Questo ragazzo l’ho conosciuto molti anni fa, per le strade battute dai gruppi di rock incazzato in ‘sto paese di mozzarelline dietetiche. Lui giovanissimo e bassista, io basso e basta. Abbiamo suonato insieme molte volte, lui con i Sovversione, io con gli indimenticati (e insostenibili) Neurodisney, condiviso pubblici di cinque/sette persone paganti e sbranato insieme deliziosi piatti di pasta scotta prima di cominciare. E fiumi di vinello, ovvio.
Bonnot fa parte della specie umana che preferisco: caldo, generoso, umile, entusiasta. Piano piano, passo dopo passo, si è fatto strada non solo nell’hip hop – dove è già un mito grazie agli Assalti Frontali – ma anche in generi diversi, magari più complessi e raffinati. Nell’elettronica, nel drum’n'bass, nella classica contemporanea, nel jazz d’avanguardia. Si è fatto strada perchè ci crede, perchè lavora sodo, ama la musica, è generoso. Perchè ha messo i rapporti umani davanti a tutto. E perchè ha gusto. E SPACCA. Non ci credete? Sentite qui:
Intanto segnatevi il nome e il disco. Esce in questi giorni, venerdì prossimo c’è la presentazione a Bergamo. Ah, e l’altro giorno ha suonato qui, così tanto farvi calibrare il tipo:
Abbiamo il fottuto difetto di importare dagli anglosassoni vagonate intere di immaginario indistinto. Dall’Asia arrivano le t-shirt e gli oggetti di plastica a prezzi stracciati, dai bianchicci lentigginosi e talvolta obesi invece linguaggio, concetti e stili di vita. Troppi, senza ombra di dubbio. Perchè tra la roba buona – e non sarò certo io a negarne l’esistenza, io che guido il mio Scania sotto il sole padano allo zenit ascoltando country a tutto volume e sputando tabacco dal finestrino, manco fossi sulla Route 66 - ce n’è anche di pessima, e il peggio è che non ce ne accorgiamo. Perchè è da Alberto Sordi in poi che l’anglosassone funziona, no matter what. Certo, è vero, al tempo cingomme, piano Marshall e scudo Nato ci sembravano manna dal cielo ed avremmo importato qualsiasi dannata cosa ci avessero chiesto. Ed è vero, Hollywood, il rock’n'roll, Beatles e Rolling Stones hanno lavorato sodo per decenni nel fabbricare sogni da esportazione, e di recente MTV, globalizzazione e internet ci hanno dato l’inesorabile botta finale. Ma quando è troppo, è troppo.
Tipo, è da qualche tempo che in rete, nei social network, tra gli splendidi, i professionisti in carriera, i focacciari che si riempiono tutto il giorno la bocca di internazionalità, non sapendo che questa è soprattutto un maledetto fardello che non ti fa mai stare tranquillo nella vita (sarà giusto così? Sarà bello qui? Sarà meglio di là? Dove costa meno? Non mi starò mica facendo fottere? Oddio…), tutti dicono che per il weekend – o per la vacanza, o la serata – vogliono spendere ‘quality time’ con il caro di turno.
AARGH!
Quality time? Che cazzo mi rappresenta? Cosa sono, pomeriggi spesi a valutare in controluce manoscritti medievali francesi stesi in sublime calligrafia su pregiatissima pergamena vergine di puledro? Lunghe serate estive consumate passeggiando a piedi nudi su spiagge deserte, al calar di un sole rosso come fuoco, sino a giungere a un delizioso ristorantino di crostacei e vino bianco con accesso diretto dal mare? Non capisco. E se fosse invece una modesta trattoria sulla via Emilia sarebbe ancora quality time? Quali sono i parametri esatti? Per me porta sfiga la semplice dichiarazione di intenti: se DEVO stare benissimo per forza, di certo qualche stronzata capita. Tipo, dopo cena (sempre lì sulla spiaggia deserta di chissà dove) e sull’orlo del dolce abbandono alle reciproche coccole d’ammore, una scoria di insalata si appiccica al canino destro, lo copre praticamente del tutto, e mi fa sembrare Benny Hill sdentato mentre sorride alla pin up nelle famose comiche dei nostri anni. Oppure, un fattone puzzolente che mi si avvicina - nel pieno del mio quality time con la mia innamorata – e mi chiama per nome, mi chiede dove fossi stato la sera prima, perchè non fossi passato a ritirare la roba come d’accordo, e mi dice in modo brusco che di me non si fida più, che guarda come vado in giro, e con chi, eccetera eccetera.
