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Month: agosto, 2010

La Strategia dell’Ariete

by kai zen a

Ecco, ci hanno chiesto in molti (pochi in realtà, ma ‘molti’ suona meglio :) ) come fare per leggere il nostro primo romanzo, Premio Salgari 2008, dato che la tiratura originaria è andata esaurita e quei simpaticoni dei nostri editori originari non si sono esattamente fatti in quattro per affrontare la questione. Problemi loro, noi tanto ricchi – per il momento – non lo diventeremo, per cui ci fa piacere poter sempre contare sulla rete per rendere disponibile il nostro libro, gratuitamente. Dove? Su www.lastrategiadellariete.org, ovvio. Ma anche altrove, tipo qui:

http://www.feedbooks.com/userbook/9232

Che altro dire? Leggetelo, se non lo avete già fatto, perchè è avventuroso, divertente, fumettaro, sborone, improbabile, oscuro, folle, storico, violento, e finisce coi botti. Non ci credete? Metteteci alla prova.

Non vi costa niente.

Grazie, maledetto George W.

by kai zen a

Rieccomi qua, il vostro Truck Driver è tornato. Vi sono mancato, evidentemente: le visite giornaliere medie di questo blog sono schizzate alle stelle da quando sono offline. Bastardi. Ma ci penso io a riportarle ai valori d’abitudine, con un’altra bella serie di post inutili e fastidiosi… Come no. I miei soci Kai Zen non l’hanno ancora ben afferrato, ma questa è pura tattica, amici: più il blog fa schifo, più leggendo il nostro prossimo libro gli affezionati diranno: ‘Apperò, bloggano da schifo ‘sti stronzi ma scrivono libri interessanti’. Sempre che il libro sia interessante. Altrimenti rivaluteranno i post come questo.

Rientro fresco fresco da un nuovo soggiorno nordeuropeo. Allegre biciclettate in campagna, margarina light a palate su pane integrale a cassetta, giganti biondi di ogni età tutto intorno, fidelity card al coffee shop dietro l’angolo ecc. ecc. Tutto nella norma. Volo low cost incluso, ma questa volta, più di altre, ho perso le staffe vivendo l’incubo che è diventato oggi viaggiare in aereo, se comparato a una decina di anni fa. No, anzi. Lasciate che sia preciso: volare è diventato una merda da quando, dopo l’11 settembre 2001, quello stronzo di Geroge W. Bush si è messo a fare i suoi fottuti Patriot Act per evitare che altre torri si frantumassero a terra sul suolo statunitense. Come se tutti non avessero capito che la questione Bin Laden-Bush è quasi puramente familiare, o comunque connessa alla sporcizia dei loro contatti e dei loro affari. E tutt’al più ai pruriti bombaroli degli Yankee nel mondo. Cosa c’entrano allora i milioni di persone che volano ogni giorno? Un beneamato CAZZO. E scusate il francese.

Ma si sa, pigiando il tasto della paura si ottiene sempre di più  – a causa della strizza che ne deriva – di qualsiasi altro tasto. E allora vai di colossali cagate, una dopo l’altra: file interminabili, procedure estenuanti, beep elettronici a go-go, controllo maniacale di bagagli, documenti, tratti somatici, e poi accendini che non si possono portare in volo (salvo poi retrofront per le pressioni dei produttori di tabacco), prodotti vari che non si possono portare in volo se non acquistati nell’area duty free (clap clap… che misura di sicurezza di merda, senza neanche l’apparenza di non essere una fregatura per la gente), armi o oggetti contundenti che non si possono sventolare liberamente in faccia al vicino di posto se esagera con il chiacchierare, l’allargare le ginocchia o il pezzare la camicia sotto l’ascella (ok, qui sto scherzando). E poi, i liquidi. I liquidi, cristo. Parliamone. Un conto sarebbe forse avere con sè roba strana, un contenitore sospetto, un liquido non identificabile, che magari il passeggero rifiuta di assaggiare o provare su di sè. Ma vietare tutti i liquidi, persino le bottiglie chiuse e sigillate, è una stronzata galattica, che mi fa ridere e incazzare allo stesso tempo. Possibile che nessun coglione superstipendiato a ricoprire posizioni di comando nel sistema internazionale di volo non abbia le palle per dirlo? Fosse per me, li prenderei tutti a calci in culo. In fila, uno dopo l’altro, fino a dovermi ingessare il piede. Per poi passare all’altro.

Sì, è vero, ci sono le buste trasparenti nelle quali ficcare liquidi fino a 100 millilitri massimo, ma uno prima o poi si confonde, tra bagagli a limite di peso, colli a persona, check-in online, bagagli da stiva e via dicendo. Si sbaglia e ‘sti maledetti lo castigano. Che cazzo, mi hanno appena requisito all’aeroporto due boccette sigillate di delizioso Achterhoekse Liquor, un robusto amaro delle zone rurali olandesi che tracanno da anni ormai… profumo torbato, sapore pieno, bottiglietta da vero investigatore privato alcolizzato, mi fa sentire così tanto Bukowski che se penso ancora a quello che ho perso e a dove il liquore sarà in questo momento (nello stomaco di qualche bastardo addetto ai controlli dell’aeroporto di Eindhoven, potete scommetterci) mi viene da scaraventare in aria la scrivania a cui siedo, à la Nick Belane, mettere cappello e soprabito, prendere la Route 66 in contromano e sgasare come un pazzo in direzione est, fino ad andare a pescare quello stronzo di George W. nella sua fetida tenuta in Texas e chiedergli nell’ordine:

-perchè sei uno stronzo? Lo sai che sarai ricordato come il peggior Presidente di sempre, e forse non solo degli Stati Uniti? E ti va bene che ci sono Mobutu, Ferdinand Marcos e Kossiga.

