: kaizenology :

: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: luglio, 2010

Delta Blues

by kai zen a

Noi ci siamo per ottobre… voi?

http://www.edizioniambiente.it/repository/pagine/2010_verdenero_catalogo1.pdf 

(pagina 11)

Nota ai gruppi rock dello Stivale

by kai zen a

Sono reduce da qualche piacevole serata di musica dal vivo all’aperto, a dir la verità uno dei miei habitat naturali: caldo, calar del sole, fiumi di birra, gioviali pulzelle ventenni di attitudine svogliatamente alternativa, vestitini succinti, un esercito di sandali manco fossimo a Varanasi, bancarelle variopinte, miscuglio di incensi e spray anti-zanzare nell’aria e gara della t-shirt più figa tra gli avventori. Normalmente vinco io con quella dei teschi accatastati e sopra ’The Donnas’, ma di recente mi dà fastidio persino associare il nome di una band a queste stanche membra di Truck Driver: solo canotte a costa larga, bianche o blu scuro.

In serate simili dò il meglio di me stesso tra urla selvagge, grasse risate, scherzi idioti e stupidaggini di vario tipo, ripugnando spesso l’interlocutore di turno sino a costringerlo a inventarsi qualsiasi cosa pur di evitare che continui ad attaccargli la pezza. L’ultima volta, per esempio, due amiche carine a un certo punto mi hanno venduto l’idea che dovessero cambiarsi il tampax urgentemente – entrambe – prima che l’esibizione degli headliner cominciasse. Questione di vibrazioni, dicevano. Ma invece che scioccarmi o deludermi, poverette, le due sono diventate all’istante il mio sogno erotico congiunto preferito; ma non l’ho detto loro. Poi dite che non sto migliorando…

L’unica cosa che spesso manca in happening tardo-freak di questo tipo - incredibilmente - è un pò di sano VERO fottuto rock’n'roll profuso da tutti questi splendidi personaggi profondi, intimisti, di nero vestiti, altezzosi che costellano il firmamento del rock italiano. Dio bono, mi viene già il prurito… Sarà che ad Albuquerque – dove sono professionalmente cresciuto, trasportando maledetto whisky da un buco di culo a un altro – quando si dice che suonano rock, la band suona rock DAVVERO, e non sta a pizzicare chitarre con piglio sanremese aggiungendo parole difficili, frasi ad effetto di cui nessuno conosce il vero significato, nemmeno le decine di t-shirt cantanti sotto il palco.  Più che la musica, costoro adorano il personaggio, i suoi capelli alla moda, i guanti neri lunghi fino al braccio, le parole ricercate delle canzoni che forse ricordano loro sofferenze indicibili, amori passati. Stronzate di questo tipo. Nulla da dire, ci mancherebbe. Ma allora magari non chiamiamolo concerto rock, non trovate? Chiamiamolo Ritrovo di Intimisti Tristi e Ben Vestiti. Oppure Alternativi Anonimi insieme per l’Amor Perduto. O Guardiamoci Dentro, o Mi piango addosso, tu che fai? Ci si siede in cerchio, il figo di turno in mezzo, si mostra in tutto il suo splendore, chiarisce che prodotti usa, dove compra quei deliziosi capi d’abbigliamento. Poi legge due stronzate ‘profonde’ e ognuno, tra le lacrime, esprime la propria legittima emotività. In sottofondo un cazzo di cd new age o roba simile. Costerebbe anche meno in termini di SIAE, no? A proposito, tonnellate di merda alla SIAE da parte mia. Così, sulla fiducia.

Nel mio vocabolario il rock è come un ceffone in faccia, un pugno nello stomaco, è sudore, grido animale. Spirito ancestrale che emerge dal profondo, spezza le catene di normalizzazione alla vita moderna – almeno per la durata del maledetto concerto – e libera la nostra vera essenza. Ci fa tornare primitivi. Ci rapisce con il ritmo, la potenza, l’ossessività. Spacca. Ripulisce. Esorcizza. Svuota. Ditemi voi cosa possa svuotare mai un live tutto precisino e splendido di che so,  Negramaro, Marta sui Tubi, Afterhours, Baustelle ecc… Buoni artisti, non voglio dire. Ma di attitudine rock non vedo molto, con tutto il rispetto. Piuttosto allora Calibro 35, Il Teatro degli Orrori, Zu, Verdena. Gente che non ha collanine trendy belle strette al collo e foto ufficiali da metter loro le mani addosso. Gente che ci da dentro. Punto. Celebra lo spirito del rock’n'roll. Perchè è solo lui la superstar, ad ogni concerto. Nessun altro. Solo maledetto, sporco, schifoso rock’n'roll. Chiunque vi racconti altro, qualsiasi altra cosa, è da prendere cortesemente a calci in culo. E se serve una mano - o meglio un piede – non avete che da farmelo sapere. Mollo il mezzo in doppia fila e vi raggiungo subito.

La Sottile Linea Rosa vs Il Corpo di Carmilla

by Kai Zen

Siamo lieti di presentarvi il primo crossover tra narrazioni collettive… Il romanzo totale del 2008 è ben lungi da essere acqua passata e direttamente dall’ottimo esperimento Il Corpo di Carmilla arriva un incrocio degno dell’universo Marvel o di quello DC...

Doppia coppia all’irlandese (Andrea Cattaneo)

Londra, 24 luglio 1872: ore 23:30.

I vicoli di Whitechapel la notte non erano un luogo salubre: male illuminati e peggio frequentati odoravano di sudore, alcol, urina e vomito. Dopo il tramonto le viuzze nei pressi di Spitalfieds si riempivano di tagliagole, truffatori, imbonitori, prostitute, marinai e borghesi annoiati alla ricerca di un’emozione il più turpe possibile. Ma William Russell in quel quartiere cercava altro. Lì, in mezzo a tanta miseria umana, si concedeva una breve vacanza dall’esistenza anonima che l’avevano costretto a vivere.
Barcollando finì in una pozza di urina e si mise a sghignazzare: aveva bevuto ben oltre il limite e Russell in fatto di sbronze non era certo un principiante.
I colleghi giovani del Times – abituati agli agi dei salotti per bene di Londra e alle bustarelle del Governo – lo trattavano come un vecchio liberale pazzo che vaneggiava di guerre dimenticate. Le prostitute, che sapevano quanto fosse squattrinato, gli giravano al largo e lo stesso facevano i delinquenti che praticavano le tre carte. Da Russell non si poteva spillare un soldo.
Senza sapere bene perché imboccò Bell Lane sfilando accanto ai ricettatori che svendevano la refurtiva della giornata poi, arrivato a Wentworth Street, tagliò per un passaggio coperto e malfamato che portava a Goulston Street: sentiva il bisogno di raggiungere i docks e il Tamigi. In quel tunnel buio – traditi dal frusciare dei vestiti e dai gemiti – si intuiva la presenza di un gran numero di amanti. Russell, per scacciare quello che lui definiva il “grottesco risveglio del castrato”, si attaccò alla bottiglia. Ridotto com’era neppure il sesso a pagamento era un’opzione abbastanza rassicurante, infatti non vi ricorreva più da decenni.
Andò a sbattere contro qualcosa, un ostacolo basso e inamovibile. Allungò la mano e la posò sopra una testa accarezzando una chioma morbida e soffice. Forse una donna inginocchiata, forse un nano o forse un bambino: impossibile dirlo, era buio pesto. Biascicò delle scuse, poi si scansò e fece per proseguire ma andò nuovamente a sbattere contro lo stesso intralcio.
«Io vi conosco, voi siete famoso». Disse l’ostacolo che parlava con la voce di una bambina. «Vi prego, aiutatemi a uscire da qui». Da sobrio la cosa l’avrebbe insospettito ma, con tutto l’alcol che aveva in corpo, Russell si sentì lusingato per essere stato riconosciuto e non si fece troppe domande. «Sono William Russell, il famoso giornalista del Times, bimba. Ti porto fuori di qui, afferra la mia mano». La bambina obbedì stringendo il pollice destro del vecchio Russell con tanta forza da spappolarglielo. Ci mise un po’ William ad accorgersi del dolore, poi si mise a urlare. Ne seguì un gran coro di risate: così le prostitute e i loro clienti commentarono l’accaduto e la successiva richiesta d’aiuto di Russell.
Qualcosa lo colpì alla caviglia destra con tanta violenza da frantumarla, poi fu la volta della sinistra costringendolo in ginocchio. Russell, piangendo dal dolore, sgranò gli occhi nel tentativo vano di penetrare l’oscurità e vedere il volto del suo aggressore: riuscì solo a sentire il suo odore, un odore familiare.
«È inutile urlare, nessuno vi aiuterà. Ora che siamo faccia a faccia possiamo trattare da pari». Annunciò la bimba con naturalezza, come se stesse spiegando le regole di un gioco. «Il Governo vi ha condannato a morte per l’omicidio di Lord Halifax; hanno mandato me a eseguire la sentenza. Credevate si fossero dimenticati di voi?» Nonostante fosse passato tanto tempo Russell si ricordava perfettamente i fatti della Crimea, rammentava anche tutti gli uomini coinvolti nell’affare Halifax.
«I vostri complici, se la cosa vi può interessare, moriranno tutti questa notte. Ma, al contrario di loro, poiché siete un uomo fortunato, la morte per voi sarà solo un inizio. Servirete la Corona non per fedeltà, ma per fame: a partire da domani sarete a mia disposizione. Vi convocherò facendovi recapitare una carta da gioco – una regina di picche – e voi tornerete in questo tunnel per ricevere istruzioni. Questo è quanto, signor Russell. Ora vi prego, non piangete più: siate ragionevole». La bimba posò le sue manine gelide sulle guance di Russell, lo accarezzò per calmarlo poi affondò i dentini aguzzi nel suo collo.
Russell, squassato dal dolore, si meravigliò della forza celata in quelle piccole mani sufficiente a impedirgli di divincolarsi. Sentì esplodere in petto un freddo pungente, una morsa gli serrò il cuore e provò la sensazione di venire risucchiato in un gorgo buio. Infine venne lo strazio dolorosissimo per la sua vita che – benché fosse divenuta miserabile e fasulla – finiva così, senza possibilità di appello. D’ora in poi a lui avrebbe provveduto quel piccolo mostro e, in fin dei conti, era poi una cosa tanto terribile? «Ecco cos’era quell’odore familiare – sussurrò Russell –, era l’odore del sangue».

