: kaizenology :

: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: aprile, 2010

Eine Anime für Alle und Keinen (2 di x)

by kaizenj

More about Pop filosofia Neon Genesis Evangelion? Carta carbone da Wikipedia:

Shin Seiki Evangerion, comunemente noto anche come Evangelion, è un anime di 26 episodi del 1995 creato dallo Studio Gainax, sceneggiato e diretto da Hideaki Anno. È uno dei maggior successi (sia commerciale che di critica) dell’animazione giapponese, ed è considerato tra i migliori anime di sempre. Parallelamente alla serie televisiva è stato ideato un adattamento manga per opera di Yoshiyuki Sadamoto (il character designer della serie), che presenta alcune differenze nello sviluppo della sceneggiatura. Nel corso degli anni, sono stati inoltre pubblicati da altri autori tre manga spin-off della serie animata.

Uno dei maggior successi (sia commerciale che di critica) dell’animazione giapponese.” Si tratta di una descrizione metatestualmente relativa alla cornice stessa in cui si trova questo testo: una raccolta di scritti che osserva la cultura pop attraverso lo specchio della filosofia.

Evangelion è un opera pop. Ha riscosso successo in patria e, in un secondo, tempo nel resto del mondo. Ha avuto delle ripercussioni culturali, ha innescato alcuni meccanismi di consumo relativi al merchandising e si è transmedialmente “spalmato” tra vari mezzi di comunicazione (cinema, videogiochi, web, fanfiction, fumetti, modellismo, giochi di ruolo ecc. ecc.). Ma questo lo rende davvero, intimamente, pop?

In termini macroscopici, quali sono le caratteristiche del pop? La complessità narrativa rientra tra esse?

Potremmo azzardare un “sì certo” come risposta. Eppure Evangelion ha una complessità drammatica che implica una stratificazione concentrica di possibili interpretazioni e comprende un’altrettanto intricata serie di riferimenti ipertestuali e interdisciplinari da far impallidire il più spericolato spettacolo teatrale d’avanguardia. Non solo; la fabula e l’intreccio, si fanno talmente ingarbugliati e densi da sfiorare l’incomprensibile. La mole di dettagli più o meno velati o sottaciuti, per non parlare di quelli del tutto omessi, è tale da rendere, Evangelion un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra. Per comprendere certi snodi della trama, spesso bisogna ricorrere ad appoggi esterni, al lavoro di qualche fan che con pazienza e perizia si sia messo a guardare e riguardare ogni singolo episodio, esplorando ogni dialogo, anche il più banale, alla ricerca di un dettaglio, di un appiglio, o che abbia raccolto interviste e interventi dell’autore, Hideaki Anno, in varie convention o magazine per appassionati. Evangelion ha bisogno di una guida alla visione e della prontezza di riflessi tipica di uno spettatore allenato a usare il telecomando. Play. Pausa. Consultazione della “guida”, Play, Pausa…

Un disco dei Beatles, per quanto complesso possa essere negli arrangiamenti, nei testi, nella costruzione della melodia e del ritmo, non ha bisogno dello stesso livello di attenzione, di analisi, di conoscenza della materia, di studio di un disco di Arnold Schönberg per essere apprezzato. Evangelion è quindi un’anomalia. Ha il successo di un disco dei Beatles (con le dovute proporzioni) ma la “difficoltà” di un’opera dodecafonica. Lo stesso succede per esempio in “opere pop” come Lost, John from Cincinnati, Flash Forward, Fringe, Battlestar Galactica, o in anime e manga come Eden, Death Note, RahXePhon, Berserk ecc. ecc.

Neon Genesis Evangelion però risale al ‘95, quando ancora i tubi catodici trasmettevano Beverly Hills 90210 e Dawson’s Creek, il cui intreccio era tutto tranne che complesso, e il pubblico generico non era abituato a certe tematiche e costruzioni narrative. Evangelion poi è un anime, un “cartone animato”, e per quanto oggi sembri ridicolo ritenere l’animazione consumo esclusivo dei più giovani, nel decennio scorso si faticava ancora, per lo meno ad alcune latitudini, ad abbattere questo pregiudizio; e infine comunque, con la mappa adeguata l’Isola di Lost è esplorabile, Evangelion no. Né con la “guida”, né affrontando le eventuali letture propedeutiche che vanno dalla Cabala, alla Bibbia, da Freud a Schopenhauer, da Kierkegaard a Nietzsche da Kant a Buddha, da Darwin a Heidegger… Insomma un prodotto difficilmente inquadrabile nella categoria del pop tout court, che però ne ha lo stesso le caratteristiche e la portata. Si tratta di un’opera olistica. La somma delle parti che la compongono è più o altro dal tutto. Non è un caso quindi che rivedere Evangelion, dopo una riflessione post rem sui suoi livelli di lettura, possa renderlo diverso rispetto alla prima visione. Gli Eva, gli Angeli, l’AT-Field, i personaggi stessi possono assumere un valore metaforico che trascende il contenuto formale di ciò che stiamo vedendo.

Oggetto per un soggetto

Già da subito, lo scontro tra l’angelo Sachiel e l’Eva 01 (1- L’attacco dell’Angelo, 2 – Soffitti sconosciuti) potrebbe essere letto, parzialmente ma legittimamente, come una riflessione sul tema dell’altro. Chi è l’altro? Cosa comporta venire in contatto con l’altro? Cosa cerco nell’altro?

