mi piace osservare con genuina curiosità e rinnovato stupore questo curioso fenomeno nazionale. Perchè? Perchè non è solo un semplice accorgimento vestiario, una scelta stilistica, ma anche un vero e proprio medium culturale. E come no? C’è tutto un mondo dietro, cari amici dalle troppe t-shirt heavy metal non stirate in guardaroba! C’è odore di anni ’80, non lo sentite? Inconfondibile… E c’è in sottofondo il suono inimitabile della voce del Commendator Zampetti (beccatevi ‘sto post dedicato di tempo fa: http://kaizenology.wordpress.com/2009/05/28/zampetti-della-terza-c/). Ci sono Drive In, Massimo Boldi, Umberto Smaila, il Billionaire, la Costa Smeralda, Forte dei Marmi. C’è il mito del benestante abbronzato col sorriso stampato in faccia. C’è la confortevole seconda o terza casa di famiglia, dalla quale ci si è mossi appunto con cotanto golfino addosso dopo cena, per due passi e un cono gelato in centro. Casa comprata  – probabile – a suon di evasione fiscale perpetrata nelle generazioni, con picco proprio in questo ultimo paio di decenni; tanto va di moda. C’è la sagace cura dell’aspetto fisico quale chiave per il successo: l’uomo di oggi è rasato, profumato, ingellato, sopraccigliato (nel senso che si fa le sopracciglia), depilato, abbronzato, griffato. C’è il bizzarro fenomeno sociale dello struscio lungo il litorale marino - avanti e indietro dalla gelateria alla caserma dei carabinieri, in loop fino allo scoppio delle caviglie - quale esposizione ufficiale della mercanzia; evento cruciale, badate bene: quello è il luogo dove si stilano le classifiche popolari del migliore in circolazione, del più figo, di quello con la donna più bona, più abbronzata, più scosciata, più simile alle manze televisive.

No, non è solo un pullover in cashmere o lana merinos dai colori pastello, la cui gamma cromatica assomiglia tanto al bancone frigo della gelateria stessa:

-Mango, albicocca e pompelmo rosa per me, grazie.

-Panna Montata?

-Panna montata, amò?

-Tanta tanta.

-Tanta tanta.

-Cannella?

-Cannella, amò?

-Poca poca.

-Poca poca.

Quel maglioncino significa anche, un pò, che non me ne frega un cazzo se va tutto a puttane, io l’attività per i cazzi miei ce l’ho da sempre, faccio i soldi, dichiaro poco-niente, leggo la gazza, seguo il calcio, c’ho sky, c’ho l’iPhone, c’ho ’sto pezzo di gnocca accanto, c’ho le Prada da vela ai piedi, il suv parcheggiato… chi m’ammazza più, a me?

No dai, aspettate un attimo! Vedo già lettori del post che si alzano indignati e vanno a strafarsi di serie televisive. Mica sono tutti così, ci mancherebbe. Ma insomma, la categoria è ben frequentata :)  E a me sta benissimo, vedi precisazione  sopra sulle libertà.

Solo che…

Mi girano un pò i coglioni se la mia seconda figlia non ha ancora un posto al nido, per il secondo anno consecutivo, perchè non ci sono nidi, non ci sono fondi, le tasse non si pagano, i servizi ai cittadini vengono tagliati, e poi un sacco di galletti italici abbronzati se ne vanno a zonzo beati. Tutto lì. Per cui, annodatevi pure il pullover alle spalle, disinvolti uomini di una certa classe, ma pagate le tasse CAZZO.

O vi strozzo con il pullover stesso.