Quality time. Tempo tecnicamente uguale al resto ma più intenso, mi sembra di capire. Più vissuto, più respirato. Dio mio che voglia di fare una pernacchia di mezz’ora… E se invece io e la mia cara ce ne stassimo nello scantinato ammuffito a limonare e a dire un sacco di cazzate? Sarebbe abbastanza di qualità, come intrattenimento? Merita un tweet? O bisogna per forza spendere dei bigliettoni per pagare la qualità del nostro tempo, rimpinzandolo di chissà quali inutili intrugli, tipo i menù a 60 euro a testa di un ristorante alla moda? Quando a casa per circa 2 euro a testa avrei preparato due bucatini cacio e pepe da favola e ci saremmo scolati il fiaschio di mio zio che pesta l’uva a Montepulciano…
Ma fa niente, quality time per Dio! Che c’avete, le braccine corte? Il cuore duro come una corteccia? Scucite ‘sta fresca, se ci volete veramente bene al vostro caro. Perchè la vita è breve e va resa speciale. Sempre e comunque. Anche se non sappiamo come. Speciamola!
La collaborazione fra l’editrice Verdenero e Kai Zen vedrà maturare i suoi frutti fra qualche mese, nell’attesa diamo spazio e sostegno agli autori che con Verdenero hanno già raccolto il seminato dando alla luce alcuni romanzi molto interessanti. Due di questi, A braccia apertedi Piersandro Pallavicini e Il pozzo dei desideri di Sabina Morandi saranno presentati dal sottoscritto venerdì 28 maggio alla libreria Feltrinelli International di Bologna. Sono due racconti che, come gli altri della collana Verdenero, si soffermano su tematiche ecologiste o di carattere sociale, pur rimanendo essenzialmente composizioni di narrativa e non di saggistica. Il libro di Pallavicini per esempio, ha per protagonista Samuel, un medico africano emigrato in Italia da molti anni e ormai ben inserito nell’ambiente e nella società italiani. La sua vita e il suo rapporto con i “bianchi” dello Stivale verranno però messi in discussione quando incontrerà Gaelle, la figlia mai conosciuta, che da poco è arrivata in Italia dal Camerun e sta incontrando grosse difficoltà a inserirsi e vivere in Italia. Il romanzo della Morandi, invece, affronta il tema scottante degli interessi delle multinazionali del petrolio attraverso le torbide vicende di eco-terroristi e manager senza scrupoli. Appuntamento allora per questo venerdì di primavera sotto le Due Torri …
Copio e incollo l’articolo di Repubblica sulla questione Regazzoni, Porno, Cattolica… Ci tornerò più avanti intanto date un’occhiata a questo:
In bilico il prof di ‘Pornosofia’
“La Cattolica non mi vuole più”
Regazzoni aveva appena presentato a Torino il libro sulla diffusione del porno nel web
Contratto a rischio. L’sms dello storico ateneo milanese: “Ci ha creato grossi problemi” di FRANCO VANNI
L’annuncio lo ha dato a lezione, di fronte a sessanta studenti allibiti: “Temo che dall’anno prossimo non sarò più un professore di questo ateneo, e non per mia scelta. Come forse saprete, ho scritto un libro sgradito all’università”. Chi parla è Simone Regazzoni, docente a contratto di storia economica della cultura in Cattolica. Sostiene che la sua cacciata dall’ateneo sia la conseguenza della pubblicazione di Pornosofia, presentato alla Fiera del libro di Torino: un’analisi della diffusione del porno nell’era di Internet.