In Evangelion sembrerebbe un topos centrale, tanto da ritornare quasi in ogni episodio e venire esplicitata nel terzo episodio da uno scambio tra due personaggi principali della serie, la dottoressa Ritsuko Akagi e il capitano Misato Katsuragi. Parlando di Shinji, Ritsuko dice a Misato che il ragazzo sta vivendo il dilemma del porcospino: tanto più due esseri si avvicinano tra loro, molto più probabilmente si feriranno l’uno con l’altro. (3 – Un telefono che non squilla) Allegoricamente potrebbe succedere proprio questo nello scontro: l’Eva 01 si avvicina all’Angelo, all’altro, ne supera la barriera emotiva, l’AT-Field, e viene in contatto con il nucleo, con l’essenza intima dell’altro. La cosa però è molto, molto dolorosa. Addirittura letale per uno dei due. A restare in piedi sarà il più adatto a vivere.

Ma cosa significa il più adatto a vivere? Più avanti nel corso della narrazione si scopre, o meglio si intuisce, che gli Angeli, i “mostri” che attaccano l’umanità, i nemici, gli altri: non sono che diverse possibilità di esistenza, altre forme di una possibile evoluzione dell’umano. Solo il più adatto può sopravvivere, la convivenza è impossibile. Adatto non significa più forte. Non è una questione darwiniana, è semmai una questione di volontà, al limite del nietzschiano. Il più adatto alla vita è colui il quale vuole vivere. Gli spunti forniti dall’anime, però come già detto non sono affatto lineari, e il carattere stesso del protagonista rimette in discussione – di nuovo – tutto.

Shinji non sa perché vive e non sa se vuole vivere. La vita fa male. Vivere significa entrare in contatto con gli altri, e allora la felicità è fare quello che agli altri fa piacere, fare quello che dicono gli altri per piacere agli altri ed essere accettati appagando il proprio bisogno di consolazione. Ma è così? Per quale motivo Shinji entra nell’Evangelion, se la cosa, può essere dolorosa per il corpo quanto per la mente?

Shinji, si dimostra del tutto incapace di relazionarsi, fisicamente e sentimentalmente con chiunque, la sua barriera difensiva, il suo AT-Field, è perennemente alzata e quando tenta di abbassarla prova dolore. Shinji si difende proprio come un riccio, e quando tenta di avvicinarsi a qualcuno si fa e fa male. Per questo anche nei momenti di tensione erotica il contatto non avviene, come quando prova a baciare l’altro pilota dell’EVA, Asuka, nel sonno e poco prima che le sue labbra tocchino quelle di lei si ritira. Allo stesso modo, all’inizio del film prodotto dopo la conclusione regolare della serie , Shinji, seduto al capezzale di Asuka in coma, dapprima prova a scuoterla per farla rinvenire, urlando che ha bisogno di lei, poi quando non ci riesce, si allontana e si masturba osservando il suo corpo. Il suo sentimento confuso ma potente nei confronti della ragazza, lo respinge. Non la tocca, non la bacia, non le parla. Si allontana ed esprime il suo amore per lei senza contatto per poi mormorare tra sé: “sono un verme”. (Neon Genesis Evangelion: Death and Rebirth: Rebirth)

Note:
http://it.wikipedia.org/wiki/Neon_Genesis_Evangelion
Il carattere di Shinji potrebbe essere letto come eventuale metafora del fenomeno degli hikikomori, gli adolescenti giapponesi barricati per anni nelle loro camere e isolati dal mondo.
Wikipedia è un buon punto di partenza. Altrettanto interessante è il lavoro svolto dal sito italiano dedicato all’anime: http://www.evaitalia.tk/
L’eccezione a conferma della regola era, nel caso dei telefilm, X-Files e in quello dei manga, Alita.
C’è voluto molto più che l’avvento dei Simpson per sradicare l’equazione cartone animato = prodotto esclusivamente per l’infanzia o per l’adolescenza.
Absolute Terror Field: lo scudo protettivo generato da EVA e Angeli. Nelle ultime puntate viene spiegato che L’AT-Field è anche la barriera dell’animo, è il confine dell’individualità umana. Hideaki Anno ha preso a prestito il termine dalle teorie psichiatriche relative all’autismo e allo stato di terrore assoluto in condizioni di violazione grave del dominio dell’Io.
A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, p. 396. “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”
Asuka con cui Shinji con cui condivide diverse caratteristiche relazionali e psicologiche.
Abbiamo scelto di non considerare, se non in via del tutto marginale, i lungometraggi successivi alla serie, realizzati per cercare di spiegare, senza troppo successo, i molti punti oscuri della trama e soprattutto del contestato finale. Come annotava Wittgenstein “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” e provare a spiegare la fine di Evangelion è non tacere nonostante non si possa parlare.

Colpi bassi (revival)

by kai zen a

Questa settimana non ho tempo, e mio cugggino (che una volta da piccolo è morto, lo sapete?) mi ha detto che questo post sotto è il più figo di tutti. Lo ha deciso insieme alla cumpa al parco Lambro, dove si trovano. Voi, al tempo, quando l’ho pubblicato per la prima volta, sicuramente frequentavate altri blog… maledetti! Ora ribeccatevelo sotto. E silenzio, non voglio sentire una mosca volare oggi. Ah, a proposito, si accettano suggerimenti scritti: che nuova rubrica volete che comincio?  Idee al vaglio per il momento: taglio e cucito, scrittura creativa, sesso estremo, stagionatura del Casera…

Dite.

 ————-

 

Tutto è cominciato per scherzo, come accade spesso. Eravamo già brilli e poi io ho infierito con il solito vizietto. Mio cognato olandese vacilla, sorriso stampato in faccia. E’ il momento di colpire basso, cosa che mi riesce sempre moltobene. Sarà che sono all’altezza giusta.

“Vabbè, comunque è facile avere tutto perfetto, organizzato. Bravi. Vivete in un fazzoletto di terra piatta e siete straricchi, ci credo. Ne sarei capace anch’io. Con tutte le depredazioni accumulate nei secoli dai colonizzatori…”

“Cosa c’entra, scusa?”