-perchè invece che fare pressioni nel mondo per irrigidire le procedure di controllo, togliere libertà, procurare fastidi, non hai semplicemente detto ai porci che ti stavano attorno (tuo padre, Dick Cheney, Karl Rove, alti funzionari dei servizi, lobbysti delle armi, del petrolio ecc…) di vuotare il sacco, chiedere scusa e marcire in galera fino al passaggio a miglior vita? In compagnia dei porci della fazione opposta, ovvio.

-Perchè del liquido sigillato e più che evidentemente inoffensivo deve essere requisito prima di un volo? Quale cazzo di visione esagerata, apocalittica e ridicola delle cosa ci sta dietro? Allora perchè non vietiamo a chi viaggia in treno, che ne so, di portare scarponi da montagna? Eh sì, questi potrebbero essere scagliati dal finestrino per tentare di far scattare il dispositivo di scambio tra binari e  – se centrato – combinare un disastro. Più o meno a verosimiglianza ci siamo.

Io li odio i nazisti dell’Illinois

by Kai Zen

Io li odio i nazisti dell’Illinois, quelli sudtirolesi poi…

by Kai Zen

“Aspetta, aspetta, fermo un attimo.” Parlavo con GL al telefono mentre ero al parco con mia figlia che si arrampicava su una nave gioco e penzolava dal pennone e dal sartiame a qualche metro da terra, arrembando qualche sogno. Mia figlia ha due anni e mezzo (due e sette dice lei, mostrando anulare e mignolo) e, come dire, dovevo arrembare assieme a lei, non fosse mai che la lasciassi cadere nel mare d’erba sotto di noi… comunque ero al telefono con GL… “come sarebbe a dire in via Resia? Dove c’era il Lager nazista?!”

Ora, io me ne sbatto allegramente i coglioni dei naziskin, delle loro pose e delle loro cazzate… son pecore nere, ma si sa se le pecore nere sono più d’una fanno gregge e cercano pastori… sono darwininamente ma anche niccianamente deboli. Oltre che imbecilli. Ma chi sono io per giudicare? Vuoi rasarti, tatuarti una svastica, pogare con la cinghia per non affrontare la tua omosessualità con onestà… non c’è problema (sport, fascismo e sodomia insomma) vuoi organizzare un cazzo di concerto degli zetazeroalfa: non c’è ancora nessun problema, tranne forse che fanno davvero cagare… ma se il concerto lo vuoi fare dalle parti del lager nazista, be’ allora mi girano le palle. Eccome se mi girano.

Non vivo a Bozen da molti, tanti anni. Alle volte me ne sto aldilà del mondo (quando da voi è inverno da me è estate per capirci) eppure ogni tanto torno a casa. Ecco le ultime volte ho scoperto che i ragazzini fasci che alle superirori venivano presi a calci nel culo hanno aperto un bar dall’inconfondibile look punk ‘n’ roll (palle da biliardo n° 8, fuoco e fiamme, teschi e dadi ecc. ecc.) che però è anche la sede locale di casa pound, e che da quel bar organizzano un bel po’ di iniziative destrorse… (una cosa che perplime è vedere sul loro myspace le foto di Johnny Cash e dei Misfits… anche se intuisco.)

Ok sono degli sfigati e fanno le loro cose tra quattro gatti… e chi dice nulla… se non che qualche anno fa ci è scappato il morto per mano di quegli sfigati, se non che vogliono far suonare quell’immondizia fascista davanti al lager, se non che… la cittadinanza di Bozen non è capace di far altro che farsi i cazzi suoi e lasciare che alcune istituzioni smidollate facciano delle conferenze stampa politicamente corrette… Ma che cazzo, impedire il concerto non si può (è in zona demaniale, né provinciale, né comunale… ok il capo degli sfigati dice che non si terrà là, ma conta il pensiero no?) e forse non si deve, ma rispondere sì… eccome. Mostrare ai quattro coglioni che sono in quattro e basta e che la città li considera tali…

Sono appunti confusi i miei, dettati dalla notizia a caldo. Appunti dettati dal ritorno alla mente del perché me ne sono andato da quel buco di culo che è Bolzano, abitata da quattro buzzurri italiani ignoranti e tronfi che non si accorgono di sguazzare nel benessere, che se fosse per me li trasferirei in massa sei mesi all’anno nei quartieri spagnoli di Napoli (e viceversa con i napoletani)…

Uno dei motti degli Zetazeroalfa è “entra a spinta nella vita”… non mi resta che rispondere con “escici a spinta come lo stronzo che sei.”

http://antifameran.blogspot.com/2010/08/schwarzes-universum-in-den-medien.html

Spauracchi 2

by Kai Zen

Febbraio 1867, da qualche parte in Val Senales

Aveva lasciato delle tracce, come altre volte di recente. I quattro Saltner concordavano: era passato di lì.
Hans fu il primo a parlare. “Non capisco, un Saltner esperto come lui dovrebbe accorgersi quando lascia tracce così evidenti. Avrebbe potuto nasconderle. E poi sono strane…”
“È stanco, solo, affamato e in fuga da mesi; secondo me inizia a perdere lucidità.”
“Non credo, Sigfried, non credo. Lo conosco bene, ci sta segnalando una pista.” L’espressione pensierosa di Hans, mentre scrutava il sentiero, preoccupava i compagni di viaggio.
“Hans devi smettere di credere che non sia stato Martin, chi altro…”
Il vecchio Saltner interruppe quelle parole. “Si è diretto verso nord.”
“Fa troppo freddo lassù, c’è troppa neve.”
“Le tracce sono piuttosto chiare, anche se c’è qualcosa di strano.”
La giornata era stata limpida e temperata. L’odore del sottobosco umido riempiva l’aria d’aromi di fungo e aghi di pino; aveva piovuto nei giorni scorsi e in quota, sulle pendici delle montagne, era caduto uno spesso strato di neve.
“È ora di cercare un riparo. Le ombre si allungano dalla cima delle montagne. Presto sarà buio. La giornata è stata calda, ma questa notte sarà molto fredda.”
Nascosto nel fitto della boscaglia, a poche centinaia di metri, guardò i quattro uomini dirigersi verso la casa isolata di un contadino. Si rilassò, e sorrise. Hans aveva capito, o per lo meno così gli era parso. Si voltò e diresse lo sguardo a nord verso il Maso Corto. Era giunto il momento di cercare riparo dal gelo della notte. Non aveva mai dormito all’aperto in quota d’inverno, sarebbe potuto morire assiderato. Doveva crearsi un riparo prima del buio. Pensò a cosa lo stesse attendendo, non era una sua scelta. Non aveva avuto scelta.