Nel libro, l’autore ha omesso di qualificarsi come professore dell’ateneo, “una scelta concordata con l’università”, dice. Ma nei giorni scorsi alcuni giornali, parlando del saggio, lo hanno qualificato come “docente in Cattolica” e “filosofo della Cattolica”. “L’università non me l’ha perdonata – racconta Regazzoni – ho ricevuto un sms dalla coordinatrice del corso di laurea che parlava di “grosso problema da cui non si sa come uscire”. Poi abbiamo avuto liti furiose. Risultato: lo scorso anno a quest’ora il rinnovo del contratto mi era già stato comunicato, ora fanno addirittura resistenze per ricevermi”.
La risposta dell’università: “Possiamo solo dire che, per l’anno accademico in corso, Regazzoni è un nostro contrattista”. Regazzoni, prima di Pornosofia, aveva scritto altri sei libri che analizzano altri feticci della cultura contemporanea, da Harry Potter alla serie tv Doctor House. Volumi che gli erano valsi citazioni entusiaste sulle pubblicazioni della Cattolica. Ma ora tutto è cambiato. Nell’ultimo saggio, oltre ad analisi dotte della raffigurazione del nudo, si riportano descrizioni esplicite degli atti sessuali rappresentati in video. E il fatto che l’ateneo sia stato associato a “lingue che affondano” e “bocche spalancate”, in largo Gemelli è stato preso male.
Paola Fandella, responsabile del corso di economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo, racconta: “La vicenda mi ha dato fastidio, è vero. Con Regazzoni abbiamo avuto confronti molto franchi. Ma il rinnovo dei docenti dipende dalla loro performance, e comunque non spetta a me decidere sui contratti annuali”. Spetta alla Facoltà, e ai “designatori”. Hanno davvero già deciso per il taglio? La risposta della Cattolica è secca: “Per il rinnovo dei contrattisti c’è tempo fino a luglio”. Ma Regazzoni non ci sta: “Che io sia ormai un ex docente non è un segreto, e la Cattolica ha il diritto a mettere in cattedra chi vuole. Non capisco però perché mi tengano sulle spine, costringendomi a uno stress notevole. Non posso accettare di fare da relatore per la tesi agli studenti, non sapendo se sarò ancora al mio posto”.
Regazzoni, genovese nato nel 1975, è un allievo di Jacques Derrida. Ha fatto un dottorato in Filosofia all’università di Parigi 8, dove ha poi insegnato. Con la Cattolica ha cominciato a collaborare nel 2007, tenendo un seminario di Museologia applicata, cattedra che gli è stata poi assegnata a contratto lo scorso anno. Oggi ha due corsi, entrambi a Economia: Filosofia delle arti visive, seguito da tre soli ragazzi, e Storia economica della cultura, per gli studenti dei primi due anni, con 178 iscritti. Nella valutazione data dagli studenti è nella fascia più alta. “La verità – dice Regazzoni – è che la pornografia è ancora tabù. Fino all’uscita del libro l’ateneo mi elogiava, con pubblicazioni e attestati di stima. Oggi sono un fantasma”.
Ecco. Pronti via, ho voglia di provocare. Come quando ci si becca tra camionisti dopo pranzo, cintura slacciata, cappello da baseball sudaticcio tirato in sù, stuzzicadenti in bocca. Caffè e sambuca doppia già ordinati.
Kai Zen è un ensemble narrativo? In altre parole, un gruppo di scrittori? Questo dunque è un blog di ispirazione letteraria? Sarà… Bene, a me non piace leggere. Scribacchio, da sempre metto insieme parole per le finalità più disparate (e le utilità più dubbie) ma non leggo narrativa, o meglio ne leggo poca. Leggo di economia, politica, musica, cinema, scienza, alimentazione ecc… ma non romanzi. Non ho background lettarario. Mi sono perso tutti i grandi della letteratura, o quasi. In verità li lascio ormai per la terza età, quando vivrò sul mare (speriamo non troppo letteralmente, come mozzo di qualche bagnarola) e le mie figlie si staranno tromb.. EHM dedicando allo studio universitario. Leggo in inglese. Leggo in francese. Vorrei leggere in olandese ma dopo dieci minuti mi viene l’emicrania. Leggo giornali esteri. Leggo free press (non sono un grande fan del giornalismo italiano a pagamento). Leggo istruzioni. Semplicemente, leggo di rado romanzi. Narrativa.