“Come cosa c’entra? Siete uno stato ricco, no? E da dove viene quella ricchezza? Saranno mica tutti tulipani e… lasciamo stare.”

Sander fa fatica a rimanere serio. Gli piacciono le sfide cattive, quelle senza esclusione di colpi. E soprattutto adora quelle che gli lancia sempre questo piccolo italiano mangiaspaghetti insolente. Sono sicuro che vorrebbe essere me, se fosse la metà di quello che si ritrova. E anch’io vorrei essere lui, se mia madre avesse messo insieme due feti, al tempo.

“Guarda che noi abbiamo portato ricchezza e progresso anche nei paesi che abbiamo colonizzato. Eravamo commercianti, mica schiavisti.”

Scoppio a ridere. “Non esistono schiavisti peggiori dei commercianti!”

Ride con me. “Vero, ma scherzi a parte: non sento pesi sulla coscienza.”

“Te li faccio sentire io: qual’è la parola olandese più famosa nel mondo?”

Ghigna. “Bastardo.”

Non ho capito se ci sta pensando o se il mio giochetto è ridicolo, da tanto che è banale per un olandese. “Allora?”

“Non credo sia ‘T gereedschapkiest…”

Lo guardo accigliato, gli occhi come fessure: “Pardon?”

Tracanna la lattina di bavaria in un sorso. Mi sta prendendo per il culo, mi sa. “E va bene. Apartheid.”

“Aah, allora ti arrendi?” Gironzolo per la sala soddisfatto, culetto in fuori e petto gonfio.

“Giammai. Tu pensa alle colonizzazioni vostre, va.”

Tracanno io adesso. Fa un caldo maledetto qui dentro. “Quelle fallite, intendi? O quelle inutili?”

“Quella di maggior successo.”

Lo guardo inebetito. Sta provando a contrattaccare, lo sento. Ma non capisco dove stia andando a parare.. Un pò lo odio, questo Sander. Troppo simile a me. Non rispondo.

“La mafia.”

Gli stringo la mano con fare mafioso. “Bravo. Complimenti.”

Ridiamo. Mi ascolterei The Bedlam in Goliath dei Mars Volta a volumi sostenuti adesso, ma poi probabilmente le due sesto-olandesi nella stanza accanto avrebbero da ridire. Maledetto Zecchino d’Oro… Esisterà in Olanda?

Ma non demordo, mi sento cattivissimo. “Comunque, è facile organizzare tutto bene da voi: siete tutti uguali, mangiate uguale, vestite uguale. Parlate tutti allo stesso modo! Cazzo, un giovinastro e un ottontenne usano le stesse espressioni.”

“Sei proprio un cretino.”

“GIà ti stai differenziando troppo dagli standard nazionali con questa terminologia, ragazzo.”

“Fanculo.”

“Sei stato troppo tempo in Italia, si sente.”

“Tu dici standardizzati, io dico che siamo solo ‘normali’. Siamo talmente liberi da capire da soli che la cosa migliore alla fine è essere normali, come tutti, senza eccezioni. Da noi la Regina e il contadino con cinque figli a carico fanno colazione allo stesso modo. Boterham met hagelslaag!”

Sorrido. Conosco il prodotto. Buono, dopo tutto. “Sì, ma che noia così. Tutti normali, misurati, intelligenti. E poi perchè non escludete dalla standardizzazione almeno la cucina? L’esperienza più brutta che vivo in Olanda, ogni volta, è al supermercato: quattro lunghe file piene zeppe di pacchetti di patatine e pochi centimetri per verdura e frutta, tristi e impacchettate.”

“Eccolo, l’italiano. Sempre il solito discorso. E poi io preferisco un’attitudine alla normalità piuttosto che quella alla furbizia.”

Il brutto degli olandesi è che colgono sempre nel segno. Sembrano distratti e naif ma l’elaboratore dentro le loro belle teste bionde difficilmente stacca per una pausa. Maledetti NON latini. Prendo in mano il telecomando, lo guardo di sbieco sempre con lo stesso sorriso imballato. Ricambiato.

“Va là, va là…”

Intanto Sander canta vittoria dentro, lo posso quasi sentire. D’improvviso, la folgorazione. Ma certo…

“Pensa quello che vuoi, cognato olandese. In ogni caso, non è stata creata qui la cosa più infima degli ultimi dieci anni.”

Per il momento finge. “Non capisco cosa intendi.”

Non capire, non capire… Faccio zapping. Vediamo se si tradisce in qualche modo. Rai Uno, Rai Due, Canale 5, Italia Uno. Danno tutti la stessa robaccia. Mi abbagliano i denti bianchissimi delle donne mezze nude sullo schermo. “Curioso, non trovi Sander? Nel paese della normalità…”

Si perde nelle curve di qualche mora abbronzata. “Che cosa?”

“…nasce un mostro così orrendo.”

“Non ti seguo. Ma non importa, dai. Come al solito non sai perdere. Ti capisco, è umano sai? Anche a me non piacerebbe perdere con te, se dovesse mai capitare.”

“Una creatura mediatica che forse segna il punto di non ritorno. Il peggio del peggio del peggio. La fine della cultura. La fine di tutto? Sì, credo proprio di sì.”

Ride, mi sa che stiamo convergendo. “Tu sei pazzo.”

“Il nostro tempo in questo mondo è ormai diviso in prima e dopo l’evento, A. GF e D. GF”

Si alza, cammina verso il bagno. Sta ridendo. Lo seguo.

“A proposito, a che edizione siete da voi? E come butta, chi vincerà?”

“Smettila”, mi spinge via.

“Ma, fammi capire, avete venduto il format al mondo intero per cattiveria o solo per avarizia?”