Tra Il Cairo e Alessandria d’Egitto, 24 luglio 1872: ore 1:30.

La duchessa Marina Seminova non aveva badato a spese: per quello spostamento da Il Cairo ad Alessandria d’Egitto aveva prenotato un intero vagone. Da quanto sua figlia Beria se ne era andata (probabilmente, sospettava lei, a fare l’amante di Lord Cardigan) la Duchessa non faceva altro che spendere il più possibile e coinvolgere Fëdor Michajlovic in ogni genere di avventura. L’aveva trascinato a Beijīng, a Shangai, in Mongolia, poi in lungo e in largo per tutta l’Asia.
Stufa dell’estremo oriente, si era poi rivolta all’Africa. Partendo dall’estremo meridione del continente nero, i due si erano spostati verso il Mediterraneo soffrendo ogni genere di malattia esotica e confrontandosi con una realtà per loro del tutto inimmaginabile. Fëdor era sempre più cupo e taciturno, Marina al contrario era eccitata da ogni nuova scoperta.
Arrivati al Cairo, Fëdor s’era dovuto fermare a letto per diversi giorni a causa della febbre alta. Marina invece sembrava inarrestabile; aveva approfittato dell’assenza del suo compagno per visitare i quartieri più malfamati della città, alla disperata ricerca di oppio e di divertimenti proibiti. Entrambi sfiniti, dopo un paio di settimane di permanenza, avevano deciso di visitare Alessandria d’Egitto.
Marina fantasticava di voler ricercare la sepoltura del fondatore della città, Fëdor sperava soltanto di convincerla a imbarcarsi per tornare a Odessa. Saliti sul treno lei non aveva fatto altro che parlare di Alessandro Magno, di quanto doveva essere bello e forte e ricco e via dicendo. Fëdor ascoltava tossendo con violenza: non si sentiva ancora del tutto guarito.
«Cosa hai mangiato Fëdor? Puzzi terribilmente di aglio». Disse Marina disgustata.
«Cara, non mi sento bene – si scusò Fëdor –, abbi pazienza».
«È rivoltante. Ma sono aperti i finestrini? Ho chiesto riservatezza, ma tutte queste tendine tirate mi sembrano un po’ eccessive».
«Ho capito, ora guardo». Si lamentò Fëdor avvicinandosi a un finestrino e scostando la tendina che lo copriva: era sigillato e così pure tutti gli altri. «Che scherzo è mai questo?»
«Chiama qualcuno – protestò Marina –, esigo delle spiegazioni».
Fëdor tirò una corda facendo fischiare la sirena del servizio treno: «Dannati selvaggi, ci voglio fare asfissiare».
Il capotreno si presentò poco dopo nella sua uniforme sgualcita: era un egiziano alto, dall’aspetto emaciato e dal colorito cadaverico. Li fissò con uno sguardo mobile e inquieto: «I signori desiderano?»
«Questo vagone è sigillato». Disse Marina indicando i finestrini. «Aprite subito o moriremo soffocati».
«Temo sia impossibile, cara Duchessa». Rispose il capotreno togliendosi il berretto e grattandosi il cranio calvo. «Se aprissi i finestrini voi non morireste soffocati».
«Cosa andate blaterando?» S’intromise Fëdor tentando di alzarsi. La sua vista era appannata e, toccandosi il petto, si accorse di avere la camicia madida di sangue.
«Mio dio, Fëdor, sei ferito?»
«Sono le piaghe, Duchessa – spiegò il capotreno –. Le stesse che ora sentirete pizzicare sulle vostre braccia e gambe, presto si apriranno e sanguineranno. In effetti, cari signori, voi due siete già morti».
«Come avete fatto?» Domandò Fëdor tentando di trattenere la nausea.
«Il fatto che vi interessiate alla causa della vostra stessa morte vi rende onore, signor Michajlovic». Osservò il capotreno. «Non mi hanno mentito quando mi hanno detto che eravate un intellettuale. Quest’odore d’aglio che sentite è l’odore dell’Iprite: un gas altamente tossico e letale. L’intero vagone ne è saturo e voi siete rimasti esposti troppo a lungo per sperare di sopravvivere. Prima verranno le piaghe, la cecità e via dicendo fino ad arrivare al completo collasso dell’apparato respiratorio. Ma non preoccupatevi, alle dosi che ho usato ci vorranno diverse ore».

«Così facendo, morirete anche voi». Osservò Marina.
«Si da il caso – rispose il capotreno sedendosi accanto a Michajlovic –, che l’Iprite su di me sia del tutto innocua. No, non meravigliatevi Duchessa. Vedete, ci è concesso morire una sola volta e a me è capitato diverso tempo fa».
«Siete un mostro!» Urlò Marina.
«Un vampiro, per la precisione». Ribatté ridacchiando il capotreno. «Però, dato che non sono crudele come pensate, ci tengo a chiarire una cosa: non vi uccido per mio interesse, per me assassinare voi o altri è la stessa cosa. Lo faccio perché siete stati entrambi condannati a morte».
«Da chi?» Domandò Fëdor con un filo di voce.
«Il Governo Britannico ha deciso di punire l’omicidio di Lord Halifax e ha incaricato il gruppo per cui lavoro di rintracciarvi ed eliminarvi tutti. Naturalmente sapete a chi mi riferisco, suppongo ricordiate bene quali sono stati i vostri complici». La Duchessa non riuscì a trattenere le lacrime: la sua morte era tollerabile, ma l’idea che Beria dovesse subire la stessa sorte era insopportabile. «Sono desolato, Duchessa. Le leggi degli uomini sono così crudeli, non è vero? Ora, dato che dovremo passare un po’ di tempo insieme, vorrei omaggiarvi con un piccolo presente che mi è stato chiesto di consegnarvi. Si tratta di una carta da gioco, un fante di quadri: sapete come sono i burocrati inglesi, amano le complicazioni. Fëdor, potreste cortesemente metterla nel taschino della giacca? Così dovrebbero ritrovarla facilmente assieme al vostro cadavere».
«Andate al diavolo». Rispose Fëdor.
«Che assurdità! Il vostro omonimo – quasi un doppelgänger si direbbe – Dostoevskij non si sarebbe abbassato a certi livelli…» Ribatté il capotreno svelando con un sorriso la dentatura tipica dei vampiri. «Bene signori, non so voi ma io ho una fame da lupi. Se non vi offendete mi servo da solo».

Calcutta, 24 luglio 1872: ore 5.

Il generale Cardigan, incurante della folla che si scansava strillando, esplose un altro colpo in direzione del suo inseguitore. Imprecando Lord Cardigan gettò vita la pistola scarica. Era certo di averlo centrato, eppure quel mostro continuava a braccarlo come se nulla fosse. Invecchiato e martoriato dalla podagra provocata dagli eccessi alimentari e dal troppo bere, Cardigan non era di sicuro una preda difficile da raggiungere. Il suo inseguitore, che al contrario di lui sembrava piuttosto veloce, stava solo giocando, lo voleva esasperare.
Gli indiani osservavano quella bizzarra scena con un misto di paura e stupore: un alto ufficiale britannico con addosso solo le braghe, braccato all’alba per le vie di Calcutta da un civile in abiti di lino eleganti e curati. L’inseguitore, che sorrideva divertito, si fermava con una mano il cappello in testa per non lasciarlo volare via nella corsa e con l’altra brandiva una sciabola arrugginita.
Cardigan non aveva avuto neppure il tempo di rivestirsi completamente: era nei suoi appartamenti nudo, disteso a letto con Beria al suo fianco. L’afa era insopportabile e di dormire ancora non se ne parlava, così si era alzato, si era infilato i calzoni ed era andato in bagno a radersi. Qui aveva trovato, fissata sullo specchio, una carta da gioco: un fante di cuori, una stranezza a cui non aveva dato importanza. «Beria – disse Cardigan –, non trovo più il rasoio. L’hai visto?» Dato che la donna non rispondeva, Cardigan – interpretando quel silenzio come un invito all’ennesima lotta sotto le lenzuola – era tornato in camera e il sorriso gli era sparito dalla faccia.
«In effetti, è l’ultima cosa che ha visto: ho usato quello per tagliarle la gola. Non vi dispiace, vero?» In un angolo della stanza un uomo vestito come un damerino sorrideva sornione e attendeva seduto su un canapè: in un tazza da tè aveva raccolto del sangue di Beria e lo sorseggiava amabilmente. «Dunque cosa aspettate – aveva chiesto il damerino indicando la pistola e la sciabola di Cardigan appoggiate su un tavolino vicino alla porta del bagno –, non mi attaccate con quelle?» Cardigan non se l’era fatto ripetere, aveva afferrato le sue armi e aveva sparato colpendolo in pieno petto. Il damerino era scoppiato a ridere e in quel momento il Generale comprese di non avere di fronte un essere umano.
Cardigan d’istinto si era gettato dalla finestra del bagno ruzzolando sul prato del giardino sottostante e rompendosi il naso. Correndo a rotta di collo in direzione dell’Hoogli, s’era infilato nelle stradine più oscure della città dove gli inglesi non mettevano piede per paura di finire accoltellati o peggio. Lui che era uno degli oppressori della gente di Calcutta, ora cercava proprio da loro rifugio e aiuto. Maledì se stesso per aver assecondato Beria (che non voleva rischiare di incrociare sua moglie Adeline) nella decisione di prenderle casa lontana dalle caserme dell’esercito.
Il damerino non aveva mai perso di vista Lord Cardigan: per un po’ si era divertito a vederlo arrancare tra i mendicanti di Calcutta poi, quando il vecchio generale si credeva in salvo, l’aveva raggiunto in un baleno e schiaffeggiato. Non l’aveva colpito con l’intenzione di fermarlo, voleva farlo disperare: solo così avrebbe ottenuto il duello all’ultimo sangue che cercava. «A Balaklava eravate tutti così lenti? Per questo vi hanno massacrato. E voi, come mai non siete morto quel giorno? Non vi vergognate ad essere diventato vecchio quando tutti quei giovani sono morti?»
Lord Cardigan si era infilato in una casa con le pareti di fango sfondando la fragile porta di legno col proprio peso. L’aveva attraversata ansimando sotto lo sguardo terrorizzato di una donna e dei suoi figli, poi era sbucato sul retro ed era corso via verso un mercato all’aperto. In lontananza si potevano intravedere le acque melmose dell’Hoogli e i fedeli intenti nelle abluzioni. Forse sul fiume avrebbe trovato una pattuglia, qualcuno a cui chiedere aiuto.
Ogni parte del suo corpo urlava di dolore, a tenerlo insieme non rimaneva altro che la forza di volontà. Ma arrivò al punto che, anche volendo, non avrebbe più potuto più correre: il suo corpo non obbediva più, la sua fuga finiva lì. Impugnò con entrambe le mani la sciabola e si fermò dov’era, in attesa del damerino. Un silenzio irreale calò sulla strada, nessuno dei presenti osava fiatare: la folla si aprì creando uno spazio vuoto adatto all’imminente massacro.
Il rumore stridulo di una lama che sfregava contro il selciato annunciò l’arrivo del suo inseguitore. «Finalmente facciamo sul serio».
«Cosa vuoi da me? Perché mi fai questo?»
«Perché è divertente – rispose beffardo il damerino – ho il compito di vendicare Halifax. Non l’avete dimenticato, vero?»
«Sono passati tanti anni».
«Che argomentazione stupida: per l’Impero Britannico gli anni durano istanti. Ora opponete queste idiozie alla morte, Lord Cardigan? Non usate più il ferro come una volta?» Il damerino sollevò la sciabola e gliela puntò contro. «Ho portato questa apposta per voi, un tempo anche io ero un militare, un ussaro per la precisione: quelli come noi di solito preferiscono andarsene tagliati o infilzati piuttosto che dissanguati. È uno strappo alla regola, un mio omaggio personale. Ma se non gradite posso fare diversamente. Allora, come preferite che finisca: in fretta o con onore?»
Cardigan si gettò contro il damerino: con un violento fendente da destra lo costrinse a sguarnire il fianco opposto. Ne approfittò per colpirlo con un robusto gancio al volto che gli fece volar via il cappello e lo fece rotolare a terra. In un istante gli fu addosso, gli afferrò il collo freddo come marmo con entrambe le mani e strinse più forte che poté. Il damerino strabuzzò gli occhi limpidi e cacciò fuori la lingua: cercava di allontanare Cardigan, ma neppure il diavolo l’avrebbe fatto desistere. Stringeva con tanta forza che si sarebbe aspettato di sentire il collo spezzarsi, ma non accade proprio nulla.
Il damerino scoppiò a ridere e smise di divincolarsi. «Bene, generale, ora il vostro onore è salvo. Adesso però lasciatemi fare il mio lavoro». Allungò la mano sinistra e impugnò la sciabola, con la destra afferrò i radi capelli del generale.
«Che cosa sei tu?»
«Ssst, non ci credereste mai…» Bisbigliò il damerino spiccandogli la testa dal resto del corpo.