Settembre 1866, Glorenza, abitazione di Hans

“Mi hanno raccontato del problema che hai avuto con il Vicario la scorsa settimana, Martin.” Erano seduti al tavolo, la luce delle lampade a olio illuminava tremula le pareti della stanza.
“Dispone di noi e delle terre a suo piacimento. Trenta fiorini… Maledetto. Se penso a quando l’ho accompagnato fino alla fortezza in Val d’Isarco, al Franzensfeste, al tono amichevole in cui mi parlava. Chissà quali loschi affari con gli austriaci è andato a concludere lassù. Scommetto che ha a che fare con la ferrovia che stanno costruendo da quelle parti. Progresso lo chiamano… Progresso per chi? Per i potenti, ecco per chi.” Martin si alzò e si diresse verso la finestra, a osservare la sera scendere piano sulla valle. Poteva vedere la cima innevata del Weisskugel; gli ultimi raggi di sole tingevano di rosa la sua vetta.
“Calmati Martin, non farmi ancora una volta la predica su come il progresso non porterà nulla di buono per i contadini delle valli.”
“No Hans, non è una predica,” si voltò verso l’amico, “e mi hai frainteso. Sono convinto che la ferrovia porterà qualcosa di buono, ma a che prezzo? Puoi anche scrivertelo adesso, questo progresso farà più ricchi i ricchi e più poveri i poveri.”
“Capisco, capisco e concordo. Ma tu sei troppo impulsivo. Così ti rendi nemico di molti.” Gli sorrise, e pensò a quanto in Martin rivedesse se stesso. Giovane, diciotto anni prima, quando aveva lottato a Cortina per cambiare le cose. Contro L’Impero e contro gli ampezzani fedeli all’aquila. Pensò a quanto il tempo cambia le persone, e un velo di tristezza gli ingrigì gli occhi azzurri.
“Ora siediti, e raccontami ancora una volta di quando accompagnasti quell’inglese fino alla cima del Weisskugel, come si chiamava?”
Martin si rilassò e sorrise. L’amore per le vette era troppo grande, quelle pareti scoscese e quei sentieri sulle creste lo facevano sentire vivo. I panorami di lassù, le distese di cime innevate e le valli verdeggianti gli avevano insegnato quanto gli uomini fossero insignificanti, e presuntuosi, al cospetto della natura.
“Freshfield, si chiama Freshfield. C’erano altri due inglesi, non ricordo il nome… gentili, adoravano le montagne. Uno di loro mi regalò pure il suo intero equipaggiamento. Era solo la seconda volta che qualcuno raggiungeva la vetta del Weisskugel, lo sapevi? E il panorama da lassù. Hans… oh, il panorama.”

Febbraio 1967, Val Senales

Si risvegliò alle prime luci dell’alba.
Calore, ne aveva bisogno. Il riparo che si era creato addossato a un albero lo aveva protetto dal gelo. I cumuli di neve che aveva eretto a protezione del tronco della conifera formavano un semicerchio coperto da alcuni rami. Aveva ammassato la neve in pareti più alte possibile e aveva coperto il tutto con rami secchi, in modo da farli poggiare ai rami inferiori della conifera e alla neve. Si era permesso di accendere un piccolo fuoco, non voleva cha la luce fosse visibile, anche se, costruito così, era difficile che un bagliore uscisse dal riparo. Era bastato a sopravvivere. Doveva scendere a valle il più presto possibile. Se solo avesse trovato tracce chiare per capire in quale direzione muoversi.

***

I quattro Saltner lasciarono la casa del contadino poco dopo le prime luci dell’alba.
“Le ultime tracce trovate ieri puntavano verso Maso Corto, verso gli alpeggi.” Hans guardò il cielo mentre parlava: “oggi le montagne sembrerebbero essere ancora clementi con noi, e regalarci ancora sole.”
“Credo anch’io, ma le nubi laggiù verso l’Austria non promettono nulla di buono. Penso che il tempo cambierà, ed essere lassù all’aperto diventerà molto pericoloso.”
Si misero in cammino in direzione nord, avanzando con difficoltà nella neve. Dopo circa venti minuti di cammino arrivarono alla piana. Hans si guardò in giro. Spostò lo sguardo da destra, oltre il dosso coperto di neve e conifere, là dove inizia la stretta valle che porta al Similaun, a sinistra, alla continuazione della vallata principale che porta fino a Maso Corto. Le due pareti di roccia e neve che salgono fino a congiungersi nel catino di vette che circondano il Maso. Martin la conosceva bene; da lì era salito al Weisskugel.
Sigfried era preoccupato. “Non può essere andato lassù, è un suicidio, la temperatura è troppo bassa di notte, è troppo esperto della montagna per andare a morire assiderato.”
Hans rifletteva in silenzio guardando negli occhi i compagni di viaggio. Era facile percepire il timore per la loro stessa vita. “Hai ragione, non può essere andato al Maso, per quanto possa aver perso la lucidità non morirebbe mai in questo modo. Dividiamoci e cerchiamo tracce che ci aiutino.” E tra sè penso: ‘cosa è venuto a fare quassù?’