Ormai ridiamo entrambi.

“Cioè, avete voluto che il mondo intero affondasse negli abissi della stupidità o semplicemente volevate fare palate e palate di soldi?”

Mi sbatte la porta in faccia, deve pisciare. Ma lo sento imprecare lo stesso.

“Maledetta Endemol.”

Come Tardelli al Bernabeu, nel 1982.

Vittoria.

PRIMA CHE SIA NOTTE…

by kaizenb

Essere uno scrittore gay di talento a Cuba negli anni settanta. Molti cari “compagni” o ex-compagni europei (fra questi ultimi mi ci metto anch’io visto che almeno fino 1990 conservavo un’idea romantica di Cuba) molti di noi, dicevo, non sapevano quanto pericoloso poteva essere, a Cuba, manifestare la propria omosessualità o anche solo le proprie idee, quando queste non erano in sintonia con la linea di pensiero ufficiale. Ripudiato, messo ai margini e soprattutto vittima impotente di una pratica umiliante oltre ogni limite che in quegli anni era un’abitudine consolidata nella piccola isola comunista: rinchiudere le “menti contro” in campi di rieducazione e a suon di sprangate e torture farle tornare sulla luminosa strada del sol dell’avvenire. Tutto questo e molto altro dovette subire Reinaldo Arenas nei suoi primi anni di vita sull’isola rivoluzionaria e decise di raccontarlo in un bellissimo libro: “Before Night Falls”. Prima che sia notte. Un libro scritto con lo stomaco, pagine vomitate dall’anima controversa e romanticamente depressa di Reinaldo. Uno stile asciutto, a tratti ingenuo ma appunto per questo autentico. E Julian Schnabel che di mestiere di solito fa il pittore d’avanguardia, nel 2000 dopo averlo letto  ha deciso di girarci un film. Non è la prima volta per Schnabel, già con “Basquiat” si era cimentato nel cinema autobiografico riuscendo in parte nell’impresa (purtroppo in quella pellicola si notano una sceneggiatura di maniera e delle inquadrature scolastiche che ci fanno capire che il mestiere di Schnabel è un altro). Con “Prima Che Sia Notte” invece, si respira il vero cinema a cominciare dal ruolo di Reinaldo, affidato al grande Javier Bardem,calato perfettamente nella parte del ragazzone gay tormentato e talentuoso. Il film, come il romanzo da cui è tratto d’altronde, narra le vicende sfortunate e drammaticamente grottesche della vita di Arenas. Nato poverissimo nel 1943 Reinaldo viene subito educato alla “rivoluzione” dalle istituzioni del suo paese. A venti anni vince un premio letterario nazionale con il suo primo libro, ”Celestino antes del Alba”. Purtroppo a causa della propria omosessualità, per altro dichiarata con orgoglio e spregiudicatezza, viene  arrestato nel 1973 e rinchiuso nella prigione di El Morro. Nel 1980 Fidel Castro (svegliatosi una mattina di buon umore!) decide di lasciar partire e quindi liberare dall’isola ex-carcerati, omosessuali e malati di mente (il fatto che si accostino i gay ai malati mentali e agli ex- galeotti ci da’ la misura della considerazione che il regime aveva e ha dell’omosessualità). Lascia partire questo piccolo esercito di circa duecentomila persone, dicevo, e Arenas non si lascia scappare l’occasione. Purtroppo come molti altri emigranti centro e sud-americani emigrerà negli USA che all’inizio lo accoglieranno a braccia aperte in quanto cubano anticastrista. Purtroppo però Reinaldo non troverà l’America che si aspettava e che gli avevano prefigurato. Andrà ad alloggiare in un modesto appartamento di New York e vivrà i suoi giorni intessendo rapporti amorosi fugaci ma autentici con ragazzi incontrati per strada o in locali di ultima categoria e scrivendo racconti, romanzi e soprattutto poesie. Scoprirà alla fine, come tanti altri in quegli anni in America, di essere malato di Aids e purtroppo essendo privo di un’assistenza sanitaria (non c’era ancora Obama negli anni ottanta in USA!!) si renderà presto conto della sorte che lo attende. Morirà isolato da tutti e consumato dalla malattia nel 1990. Nel film, a differenza del libro, la sua morte viene attribuita a una eutanasia perpetrata nei suoi confronti dal compagno Lázaro Gómez Carriles (interpretato da Olivier Martinez), l’unico rimastogli accanto fino alla fine, che lo soffocò nel sonno con un sacchetto di plastica.

“Before Night Falls” non è l’unico romanzo scritto da Reinaldo Arenas; ne ha scritti in tutto più o meno una quindicina di cui la maggior parte mai tradotta in italiano. Se vi interessa, oltre al già citato “Prima che sia notte. Autobiografia” (Guanda) in libreria si possono trovare anche “Arturo. La stella più brillante” (Cargo), “Adiós a Mamá. Dall’Avana a New York” (Socrates) e “Lo sposo del mare” (Croce Libreria). Piccola curiosità: alla stesura della sceneggiatura del film ha partecipato anche Lázaro Gómez Carriles, il compagno e amico di Arenas, l’unico che gli è restato accanto fino al momento della sua dipartita.