Nel cuore della foresta di Sherwood, 25 luglio 1872: ore 5.

L’appuntamento era fissato ai piedi della Quercia Maggiore. Alla carrozza di Lord Raglan, che attendeva da diverse ore, si affiancò un’altra carrozza.
«Siete in ritardo Hesselius – protestò Lord Raglan –, io non ho tempo da perdere, sapete».
«Vi porto buone notizie, Raglan. L’operazione è terminata con successo: tutti i coinvolti nell’omicidio di Halifax sono stati eliminati ad eccezione di Russell. Lui ora obbedirà agli ordini della Corona».
«Eccellente – osservò Lord Raglan –, la prima operazione su scala internazionale dell’MI1 è stata un successo completo».
«Ne dubitavate?»
«Sì. Voi non siete un militare, affidare a voi un ufficio di intelligence coi compiti dell’MI1 e soprattutto affidarvi il comando di quei mostri è stato un azzardo. Inoltre voi siete irlandese e io non mi sono mai fidato degli irlandesi».
«Avrei preferito fare altro, Raglan. Ma la Corona ha disposto così: voi che, per volontà di Sua Maestà, vi fingete morto dal 1855 dovreste sapere bene che non si può disubbidire a certi ordini».
«Come avete fatto a guidare quelle creature? Sono mostri, non conoscono disciplina, agiscono per il solo piacere di uccidere».
«È bastato dare loro un bersaglio e lasciarli liberi di operare come meglio credevano. Noi forniamo loro tutto quello che chiedono e loro in cambio fanno ciò che sanno fare meglio: uccidono i nostri nemici. Piuttosto, per quella questione che mi riguarda…»
«Avrete tutto il cibo che vi serve per quella bestia, le galere sono piene di disgraziati che nessuno reclamerà: ho già disposto tutto, a Dublino saranno a vostra disposizione».
«Ottimo, ora che la Confraternita del Piacere Universale è stata estirpata non mi resta che darvi questa». Aggiunse Hesselius allungando una carta da gioco verso Lord Raglan.
«Una regina di quadri?» Domandò Raglan scocciato. «Che stupida trovata questa delle carte Hesselius, non ho capito a cosa dovrebbe servire?»
«Domattina troveranno la carta sul suo cadavere e chi di dovere saprà che l’MI1 ora è in completa attività. Il Governo Britannico vi ha protetto e nascosto fino ad oggi, ma non ama lasciare conti in sospeso, Raglan».
«Prego?»
«Flannait – disse Hesselius rivolgendosi all’autista seduto a cassetta sulla carrozza di Lord Raglan –, lascio tutto nelle tue mani. Esegui gli ordini della Corona, uccidi il traditore dei traditori».
«Come sei cerimonioso quando lavori, Martin». Rispose Flannait sfilandosi il berretto che era servito a nascondere la sua chioma rosso sangue. «Sii gentiluomo e augurami piuttosto buon appetito».

Il Lario, i norvegesi e sei vagoni derelitto

by kai zen a

Anche un modesto Truck Driver di periferia e il suo bizzarro nucleo familiare nel fine settimana, a volte, emigrano sul litorale del lago di Como per qualche ora di refrigerio: zoccoli bianchi bucherellati, vistosi costumi a stelle e strisce o gialli fluorescenti  à la Borat (Genio!!!!! Genio!!!!), giganti panini imbottiti a 5/6 strati e musica gitana sparata a mille (anzi, a tre – massimo) da una ridicola radio portatile a forma di orsetto per bambini. Ma quando si spinge a cotanta gita fuori porta, un buon camionista NON ha voglia di guidare e dunque ci va in treno. Detto fatto.

La giornata si consuma piacevole, soltanto una manciata di momenti di tensione tra il capo famiglia e - nell’ordine – i vicini di asciugamano, i vicini di tavolino al bar, i vicini di tuffo, i vicini di ombra ritagliata per sbranare i panini multi-strano, i vicini di cesso pubblico. I soliti futili motivi, solo scuse per scaldarsi un pò. Per il resto, nulla di particolare da segnalare, se non una torre umana a quattro piani durante il bagno del pomeriggio (Truck Driver e le sue tre donne di famiglia arrampicate una sull’altra, piccola camionista dueenne in cima), che ha riscosso meraviglia e qualche applauso, e un nuovo battibecco di una trentina di minuti tra il sottoscritto e un gruppo di agenti di polizia locale intenzionati a fermare il numero da circo spontaneo. Se la sono presa, parrebbe, per un coltellaccio da cucina che avrei estratto di colpo, durante la discussione, oscillandolo minaccioso. A poco è servito chiarire che dovevo solo pulirmici l’unghia di quattro centimetri del mignolo della mano sinistra.

 Al ritorno, alle 18:00 circa, nell’assolata e deserta stazione di Lierna un caldo infernale e soltanto un gruppetto di persone annidate all’ombra, in attesa del treno per la pianura padana. Non sono italiani, ovvio, sono biondi turisti in brache corte e faccia paonazza dal calore; figurati se gli italiani prendono il treno per andare al lago, la domenica. Accanto alla ferrovia, la strada statale è già una coda unica di auto a passo d’uomo per il rientro. Sorrido, quasi supponente nel pavoneggiarmi per l’enorme senso civico che mi sorprendo a esibire, frequentando stazioni ferroviarie. Sorrido beffardo alle facce che mi osservano, oltre il basso recinto di pietra, chiuse nelle loro auto in ebollizione. Fatevi la fila, fatevi… io invece adesso mi siedo bello comodo in treno a gustarmi uno dei panorami più famosi al mondo… il Lario… è riprodotto anche a Las Vegas, cazzo… non vedo l’ora…

Poi sento il treno avvicinarsi alla stazione, ma ancora non stacco lo sguardo di sfida al serpente di automobili. Le ragazze stanno già appostandosi per la salita in carrozza. Solo dopo che i fischi lacera-timpani dei freni tirati si interrompono, a treno fermo, mi volto verso il convoglio con il sorriso stampato sulle labbra. Mi viene un colpo. Strofino gli occhi, guardo ancora. Non è possibile.

Una breve fila di vagoni che definire malridotti è una grave sopravvalutazione. Butch Cassady e Sundance Kid di certo assalivano treni migliori, nel vecchio West. E i convogli della metrò di New York nel film ‘I guerrieri della notte’, quelli del Bronx ecc., al confronto paiono quelli del TGV. E la cosa più incredibile: i finestrini, tutti i finestrini di tutti i sei vagoni che compongono il treno derelitto sono talmente sporchi e opachi, ma talmente lerci, da non riuscire a guardare attraverso. Neanche sforzandosi, e neanche in un punto. Niente. Nulla. Nada. Niks. Dunque nessun lago, nessun panorama. Cioè, uno degli scorci italici più conosciuti e apprezzati, in una domenica di luglio, in pieno periodo vacanziero e turistico, non è visibile dall’interno del treno perchè i finestrini non lo permettono.

Mi incazzo uguale ancora adesso, solo a ripensarci. Ma come è  possibile? Voglio parlare col responsabile. Subito! E quei poveri norvegesi, che ho ancora alle spalle? Stanno leggendo la guida sull’Italia, sono tutti entusiasti, ma adesso li sento proferire parole sconosciute ma certamente basite. Che cazzo di idea avranno di ‘sto paese? Da bravi prendono il treno  – gli unici, i coglioni autoctoni invece intasano strade e polmoni sulle loro auto da pseudo benestanti cerebrolesi – e si trovano questa indecenza. Non riescono nemmeno a vedere il lago, appena sotto la ferrovia. Che cazzo, qui il Truck Driver deve intervenire! Arriva il controllore. Mi frego le mani, allontanandomi di qualche passo dalla prole ascoltante.