Laboratorio di Peter Mitterhofer

Peter non riusciva a togliersi dai pensieri la visita di poche notti prima. I lavori sul secondo prototipo di macchine per scrivere erano rallentati da quando Der Geist gli aveva fatto visita, e non poteva permetterselo data l’imminente fiera di Vienna. Peter contava molto sul secondo modello, era riuscito a risolvere alcuni dei problemi che caratterizzavano la Mitterhofer n° 1. Ora aveva bisogno di finanziamenti per continuare il suo lavoro.
Der Geist. Perché lo aveva visitato? Per Peter ormai era tutto chiaro, le parti del rebus erano quasi completate. Ora ciò che lo preoccupava di più era il futuro. Avrebbe dovuto rivelare l’identità di Der Geist? O tacere, diventando così suo complice? Doveva parlare con Hans, lui avrebbe saputo cosa fare, ma Hans era da qualche parte sui monti.
L’unica spiegazione che era in grado di dare alla visita era che Der Geist voleva servirsi di lui per comunicare un messaggio. Lui solo, ora, sapeva l’identità del fuggitivo, e non lo avrebbe tradito. Non avrebbe rivelato quel nome a nessuno. Non prima di aver parlato con Hans, almeno. Forse era proprio quello che Der Geist sperava.

Val Senales

Dopo essersi levato dal giaciglio, aveva osservato con attenzione attorno a lui. Nessuna traccia dei quattro inseguitori. Si era mosso con cautela e aveva iniziato la sua ricerca. Non c’era voluto molto tempo. Guardò verso valle senza riuscire a vedere alcun movimento. Ma era in quella direzione che doveva andare.
“Ehi, ho trovato qualcosa!” Le urla colme d’emozione giungevano dal versante ovest della montagna, poche centinaia di metri più a sud della posizione in cui si trovava Hans. Corsero tutti nel punto da cui Franz aveva gridato. Hans si accucciò e guardò il ricovero per la notte che era stato costruito. Un riparo di fortuna per sopravvivere ai rigori notturni. Era stato Martin. Ne era certo. Era stato lì quella notte. Sotto la cenere i tizzoni emanavano ancora calore, quel fuoco non era stato spento più di cinque, sei ore prima.
“Cerchiamo ovunque, è partito da qui poche ore fa, bisogna capire in che direzione è andato… deve essere vicino, molto vicino. Dobbiamo raggiungerlo.”
Hans immaginava la scena svoltasi in quel bosco poche ore prima. Martin dopo il risveglio si era aggirato cauto nei paraggi, le tracce parlavano chiaro. Perché? Cosa stava cercando? Si era mosso a cerchi concentrici via via sempre più ampi. Non è un comportamento da fuggiasco, bensì da inseguitore.
“Hans, corri, Hans vieni a vedere questo!” Sigfried poche decine di metri più a valle aveva trovato qualcosa.
Bastò uno sguardo rapido. Orme nella neve. Tante, troppe orme nella neve. Come aveva fatto a non capirlo prima? Si diede dello sciocco mille volte. Le indicazioni le aveva avute davanti agli occhi più e più volte, negli ultimi giorni. Non aveva voluto ascoltare quella voce che dentro di lui suggeriva che qualcosa non tornava. Ora capiva. Un brivido gli percorse la schiena.
Erano in due, c’era qualcun altro su quelle montagne. E Martin lo stava inseguendo. Martin non era in fuga, Martin stava inseguendo qualcuno.

Nello stesso momento, Glorenza

Il Vicario si stava dirigendo verso casa, l’andatura tipica, veloce a piccoli passi, le mani intrecciate dietro la schiena, lo sguardo basso. Udì qualcuno avvicinarsi di corsa e rabbrividì. Si volse di scatto. Riconobbe Karl, il Giurato. La tensione in cui viveva da mesi lo aveva tramutato in un pavido. Quando era solo temeva la sua stessa ombra. Temeva Der Geist.
“Vicario, Vicario. Terribili notizie.” Karl si avvicinava sbracciandosi come in preda a una crisi. “Avevamo ragione Vicario, purtroppo è come temevamo, dobbiamo immediatamen…”
“A cosa ti riferisci, Karl? Hai forse perso il senno?” Riuscì a mascherare la tensione con il tono duro della voce.
“Mi scusi Vicario. Vostro fratello, signore, vostro fratello…”
Il Vicario sentì le gambe cedergli. “Cosa? Per l’amor del cielo, cosa?”
“È fuggito dal sanatorio, dicono di non avere notizie di lui da tempo.”
“Dannazione, sapevo che la scelta del sanatorio a Venezia era una pessima idea… Da quanto non hanno più sue notizie? Perché non siamo stati avvertiti?”
Karl era imbarazzato, odiava non poter rispondere in maniera appropriata al Vicario. Quell’uomo lo intimoriva, nonostante la bassa statura e il ventre prominente gli conferissero un’aria bonaria. C’era qualcosa nel suo sguardo, un abilità di incutere timore, senza muovere un muscolo, senza sbattere le palpebre.
“Non saprei, il corriere non mi ha saputo dire. Ma posso informarmi.”
“Basta. Non m’interessa. Tieni la notizia per te. Non parlarne con nessuno, intesi? Nessuno.”
Il Vicario si allontanò, la testa immersa in pensieri e incubi: suo fratello, le grida mentre lo portavano via, quella notte fredda… La notte in cui tutto cambiò. Avrebbe dovuto essere più cauto allora, nulla sarebbe successo, se solo fosse stato più cauto.