Design e camionisti

by kai zen a

Sto già sorridendo per il fatto che amici e conoscenti appassionati del settore storceranno il naso per questo post. Il design di qui, lo stile di là, l’armonia, l’equilibrio, la funzionalità… Lo so, amici, lo so. Anch’io apprezzo il televisore Brionvega, la lampada che assomiglia a Kenny di South Park, la sedia Diamond, la Cinquecento ecc. ecc. Da buon residente nell’agglomerato urbano milanese sono cresciuto a pane, smog, esposizioni e stile (più o meno azzeccato). Ho visto, visitato, scritto il mio nome nel registro ‘C’ero anch’io’. Nel mio caso specifico, però, più che uno sviluppo tematico e un apprezzamento progressivo del gusto e del design degli oggetti, ho maturato negli anni una certa avversità per essi, che sfocia sempre più spesso nella reazione allergica. Sarà che a tutti gli effetti mi sento più camionista che mai nell’approccio alla vita. Saranno le mie umili origini contadine toscane ed emiliane. Sarà che non si può apprezzare tutto nella vita, e film, erba e heavy metal mi occupano già un sacco di spazio. Ma di designer con costose sneaker dai colori improbabili, discorsi concitati in bizzarri accenti della lingua inglese su stronzate qualsiasi - basta che vagamente artistiche, sontuose esposizioni, cocktail party, feste esclusive e via dicendo ne ho abbastanza. Per cui mi tiro indietro e lascio spazio ai giovani. Abbandono il mondano. Mi spoglio sempre più dell’effimera materialità delle cose, sperando di non rincoglionirmi del tutto come Giovanni Lindo Ferretti.

Un oggetto bello e utile? E chi se ne frega, meglio non averlo. Meglio non avere praticamente niente, se possibile. Si può prendere tutto in affitto? O condiviso? Preferirei. Niente rate, scadenze, assicurazioni, pensieri, problemi, imprevisti. Niente. Mente sgombra per il mio revival musicale in atto da quando ho comprato il lettore mp3 (alla buon’ora…). Mica cazzi, amici: ‘Forever young’ degli Alphaville, per fare un esempio. O gli Stray Cats. Mente sgombra per la gente. E per i vizi, ma quelli non ve li elenco. 

Ma devo ammettere allo stesso tempo che mi piace Milano, quando è nottambula, festaiola e ben diluita con altre popolazioni. Caso più unico che raro in cui annacquato è meglio di puro: se conoscete la milanesità sapete di cosa sto parlando. Mi piace certa nuova generazione che vedo in giro. Mi piace l’elettricità e il respiro internazionale che sa emanare. Non me ne frega niente, ma mi piace.

Un controsenso? No, semplice vecchiaia che avanza. Togliersi finalmente dalla luce dei riflettori e farla ricadere su altri: tutta salute. Ci si può finalmente godere il panorama, mentre il bestione Scania riposa nel parcheggio.

Coccodrillo

by Kai Zen

“I can’t believe I died last night, I’m fucking dead agaaaaaaain!”
(Peter Ratajczyk aka Peter Steele, 4 gennaio 1962 – 14 aprile 2010)

Sepultura – Roots (1996 Roadrunner)

by kai zen a

Nel mondo di Roots tutto è già successo. Nel 1996 sentiamo già lo schianto delle Twin Towers, il sud del mondo che si impadronisce dei mezzi del nord per reclamare il suo spazio. I conterranei Angra avevano già mescolato samba e metal, ma il loro risultato era solare: i Sepultura vedono un altro Brasile, senza speranza, e lo traducono in musica. Il risultato è devastante, e i frutti li ascoltiamo ancora oggi. In Lookaway ospitano DJ Lethal, Jonathan Davis e Mike Patton: passato e futuro del metallo contaminato in un incubo oscuro e confuso. Percussioni tradizionali, canti indios, chitarre heavy metal, una ritmica gelidamente precisa e inumana. Testi di disperazione, lotta e alienazione. Furia tribale e precisione metallica. Un mondo di nuova barbarie. Un suono che è come un pozzo dicatrame, da cui esce a tratti la voce lacerata di Max Cavalera.

Oggi, parecchi anni dopo, quel suono è diventato la base di quello che, in mancanza di termini migliori, viene chiamato nu metal. C’è chi ha preso solo il suono, o l’incedere ritmico, e chi è stato invece capace di proseguire il discorso autonomamente, ma tutti passano da qui, dai discutibili Limp Bizkit ai sublimi System of A Down. All’epoca parecchi deathster di stretta osservanza non lo accolsero molto bene, complice un buon successo commerciale, ma la verità è che probabilmente Roots è uno dei più intelligenti dischi metal degli ultimi dieci anni, e un’ottima colonna sonora per questi tempi di moderna e scintillante barbarie globalizzata (Alessandro Vicenzi)

Tv Italia

by kai zen a

Una delle cose per me più difficili da spiegare ad amici e conoscenti stranieri, nel momento in cui calcano il suolo italico, è la nostra televisione. Com’è fatta, perchè è così, a cosa serve ecc… Come tutte le altre cose, anche la tv è lo specchio di una nazione, e già mi viene da ridere. Pensate agli spot della tim, della vodafone o di wind: questa è l’Italia! La cultura che trasuda da quegli irresistibili sketch, il buon gusto, la sottile intelligenza… che meraviglia. Non che gli spot siano per forza meglio altrove, intendiamoci. In Olanda una pubblicità su due è di un’assicurazione: la dice lunga sulla divertente imprevedibilità di quei simpatici stangoni biondi. Al confronto con la frizzante società olandese il Carnevale di Salvador de Bahia è una seriosa presentazione di un romanzo storico (tipo La strategia dell’Ariete  :) ). Le altre sono invece pubblicità su cibi pronti, con improbabili voci dall’accento esotico  – tipo italiano o spagnolo – che invitano a provare la nuova squisitezza pronta in due minuti.