Perchè?
In sostanza perchè, per raccontare una storia, mi piace molto di più l’immagine della parola scritta. Così, da regista, o forse da paraculo. La lettura mi prende con molta difficoltà. Di rado mi entusiasma, spesso mi annoia e mi ci perdo. Come dite? Dovrei smetterla di fumare hashish? Può essere. Ma Cristo, conosco persone che fumano come rastafari e poi leggono tonnellate di narrativa. Per ore. Viaggiando dentro il racconto. Che invidia porca… Io invece mi impallo sulla stessa riga per tre, quattro, cinque volte. Penso a qualsiasi altra cosa, divago. Non vengo rapito. Mentre un qualsiasi cazzo di film – purchè decente – assorbe in toto la mia attenzione. Mi è successo anche ieri sera con il maledetto Commissario Montalbano su Rai Uno!
Perchè? Semplice equazione immagine = fruizione facile, dunque sono un idiota? Tranquilli, non mi offendo. Può essere. Anzi, forse è così. Ma c’è qualcuno là fuori tra i bit della rete che mi capisce? Che è come me? Aiutatemi, vi prego. Lo sento… Sto per colpire ancora… Sto per bloccarmi sulla stessa pagina di un romanzo per tre quarti d’ora… E poi finirò per mettere il dvd di ‘Walk the Line’ per la quarta volta… e godermela come fosse la prima. Convincetemi a leggere narrativa. Ditemi come devo fare (ma giù le mani dal mio hashish). Spiegatemi il vostro eccitamento nel leggere una storia. Per favore.
Gnoseologia e libertà si intersecano negli ultimi due episodi. Ed è qui che Evangelion diventa opera metafisica, è qui che rompe definitivamente gli argini del pop – molti fan hanno storto il naso e chiesto a viva voce un nuovo finale -.
Shinji Ikari, come tutti gli esseri umani, è stato assorbito dall’anima collettiva, si è evoluto. L’altro lo ha assorbito, l’altro non c’è più, o meglio l’altro coincide perfettamente con il sé, l’AT-Field è stato invertito e i confini dell’individualità sono stati aboliti.
Shinji si trova su un palcoscenico – “lo Shinji Ikari che è nell’animo di Misato Katsuragi, lo Shinji Ikari dentro Asuka Soryu, lo Shinji Ikari dentro Rei Ayanami, lo Shinji Ikari dentro Gendo Ikari. Ognuno di essi è un diverso Shinji Ikari, ma sono tutti il vero Shinji Ikari.” – La sfida sembra vinta, il progetto per il perfezionamento dell’uomo ha fatto in modo che il pilota dell’EVA non abbia più paura degli Shinji Ikari contenuti nelle altre persone. Non ci sono barriere, non c’è AT-Field, tra sé e gli altri. Cosa sono gli altri allora? Sono me? E io cosa sono? Un oggetto per quale soggetto? Se non c’è il soggetto, l’oggetto che fine fa? Come conosco il mondo?
Shinji: Che cosa sono io? Questo sono io… Una forma che mi mostra agli altri. Un simbolo di me stesso. Anche questo (un disegno ben delineato N.d.A.) e questo (uno scarabocchio con i tratti di Shinji N.d.A.) e questo (un ideogramma N.d.A.). Sono tutte mie rappresentazioni. Sono tutte immagini che danno agli altri coscienza di me. Ma allora cosa sono io? Questo sono io? Il mio vero io. Il mio falso io.