Spauracchi 1

by Kai Zen

Tempo d’estate, tempo di feuilleton… Era il 2005 quando lanciammo il romanzo totale gothic western ambientato in Sudtirolo “SPAURACCHI”… forse il migliore di sempre… Rieccolo a puntate:

Novembre 1866, Nei dintorni di Maso Corto

“C´è qualcosa nel ghiaccio…” I bambini accorsero curiosi al richiamo di Matthias, affacciato al vecchio pozzo nel bosco. “È vero. Ma cos´è?” Circondavano il cilindro di pietre lanciando pigne e ciottoli sulla superficie dura e trasparente. Un rumore alle loro spalle li fece voltare di scatto. “Papà! Guarda, c´è qualcosa nel pozzo.”
Il boscaiolo si avvicinò al figlio e agli altri bimbi con un sorriso bonario sulle labbra. Quando guardò nel pertugio, spostò la testa da un lato per scrutare meglio la forma scura nel ghiaccio. Poi si voltò, nervoso, aprendo le braccia per allontanare i ragazzini. “Via di qui. Andate in paese a chiamare il borgomastro, presto.”
Come una crisalide nell´ambra, un corpo rannicchiato giaceva nel gelido cristallo.

Febbraio 1867, boschi della Val Venosta

L´uomo accucciato fece scivolare il fango tra le dita valutandone la consistenza, poi si pulì la mano strofinandola sui pantaloni corti di pelle. Si alzò in piedi, scostando dal volto le piume del cappello.
A ogni passo una collana di denti di maiale tintinnava sul petto. “È passato di qui. Non più di otto,dieci ore fa.” Le tre figure attorno annuirono e ripresero il cammino con le alabarde in spalla. Mentre risalivano il ripido sentiero, l´uomo in coda si fermò un attimo a osservare il cielo, poi scosse il capo.
“Cosa c´è Hans?” Qualcuno aveva notato il gesto.
“Non sono convinto, Sigfried. Non può essere stato lui. Lo conosco da troppo tempo.”
“Tutti noi pensavamo di conoscerlo.” Sigfried allungò il passo, lasciando Hans a guardarsi intorno. Gli sembrava di aver visto un bagliore tra il fitto della boscaglia.
Le unghie dure, irregolari e affilate strisciavano sulla lama. Nascosto tra le fronde, poteva osservare il Saltner dai capelli corvini scrutare i boschi, mentre gli altri tre arrancavano più avanti. Le pesanti giacche di pelle marrone contrastavano col grigio delle rocce. Poteva quasi sentirne l’odore. Per un istante gli parve di incrociare il suo sguardo. Poi si alzò in piedi e si volse, scomparendo silenzioso nella macchia di abeti. Corse per un lungo tratto, evitando con meccanica precisione i rami appuntiti. Sembravano trappole messe apposta per graffiare il viso e le vesti di chi si fosse avventurato nel bosco, ma non riuscivano nemmeno a sfiorare il fuggitivo, Der Geist, come di recente era stato ribattezzato. Arrivato al limitare del bosco, poco prima di un dislivello scosceso, si fermò un attimo per prendere fiato. Appoggiato a un albero, guardò verso la conca sottostante. Gli occhi chiari ne accendevano il volto sporco di terra, lampeggiando come lame nell’oscurità. Ristette alcuni minuti, immobile. Strinse le pupille nel tentativo di mettere a fuoco il casolare, alcune centinaia di metri più in basso. Una costruzione di pietra e legno, lineare e ben rifinita, con accanto un capanno più rozzo ma assai ampio. Due sillabe gli affiorarono alle labbra, senza che quasi se ne accorgesse, la voce ridotta a un sibilo dall’inutilizzo delle corde vocali. Da mesi non parlava più con nessuno.
“Pe-ter.”

Settembre 1866, in una falegnameria alle porte di Parcines

“Ecco vedi, basta alzare qui e il gioco è fatto.” L’uomo con gli occhiali azionò la leva al centro del marchingegno. Non appena il rullo agganciato alla tastiera concluse il giro, Martin il guardaboschi estrasse il foglio dal macchinario e lo osservò in controluce. “Stupefacente… i caratteri sono perfetti, non c’è la minima sbavatura. Come hai detto che si chiama?”
“Macchina per scrivere.” Rispose il falegname, pulendosi le lenti sul grembiule.
“Macchina per scrivere. Macchina per scrivere” fece eco Gottlieb, il nano, che scomparve dietro la porta trascinando con sé una borsa piena di attrezzi.
Il Saltner lo guardò uscire, poi sorrise. “Che razza di aiutante ti sei trovato? Comunque prevedo grandi fortune per te, Peter. Alla fiera di Vienna la acclameranno come l’invenzione del secolo.”
“Io mi accontenterei di un bel gruzzoletto. Tutti fanno affari a Vienna…”
Martin strinse fra le mani la fibbia di ferro sopra i pantaloni corti. ”Questa l’ho presa da un polacco l’anno scorso, in Austria. Cinque fiorini…”
“Si fanno affari con i forestieri, è vero. Due anni fa sembrava che tutti volessero la mia Mitterhofer n°1, la prima macchina che ho costruito. Danesi, americani, perfino i messi dell’imperatore: si dice che Francesco Giuseppe sia generoso con i sudditi che dimostrano inventiva.”
“Con i potenti! Con quelli sì che è generoso…”
Il falegname abbozzò un sorriso. “Ancora problemi con il Vicario?” Pose la mano sulla spalla del Saltner per consolarlo. Lui scosse il capo, lisciandosi i baffi.
“Stavolta ha superato i limiti. Ho pizzicato ancora i suoi figliastri nella vigna di Müller, mentre si portavano via tre ceste di fragolino… Li ho presi per le orecchie entrambi, li ho fatti spogliare e li ho spediti a casa con il sedere all’aria. Dico io, sono il Saltner, lo posso fare. E invece il giorno dopo il Vicario mi viene a cercare con le guardie, porci servi del denaro, e mi costringe a pagare una multa di trenta fiorini per abuso dell’esercizio di guardavigne al di fuori dei confini assegnati. Nella notte, l’infame si era comprato i filari dove avevo colto in flagrante i ragazzi, che sono proprio al confine. Ha cambiato le mappe delle proprietà e anticipato la data di acquisto di due giorni. Il tutto avallato dal sigillo dell’Impero. Così adesso risulto io l’intruso. Figlio d’un cane. non finisce qui.”
Peter Mitterhofer tirò un lungo sospiro, era abituato a queste storie. Da sempre aveva vissuto sulla pelle i soprusi del potente di turno. Persone senza scrupoli disposte a tutto. Günther Fromm, il Vicario, ne era un esempio: aveva fatto internare il fratello Karl per poter intascare la sua fetta di eredità. Un giovane ingenuo e un po’ bizzarro ma di buon cuore, finito in manicomio senza un perché. Mitterhofer conosceva bene Karl: grazie alle sue grandi doti di falegname lo aveva preso con lui in bottega, fianco a fianco ogni giorno per parecchi anni. Poi l’orribile fine, imprigionato dal fratello arrivista e meschino. Maledetto Fromm.
“Porta pazienza, Martin. Tra qualche mese avrai finito il turno nei campi e queste sventure saranno solo un ricordo sbiadito. Allora potremo farci sopra una grassa risata. E una sana bevuta.”