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Spauracchi 4

by Kai Zen

22 Giugno 1865, alle porte di Parcines

Il viaggio di ritorno dal Weisskugel era durato un giorno. I tre inglesi erano spossati, poco abituati a simili imprese,
comunque euforici. Anche per Martin Lode era stato un evento memorabile, ma si era anche convinto della stranezza di quei ricchi forestieri. Freshfield aveva speso una fortuna per farsi accompagnare sulla vetta da una guida esperta, buttare uno sguardo veloce al panorama mozzafiato e poi riprendere il cammino per tornare a valle. Erano rimasti lassù pochi minuti, giusto il tempo di rifocillarsi e riprendere le forze. Eppure il Saltner aveva l’impressione che l’eccitazione di Freshfield fosse alimentata anche da qualcos’altro, ma non avrebbe saputo dire cosa.
Erano passati sotto la Cima della Sorgente di Dentro, poi avevano raggiunto la Cresta del Diavolo attraverso la
Forcella delle Frane, ed erano scesi per il sentiero che portava al rifugio Bellavista. Nel tardo pomeriggio erano arrivati a Maso Corto, dove avevano lasciato i cavalli. L’indomani una carrozza avrebbe atteso Freshfield e i suoi a Merano, per proseguire il viaggio in continente alla volta di Graz.
L’inglese a capo della spedizione aveva espresso il desiderio di passare la notte a Parcines chiedendo a Martin se per caso non avesse qualche amico residente in zona. Al Saltner era parso che Freshfield avesse posto quella domanda quasi conoscendone in anticipo la risposta. Pensò comunque che fosse una buona occasione per fare visita a Peter, così si erano fermati a Parcines e avevano chiesto rifugio per la notte.
Peter fu disponibile come sempre. Martin Lode, Johnson e Stewart crollarono presto sulle loro brandine mentre
Freshfield e Mitterhofer conversavano ancora. Il falegname gli mostrò alcuni suoi manufatti: il Glachter, uno strumento musicale di sua invenzione dal suono simile a una risata, certi suoi intagli artistici, la gramola per la canapa. Grazie ai viaggi fatti da giovane, Peter parlava la lingua d’Albione con una certa disinvoltura.
“E questa?” L’inglese osservava incuriosito la macchina per scrivere riposta su uno scaffale.
“Oh, nulla. Si tratta di un prototipo che qualcuno si è divertito a rovinare.” Lanciò un’occhiataccia a Gottlieb, che giocherellava distratto con alcuni pezzi di legno. In effetti le lettere sui tasti della macchina non avevano alcun ordine, erano disposte a caso. Sentendosi chiamato in causa, il nano uscì dal laboratorio e si diresse verso la sua bicocca.
“È una mia idea, serve a fare in casa lettere che sembrano stampate in tipografia. Ma come può vedere è inutilizzabile. Dovrei rimettere le cose a posto, ma non credo che lo farò. Sto già lavorando a un nuovo prototipo più avanzato.”
Peter premette la lettera “T” e sul foglio comparve una “E”. Freshfield comprese comunque l’utilità dell’invenzione
e si complimentò con l’autore. I due si intrattennero ancora un po’ nel laboratorio, poi andarono a dormire al piano superiore.
Malgrado la stanchezza, Freshfield non riusciva a chiudere occhio. Si rigirava inquieto nel letto come se aspettasse il momento propizio per alzarsi. Alla fine si sollevò dalla brandina e scese nel laboratorio facendo bene attenzione a non fare rumore. La macchina era dove l’aveva vista poco prima. Tenne per alcuni secondi gli occhi chiusi e la testa tra le mani, poi incominciò a premere i tasti. Scrisse alcune parole con un certo impaccio, poi tolse il foglio dal telaio e lo sostituì con un altro. Questa volta premette tutti i tasti in ordine, dal primo all’ultimo, ed estrasse la pagina. Ripiegò i due fogli e li mise in tasca, ne montò sul telaio uno bianco e tornò a letto.
Il mattino dopo si svegliarono tutti di buon’ora e Peter offrì loro un’abbondante colazione. Freshfield lo ricompensò
per l’ospitalità con una generosa offerta, poi gli inglesi e Martin ripartirono alla volta di Merano. A Porta Venosta era già pronta la carrozza ad attenderli.
“Martin, è stata un’avventura davvero interessante, non può nemmeno immaginare quanto. Grazie di tutto. So di potermi fidare di lei, per questo le chiedo un ultimo favore.”
“Tutto quello che posso.”
“Il mio viaggio durerà alcuni giorni, la prego di telegrafare al più presto questo messaggio. L’indirizzo l’ho scritto
sul retro, io non potrei recapitarlo in modo più veloce.”
Porse al Saltner un foglio piegato, sul cui dorso aveva scritto l’indirizzo del destinatario.
“Mi raccomando, deve essere inviato proprio come scritto qui, non una sola modifica. È una questione personale a cui tengo in particolar modo.”
“Non c’è problema, invierò il telegramma questa mattina stessa.”
Si salutarono con un abbraccio caloroso, come si salutano i vecchi amici. Stewart consegnò a Martin l’attrezzatura usata per la scalata.
“Non credo che mi servirà più.”
Martin pensò di nuovo a quanto fossero strani questi inglesi, poi augurò a tutti buona fortuna. La carrozza si allontanò.
Martin rimase a guardarla per un po’, poi spiegò il biglietto che gli era stato affidato. Si sarebbe aspettato un
messaggio scritto a mano, invece si trattava di una stampa. Quando provò a leggerlo non credette ai suoi occhi.