Rei: Tu sei tu. In questo però, possiedi un tuo proprio confine e una tua propria dimensione. (26 – La bestia che gridò AMore nel cuore del mondo)
Il darsi di un oggetto per un soggetto. Il “darsi” avviene attraverso il principio di individuazione, spazio – tempo – causalità, attraverso la rappresentazione quindi. Diventando un’unica cosa, il genere umano si è affermato fuggendo da se stesso, dalla sua stessa natura, da ciò che lo rende umano: la singolarità. La fine di Evangelion sembrerebbe raccontare che la fuga (che sia quella di Shinji o del genere umano) sia inevitabile – o si fugge verso l’annientamento o si fugge verso l’evoluzione, siamo obbligati ad affermare noi stessi scappando (non riuscendo a vivere con noi stessi.) Non si può evitare di farlo, perché la paura è così grande che non si può farne a meno se si vuole compiere anche la più piccola delle azioni. E la fuga è l’azione più istintiva e razionale allo stesso tempo, davanti al terrore (lo stesso terrore da cui protegge l’AT-Field). È proprio Shinji a rivelare a se stesso di aver scelto la fuga. La volontà lo ha spinto all’azione.
Shinji: Io ho paura di essere odiato dagli altri.
Shinji: Tu hai paura di venire ferito e di soffrire.
Shinji: Di chi è la colpa?
Shinji: La colpa è di mio padre. Mio padre, che mi ha abbandonato.
Shinji: La colpa è mia.
(un flashback ricorda l’occasione in cui Gendo ha lodato Shinji per una missione riuscita.)
Shinji: da allora hai continuato a vivere rimuginando su quella gioia?
Shinji: Seguitando a credere in quelle parole, potrò continuare a vivere.
Shinji: Continuando a ingannare te stesso?
Shinji: È quello che fanno tutti. È così che le persone riescono a vivere.
Shinji: Senza l’autoconvinzione di essere nel giusto, vivere non sarebbe possibile.
Shinji: In questo mondo ci sono troppi motivi di sofferenza perché io vi possa vivere.
[...]
Shinji: Hai sempre chiuso gli occhi e tappato le orecchie di fronte alle cose spiacevoli.
Shinji: No. Non voglio ascoltare.
Shinji: Vedi? Stai fuggendo di nuovo. Nessuno può riuscire a vivere raccogliendo come biglie soltanto le cose piacevoli. Soprattutto, io non posso.
Shinji: Se ho trovato qualcosa di piacevole, se si trova qualcosa di piacevole, che c’è di male nel dedicarsi solo a quella? Che male c’è?
[...] Shinji: Sei stato tu a scegliere di fuggire. (16 – Malattia mortale, e poi…)
Solo chi si è allontanato dall’agire, chi ha negato la volontà come direbbe Schopenhauer54 (o Buddha), può essere spettatore di un duplice vittoria: su di essa e su di sé “[...] perché ha rinunciato alla propria qualità e al proprio compito di uomo, e non partecipa più a questa durata gonfia di terrore, a questa galoppata attraverso i secoli impostaci da una forma di spavento di cui non siamo, in definitiva l’oggetto e la causa.”55
Ne il Mondo come volontà e rappresentazione la volontà è un’essenza unica, inaccessibile, posta oltre il velo di Maya, di cui possiamo avere una rappresentazione adeguata solo andando al di là del fenomenico per attingere al mondo delle idee oltre il principio di individuazione. La sfida per Schopenhauer era negare la volontà stessa per via mistica o estetica (soluzione di breve durata). Il Progetto per il perfezionamento dell’uomo, sembra negare la volontà di vivere degli individui, affermando però allo stesso tempo quella delle specie, e infatti Shinji, e tutti gli esseri umani, sembrano all’improvviso proiettati oltre il velo di Maya, sembrano poter finalmente vedere con chiarezza oltre l’imbocco della Caverna di Platone. Lo sguardo non ha bisogno di rappresentazione: spazio, tempo, causa vengono meno. Non c’è oggetto per soggetto. Non c’è altro per altro. Sono la stessa cosa. Ma allora cosa ci fa Shinji su un palcoscenico? e soprattutto cosa si innesca quando, i disegni stessi dell’anime cominciano a mutare forma, tratto, colore… ma soprattutto cosa succede quando al posto della rappresentazione per disegni sullo schermo appiano le pagine stesse della sceneggiatura di ciò che dovremmo vedere?