Febbraio 1867

Il laboratorio di Peter Mitterhofer era una costruzione tozza e squadrata, posta a pochi metri dall’abitazione padronale. Mastro Peter aveva l’abitudine di recarvisi anche dopo cena, per spendere qualche ora a lavorare alla luce delle lampade a olio. Pochi tocchi di cesello per conciliare il sonno. La serata era rigida e ventosa, Gottlieb il nano si era appena congedato ritirandosi nella stamberga che il padrone gli aveva affittato, appena fuori il recinto del maso. Dopo aver salutato l’aiutante con un cenno, il falegname si affrettò a entrare nel capanno per sottrarsi alle sferzate della tramontana.

Richiusa la porta alle spalle si addentrò nel buio, cercando di accendere il lume sul tavolo da lavoro. All’improvviso, una vibrazione nell’oscurità lo fece sobbalzare. Afferrò uno degli scalpelli da legno, il primo a portata di mano, e si girò in direzione del rumore. “Chi c’è?”
Il movimento fu rapido e secco come il vento. Mitterhofer avvertì appena un dolore al polso, e subito si rese conto di essere stato disarmato. La mano destra gli formicolava; le dita, rese insensibili dal trauma, stringevano il vuoto. Poi una massa scura lo spinse sul tavolo, premendogli uno straccio polveroso sulla bocca. Infine un sibilo gli giunse all’orecchio, come se arrivasse da un’altra dimensione: “Ma-stro. Pe-ter.”
Riconobbe subito la voce, anche se meno viva e squillante di come la ricordava. Rilassò appena i muscoli, l’aggressore si allontanò verso la finestra.
Der Geist aprì un’anta, di poco, facendosi illuminare da un raggio di luna. La luce grigio argento ne disegnò il profilo marcato contro il buio. Il volto triangolare, aguzzo, incorniciato dai capelli lunghi, resi stopposi dallo sporco e dall’umidità. Il corpo robusto ma agile, coperto da una vecchia blusa di pelle scamosciata, zuppa di fango. Un bagliore si riflesse sulla fibbia del cinturone, sopra i Lederhosen.
Rimase così, immobile, respirando piano e fissando il vecchio artigiano. Mastro Peter socchiuse gli occhi lasciandosi cadere su una sedia. Poi parlò. “Non ho mai creduto che tu fossi un assassino. Tanto per mettere le cose in chiaro…” Si fermò un attimo, massaggiandosi il polso ancora dolorante, quindi riprese. “Sono venuti a interrogarmi la sera stessa del ritrovamento. Non mi hanno chiesto della giovane uccisa, solo se ti conoscevo, se sapevo dei tuoi problemi con Günther… Non sapevo nemmeno fosse sua figlia, quella poveretta.

Io gli ho risposto: «Chi non ha mai avuto problemi col Vicario?», ma non ho detto altro. E non ce n’è stato bisogno, in molti sapevano.”

Der Geist continuava a fissarlo senza alcuna espressione. Silenzioso. Mitterhofer non aveva paura ma si sentiva a disagio. “Hai fatto male a sparire. Non trovandoti, scaricheranno la colpa su di te. Era la figlia di un uomo importante, il borgomastro ha dato molta attenzione al fatto. Tutti i Saltner della valle sono stati incaricati di darti la caccia. Chi non c’è ha sempre torto…”
Il fuggitivo fece un movimento impercettibile, come un piccolo sbuffo. Poi l’anta si richiuse e la sua figura sparì nell’oscurità. Mitterhofer sentì ancora quel rantolo disumano vicino all’orecchio: “A mo-do mio, Ma-stro Pe-ter. A mo-do mio.”
Un flusso di vento gelido investì il viso dell’artigiano. Der Geist era già scomparso.

Revival – miccia corta

by kai zen a

Mi ha detto la sciura del negozio di animali sotto casa che questo è un vecchio post della serie ‘vista dal basso’ http://kaizenology.wordpress.com/category/vista-dal-basso/ ingiustamente poco apprezzato. Io concordo! Ribeccatevelo e buona vacanze.