‘Ecco qui il nostro biglietto, capo. Un giusto contributo a ‘sta merda sulla quale viaggiamo.’

‘Pensa io che ci lavoro.’

Non fa una grinza, ma fa niente. ‘Bel treno, complimenti. Bel panorama. Bravi. Bravi tutti a Trenitalia. Solo i convogli migliori, gran professionisti. ‘

Accelera il passo, sente odore di guai. In verità voglio solo un pò rompere i coglioni. Così, per chiudere bene la domenica. Ma poi lascio stare, in fondo davvero lui non c’entra niente. O meglio, c’entra un pò, come tutti noi c’entriamo un pò nella situazione tragicomica in cui ci siamo andati a cacciare. Sorrido ai norvegesi, faccio loro il segno del pollice sù.

‘Bella l’Italia…’

E loro: ‘Bella!’

Guardo verso il finestrino. ‘A vederla…’

Ridono.

Metto altra musica gitana dalla radio a orsetto e mi siedo tranquillo a sudare e guardare l’opaco di fine domenica dal mio bel finestrino di treno regionale.

La Sottile Linea Rosa 9-II

by Kai Zen

Capitolo 9-II (Antonella Sacco)

21 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

Un sergente introduce Cardigan da Raglan. I due si guardano freddamente: non c’è mai stata simpatia fra loro e adesso, a dividerli, c’è anche il marchese di Lucan e il ruolo da questi ricoperto neanche un mese fa, quando Cardigan si è trovato in testa alla sottile linea rossa e, obbedendo agli ordini ricevuti, ha portato alla distruzione la sua brigata. Gli oltre cento morti e i quasi centocinquanta feriti della battaglia del 25 ottobre sono tutti lì, nella stanza…
È Raglan il primo a parlare:
“Vi devo qualcosa, per un errore che non è mio. Potete andarvene, siete libero: non ci siamo visti, voi non eravate in quella taverna e non avete cercato di aiutare quel pazzo di un russo.”
“Fëdor Michajlovic non è un pazzo e lo sapete bene. Il folle era un altro.”
“Ci sono verità che devono essere taciute e il silenzio pagato con il sangue: questa volta la vittima sacrificale è il russo. Non potevamo sperare in niente di meglio: dopo aver fallito una prima volta, il nemico è riuscito nel suo intento di assassinare il compianto generale.”
Cardigan tace. Conosce abbastanza lord Raglan da sapere che niente di quanto potrebbe dire servirebbe a salvare la vita di Fëdor. Conosce abbastanza la vita da sapere che la verità è solo una delle tante menzogne che si raccontano in giro, è così che vanno le cose. Vanno così, le cose: soldati che muoiono per un ordine male interpretato, generali che non pagano per i propri errori, giustizieri che vengono giustiziati…
Cardigan se ne va senza parlare, un secco cenno di saluto, il minimo indispensabile per rispettare la differenza di grado.
Salvare Fëdor è un’impresa disperata, trovare Beria una impossibile… cosa gli resta dunque?

20 novembre 1854, una villetta poco fuori Balaklava

“Siete stato davvero gentile ad accorrere al richiamo di due donne cadute in disgrazia.” Mormora Marina Seminova porgendo la mano a Russell.
Il giornalista si inchina lievemente.
“Avete dei fedeli amici, dovreste saperlo.” Il suo tono sa di rimprovero. Beria trasale ma finge indifferenza. La duchessa domanda:
“Cosa intendete dire?”
Russell sospira, non ha bevuto abbastanza per raccontare.
“Mister William, vi prego. C’è qualcosa che dovremmo sapere?” Interviene Beria, con la sua voce di miele.
Russell sospira, non ha bevuto abbastanza ma racconterà.
“La notte in cui siete fuggita dal comando inglese nel campo c’era un’insolita confusione. Era causata da un’azione che aveva come scopo quello di liberarvi. L’intervento di miss Beria ha mescolato le carte e i vostri amici hanno perso le vostre tracce.”
Marina annuisce, ha capito. Tutto o quasi. Beria chiede ancora:
“E chi… Mister William, chi?” È un nome, che vorrebbe sentir pronunciare, uno solo fra i tanti che conosce. È un uomo a cui vorrebbe dover gratitudine, un uomo solo fra i tanti che l’hanno avuta.
“Non lo immaginate?”
La duchessa previene Beria:
“Fra tre giorni lasceremo Balaklava. Dobbiamo obbedire all’ordine di lord Raglan e imbarcarci per Odessa, rimanendo qui in incognito fino al momento della partenza. Vorremmo salutare i nostri amici, quelli a cui vi riferite.”
“Anche loro saranno felici di rivedervi e di sapere che siete sane e salve.”
“Allora li porterete qui?”
Russell annuisce e si accomiata.
“Non rimpiangerete a lungo questa insanguinata penisola, madame, ne sono certo.”
Fuori, il giornalista assapora con piacere l’aria fresca della notte.

23 novembre 1854, verso e poi al Comando britannico di Simferopoli

Cardigan porge la mano a una donna velata aiutandola a scendere dalla carrozza.
“Venite, Duchessa.”
Marina si appoggia al suo braccio e cammina in silenzio al suo fianco. La notizia che l’inglese le ha portato l’ha sconvolta più di quanto accetti di ammettere anche con se stessa: il sacrificio di Fëdor, che ha liberato lei e tutti dal pericoloso e spietato Halifax, è qualcosa a cui non è preparata. I suoi sentimenti per lui sono sempre stati ambivalenti, amore e odio, disprezzo e ammirazione, desiderio e fastidio: mai definiti, mai ben riconoscibili. Un’altalena che ha sempre avuto un aspetto eccitante, divertente. Fino a quel momento. La morte cambia tutto, spazza via il superfluo e quello che resta è un sordo rimpianto che, Marina ne è sicura, non si cancellerà mai.
Cardigan ha ottenuto da lord Raglan il permesso di accompagnare la duchessa in un’ultima visita a Fëdor Michajlovic, ma il giorno successivo, nel quale è fissata l’esecuzione, lei dovrà partire per Odessa, non le è stato concesso di rimandare.
I soldati di guardia si scostano per lasciar passare la coppia, il frusciare degli abiti di Marina si mescola con il tintinnare delle chiavi.
Quando lei varca la soglia della cella di Fëdor, Cardigan si dilegua discretamente, scortato dal secondino.
I due rimangono immobili e in silenzio per alcuni secondi, poi si avvicinano e si stringono le mani:
“Sono felice che tu sia salva e libera.”
Marina, per una volta, non trova le parole, forse perché non è una risposta ironica che cerca o forse perché sono troppe quelle che non gli ha detto e che vorrebbe dirgli.
“Ti ha fatto del male?” Chiede Fëdor.
“Non ne ha avuto il tempo.” Nel pronunciare la frase ha un fremito: neppure lui, Fëdor, ha più tempo, gli resta un solo giorno.
“Mister Russell ci ha raccontato della vostra azione, siete stati audaci al limite dell’incoscienza.”
“Quanto occorreva per non essere prevedibili. Ma non parliamo di questo, adesso.”
Si guardano, le loro bocche si sfiorano, Marina poggia le mani sulle spalle di Fëdor e lui la stringe fra le braccia: il bacio diviene appassionato, per un breve istante il passato si trasforma nel presente e il presente è un futuro lontano.
È Marina a staccarsi per prima: “Non posso pensare a domani…”
Lui sorride e dice con tono leggero appena velato di amarezza:
“In fondo sono fortunato: la gente ha paura di morire, soprattutto perché non sa quando morirà. Io invece lo so. E ora che sei qui, niente e nessuno può più farmi del male.”
“Sei un pazzo.”
“Lo hai sempre saputo.”
Un leggero colpo di tosse proviene dal corridoio: Cardigan si avvicina alla cella.
“Duchessa, dobbiamo andare, mi spiace.”
Lei fa cenno di aspettare, un altro poco. Fëdor le carezza una guancia.
“Ti avrò al mio fianco. Per sempre.”
Marina è una donna che non piange, è un lusso che non si è mai concessa, e non fa eccezione nemmeno questa volta, segue l’inglese senza voltarsi indietro.

24 novembre 1854, una villetta poco fuori Balaklava

Cardigan non si stanca di guardare Beria e di carezzarle i capelli, e pensa a come sono stati terribili i giorni in cui non sapeva più niente di lei. In realtà di lei sa solo quello che vede e cioè che è bella e giovane e che la desidera come mai gli è capitato con un’altra. Pensa anche che se lei andrà a Odessa con Marina, lui, forse, non la rivedrà. E questo è un pensiero intollerabile.
C’è qualcosa che potrebbe impedire la sua partenza, qualcosa che nessuno si aspetta da lui e che forse darebbe luogo a uno scandalo, per quanto ci si possa curare degli scandali in quella terra massacrata dai combattimenti. C’è qualcosa:
“Beria.”
“Sì.” Mormora lei.
“Sposiamoci. Non riuscirei a stare di nuovo lontano da te.” Con un gesto rapido e delicato insieme prende dalla tasca l’anello di rubini e glielo infila al dito, carezzandole il dorso della mano.
Beria ritira la mano, guarda lui, poi l’anello e si domanda per quale curioso destino adesso il gioiello sia tornato a lei.
Pensa che altri le hanno proposto il matrimonio, ma era nell’estasi di un amplesso o si trattava di ragazzi, come il soldatino qualche notte prima.
“Avevi detto di amarmi, un giorno.” Dice ancora l’inglese.
“Tu non mi conosci.”
“Conosco di te quello che mi basta. Sposiamoci.”
“Ma il mio passato…”
“Non voglio saperlo. Voglio solo te. Solo con te riesco a sfuggire per qualche minuto al ricordo di quella valle maledetta… solo con te riesco a credere che la mia vita non sia ancora finita.”
Beria sospira, tira su le gambe e le abbraccia. Se solo potesse cancellare certe cose allora, forse, direbbe di sì. Perché c’è sempre il momento in cui anche l’uomo più innamorato scopre di non poter accettare che la sua amata sia stata di altri, e lei non tollera l’idea che Cardigan prima o poi le rinfacci le relazioni che ha avuto, per diletto o per dovere.
L’ombra di un sorriso le illumina il volto: nonostante tutto è bello cullarsi per un attimo in quell’illusione. Lei, proprio lei, diventare lady Cardigan, vivere a Londra, dimenticare tutto il resto…
Entra Marina, elegante negli abiti da viaggio.
“Beria, cara, sei pronta? Dobbiamo andare al molo.”
“Duchessa, Beria non verrà con voi.”
Le due donne si voltano verso Cardigan.
“Conoscete gli ordini del generale Raglan. Non può rimanere qui.” Ribatte Marina, che ha intuito cosa intende l’inglese, ma vuole sentirglielo dire.
“Come mia moglie sì.”
Sentimenti contrastanti si agitano nell’animo della duchessa. È contenta per Beria, ma nello stesso tempo l’idea di tornare in Russia senza di lei le pare un’assurdità. Improvvisamente Marina si sente schiacciare dal peso della solitudine. Fëdor sta per morire, Beria si sposa: a lei cosa resta?
Lo smarrimento dura un attimo, soffocando un sospiro mormora rivolta a Beria:
“Giura che sarai felice.”
Poi ammonisce Cardigan: “Se mia figlia soffrirà per causa vostra saprò farvela pagare.”
“Non potrei mai farti del male.” Dice piano Cardigan, dopo che Marina è uscita. Beria tace, ha un nodo in gola e le lacrime agli occhi, in pochi istanti la sua vita è così mutata.