Cosa è reale e cosa non lo è? È reale lo Shinji Ikari sul palcoscenico alle prese con se stesso e quindi con gli altri che sono lui stesso? È reale il palcoscenico? La sceneggiatura? Evangelion? Io che lo guardo? Quale di queste realtà è vera? O meglio quale rappresentazione del reale lo è? Tutte? Nessuna?
Torniamo all’inizio quindi: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere,” rimanere nel vago, nell’indicibile, nel soggetto a dubbio. Senza la ricerca dell’improbabile, in qualche modo vitale, il dubitatore, lo scettico “non sarebbe che uno spettro.”56Anche se chi dubita non sembra comunque molto lontano da questa condizione fantasmatica: deve dubitare fino al punto in cui non sussista più alcuna materia di cui dubitare, laddove tutto scompare,spezzando i divieti delle certezze. E Shinji, inconsapevolmente o no, dubita. Dubita perché è tutto scomparso, anche la sua silhouette. Di lui rimane un tratto rapido degli occhi, una linea che vibra al suono della voce, un disegno infantile che lo ritrae nel vuoto. Lo schermo bianco. Un soggetto senza oggetto e viceversa.
L’istinto di conservazione, la volontà di vivere, non sono una mera questione di specie, ma sono il fulcro stesso, dell’individualità e Shinji fa un passo, questo sì da superuomo: sceglie. Innesca la volontà di potenza. Non ha importanza il fatto che il reale sia illusorio o che il libero arbitrio sia una menzogna. Il corpo appena abbozzato del ragazzo fluttua nel vuoto, un tratto disegna una linea che fa da terreno e le voci dei vari personaggi della serie arrivano da fuori, “da dietro le quinte”:
Voce off: Guarda, con questo sono nati il sopra e il sotto.
Voce off: Però, con questo è sparita una libertà.
Voce off: Ora sei costretto a stare in piedi sul sotto.
Voce off: Però, questo ti tranquillizza. Perché il tuo stesso animo ha ottenuto un po’ di semplificazione.
Voce off: E così puoi camminare.
Voce off: Tale è una tua volontà.
Shinji: La mia volontà, sarebbe questa?
Voce off: Il mondo che ti circonda è il mondo in cui esistono il sopra e il sotto.
Voce off: Ma in questo modo tu puoi camminare liberamente.
Voce off: E se lo volessi, potresti anche cambiare la posizione del mondo.
Voce off: Quindi anche la posizione del mondo non resta sempre la stessa.
Voce off: È qualcosa che muta nello scorrere del tempo
Voce off: E anche tu stesso puoi cambiare.
Voce off: Poiché a dare forma a te stesso sono il tuo stesso animo e il mondo che lo circonda.
Voce off: D’altronde, questo è il tuo mondo.
Voce off: È la forma della realtà che tu percepisci.
Didascalia: “Tale è la realtà.”
[...]
Voce off: Senza un altro essere distinto da te stesso, tu non puoi comprendere la tua stessa forma.
[...]
Voce off: … È nel guardare la forma delle altre persone, che si conosce la propria forma.
Voce off: È nel guardare le mura tra sé e le altre persone, che si conosce l’immagine della propria forma.
Voce off: Senza l’esistenza delle altre persone, tu stesso sei invisibile a te stesso.
Shinji: Io posso esistere finché esistono le altre persone, non è così? Da solo, io non sarei che ovunque comunque solo. L’intero mondo sarebbe soltanto me!
Voce off : Prendendo coscienza delle differenze tra te e gli altri, dai forma a te stesso.
[...]