KZA e il suo Truck Driver immaginario

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Questo è il mio post più intimista. Qui vorrei espiare una delle mie colpe più evidenti e fastidiose, o perlomeno provarci. Confessare a capo chino che sì, anch’io ho contratto tempo fa la malattia nazionale italica per eccellenza. Ho la miccia corta. A volte – spesso – perdo in un attimo la pazienza e la serenità, in una discussione. Parlo senza ascoltare, alzando il tono della voce. Dico fesserie pur di sostenere la mia posizione. Perdo l’obiettività, nego l’evidenza. E non ridete: siamo tutti sulla stessa barca, amici. Accendete il televisore della vostra asettica camera d’albergo in una località estera, la prossima volta che riuscirete a scroccarne una con chissà quale buffa motivazione. Fate zapping tra i canali internazionali. Osservate la pacatezza del telegiornale tedesco, il contegno del gioco a premi francese, l’oggettività del reportage inglese. Persino un talk show sussurrato, con personaggi normali, in jeans e maglione, e modi di fare cortesi. Proseguite. Ecco, fermatevi qui. Sì, proprio qui, dove sentite ABBAIARE una moltitudine di persone, tutti nello stesso momento. Di certo si tratta di un canale italiano, senza neanche dover controllare il logo a uno dei lati della schermata. Sarà Ballarò o Anno Zero, se non addirittura peggio…

Ma non importa. Concentratevi invece sull’accumularsi di voci, di frasi, l’accavallarsi incessante di proclama, ingiurie e denigrazioni. Tutti parlano, nessuno ascolta. Tutti offendono, qualcuno se la sghignazza. Aggressività e mancanza di rispetto a tutto spiano. Può definirsi interrelazione questa? Da dove salta fuori questa attitude più adatta a un branco di lupi affamati che non a un gruppo di umani? E soprattutto, dove porta? Perchè un normale individuo di sembianze e origini italiche ha spesso questo tipo di bizzarra attitudine nella gestione dei rapporti con l’altro?

Forse è meglio partire dal perchè ce l’ho IO. Tra l’altro, la mia – di miccia – è a volte non solo corta ma cortissima, forse per mantenere intatte le proporzioni che madre natura ha voluto assegnarmi al giorno di arrivo (tranne una, maledetti maliziosi già pronti a sfottò di matrice sessuale…). Chiedete a chi mi conosce, o ai guidatori ‘creativi’ di bmw che ho incrociato per strada: vi confermeranno la malattia di cui soffro. Perchè mi succede? Quali motivazioni storiche, sociali, antropologiche stanno dietro a questo fastidioso modo di comportarsi? Andiamo a ritroso, scaviamo nel nostro passato, amici, perchè in questo senso la mia vita o quella di qualunque altro di voi hanno di sicuro una matrice comune. E allora…

-da bambini veniamo sepolti di attenzioni (sbagliato) e di regole da rispettare (sbagliato), mentre sarebbe molto meglio crescere in un ambiente normale, con interrelazioni normali, poca tv accesa, poche urla, pochi concetti e poche regole, ma CHIARE e senza eccezioni. Tra queste ultime, di sicuro anche l’ascoltare e il pensare prima di parlare. Il fatto delle troppe regole e praticamente nessuna rispettata si ripresenta poi puntuale per tutto l’arco di una vita italica, e non è una sana abitudine.

-da ragazzini, alla partita del pallone della squadretta locale si vedono già sugli spalti genitori che si gridano addosso, che insultano arbitri e allenatori, giocatori che si azzuffano, arbitri presi a schiaffi e via dicendo. Niente male come approccio alla lealtà sportiva e allo spirito di partecipazione. Fosse per me, campionati sospesi a tutti i livelli per tre anni a partire da domenica. Si può giocare solo a calcio al parco di Monza, su campi senza righe di gesso lunghi centinaia di metri. Voglio vedere poi chi ha la forza di lamentarsi o litigare.

-da adolescenti italici è un’infinita ed estenuante caccia alla sfittinzia, gioco di società in cui pruriginosi maschietti dagli abiti firmati e dallo charme di una scatola degli attrezzi non sanno più dove nascondersi nel lanciare ridicoli segnali erotici a profumate femminucce dal centimetro facile e dagli orizzonti culturali ehm… nebbiosi. E’ che poi il tutto sfocia in atteggiamenti da miccia corta tra i galletti della cumpa, data la legge vigente: chi colleziona più sfittinzie è il più forte. Almeno a parole. La realtà di solito è inversamente proporzionale alle sbrodolate.

-in automobile è una lotta quotidiana senza quartiere. Ovunque. Solo un santo potrebbe non arrabbiarsi guidando nel nostro paese. Sarà che dopo aver preso bastonate a destra e a manca, in tutti i settori della vita sociale italica, vedersi anche un macchinone da pappone che non paga le tasse a fare i suoi comodi nel traffico è davvero troppo. E – inevitabile – si accende la miccia. Mica è colpa mia. Ma risalire alla colpa originaria sembra un lavoraccio poco fattibile, in certo momenti. Per cui rimane l’abbaiarsi addosso. Certo, in termini di produzione di adrenalina funziona eccome. Mai provato?

-sul lavoro, al supermercato, alla reception del villaggio vacanze e in coda in posta solo chi alza la voce e si incazza ottiene quello che vuole, gli altri (i normali) possono accomodarsi senza fiatare a coprire i buchi lasciati dai furbetti. L’Italia funziona così. Ora, da che parte vuoi stare? Io i furbi arroganti li accenderei insieme ai tronchetti di acacia nel caminetto, ma di starmene sempre zitto e subire non ci penso proprio. Mi rimane la miccia corta. Che però spesso sconfina dal settore di competenza inizialmente autorizzato (prendere i furbi arroganti a calci in culo) e ahimè prende a casaccio di qua e di là, nella mia vita. E la gente mi trova imbruttito. E non va bene.