24 novembre 1854, porto di Balaklava, battello per Odessa

Delusa per l’assenza di Russell, Marina percorre la passerella di legno e sale sul battello. Due soldati la seguono con i bagagli e il comandante l’accoglie con un inchino impeccabile. Potrebbe essere un viaggio piacevole, dopo tutto, se non fosse sola.
In piedi vicino al parapetto guarda senza vederla la folla affaccendata del porto, i suoi pensieri sono altrove, in altri luoghi e altri tempi. Davanti ai suoi occhi le scene si susseguono come se contemplasse dei quadri appesi in una galleria: un gruppo di intellettuali intorno a un tavolo, lei che cammina con Fëdor parlando di poesia, il matrimonio con Seminov, Ferenc che suona, le riunioni della Confraternita, le partite a biritch, il figlio nato morto e il terribile incendio che le regala la piccola Beria… sospira, Marina. Una porta si chiude ma un’altra si aprirà, forse a Odessa o forse a Mosca, o a San Pietroburgo, ancora non ha deciso dove andare, negli ultimi giorni troppe cose sono successe e troppo in fretta, ma una donna come lei sa sempre ricominciare, per quanto difficile sia…
Un rumore raggiunge la sua coscienza: passi veloci sul pontile, voci concitate.
“Presto, sta per salpare.”
Un uomo avvolto in un mantello sale sul mercantile, un altro resta sul molo. Marina guarda l’alta figura e non crede ai suoi occhi; mentre l’imbarcazione si allontana dondolando dalla banchina, si volta verso l’uomo sul molo e gli fa un cenno di saluto con la mano: ha intuito di dovere a lui questo regalo.
Pochi istanti dopo l’irlandese torna verso la città, il foglio su cui ha scritto l’articolo da inviare al suo giornale è ripiegato nella tasca. Non prova alcun rimorso nel sapere che in Inghilterra leggeranno una bugia, o meglio, una verità addomesticata, come ha detto a lord Raglan. È stato facile convincerlo, a lui occorreva un’esecuzione e un cadavere, e ha avuto entrambi: fucili caricati a salve, Fëdor che cade giù e il suo corpo vivo che viene sostituito da quello di un soldato morto in battaglia. Fëdor che parte per Odessa sotto falso nome e un articolo che domani annuncerà  la sua morte, Giustiziato l’assassino del compianto lord Halifax. Compianto da chi, questo non è dato saperlo.
William Russell pensa che fra pochi giorni prenderà un periodo di riposo, andrà a Costantinopoli, lontano dalla guerra, dal sangue, dagli intrighi, dalla morte. Prende dalla tasca la fiaschetta d’argento e la porta alle labbra; beve e crolla il capo, sa che non esiste alcun luogo abbastanza lontano dalla morte e dalla guerra, non dopo che uno ne è stato testimone. Le storie private in qualche modo vanno a posto, addii o matrimoni le concludono, ma la storia degli uomini, quella che i posteri sono soliti indicare con la “S”maiuscola, continuerà ad arrotolarsi su se stessa, infido serpente, spirale senza fine, folle corsa verso un domani che sarà uguale a un qualche ieri.

Del perché è meglio darsi al baseball (e non c’entrano i mondiali di calcio)

by kaizeng


Vi ricordate il pacchetto sicurezza e tutte quelle simpatiche iniziative di circa un anno fa, quando io stesso su questo blog ritenni opportuno dire pacatamente la mia con un raccontino ispirato alle nascenti ronde per la sicurezza pubblica (alcune delle quali si stavano già organizzando dotandosi di allegre divise che ricordavano una certa estetica nazista), con lo scopo di sollecitare un tornado di pernacchie che se le portasse via?

Ebbene, ho un messaggio per tutti quei bravi ragazzi che avrebbero voluto o vorrebbero ancora prendere parte a simili altruistiche esperienze di vita. Il governo vi ha preso in giro, anzi no, vi ha proprio preso per il culo.

Ma come, diranno questi generosi difensori dell’ordine, non sono forse stati approvati il pacchetto sicurezza e il successivo decreto ministeriale di regolamentazione delle modalità di intervento delle associazioni che dovrebbero effettuare queste ronde? Sì, è vero, sono stati approvati (Legge 15/07/2009 n. 94, art. 3 commi 40/44 e Decr. Min. 08/08/2009 n. 40068). Ma quel branco di comunisti pacifisti sotto mentite spoglie che sta al governo, piazzando un cavillo qua e un’eccezione là, ha fatto la legge e trovato l’inganno direttamente dentro la legge (sono troppo avanti, c’è poco da dire).

Ma come, diranno sempre i generosi e ingenui difensori dell’ordine, non possiamo noi adesso fare le nostre brave ronde per proteggere il territorio da felloni, tossici, clandestini ecc ecc?

Sì e no. Sì e no? Sì e no. E perché? Perché se volete fare le ronde dovete:

-         iscrivervi a un’associazione schedata e controllata dalla Prefettura;

-         non fare riferimento a partiti politici, tifoserie calcistiche, sindacati o altre organizzazioni;

-         non portare alcuna divisa, salvo una pettorina fluorescente con scritto volontari per la sicurezza Comune di…;

-         non portare armi o altri oggetti contundenti anche se avete il porto d’armi;

-         andare in giro solo a piedi e senza animali;

-         andare in giro in squadre formate al massimo da tre persone, una delle quali abbia almeno 25 anni.

Ma almeno, diranno ancora i generosi, ingenui e stavolta un po’ accorati difensori dell’ordine, adempiute tutte queste formalità, se ci ritroviamo davanti un bel facinoroso drogato negr… ehm extracomunitario senza permesso di soggiorno, potremo finalmente…

Potrete solo chiamare la polizia col cellulare (e non potrete giammai verificare che l’extracomunitario sia sprovvisto di permesso di soggiorno perché non avete il diritto di chiedere i documenti a nessuno, manco se lo beccate a violentare vostra sorella).

Ma allora, diranno i generosi, ingenui, accorati e ormai parecchio incazzati difensori dell’ordine, questi ci pigliano per il culo!

Bravi, ci siete arrivati. Il governo ha fatto passare un provvedimento per il quale se fai parte di una ronda in pratica ti dimezzano i diritti civili alla facciazza della Costituzione. Ti schedano anche se sei (e anzi devi essere) incensurato, non hai libertà di espressione perché non puoi far capo a partiti politici o sindacati, non ti puoi vestire come ti pare, se hai già acquisito un diritto (come quello di portare con te un’arma) te lo azzerano, non puoi andare manco in motorino, non puoi portare a pisciare il cane, non puoi passeggiare insieme a più di due amici e dei tre almeno uno deve avere 25 anni. Gran bella legge, eh? Soddisfatti?

Se posso darvi un consiglio, ragazzi, invece di un’associazione per fare le ronde, fondate una squadra di baseball. Per andare ad allenarvi di sera potrete girare con delle belle divise, portandovi le vostre brave mazze, in gruppi di dieci e più, di tutte le età, in auto, moto, motorini e pedalò, con in tasca o anche appuntata al petto la tessera di Forza Nuova o di quel che vi pare, con cani, gatti e bisce al seguito e pure con la pistola se qualche incosciente di questore vi ha dato il porto d’armi. E se, per caso, mentre andate all’allenamento vi imbattete in una strada buia colma di pervertiti che vi provocano… be’ esiste la legittima difesa, no?

L’Italia è un paese per molti aspetti pessimo. Ma è anche tanto divertente.

La Sottile Linea Rosa 9-I

by Kai Zen

Capitolo 9 – I (Aldo Ardetti)

1855, nella prigione del Comando britannico di Simferopoli

Una strana epidemia dava alla Morte la possibilità di falciare vite umane.
Nella prigione si sudava e mancava il respiro. Fedor Michajlovic viveva momenti di apprensione e di malinconia per la donna amata; momenti di nostalghija per il suo paese che gli faceva sgorgare parole e canti struggenti. Mesi di reclusione con i minuti sembrati giorni e i giorni mesi.
In passato, la sua vita aveva già provato la mancanza di libertà, il vivere in una specie di oblio della carne e dello spirito e al futuro preferiva non pensare per contrastare brutti pensieri.
La guerra si concedeva pause con sporadiche scaramucce. Gli schieramenti si accontentavano di mantenere le posizioni soprattutto i russi che preferivano tenersi sulla difensiva.

William Russell aveva cercato contatti per liberare i due compagni. Aveva saputo che Fedor e James sarebbero stati trasferiti a Sebastopoli, assediata da mesi, per essere imbarcati e processati in Gran Bretagna.
Invece venne la liberazione. Alla morte di Nicola I Romanov, era diventato zar Alessandro II. Un evento che calmava gli spiriti guerreschi facendo pensare ad un armistizio e intanto, al momento, emanare un atto di clemenza bilaterale per gli autori di reati; anche per quelli più gravi. Ormai la guerra era agli sgoccioli e questa convinzione portava ad un ‘perdono totale’.
Si era sentito uno sferagliare di chiavistelli: Fedor Michailovich e James Cardigan tornarono a vedere il cielo e a respirare l’aria degli uccelli.