Il problema da noi è che, lasciando perdere la pubblicità, c’è poca qualità nella programmazione in generale e ci sono tante stranezze difficilmente spiegabili a chi non ha dovuto avere a che fare con ‘sto paese dalla nascita di Drive In in avanti. Sulla qualità della programmazione lascio volentieri la parola alle migliaia di esperti televisivi che sembriamo poter vantare sul nostro suolo. Tanto che mi chiedo: ma com’è? Tutti ne sanno, e la tv fa così schifo? Forse allora ho ragione io nel proporre un cambiamento drastico. Budget ridotti a un decimo per ogni emittente. Basta nuovi programmi, format, ospitate, marchette, premi e cotillon vari e vai di GRAN revival: film vecchi, varietà vecchi, documentari vecchi. Scommettiamo che il pubblico gradirebbe, e non poco? Meglio Walter Chiari di Panariello, mi sembra non ci possano essere dubbi.

Vediamo invece le stranezze italiche. Sapete che le adoro.

-perchè nell’informare circa i disastri internazionali si dà sempre così tanto spazio agli eventuali italiani coinvolti? Capisco il concetto di nazione (peraltro presente solo in questi casi, ai mondiali di calcio e se mercenari in Iraq) e il preoccuparsi dei compatrioti, ma fatto come lo fanno i vari tg italici è semplicemente fastidioso. Del tipo: Haiti, più di 100.000 morti, città rase al suolo. Colleghiamoci con la Farnesina per i due italiani feriti al mignolo. Scusate lo humour macabro, ma mica è colpa mia. I grotteschi sono loro. Gli italiani sono come gli altri, sapete, cari organi di informazione? Muoiono, nascono, corrono, mangiano, corrompono, evadono le tasse, fanno i cazzi loro in macchina e vanno a puttane anche se poi la domenica vanno in chiesa. Non è una notizia.

-perchè non si sente mai il risultato o non si vedono almeno alcune immagini di uno straccio di partita di tennis, o basket o che ne so quale altro sport sui canali non a pagamento? Sempre e solo calcio? Dopo è troppo comodo, ogni quattro anni durante le Olimpiadi, fare i gradassi e bastonare a destra e a sinistra gli italiani in gara nelle varie discipline (dure quanto mai il calcio potrà essere) che non portano a casa medaglie. Ma che ne sapete voi, cosiddetti giornalisti sportivi italici, delle realtà internazionali del triathlon o del salto con gli sci? O meglio, dove sono andati i giornalisti specializzati in quegli sport? Tutti a lavorare nei call center, scommetto, per dar spazio ai cacciatori di gossip del pallone e notizie di calcio mercato.

-qual’è il ruolo esatto della soubrette nel panorama tv italico? Io non vedo soubrette nella televisione olandese, siamo sicuri che sia obbligatorio? Se sì, che almeno canti come si deve o faccia un balletto, o qualcosa. Personalmente i varietà di quel tipo mi fanno CACARE, ma magari all’italiano medio… Se invece non fanno altro che stare accanto all’abbronzato presentatore di turno sfoggiando un sorriso da ehm… testa tra le nuvole, scosciate e scollate, mimando sì o no con la testa a seconda che la frase detta dall’abbronzato sia positiva o negativa, per poi lanciare la pubblicità beccandosi in risposta migliaia di ‘cagna bonazza’ mormorato tra i denti dai telespettatori di sesso maschile in ascolto, allora non so. E anche programmi che si reputano più ‘culturali’ rispetto alla norma fanno così, mi sembra, tipo ‘che tempo che fa’. Il perchè non lo so. Ma che sia ora di scuotere un campanello di dimensioni gigantesche, ridestarsi tutti e finalmente cambiare rotta?

La mia proposta: un talk show con gente seduta attorno a un tavolo, vestita come capita (maglioni, tshirt), che parla una per volta, ascolta, ironizza, ride e un presentatore che agevola, lascia spazio, non seppellisce di complimenti, non osanna, nè accomoda, semmai fa domande spigolose, sempre con un taglio divertente, e cerca di scoprire il lato più interessante dell’ospite. Oppure, forse meglio ancora: niente talk show. Cinema muto d’avanguardia, a reti unificate, alle 20:45. Così, per prendere una boccata d’aria fresca.

by Kai Zen

Pop Filosofia a Genova – 10 aprile 2010

by Kai Zen

More about Pop filosofiaDomani alle 18 il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J sarà alla libreria Feltrinelli di Genova in via Ceccardi 16, in compagnia di Simone Regazzoni e Giulio Itzcovich, per chiacchierare del volume Pop Filosofia…

Eine Anime für Alle und Keinen (1 di x)

by kaizenj

More about Pop filosofiaComincio oggi il primo feuilleton saggistico filosofico della storia umana (me le dico e me le canto da solo)… Dicevo, comincio oggi a pubblicare a puntate il mio saggio in creative commons, “Neon Genesis Evangelion – Un anime per tutti e per nessuno”, contenuto in Pop Filosofia, il volume a cura di Simone Regazzoni, fresco di stampa e uscito per i tipi de Il Nuovo Melangolo.

Non possiedo una filosofia in cui potermi muovere come l’uccello nell’aria o un pesce nell’acqua. Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione. Dovrei forse dire: la vera consolazione, perché a rigore non c’è per me che una sola vera consolazione, e questa mi dice che sono un uomo libero, un individuo inviolabile, una persona sovrana entro i miei limiti.

(Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione)

La speranza esiste in tante forme quanto è il numero degli uomini.