Shinji: Ma certo, io sono io. Solo, però, è altrettanto vero che le altre persone creano la forma del mio animo.
Voce off: Proprio così, Shinji Ikari.
Voce off: Alla fine lo hai capito Stupishinji.
Asuka: Finalmente ti sei svegliato Stupishinji. (26 – La bestia che gridò AMore nel cuore del mondo)
Shinji, risvegliato da Asuka, apre gli occhi e ritrova sé stesso alle prese con una vita da quindicenne, la scuola, gli amici, la quotidianità e non come pilota dell’Evangelion. Che sia una fantasia o meno, che si tratti di stato di veglia mentre le vicende narrate in Evangelion fin qui siano solo un sogno e non viceversa non importa. Shinji, individuo, sceglie. Sceglie di vivere, di affermare la sua particolarità, nonostante l’assurdo, nonostante l’illusione, e manda in frantumi il Progetto per il perfezionamento dell’uomo.57
Shinji insomma scambia un’illusione per un’altra, ma lo fa scegliendo. In questo è sartriano. Allo stesso modo, la scelta di Shinji è una rivolta, e in questo è camusiano. Tornando alla sua individualità, scegliendo di vivere, esercita la volontà di vivere, quella che agli Angeli è sconosciuta e si ritrova proprio nella condizione di Sisifo, in lotta ma felice.58
La questione è morale perché la rivolta di Shinjiha un valoreindividuale e al contempo universale: mi rivolto dunque siamo.59È un percorso inverso rispetto a quello del progetto della SEELE: Non mi rivolto dunque non siamo. Una risposta a un imperativo categorico. Il dovere morale della rivolta nonostante l’assurdo. L’Esserci dell’Essere, anche se l’Esserci e l’Essere sono solo un incidente di percorso del Nulla, un inconveniente.
Il Nulla è come il buco di una ciambella, è pensabile solo grazie alla ciambella, ma in fondo anche la ciambella è pensabile solo grazie al buco.
note
52 Rei Ayanami, o meglio la sua terza incarnazione / clonazione, per salvare gli altri, a bordo dello 00 incorpora il penultimo Angelo Armisael – sviluppando un AT-Field inverso. Nel farlo perde la vita; quindi mentre l’AT-Field preserva l’individualità, quello inverso la elimina e tende alla creazione dell’entità collettiva alla base del Progetto del perfezionamento dell’uomo. (23 – Lacrime / Rei III)
53 o un uomo esteticamente educato, come direbbe Schiller o un uomo nuovo, come direbbe Marx.
54 Cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione.
55 E.M. Cioran, La caduta nel tempo, p. 18.
56 Ivi, p. 50.
57 Nel film Evangelion Death and Rebirth, Shinji non viene assorbito dall’anima collettiva perché, come Asuka, si trovava a bordo dell’EVA e quindi quando viene innescato il third impact e il genere umano si fonde in un’unica entità collettiva, l’AT-Field del “robot” lo protegge. Si ritroverà così solo con Asuka. Il pianeta un nuovo Eden e loro due novelli Adamo ed Eva, pronti a cogliere il frutto della conoscenza e far partire tutto da capo: ecco perché Neon Genesis Evangelion, il vangelo, la novella, delle nuova nascita.
58 Cfr. A. Camus, Il mito di Sisifo.
59 Cfr. A. Camus, Mi rivolto dunque siamo.
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Bibliografia
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Wittgenstein, L., Tractatus logico – philosophicus, trad. it. di A.G. Conte, Torino, Einaudi, 1995.
Presidente: “L’imputato ha qualcosa da aggiungere alla sua deposizione testé letta?”
Bresci: “Il fatto l’ho compiuto da me, senza complici. Il pensiero mi venne vedendo tante miserie e tanti perseguitati. Bisogna andare all’estero per vedere come sono considerati gli italiani! Ci hanno soprannominati maiali…”
Presidente: “Non divaghi…”
Bresci: “Se non mi fa parlare mi siedo”
Presidente: «Resti nel tema.»