Estate 1866, abitazione di Hans

“Non posso più aspettare. È da due anni che Karl è lì a marcire. Le sue lettere sono disperate, scritte da una mano
che non riconosco più. Lo faranno diventare pazzo davvero.”
“Ma ragiona Gertrud, non puoi tirarlo fuori da sola. Dovrai pagare le guardie, i dottori e poi alla fine suo fratello vi stanerà come topi.” Hans alzò i pugni al cielo e li abbatté con forza sul tavolo della cucina, che parve spezzarsi tanta fu la violenza del gesto.
“Hans, capisco la tua preoccupazione, ma dato che nessuno degli uomini di questo paese ha intenzione di mettersi contro il Vicario, ci penserò io a riportare a casa Karl.”
“Io ti ho solo chiesto di aspettare la fine dell’anno e poi sarò io ad accompagnarti, ma tu, donna, hai la testa più dura della pietra.”
“Nelle nostre vene scorre lo stesso sangue, Hans. Sangue di montanari, gente diffidente, dura, ma fedele ai propri impegni e io manterrò quello preso di fronte a Dio e alla mia famiglia, sposando Karl. Te lo ripeto, è già tutto pronto. Partirò domani all’alba.”
“Gertrud, non riuscirò a fermarti, vero?”
Lo fissò e la risposta era tutta in quello sguardo.
“Allora prendi questi soldi, ti faranno comodo e porta
Jäger con te, ti proteggerà. E che Dio ti benedica.” Hans, rassegnato di fronte alla determinazione della sorella, le affidò il suo più fedele segugio e si diresse verso la porta.
“Hans.”
Si voltò.
“Grazie. Andrà tutto per il meglio.”
Non aveva mai saputo negare nulla alla sorella e nonostante lo sfogo e le mille discussioni avute sulla faccenda, non poteva che provare ammirazione per quello spirito indomito.