Verso Odessa

La promessa di Lord Raglan fu mantenuta. Una scorta a cavallo accompagnò le due donne alla volta di Balaclava dove si sarebbero imbarcate sul primo mercantile per Odessa.
Sul brigantino-goletta la Duchessa Marina Seminova era pensierosa e triste. Ella curava la tristezza col canto che sembrava più accentuare quello stato d’animo invece di lenirne il magone: «A noi ormai i cari sposi più non è dato né in pensiero pensare, né in idea ideare, né con gli occhi guardare, né oro e argento con la mano sfiorare.» ricordava per aver frequentato teatri.
C’era uno strano silenzio sulle acque costellate dalle piccole lampade delle lontane piccole barche di speranzosi pescatori. Sembrava che quelle acque – nere e profonde – dovessero ingiustamente inghiottire, in qualsiasi momento, tutti i sogni, tutte le speranze riposte. Marina avvertiva maggiormente questa sensazione perché da bambina aveva fatto un brutto sogno che le aveva per sempre precluso la vicinanza ma anche solo la vista del mare dal tramonto in poi. Era atterrita dalla enorme massa d’acqua senza colore che in qualsiasi istante poteva ghermirla e avvolgerla tutta.
Sulla nave non si sentiva rumore alcuno. Sembrava senza equipaggio, imponente e spettrale.
Mentre si procedeva verso Odessa, nella fresca umidità della notte che si respirava sul ponte, Fedor azzardò ciò che aveva sempre desiderato.
“Vogliamo prendere in considerazione il matrimonio? Vuoi sposarmi?” propose con tenerezza ma con il sincero timore di ottenere un possibile rifiuto.
“Si” rispose Marina, dopo una voluta pausa capricciosa, mentre i suoi occhi brillavano come non mai. Apprezzava Fedor perché non l’aveva mai usata ed era stato paziente oltre misura.
“Quando ci si innamora, non si capisce subito bene il perché” pensò Marina che si ritrovava felice e sorpresa di esserlo. Distratta spesso dal mondo, ora capiva che poteva fidarsi di quell’uomo.

Odessa, il matrimonio

Nella stanza dell’albergo si svolgeva una attività frenetica. Le due donne vivevano un momento di euforica e felice agitazione. Un matrimonio non era cosa da poco soprattutto perché l’idea era stata maturata in fretta, in una situazione non proprio comoda per organizzarlo. Forse la sfida diventava bella proprio per questo. Marina godeva di quelle ore sapendo che non le avrebbe mai dimenticate mentre Beria, in cuor suo, pensava ad un altro matrimonio.
Non c’erano state difficoltà nella ricerca dei testimoni. Era necessario un testimone per lo sposo e una testimone per la sposa. William pensò a Fedor mentre Beria alla Duchessa Marina. Lord Cardigan era rimasto fuori dalla scelta. Preso sentimentalmente da Beria non poteva, secondo la tradizione, essere un testimone di nozze.
“Dovrei pensare a organizzarmi per il riscatto della sposa. Speriamo che William sappia fare una buona offerta” esclamò speranzosa la ragazza.
Era usanza che la testimone della sposa aspettasse quello dello sposo che, per liberarla, pagasse un riscatto, offrisse del denaro o altro.
“Siete bellissima. Quell’abito blu vi sta una meraviglia!” disse Beria vedendo Marina rigirarsi davanti allo specchio.
Non mancava neanche il bouquet. La giovane lo aveva confezionato raccogliendo fiori dalle siepi e dalle aiuole. Il bouquet sarebbe stato suo non essendoci altre giovani nubili invitate alla cerimonia.
In quel porto franco avevano parlato col Pope della cattedrale. Nonostante le ferite della guerra il matrimonio si poteva fare, assicurò il prete.
Per l’ora convenuta, si ritrovarono davanti al ministro che, dopo averli invitati a segnarsi, inizio il rito solenne insieme ad altri due sacerdoti ortodossi.

Con addosso il profumo di cera e incenso, ritornarono in albergo dove, nel vecchio salone ristorante, era stato approntato un grande tavolo per il… matrimonio del giorno. In assenze di suocere si incaricò Beria a far apparire, come per incanto, il vassoio con il pane e il sale. Il pezzo più grande capitò a Marina.
“Non avevo dubbi che a comandare sarebbe stata Marina” esclamò la figlioccia. Era tradizione che, chi tra gli sposi avesse scelto il pezzo di pane più grande, avrebbe comandato in casa.
“Cercherò anch’io di comandare da qualche parte; o almeno qualche volta”, rispose ilare Fedor.
Nonostante le difficoltà del momento gustarono un ricco pranzo. Ci furono ripetuti gor’ko e su quell’incitazione di ‘amaro agli sposi’ la sposa veniva baciata dallo sposo e dagli altri commensali che donavano qualche spicciolo di buon augurio dopo aver ricevuto un bicchierino di vodka. Tutto fu rispettato.
L’indomani avrebbero preso direzioni diverse. William Russel e James Cardigan sarebbero tornati in Gran Bretagna. Lord Cardigan sarebbe stato accolto in patria come un eroe così William Russel che sarebbe passato alla storia come un grande corrispondente di guerra.
Fedor Michailovich e la Duchessa Marina Seminova avrebbero avuto il loro viaggio di nozze nel viaggio di ritorno a San Pietroburgo. Finalmente una vita nuova, una vita insieme li attendeva. Beria per il momento li seguiva in attesa che altre menti e altre frontiere si aprissero, si sciogliessero. Soprattutto altre menti prendessero decisioni.
Quando giunse il momento degli addii, oltre alle lacrime ci furono giuramenti e promesse.
Forse il tempo avrebbe pensato a far mantenere le promesse, a dare rassicurazioni e conferme. Il tempo farà vedere il prosieguo di questa storia.

La Sottile Linea Rosa 8

by Kai Zen

Capitolo 8 (Vanes Ferlini)

2 novembre 1854, comando britannico di Simferopoli

Marina e Beria attraversano il piazzale tenendosi forte per mano. è stata l’azione diversiva di Russell (un ordigno piazzato ad arte) a scatenare il putiferio, ma loro non possono saperlo. Corrono, incespicano, il fango schizza sulle caviglie, inzacchera le sottogonne. Urtate, cadono a terra, per poco non vengono calpestate. Si rialzano: davanti a loro, la cancellata del corpo di guardia è l’ultimo ostacolo verso la libertà. Beria avverte una stretta al polso. Si volta di scatto: ritrova il giovane soldato che aveva dormito con lei, il ragazzo al quale aveva sottratto la baionetta fatale. “Non ce la farete mai da sole” Beria gli si aggrappa al petto: “Basta attraversare il cancello, un amico ci aspetta qui vicino” gli occhi della ragazza annaspano dietro le parole, urlano il bisogno disperato di aiuto. “Seguitemi e non parlate” il ragazzo si mette tra di loro, le abbraccia alla vita, le sospinge in avanti. Poi comincia a gridare: “La famiglia del Generale, fate passare la famiglia del Generale!” Il Capoposto li osserva, si muove verso di loro ma subito viene richiamato a gran voce da un sottufficiale. Il terzetto valica indisturbato la cancellata, attraversa la via e svolta al primo angolo. “Da questa parte” nonostante il buio, Beria si muove sicura tra le viuzze della città vecchia. “Dove ci stai portando?” geme la Duchessa. Si è storta la caviglia destra e si appoggia al ragazzo. Beria non risponde. Ancora una svolta e, in fondo al vicolo, appare la sagoma di un carro coperto, uno di quelli usati dall’esercito inglese per i rifornimenti. A cassetta siede un tipo tarchiato, indossa l’uniforme del Genio. I due cavalli da tiro si innervosiscono e scalpitano all’arrivo del gruppetto. “Samuel, sei tu?” “Sì, Madame” Beria riconosce la voce profonda e un po’ roca. Si tranquillizza. Rivolta alla Duchessa: “Saliamo sul carro, lì saremo al sicuro” “Vengo con voi” il soldatino si slancia per aprire il portello. Con un gesto affettuoso, Beria gli cinge il braccio: “Vuoi diventare un disertore? Ti farai impiccare, lo sai?” “Non importa, voglio venire con te. Ti proteggerò e…” La ragazza gli poggia due dita sulle labbra: “Non è possibile” “Ma… io ti amo” Beria ricaccia indietro, a viva forza, una lacrima e si impone di sorridere. Un sorriso dolcissimo e materno. “Il sogno di una notte non può sopravvivere oltre il mattino. Perdonami, se puoi” gli regala un bacio lieve sulle labbra, quindi sale svelta sul carro, aiutata da Samuel. Marina sale a sua volta, mormorando “grazie” al ragazzo. Samuel incita i cavalli al trotto, il carro si allontana lasciando il soldatino nell’oscurità. “Poveretto” sospira Beria “tra pochi giorni, o forse domani, lo manderanno a combattere. Potrebbe morire senza più abbracciare una donna” “La guerra non uccide solo le persone, ma anche i sogni” sussurra Marina. Si abbracciano, accovacciate sulla paglia asciutta che ricopre il piano del carro. Restano così per alcuni istanti, cercando di scacciare i veleni di questi ultimi giorni. Un forte sobbalzo le costringe a riaprire gli occhi e tornare alla cruda realtà. “Dove stiamo andando?” chiede la Duchessa. “In campagna, lontano dalla guerra. Samuel ha degli amici fidati, ci ospiteranno per un po’” “No!” Marina si libera dalla stretta di Beria “dobbiamo raggiungere Odessa, da lì sarà facile rientrare a San Pietroburgo. Devo farla pagare, a Lord Halifax… a tutti i costi” Samuel ha udito la conversazione. Tira le briglie, il carro si arresta. “Non erano questi i patti. Già rischio la pelle a indossare questa divisa che non mi appartiene e ora Madame vuole andare a Odessa” “Basterà che ci conduci a çarilgan(*). Da lì ci imbarcheremo per Odessa” “Certo, così se non mi impiccano gli inglesi ci penseranno i vostri compatrioti. çarilgan è ancora sotto il controllo dei russi” “Ti pagheremo bene” insiste Marina. “Finora ho avuto solo parole: è troppo poco” Beria toglie l’anello dall’anulare sinistro: un rubino sangue di piccione grosso come una nocciola. “Questo è sufficiente?” Samuel rimane sbalordito. Annuisce soddisfatto. “Aiutaci e avrai molto denaro, quanto nemmeno puoi immaginarne” incalza Marina. “Considerate che la mia immaginazione ha le gambe leste, Madame”