(SEELE)

AD 2015

Anno Domini 2000. Le fonti ufficiali ONU rilasciano una dichiarazione sull’origine del second impact, il cataclisma che ha sconvolto la Terra: un asteroide è precipitato in Antartide. L’impatto ha causato una leggera inclinazione dell’asse del pianeta, lo scioglimento dei ghiacci e i conseguenti sconvolgimenti climatici, dando il via a una guerra per la conquista dei territori non sommersi. La popolazione mondiale viene dimezzata. La verità è un’altra. Il cataclisma è stato causato da una spedizione al Polo Sud, che è venuta in contatto con un’entità “aliena”.
Quindici anni dopo, faticosamente, l’equilibrio geopolitico viene ristabilito sotto l’egida delle Nazioni Unite. Quindici anni dopo, come predetto dalla Pergamene del Mar Morto, l’apocalisse sembra prossima, annunciata dall’arrivo degli Angeli. Il primo di essi, Sachiel, è una creatura gigantesca che compare a Neo Tokyo 3, con l’intenzione di radere al suolo la città e penetrare nel sottosuolo. L’esercito, nonostante l’uso di armi nucleari, non riesce ad abbattere il messaggero divino. Nello stesso momento, il quattordicenne Shinji Ikari viene preso in custodia dal capitano Misato Katsuragi su ordine del comandante dell’agenzia speciale NERV, Gendo Ikari.
Nonostante l’attacco dell’Angelo, Misato riesce a portare Shinji nel sottosuolo della città, il geofront, dove si trova il quartier generale della NERV.
Gendo ha fatto chiamare il figlio, dopo averlo affidato a un tutore per dieci anni, con uno scopo preciso: farlo salire a bordo dell’unica chance che la razza umana ha per combattere gli Angeli: la macchina multi-funzione umanoide Evangelion, l’EVA 01, poiché il pilota ufficiale del prototipo, Rei Ayanami, è ferita gravemente.

Shinji non ha idea di come si possa manovrare un EVA e non sembra intenzionato a farlo. L’alternativa è fare salire a bordo Rei nonostante la sue condizioni critiche. Quando Shinji la vede arrivare spinta da alcuni medici su una barella, bendata e sofferente, si sente costretto a entrare nella “cabina di pilotaggio” e affrontare il nemico.

Il ragazzo si troverà coinvolto in una trama complessa e articolata, che metterà a dura prova la sua salute psicofisica, facendogli gravare sulle spalle il peso di ogni decisione e di ogni indecisione.

L’avvento di Sachiel non è che la prima prova che dovrà affrontare. Altri sedici angeli tenteranno di arrivare al cuore sotterraneo di Neo Tokyo 3, il terminal dogma, il luogo in cui è imprigionata la madre ancestrale del genere umano, Lilith, recuperata assieme al primo Angelo, Adam, nei ghiacci del polo e vera causa del cataclisma. Il contatto tra gli Angeli e Adam scatenerebbe il third impact, un altro, questa volta decisivo, disastro che spazzerebbe via per sempre la razza umana.
Qualcuno trama nell’ombra, si tratta della SEELE , un’organizzazione segreta che si cela dietro la NERV, che per portare a compimento il Progetto per il perfezionamento dell’uomo, cerca di provocare ciò che apertamente vuole impedire. Sarà proprio la SEELE a giocare un ruolo decisivo, quando invierà un nuovo pilota per affiancare Shinji e gli altri ragazzi che sono saliti a bordo degli EVA nel corso della serie (i children). Kaworu Nagisa, il quinto soggetto qualificato, si rivelerà essere non solo un adolescente, e unico vero amico di Shinji, ma anche il diciassettesimo Angelo. Lo scontro sarà inevitabile.

Questa a grandi linee la trama di Neon Genesis Evangelion, o meglio uno dei tanti fili, quello più superficiale, che compongono l’intreccio complesso e stratificato dell’anime. Quello che segue è una delle possibili ma parziali riflessioni che sono scaturite dalla visione dell’opera di Hideaki Anno e dello studio Gainax.

Fenomenologia della narrazione

Dal punto di vista narratologico, già a partire dal secondo episodio, se la fabula si fa progressivamente nebulosa, l’intreccio è un continuo susseguirsi di implosioni, frammentazioni, analessi. Il punto di vista si moltiplica, l’introspezione e il soliloquio si sostituiscono all’azione, anche sul versante della fotografia e della regia siamo più vicini al cinema d’autore che alle pellicole d’azione o fantascienza e tanto meno d’animazione.
Per l’anime firmato da Anno, si potrebbe parafrasare il sottotitolo di Così parlò Zarathustra: Neon Genesis Evangelion – un anime per tutti e per nessuno. Un sottotitolo che evidenzia il carattere fenomenologico dell’ermeneutica applicata a questo testo e che può dare spazio a un altro tipo di constatazione. Al di là delle chiavi interpretative del pensiero nietzschiano si può supporre che la lettura dello Zarathustra trovi in chiunque vi si approcci, addetti ai lavori e non, un riscontro simile. Dopo aver sfogliato l’ultima pagina ci si sente spaesati, non è un trattato filosofico che dispiega il sistema mondo in modo razionale, passo a passo, preciso e distante dalla vita come Plutone dal Sole. Nonostante “l’attentato” alla comprensione però qualcosa si muove nelle viscere, qualcosa rimane. Allo stesso modo, dopo la sigla di chiusura dell’ultimo episodio di Evangelion, qualcosa “sconquassa le budella”, qualcosa che ha a che fare con la Verità e le verità. Qualcosa che mina il reale stesso. A cosa ho assistito? Cosa ho visto, cosa mi ha affrontato?

Lo spaesamento non è dovuto però alla cripticità della trama, o ai vari passaggi al limite del comprensibile, c’è dell’altro. Qualcosa di forte, di emozionalmente intenso e di metafisicamente rilevante.

Shinji fissa il soffitto. Un soffitto sconosciuto. Come si è trovato lì? È solo la seconda puntata. Nella prima è andato in scena un classico dell’animazione giapponese, o almeno per tre quarti della puntata, si tratta di un classico, anche se rivisto e corretto nella grafica, nello stile e nel mecha design, in base a gusti più contemporanei. Un adolescente, sale per la prima volta a bordo di un robot sofisticato per affrontare un mostro alieno che minaccia la terra o più nello specifico Tokyo e il Giappone. Una storia vista diverse volte negli anni d’oro dei robot giganti, dallo scanzonato Trider G7 al realistico Gundam.