Estate 1866, Venezia

Il viaggio era stato lungo. Otto interminabili giorni in

cui Gertrud aveva percorso tutta la valle fino a Bolzano, e poi giù verso Trento per proseguire lungo la Valsugana fino alla pianura. E infine Venezia. Nel corpo la spossatezza di una via crucis dove l’unico sollievo erano i tratti percorsi sul carro di qualche contadino compassionevole. Ma Karl l’aspettava e fame, sete, stanchezza scomparivano di fronte al ricordo di quegli occhi che imploravano il suo aiuto.
C’era grande animazione in città; dopo le sconfitte militari si parlava della possibile annessione all’Italia, suscitando nella popolazione favore e dissenso, e le controverse reazioni si percepivano nei gesti concitati e nelle parole dei folti capannelli di gente riunita nei campi.
“Jäger, Jäger qui.” Il bracco la seguiva obbediente, mentre Gertrud con passo lesto si dirigeva all’appuntamento con il dottor Predieri, che l’attendeva alla chiesa di San Rocco.
Non era mai uscita dal suo paese se non per brevi soggiorni a Merano in compagnia di Karl, trovarsi in una città come Venezia la metteva a disagio e al contempo la eccitava. Frastornata da tanta magnificenza, si aggirava per le calli, smarrendosi e recuperando la strada, fermandosi in ammirazione e accelerando per recuperare il tempo perduto.
“Dottor Predieri?”
Il giovane Alvise si trovò di fronte una donna alta, la pelle olivastra, scarmigliata, il respiro affannoso, le vesti sporche. In compagnia di un cane.
“Gertrud Fromm?”
Lei annuì lisciandosi il grembiule.
“Non c’è tempo da perdere signora. Mi segua.” Le si era rivolto in tedesco. Prese la sacca della donna e si incamminò imboccando vicoli che fecero subito perdere a Gertrud il senso dell’orientamento. Lei lo seguiva quasi ritrosa, per la prima volta impaurita da quando il viaggio era iniziato. Aveva solo voglia di scappare, di mollare tutto, ben consapevole di essersi fidata di un perfetto sconosciuto a cui aveva appena consegnato la busta piena dei guadagni di una vita.
Si fermarono di fronte a una locanda dove li accolse la padrona, che dopo aver esaminato sprezzante la donna e il cane, sorrise infine compiaciuta stringendo in mano i soldi che Predieri le porgeva.
“Qui, signora, alloggerà fino a domani. Karl la raggiungerà all’imbrunire. Non si preoccupi, sono un uomo di parola, ho promesso che l’avrei aiutata ed è quello che farò.”
La lasciò senza aggiungere altro e a Gertrud non rimase che aspettare.

Ottobre 1866, nei boschi di Maso Corto

Non avrebbe dovuto insistere. Non faceva che biasimarsi, ma nel contempo era curiosa di sapere cosa combinavano i suoi fratelli durante le loro frequenti uscite nei boschi, in quale pasticcio si fossero cacciati. Ulrike e il fratello Gerard avevano cavalcato fino alle vicinanze di Punta d’Alliz, e con loro altre dieci persone. Avevano legato i cavalli vicino a un rigagnolo e si erano inerpicati tra gli alberi. Ulli seguiva gli altri senza capire come potessero orientarsi senza segni che indicassero il sentiero e alla sola luce della luna.
Dopo venti minuti di cammino arrivarono in una spianata circondata dagli alberi, con alcune enormi pietre disposte come altari ai quattro punti cardinali. Il piano era illuminato
da centinaia di candele disposte lungo il margine. Una trentina di persone erano già inginocchiate in semicerchio davanti a Jurgen, che presiedeva il rito presso l’altare principale, il più grande di tutti rivolto a est. Ulrike e gli altri andarono a sistemarsi assieme agli altri presenti. Un grande boccale con incisi strani simboli passava di mano in mano. Ciascuno beveva del suo contenuto, una bevanda dal sapore simile alla birra, ma più acre.
Jurgen recitò alcune frasi in una lingua sconosciuta, sollevando verso il cielo una specie di enorme lama bronzea,
che poi ridusse in frantumi con una grande mazza, sull’altare.
D’un tratto qualcosa si mosse nel fitto della boscaglia.
Ulrike trattenne il fiato e si volse in direzione del rumore. Tutti gli altri sembravano sapere bene cosa stava per accadere.
Dalle fronde uscì una donna con una lunga veste grigia, capelli sciolti e lunghissimi che scendevano dalla spalla destra, le mani ricoperte da due teste bianche di grandi rapaci. Dietro di lei un’altra con il volto dipinto e rami secchi al posto delle mani, che agitava nell’aria emettendo una specie di lamento, forse un canto. Sembrava davvero che i rami uscissero dalle braccia. Le due donne presero a danzare ai lati dell’altare, su un ritmo immaginario.
“Tu l’hai mai vista?” Ulrike si stupì che qualcuno le rivolgesse la parola. La ragazza di fianco a lei aveva pressappoco la sua età.
“Vista cosa?”
“La bestia, il basilisco. Anch’io non l’ho mai visto, ma dicono sia gigantesco, pieno di aculei, con enormi fauci bianche. La sua tana è da qualche parte sulle pendici del Weisskugel.” La giovane sembrava entusiasta, Ulrike non capiva come potesse esserlo parlando di una cosa tanto abominevole. Lei non ne aveva mai neanche sentito parlare.
Poco alla volta fu colta da un senso di intorpidimento.
Si sentiva debole, la vista si appannava mentre gli altri danzavano con strani spasmi attorno a lei. Di quella notte non ricordò nient’altro, solo la vaga sensazione di aver commesso un delitto. La sera dopo si risvegliò a Glorenza nel proprio letto.