(*) odierna Cernomorskoje

18 novembre 1854, una villa nella campagna di Simferopoli

“Siete stato fortunato, Mylord: un poco più in basso e la lama avrebbe trapassato il polmone” “Quella sgualdrina aveva la mano debole e malferma” Lord Halifax sghignazza ma Lord Raglan, in piedi vicino al letto, rimane impassibile. Osserva l’ampia fasciatura che corre dalla spalla destra al fianco sinistro; si rivolge a Lord Halifax in tono duro: “Come Comandante delle truppe britanniche di Crimea, devo ammonirvi a non proseguire oltre nella vostra folle caccia all’uomo… anzi, alla donna” “Mi state dando degli ordini, Generale?” “Vi faccio solo presente che stiamo combattendo una guerra e non abbiamo uomini da sguinzagliare alla ricerca della Duchessa Seminova, come voi pretendete. E con quale motivazione, poi?” “Ho le mie ragioni. Ho la missione di mantenere la sicurezza dell’Impero, in qualunque angolo del mondo” “Io invece ho il comando di tutti gli uomini che si trovano in Crimea. Compreso voi” Lord Raglan estrae una busta con sigillo dalla tasca dell’uniforme e la sbatte sul letto in malo modo: “Questo è l’ordine del vostro rientro immediato a Londra” “Io ricevo ordini solo dallo Stato Maggiore” risponde sprezzante Lord Halifax. “Buon viaggio, signor Generale” Lord Raglan esce dalla stanza mentre l’altro gli grida: “Ve ne pentirete!” poi, a denti stretti: “Fottuto bastardo”. L’attendente si affaccia alla porta: “Perdonate, Mylord, un uomo chiede di voi. Dice di chiamarsi F.M. ma non vuole…” “Fallo passare” un sorrisetto maligno dipinge il volto di Lord Halifax con il sapore dolciastro della vittoria. Fedor avanza a passi studiati, scruta la stanza, i mobili, lancia un’occhiata oltre la finestra. Sembra persino più facile del previsto. “Sto aspettando la vostra proposta, Fedor Michajlovic. Perché se siete qui, avrete di certo un’offerta in tasca ” “Datemi un nome nuovo, un passaporto inglese, un piccolo gruzzolo per andare in America e, in cambio, vi darò colei che state cercando. Come vedete, non sono esoso” “Sapete dove si nasconde la Duchessa Seminova?” “Sono venuto qui esponendo la mia persona. Quale migliore garanzia?” Il Generale grugnisce: l’affare sembra troppo conveniente. “E ditemi: perché proprio in America?” “Perché è un paese libero” Lord Halifax scoppia in una risata oscena: “Libero da chi? Libero da cosa?” “Senz’altro libero da voi, Generale” Fedor affonda la mano all’interno della giacca, estrae un revolver a tamburo rotante, costruito da un certo signor Colt e contrabbandato dall’America. Si avvicina al letto, gli punta l’arma alla testa. Il Generale, più sorpreso che intimorito, fissa lo strano oggetto con l’espressione di un bambino di fronte a un giocattolo mai visto prima. Fedor preme il grilletto e lo stupore rimane stampato sul volto di Lord Halifax per l’eternità. Con calma ripone il revolver in tasca, afferra una sedia, rompe il vetro della finestra e salta in giardino, mentre gli uomini di guardia sono richiamati dallo sparo dentro la villa. Fedor si dilegua tenendosi al riparo delle siepi. Nella corsa, il revolver ancora tiepido gli urta il torace. Gran bella invenzione, questa del signor Colt.

16 novembre 1854, un villaggio di campagna 50 km a nord di Simferopoli

Il carro si arresta davanti alla bottega del maniscalco. Samuel avverte: “Signore, ci fermiamo a ferrare i cavalli. Dopo tanta strada ne hanno bisogno, poveretti” salta a terra ed entra nella bottega. Marina e Beria, sempre nascoste nel carro, si scambiano un’occhiata nervosa. “A quest’ora dovremmo già essere a çarilgan” sussurra la Duchessa “e invece il mare non si vede neppure” Beria accosta l’occhio a una fessura del tendone. C’è troppa agitazione, fuori, per essere un villaggio di campagna. “Questa faccenda non mi piace” insiste Marina “non avremmo dovuto fidarci…” All’improvviso il tendone del carro viene scosso, strappato, divelto dai sostegni come investito da un vento di tempesta. Invece sono i soldati inglesi. Le due donne si abbracciano, spaurite e indifese. “Prese!” esulta l’ufficiale, in sella a un magnifico baio. Samuel cerca di nascondersi dietro il cavallo, ma Beria lo scorge e gli grida: “Bastardo, traditore!” I soldati ridono. L’ufficiale si avvicina al carro, dall’alto della cavalcatura si china sulla Duchessa: “è un piacere rivedervi, Madame” Marina riconosce il colonnello che per primo l’aveva interrogata, quando Lord Halifax la fece rinchiudere.

19 novembre 1854, comando britannico di Simferopoli

Lord Raglan accoglie le donne con un sorriso affabile: “Spero che il vostro alloggio sia confortevole, è il meglio che posso offrirvi” “Dopo il viaggio terribile che abbiamo sopportato” risponde la Duchessa “questa caserma ci sembra Versailles” “Grazie per averci sottratto agli uomini di Lord Halifax” aggiunge Beria. Il Generale ridacchia ma, pentito di questa ilarità fuori luogo, torna subito serio: “Lord Halifax non vi darà più fastidio: è stato assassinato ieri” Rivolto a Beria, prosegue: “Qualcuno ha completato il lavoro che voi avevate lasciato a mezzo e scommetto che voi” si volge ora alla Duchessa “lo conoscete”. Le donne distolgono lo sguardo, la gioia della notizia appena ricevuta è subito offuscata da una miriade di sentimenti contrastanti. Quanto si può essere felici per la morte di un uomo? Lord Raglan rompe il silenzio imbarazzante che ha invaso la sala: “La morte di Lord Halifax è un sollievo per tutti, perché negarlo? Ciò non toglie che il colpevole verrà catturato, processato e impiccato” La Duchessa impallidisce, il Generale incalza: “Dovrei interrogarvi, ma farò finta di non avervi nemmeno incontrato. Rimanete nei vostri alloggi, domattina una scorta vi condurrà a Balaklava. Da lì prenderete il mercantile per Odessa. Visto quanto è accaduto vi consiglio anzi, vi ordino di lasciare al più presto la Crimea” Beria si slancia verso di lui, lo abbraccia, gli posa il capo sul petto: “Grazie, siete un uomo nobile e generoso” Imbarazzato, Lord Raglan bofonchia: “Sciocchezze…”

21 novembre 1854, una taverna di Balaklava

“Non è possibile!” Fedor batte il pugno sul tavolo con violenza “non possono essere sparite nel nulla” “Ho provato a raccogliere indiscrezioni, ma al comando si parla solo dell’assassinio di Lord Halifax” nel pronunciare il nome, Lord Cardigan abbassa ancor più il tono di voce. “Le vostre fonti sono molto deludenti” “Ho lo stesso interesse vostro” replica stizzito Lord Cardigan “mi preme ritrovare Beria come a voi…” La porta della taverna si spalanca, con l’aria gelida entra un drappello di militari inglesi. Il Sergente che li comanda ammonisce a voce alta: “Controllo di polizia, mostrate i documenti” I radi avventori fanno finta di nulla. Si ode tintinnare un bicchiere. Lord Cardigan sussurra al compagno: “Scappate, presto. La finestra…” Fedor si alza di scatto, con due balzi raggiunge il tavolo d’angolo, vi salta sopra, si scaglia contro la finestra infrangendola di spalla. Due soldati reagiscono prontamente: si lanciano su Fedor e forse riuscirebbero a bloccarlo se Lord Cardigan non intervenisse con un paio di colpi ben assestati, complice il bastone da passeggio in legno di noce. All’esterno, Fedor piomba nella fanghiglia ma viene subito rialzato dai soldati che avevano accerchiato l’edificio. Uno di loro gli grida in faccia: “Fedor Michajlovic, in nome di Sua Maestà Britannica vi dichiaro in arresto” Non era un semplice controllo di polizia. Nella taverna, Lord Cardigan si lascia sopraffare senza opporre ulteriore resistenza. Nonostante gli abiti borghesi, il Sergente lo riconosce, ma stenta a crederci: “Mylord… siete proprio voi?” Lord Cardigan annuisce. Imbarazzato e oltremodo confuso, il Sergente balbetta: “Perdonate, Mylord, ma io devo…” “Fa il tuo dovere, soldato”.

La Sottile Linea Rosa 7

by Kai Zen

Capitolo 7 (Antonella Sacco)