Devo trovare il modo di allungarla un pò, ‘sta maledetta miccia. Tipo contare fino a dieci. E’ che quando sei incazzato puoi arrivare a farlo in due secondi netti (un du tre qua cin se set ot…) e non cambia nulla. Autodisciplina. Ecco. Equilibrio interiore. Buddhismo. No, buddhismo no, che quando vedo Richard Gere che fa il santone mi incazzo…

Manager in cabina autocarro

by kai zen a

Ricordo ancora, era il 2008 ed è cominciato tutto come uno scherzo. Un amico camionista slovacco aveva la sorella sposata con un manager di una di quelle cazzo di multinazionali che possiedono mezzo mercato tra saponette, deodoranti, detersivi e altra merda chimica. Sì, quelle che riempiono di schiuma puzzolente il fiume dietro casa vostra salvo poi negare tutto e sponsorizzare il green day di qualche associazione spontanea di cittadini: quasi preferisco i rapinatori a mano armata. Anzi, senza ‘quasi’. Comunque, cominciava allora a girare tra i paesi del nord Europa una di quelle idee bizzarre - geniali e allo stesso tempo ridicole - che fanno capire quanto siamo in fondo coglioni, come specie animale: Stress al lavoro? Vita troppo complessa? Senti che non ce la fai più? Vieni da noi in campagna e rimani abbracciato a una mucca tutto il giorno. Ecco, la stessa cosa  – dalla parte delle mucche – è successa poi anche a noi Truck Driver: l’amico slovacco un giorno ha portato per scherzo suo cognato il manager sul bestione, per una consegna di prodotti caseari dalla Puglia ad Amburgo… non l’avesse mai fatto. ‘Sto troncolone imbellettato e profumato pare abbia scoperto il vero significato della vita, dopo quel viaggio. Pare abbia raccontato l’esperienza a tutti, passato la parola. C’era da morire dal ridere ad ascoltarne i racconti: l’incravattato ha iniziato il viaggio a suo modo, snocciolando statistiche sulla durata del viaggio, sul costo dei tratti autostradali, sull’usura dei pneumatici e stronzate simili. Petr – lo slovacco – lo guardava storto, con un ghigno costante sotto i baffoni rossastri: non durerà molto, la mozzarella laureata con master.

E invece no, cazzo. Il tizio ha cominciato a mutare piano piano, ad entrare nel personaggio. Prima ha allentato il nodo della cravatta, dopo nemmeno una cinquantina di chilometri, forse turbato dai poster di tettone in permanente e colpi di sole appiccicatigli dietro la schiena, o forse perso nello scrutare il traballante e ipnotico orizzonte stradale. Poi ha cominciato a parlare in modo sboccato, ha stappato almeno una decina di pessime bibite in lattina, una dietro l’altra, passandole dopo un sorso al cognato conducente, ha alzato sempre di più il volume dell’autoradio che sparava gli Hellacopters. Tutto sudato e sorridente, sembrava un altro. Sembrava rinato.

“Fratello, fermati alla prossima che devo scaricare l’acqua alle olive e mi ingloberei anche volentieri un hamburger a tre o quattro strati. Che ne dici?”

La mutazione galoppava, evidentemente, e in maniera anche preoccupante. Ma Petr ancora non sapeva, non aveva idea dell’incredibile potere rigenerante che l’habitat del camionista è in grado di trasmettere a tutti quei colletti bianchi da strapazzo. Di norma il cognato gli avrebbe detto, in circostanze simili: Petr, scusa il disturbo mentre guidi. Ti scoccerebbe fermarti un paio di minuti non appena possibile? Devo recarmi alla toilette. Potremmo anche mangiarci qualcosa di leggero, se ti va…

Ancora non sapeva. Petr è stato il pioniere. Sì, il fondatore. E rispose: “Per me è ok. Ma… tu stai bene?”

“Mai sentito meglio, cazzo. Fanculo anche a ‘sta camicia.” Se la strappò di dosso e la fece a brandelli. Ci pulì il cruscotto, sfregando come un invasato, mentre la preoccupazione di Petr lievitava. Gli venne in mente Robert Downey Jr. giornalista/violento crinimale nel magnifico Natural Born Killers di quel pallone gonfiato di Oliver Stone. Il paragone calzava a pennello.

Poi tra imprecazioni agli autisti, tirate su di catarro e relative esplulsioni dal finestrino (con tutti i rischi annessi al vento contrario), ruminate di gomme da masticare e forti tamburellate di dita a seguire i ritmi infernali di Reign in Blood degli Slayer, Petr cominciò piano piano a capire. A fiutare il business. Vuoi vedere che… Ne parlammo al solito incontro allo snooker del mercoledì. Il Gran Consiglio dei Camionisti Sovrappeso deliberò in un batter d’occhio. Un paio di giornalisti amici scrissero i pezzi giusti, nei giorni seguenti. Internet al solito fece da cassa di risonanza. E poi la cosa ci esplose in faccia: decine di manager, amministratori delegati, professionisti di alto rango, chirurghi facevano a spintoni per prenotare una tre giorni sulle nostra cabine autocarro. Più la destinazione era remota, meglio era, e più ci pagavano. Ricordo un notaio in estasi per la sua Barletta-Oslo, e scucì la bellezza di 10.000 euro per quel cazzo di viaggio di merda. Roba da non credere. Altro che mucche da abbracciare.

Ora sto provando a diversificare il business, per così dire. Voi mi conoscete ormai. Sto provando a convincere le ballerine di lap dance del posto che frequento che le vibrazioni di un viaggio nella mia cabina autocarro – con me a fianco, ovviamente – fanno bene alla compattezza delle loro chiappette d’oro, e sostituiscono tranquillamente un bimestre di faticoso step in palestra. Vediamo se riesco a rimorchiarne un paio per le prossime trasferte scandinave. Vi terrò aggiornati.

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