L’attacco alieno proprio al paese del sol levante è un topos dell’immaginario dei “cartoni animati” ed è forse collegabile al trauma collettivo della nazione dovuto allo sgancio della bomba atomica sul suolo patrio. La narrazione avrebbe per così dire interiorizzato la Storia, facendo di Hiroshima e Nagasaki un endocetto, un archetipo, che volente o nolente si riverserebbe nelle trame di chi costruisce un certo tipo di storia. Ma se fino a qualche decennio fa, l’attacco geograficamente mirato non trovava spiegazioni nel copione (perché mai un invasore alieno, o chi per lui, dovrebbe conquistare o annientare la terra partendo dal Giappone?) e si adattava a intrecci, spesso inconsistenti e ripetitivi, nel caso di Neon Genesis Evangelion c’è un perché drammaturgico “logico”.

La spedizione al polo che scatena il second impact è nipponica, e fa capo alla SEELE. Nel 2015, quando i nati nell’anno del cataclisma, sono appena adolescenti, all’improvviso gli Angeli attaccano Neo Tokyo 3. L’assalto delle schiere angeliche è guidato dall’istinto, dall’attrazione verso Adam (e Lilith) che è rinchiuso nel terminal dogma.

Shinji si trova a fissare confuso il soffitto di una stanza d’ospedale a causa dello scontro con il nemico del primo episodio e di cui non conosciamo l’esito.

Lo spettatore non sa cosa sia successo. Come il ragazzo, si risveglia a sua volta dallo choc. L’analessi, nella seconda puntata, mostra tutta la brutalità del combattimento tra l’Evangelion e l’Angelo, e per chi è abituato a lame rotanti e compagnia bella è del tutto inaspettata.

Dopo che Shinji è salito a bordo del “robot”, viene scagliato nel mezzo della battaglia. Un elevatore lo porta dal quartier generale sotterraneo della NERV tra le strade della città evacuata. Shinji cerca di manovrare ma con scarsi risultati. Sachiel afferra l’EVA 01 per il collo e con una specie di lancia luminosa a percussione comincia a colpirlo con estrema violenza all’altezza dell’occhio. Se nei cartoni degli anni ‘70 c’era da chiedersi cosa diavolo avesse il pilota da urlare tanto, magari stringendosi l’arto corrispondente a quello del suo robot colpito dall’avversario di turno, in Evangelion viene messo in chiaro fin da subito che pilota e macchina sono in simbiosi e quello che prova la seconda, prova il primo. E Shinji urla, fino a perdere i sensi. Sotto i colpi della lancia dell’Angelo, la corazza dell’EVA cede e uno spruzzo enorme di sangue schizza dalla sua testa.

Cosa è successo dopo? Come ha fatto il pilota a salvarsi e risvegliarsi in ospedale? Che fine ha fatto l’Angelo? Ma soprattutto che cosa è l’EVA? Perché sanguina?

Quando a Shinji inizia a tornare la memoria, rammenta che alla fine della battaglia, l’EVA 01 si è fermato di fianco a un grattacielo di vetro e acciaio. Ricorda di aver osservato il riflesso dell’Evangelion, che ha perso il “casco”, e di aver visto in preda al terrore un’enorme occhio umanoide vibrare di vita.

Per salire a bordo il pilota deve entrare in una capsula oblunga, l’entry plug, una volta dentro, una specie di liquido amniotico sommerge l’abitacolo e “annega” senza troppi convenevoli il passeggero, fornendo ossigeno ai polmoni. L’entry plug viene inserito da una gru, tra il collo e la schiena, nel tronco dell’EVA. La strumentazione non è complicata, un paio di cloche legate al sedile, e la visuale è a 360°, come se uno schermo avvolgesse l’intero abitacolo rimandando le immagini esterne da telecamere omnidirezionali. Per manovrare una macchina così complicata però, lo spettatore più smaliziato, potrebbe obiettare che un paio di semplici leve non sono certo sufficienti. E infatti il pilota per poter muovere l’EVA deve avere un tasso di sincronia mentale adeguato. Il suo stato psicologico e neurologico è fondamentale. In sostanza per poter guidare l’Evangelion deve essere un tutt’uno con esso. La cloche diventa un accessorio a cui aggrapparsi o con cui gestire le comunicazioni con la base ecc. ecc. ma è la mente a dover fare tutto il lavoro. Banalmente si potrebbe dire che l’EVA cammina se il pilota pensa di camminare, ed è per questo che il dolore provato dalla macchina è quello che prova il pilota. La connessione può essere interrotta dal quartier generale in ogni momento se ritenuto necessario dal direttore delle operazioni il capitano (poi maggiore) Misato Katsuragi o dal comandante della NERV.

Per Rei, come per Asuka (il pilota dell’EVA 02), ci vorrebbe un intero scritto a parte.

Seele: anima in tedesco.
Moltissime inquadrature fisse in Evangelion hanno a che fare con la comunicazione, con i mezzi che collegano le persone tra loro e che sembrano tacere: un telefono, i cavi della luce, una segreteria che lampeggia. ecc. ecc. Una scena particolarmente efficace, nel terzo episodio, vede Shinji fuggire da Neo Tokyo 3 in treno. L’inquadratura è fissa sul ragazzo, piegato su se stesso, isolato dalle cuffie del walkman, mentre i passeggieri vanno via via scendendo fino a lasciarlo solo.
Nietzsche, F., Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno.

Cfr. M. Heidegger, Che cosa significa pensare?: Chi è lo Zarathustra di Nietzsche.
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 183 other followers