12 novembre 1854, Comando britannico di Simferopoli

Russell, a disagio dentro la divisa, si muove lento nelle vicinanze del Comando, l’udito in guardia, pronto a svolgere il suo compito. È sicuro che le cose non potranno andare lisce, due contro tutti è davvero una speranza esagerata. Comunque non si pente di aver partecipato, l’arroganza di Halifax e la sua pretesa di inventare la verità lo hanno disgustato. E poi salvare la duchessa e la giovane Beria… il giornalista conserva nell’animo un fondo di cavalleria che gli impone di aiutare le due donne, non riuscirebbe più a guardare il suo viso riflesso nel bicchiere sapendo di non aver tentato di sottrarle alle grinfie del generale. Il silenzio che proviene dal Comando lo preoccupa, Fedor e Cardigan dovrebbero essere già dentro a quest’ora e non è possibile che siano riusciti a raggiungere i sotterranei senza farsi notare. Forse si sono imbattuti in un ostacolo imprevisto: ancora qualche minuto e darà il via alla sua azione di disturbo. In piedi davanti ad Halifax, Marina ascolta le sue parole e intanto riflette su come sfruttare l’occasione per tentare di fuggire, le probabilità di riuscirci sono senz’altro maggiori di quando si trova rinchiusa nella cella del sotterraneo. “Il vostro fedele Fedor è sparito, si è disinteressato di voi e della vostra sorte.” Annuncia il generale con soddisfazione maligna. “E così pure la vostra cosiddetta protetta, i miei informatori ne hanno seguito le tracce sulla via di Parigi. Siete sola.” È un odio assoluto e tangibile quello che trasuda dalle parole e dall’espressione del vecchio lord, ma la duchessa, con la sua impassibilità di giocatrice di biritch, riesce a celare il suo sgomento dietro un sorriso sprezzante, mentre cerca parole abbastanza taglienti per ribattere. Prima che possa parlare una voce esclama: “Menzogne. Sempre e solo menzogne.” Beria, con la rapidità e l’agilità di un gatto, si slancia verso il generale, brandendo la baionetta e lo colpisce con forza. Il sangue sgorga copioso dalla ferita, Halifax, scivolando dalla sedia, tenta con le mani di arrestarne il flusso, ma cade a terra rantolando: “Maledetta…” Lei stringe l’arma nella mano e guarda il corpo immobile del nemico. “Male per male.” Sussurra. “Piccola mia.” La sorpresa suggerisce solo queste due parole alla duchessa, che quasi non crede alla realtà della presenza di Beria e del suo gesto. Si abbracciano. “Immaginavo che ti avesse presa prigioniera, ma non speravo che fossi qui. Credeva di essere invincibile…” “Dobbiamo andarcene. Subito.” Dice Marina, che ha ritrovato la sua presenza di spirito. La giovane si guarda intorno, c’è un mantello poggiato su una sedia. “Indossalo. Copri i capelli.” Alla mente della duchessa si presentano mille domande, ma ci sarà tempo per porle, adesso si getta il mantello intorno al corpo e il cappuccio sul viso. Entrambe non vedono l’ora di trovarsi lontano da lì, in un luogo in cui possano ignorare l’esistenza di Halifax e ricostruire la propria. Furtivamente socchiudono la porta e in quel momento un clamore si alza dal sotterraneo, soldati entrano e si dirigono verso le scale fra grida confuse. Le due donne si stringono la mano: è il momento di uscire, nel via vai generale riusciranno a non farsi notare troppo. Quando varcano la soglia della stanza da fuori si odono degli spari, provengono da una zona laterale del campo. Nessuno fa caso a loro che spariscono, inghiottite dalla notte. 16 novembre 1854, in una taverna a Balaklava Russel alza la mano fasciata, una pallottola lo ha preso di striscio durante l’azione a Simferopoli. L’oste gli si avvicina con la bottiglia di whisky e fa per versargliene nel bicchiere, ma l’irlandese con la mano sana prende la bottiglia e la mette sul tavolo. “Questa può bastare.” Commenta, con un tono che induce l’oste a non ribattere e a tornarsene dietro al banco. “Tanto rumore per nulla.” Pensa il giornalista con amara ironia: la Duchessa non era più al comando, il rischio corso è stato completamente inutile. Nessuno sa dove sia, dove Halifax l’abbia fatta condurre, se è ancora viva. All’improvviso una figura si materializza davanti a lui: Cardigan. “Ero certo di trovarvi qui.” Siede. “Siete venuto a propormi un’altra avventura?” “Il sarcasmo è fuori luogo.” William alza le spalle, si riempie il bicchiere e beve. Se il lord vuole qualcosa da lui lo dica, altrimenti può andarsene al diavolo. Cardigan tace, non ha cercato Russell con un nuovo piano in mente, in realtà non sa neppure perché lo ha cercato: uno strano destino ha intrecciato le loro strade e quella del passionale Fedor, tre uomini tanto diversi da avere uno scopo comune. Un vecchio entra nell’osteria, osserva gli avventori, poi si avvicina al tavolo di quelli che gli paiono più adatti per il suo commercio e, con voce lamentosa, domanda: “Signori, posso avere l’onore di mostrarvi un gioiello raffinato? Lo cedo a un prezzo molto inferiore al suo valore. Potrete fare felice vostra… moglie o la fidanzata…” “Non ci interessa.” Brontola il giornalista infastidito, mentre l’inglese, nello scorgere l’oggetto che il vecchio ha comunque tirato fuori da una tasca, soffocando un grido, gli afferra il polso: “Dove l’avete preso?” Più che una domanda un ordine. “Non sono un ladro. Non ho fatto niente di male.” Piagnucola il vecchio spaventato. “Dove?” Ripete Cardigan. “Me lo ha dato un soldato. Aveva bisogno di denaro.” “Come si chiama?” “Non so … mi fate male. Non so niente. Aveva bisogno di soldi, mi ha chiesto aiuto. È stato due notti fa.” “Dov’è adesso?” Il vecchio scuote la testa. William guarda la scena attraverso il bicchiere, è come se fosse due persone, una delle quali osserva lui che osserva gli altri due. Cardigan non riesce ad ottenere altre informazioni dal vecchio, troppo impaurito o troppo furbo per dire più del poco che ha detto, e si adatta a scambiare alcune banconote con il gioiello. Poco dopo il lord e il giornalista sono fuori, l’inglese stringe nella mano l’anello con il grosso rubino che Beria portava all’anulare.

16 novembre 1854, guarnigione russa

Fedor cammina fra i compagni della guarnigione, non riesce a stare fermo, non riesce a non pensare a Marina. Dov’è adesso? Perché non era nel sotterraneo? Cardigan aveva asserito che le sue informazioni in proposito erano sicure, ma al comando con c’era alcuna traccia della duchessa. Immerso com’è nella sua ansia, non ode nemmeno le voci e i suoni intorno a sé, fino a che un nome accende la sua attenzione e allora si sofferma e ascolta. “Avete sentito di Halifax?” Chiede un primo soldato. “Sì, secondo alcune voci sarebbe in Crimea, ma gli inglesi stanno ben attenti a tenere nascosta la notizia.” Risponde un altro. Un terzo è incredulo: “Quell’Halifax?” “Proprio lui. E non è tutto: pare che sia stato ferito in un attentato, qualche giorno fa.” Conferma il primo. “Non mi stupisce, dev’essercene un bel po’ di gente che vorrebbe vederlo morto.” I soldati si allontanano e i rumori coprono le loro parole: Fedor non sente altro, ma quel che ha sentito è già molto.

Corsi estivi per bambini

by kai zen a

Devo ammetterlo, sento già il vostro calore, care lettrici e lettori di Truck Driver, la vostra rubrica online preferita. So che ne apprezzate i nobili riferimenti, la profondità degli argomenti trattati unita all’accattivante eleganza del linguaggio. So, so. Insieme alla redazione – una manciata di  camionisti sovrappeso, un pò rozzi forse ma grandi professionisti, provenienti da Italia, Slovenia, Romania, Belgio, Ecuador ecc. - stiamo già pensando di inaugurare a breve  la rubrica ‘La posta di Truck Driver’ perchè, crediateci o no (ecco, non credeteci), ho già ricevuto parecchia affettuosa corrispondenza da parte vostra. Già mi si chiedono pareri, valutazioni, visioni del mondo… perchè negarvele?

Ma prima, data la probabile necessità di alcuni di dover piazzare figli, cugini e nipoti da qualche parte fino alla partenza per le vacanze (moderno, ancora una volta, il nostro paese nella snella, comoda pausa scolastica estiva, non trovate?), vorrei proporvi i miei corsi dedicati ai bambini, in alternativa ai centri estivi pubblici e privati che – diciamocelo – sono sempre la solita (carissima) solfa. Roba di qualità, la mia, come già immaginate. Lasciate che ve li menzioni, bastano poche righe per coglierne la genialità e le potenzialità di sviluppo mentale e fisico. Mi raccomando però, veloci con le iscrizioni dopo la pubblicazione di questo post.

-corso per diventare un mini black bloc. In dotazione ai partecipanti felpe nere con teschio, ampi fazzoletti per volto, maschere antigas, caschi corredati di simbologia anarchica. Tutta roba che spacca, amici. Tra le attività previste: come bruciare l’area McDonalds per le feste di compleanno (a festa finita) con piccole molotov cariche di sciroppo alla frutta, esproprio proletario di caramelle assortite, lecca lecca e – poi dite che non sono politically correct – spazzolino delle Winx (o dei Gormiti) dai supermarket, occupazione antagonista di casette, scivoli e altalene presso giardinetti e parchi giochi palesemente servi della globalizzazione. 

-corso di cattive maniere. Qui il sottoscritto tornerà bambino e darà il meglio di sè nel mostrare ai nostri mostriciattoli: come non salutare nessuno, come non rispondere alle domande idiote dei grandi (tipo: allora, ti piace stare coi nonni? Mah… vedi tu, dai nonni faccio i cazzi miei, invece coi genitori in pratica sono in prigione), come vestirsi male, non coordinato, fuori misura, senza fiorellini o aeroplanini, a colori scuri; verranno fatte sessioni apposite per sfavorire la risposta (anche istintiva) ‘sì’ alle richieste di genitori, parenti e amici. L’obiettivo è quello di collegare geneticamente la parola ‘no’ all’eloquenza del vostro pargolo. E non inorridite! Vi stanno sfuggendo gli IMMENSI vantaggi. Immaginate: ‘Allora, vuoi stare sveglio fino a tardi?’ No. ‘Vuoi giocare invece che stare a tavola?’ No. ‘Hai altro di cui lamentarti?’ No. ‘Vuoi che ti coccolo un pò e mi perdo il film?’ No.

-corsi di uso scorretto degli oggetti: mollette per i panni utilizzabili per molestare sorelline e fratellini minori, pasta di dentifricio con la quale pastrugnare per benino tutta la casa e rilasciare una sensazione di fresco nell’aria, contenitori d’acqua di vario tipo da svuotare piano piano, goccia dopo goccia, dappertutto in casa, per testare quanto ci vuole prima che la mamma diventi PAZZAAAAAAA, e molti altri.

-corsi in spiaggia di furto pianificato di secchielli e palette colorate altrui. Qui non spiego niente però, è materiale top secret. Dico solo che è il mio asso nella manica.

-corsi di non rispetto del ridicolo tempo d’attesa che i genitori italici impongono ai figli prima di fare il bagno, dopo mangiato. E ho subito una domanda (‘sta cosa mi è insopportabile): ma che avete, una tabella scientifica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a disposizione? No, perchè è incredibile: mangiato un toast? Bagno alle 15:30. Mangiato un primo con melanzane? Bagno alle 16:00? Mangiato un gelato? Bagno alle 15:30. E poi, è mai stato permesso un bagno in Italia prima delle 15:30, mi chiedo? E se uno avesse mangiato solo un (singolo) cracker? Ma per favore… Mentre i bambini del resto del mondo ridicolizzano i nostri, li scherniscono, sguazzando in acqua alle 13:30 dopo essersi abbuffati. E no, nessuno è mai morto in circostanze simili; è una tesi insostenibile, amici.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 183 other followers