Bresci: “Ebbene, dirò che la condanna mi lascia indifferente, che non mi interessa punto e che sono certo di non essermi sbagliato a fare ciò che ho fatto. Non intendo neppure presentare ricorso. Io mi appello soltanto alla prossima rivoluzione proletaria”
Presidente: “Ammettete di avere ucciso il re?”
Bresci: “Non ammazzai Umberto; ammazzai il Re, ammazzai un principio! E non dite delitto ma fatto!”
Presidente: “Perché lo avete fatto?”
Bresci: “Dopo lo stato d’assedio di Sicilia e Milano illegalmente stabiliti con decreto reale io decisi di uccidere il re per vendicare le vittime”.
Il Presidente chiese a Bresci perché avesse compiuto quel gesto
Bresci: “I fatti di Milano, dove si adoperò il cannone, mi fecero piangere e pensai alla vendetta. Pensai al re perché oltre a firmare i decreti premiava gli scellerati che avevano compiuto le stragi
Durante il loro reading del nostro romanzo in quel di Arezzo, tempo fa, i quattro kai zen presenti tra il pubblico ostentavano nonchalance ma presentavano peli ritti come paletti sugli avambracci, per l’emozione.
C’è troppa cultura su questo blog… troppa filosofia, che cazzo… mi sembra di stare a un convegno, solo che lì posso fingere di essere acculturato e scrutare tra il pubblico in cerca di donne attraenti – così, per statistica – e qui davanti allo schermo invece manco questo… A proposito, l’altro giorno ho ricevuto per posta la tessera Platinum della Youporn Corp. con questa simpatica dedica accompagnatoria, che ho tradotto dall’inglese: ‘Hey amico/a, (ma sanno benissimo che sarà un uomo a riceverla, fanno solo i progressisti; sapete, Obama ecc…) grazie per il tuo grande supporto! Se vai avanti a questo ritmo con gli hit al nostro sito ti chiameremo qui a Los Angeles per progettare la versione 2.0!’
…scherzeranno? Io Los Angeles in fondo non l’ho mai vista, dovrei solo trovare un modo decente di raccontarlo alla combriccola delle donne di casa.
Comuque, c’è troppa cultura qui. Ho pensato di rimediare con una nuova rubrica che chiamerò ‘Truck Driver’. Cosa ci metto? E che ne so, vado a naso, come al solito. Musica, cibo, viaggi, persone, figli, musica, droga, ammore… e poi fobie ridicole, stronzi da premio Nobel, lingerie femminile, storie porno dai bagni dell’ufficio e via dicendo. Roba. Ma roba spiccia, diretta. Spunti e riflessioni di chi non ha studiato filosofia, non è un topo di biblioteca, non è un nerd, non gli dà fastidio il sole, non è sempre incazzato con tutti, se ne fotte delle barricate. E parla pulito
C’era bisogno di ‘sta rubrica? Non credo. Ma che, c’era bisogno dell’ultimo libro di Carlotto? E di Heligoland dei Massive Attack (che pure adoro)? Il mondo oggi è così: c’è spazio per le cagate di tutti. Internet è così. Non l’ho mica inventata io. A me ha solo risolto il problema del porno: prima bazzicavo edicole con soprabiti abbottonati, grossi cappelli calati sulle sopracciglia, baffi finti e Ray Ban neri modello paninaro del cazzo. Che poi puntualmente la sciura edicolante: ‘Ancora tu, kai zen a? Va che non è ancora uscito l’ultimo ‘Le ore’…’ Merda. E invece, adesso, ricevo comodamente Platinum card a casa. E gratis. Ah, il progresso…
Ora guardatevi ‘La città verrà distrutta all’alba’ (miglior titolo di film di tutti i tempi, così come Dead Kennedys è il miglior nome di band di tutti i tempi) e non rompete i coglioni. Anzi, no guardatevi ‘Centochiodi’ dell’IMMENSO Ermanno Olmi. Capirete di più della mia nuova rubrica. Forse.