Novembre 1866

Nell’ultimo mese Ulrike aveva continuato a frequentare i riti assieme ai fratelli. Il senso di disagio che l’aveva investita la prima volta si era trasformato in una curiosità morbosa, una sorta di dipendenza. La magia sprigionata da quei luoghi e le figure grottesche che li popolavano esercitavano su di lei uno strano fascino. Per non dire del piacevole stato in cui piombava dopo aver ingurgitato la bevanda. Il luogo cambiava, il cerimoniale rimaneva lo stesso. Il rito del boccale, le formule pronunciate da Jurgen, l’apparizione delle creature danzanti. Ma al loro posto questa volta fece ingresso un uomo con una maschera di legno sul volto.
La maschera raffigurava un anziano con sopracciglia e barba folte, lo sguardo severo e gli angoli della bocca piegati verso il basso. Al suo arrivo anche Jurgen, che fino ad allora
aveva presieduto tutti i riti, si era inginocchiato.
La luce della luna, bianca e abbagliante, illuminava la spianata. Poi l’uomo con la maschera si avvicinò a Ulrike, la tirò per un braccio e la condusse lontano dagli altri, alcune decine di metri più in alto. Raggiunsero uno spiazzo in mezzo a un cerchio di larici, loro due e nessun altro. Ulrike era pervasa da un torpore generale che non le permetteva di reagire. L’uomo la mise al centro del cerchio e versò ai suoi piedi un liquido oleoso dall’odore nauseabondo, disegnando un triangolo nella terra sterile. Poi si mise di fianco a lei e le sussurrò piano all’orecchio: “Sarai la prossima, bambina mia. Finirai in pasto alla
bestia, come la piccola Stohr prima di te.” Il pensiero di Greta, la figlia di Sigfried uccisa, la fece trasalire.
“Ma tu sai una cosa che mi interessa molto.” Il legno della maschera le sfiorava la guancia.
“La chiave. Dimmi qual è la chiave e ti risparmierò.”
Attraverso il legno, il suono basso della voce sembrava provenire da un altro mondo. L’uomo aspettò immobile la risposta, il silenzio era rotto solo dall’uhu dei gufi. Ulrike aveva iniziato a tremare. Ma non avrebbe ceduto. Per la sua terra, le sue montagne. Per Martin.
“So che lo sai. Dammi quel maledetto codice.” Il tono della voce era piatto, nessun inasprimento a tradirne l’urgenza.
All’improvviso un gufo reale che fino ad allora aveva volteggiato sopra le loro teste si avventò alle spalle della mascheracon gli artigli protesi in avanti. Con le ali batteva grandi colpi nell’aria. L’uomo agitò le braccia per cacciarlo e si accasciò a terra. Ulli rimase immobile, in piedi davanti a lui. L’animale non sembrava affatto spaventato, né interessato alla ragazza. A un nuovo attacco del rapace la maschera cadde e lo sguardo dell’uomo incrociò quello di lei. Ulrike credette di gridare ma il fiato si strozzò in gola, gli occhi e la bocca spalancati in una smorfia di terrore. L’uomo in ginocchio tentò di afferrarla, Ulrike evitò la mano per un pelo e corse a capofitto nel bosco, incurante dei rami che le sferzavano il viso.

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