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Month: marzo, 2010

Korn – Life is peachy (Sony, 1996)

by kai zen a

Proviamo per un attimo a non pensare all’ultima dozzina di anni. A tutta la robaccia che l’industria discografica ha siringato a noi poveri pazienti ‘musicali’, sulla scorta di una presunta prescrizione medi(ati)ca di forti dosi di nu metal, o qualsiasi altro brutto nome si sia utilizzato per tentare di definire il rock pesante, metallico riletto in chiave anni ’90.

Proviamo a dimenticare, o meglio a fare semplicemente rewind. C’era un gruppo che portò all’altare del mondo un suono nuovo, crudo, pesantissimo, irresistibile. Un gruppo di pseudo-macho californiani dall’attitudine parecchio oscura, un po’ troppo pompata forse, tuttavia sincera e musicalmente ben dotata. Con un leader d’eccezione, a metà tra lo psicopatico più sexy del mondo e l’ennesimo poeta maledetto. Incesto, abuso di minori, sezionamento di cadaveri, storie di violenza e atroce sofferenza messe in fila per due da brave bambine all’interno di potenti filastrocche psycho dall’impatto terribile, che colpiscono al basso ventre e lasciano per terra.

Erano i Korn, quelli dell’esordio omonimo del 1994, ma soprattutto la band che pubblicò Life is peachy per la Epic/Sony music nel 1996. Un album eccellente, sotto ogni punto di vista. Musicalmente arrivò dove la band, ahimè, non riuscirà più nei seppur prolifici anni successivi, fino ai giorni nostri. Colpa forse di un senso di marketing troppo sviluppato nelle teste dei membri stessi e del loro manager, che li porterà a firmare contratti molto impegnativi (come numero di album da pubblicare) per sfruttare il successo economico del nome. Non è detto che si riesca sempre a fare un buon disco, anzi. Una zappa sui piedi per i Korn, si direbbe, ma questo non toglie valore a un album e a un gruppo che hanno di certo lasciato il proprio segno nella storia del rock della nostra epoca.

Ascoltarlo anche a più di dieci anni dalla sua uscita è eccitante, dà una grandissima carica e lascia un po’ di nostalgia per le brutte cose che si sentono oggi. Un tappeto ritmico da urlo, con il famoso basso pulsante (vedi Lost) a combinarsi con la potenza e la precisione di una batteria scalpitante. Cambi di ritmo, intrecci, trame ricercate, ripartenze ed esplosioni di furia. Le chitarre: il loro suono unico, ribassato, abrasivo, soffocante. I riff brevi e tetrissimi, spaventosi, gli arpeggi sospesi, le combinazioni tra i due chitarristi che lasciano col fiato sospeso. E poi la voce, Jonathan Davis il perfetto: paranoico, duro, selvaggio e poi d’incanto dolcissimo, indifeso, persino raffreddato! Melodie prese di peso dagli anni ’80 squarciate da urlate degne del più violento singer straight-edge in giro, senza rispetto per la salute mentale dell’ascoltatore. Ma dal vivo erano poi così? La risposta è X. Si e no, un po’ e un po’. C’è chi dice sì e chi afferma che sono cazzate, chi, come me, c’era quel giorno di un milione di anni fa al Palalido di Milano a vedere Korn + Incubus e ha i suoi dubbi, e altra gente disposta a giurare che alcune loro gigs sono state memorabili.

Lost, Porno creep, Good god, la celeberrima A.D.I.D.A.S., simpatica trovata di arty business che però avrebbe dovuto fermarsi lì per rimanere tale (nei credits del disco, trovare KORNWEAR: con l’elenco degli sponsor per il loro abbigliamento trendy francamente non è mai bello), sono canzoni bellissime, violente e melodiche, cariche di emotività. Wicked, che ospita alla voce Chino Moreno dei Deftones, è un altro pezzo notevole. Ma è nel suo complesso – produzione e grafica inclusi -che Life is peachy si può valutare come un ottimo disco, in grado di rappresentare a pieno un suono e un’attitudine musicale precisi. (KZA)

Ascolta un cretino

by kai zen a

Non me li ha chiesti nessuno, ma oggi mi sento di nuovo Paulo Coelho e voglio dispensarti consigli di vita, dall’alto (basso) della mia visione del mondo. Faresti meglio a prendere nota. Oppure mandami affanculo e guardati Boris serie 3: dio bonino quanto lo adoro. Bene, kaizenologysta avvisato…

-non comprare in eccesso, anzi non comprare quasi niente. Va abbastanza di moda e, tra l’altro, è il modo migliore per risparmiare :)  Perchè spendere quando non è indispensabile? Mi rendo conto che il tic dell’estrarre il portafoglio è ormai difficile da vincere e che il consiglio sembra quello di un taccagno, ma come prova di forza e determinazione umana cosa c’è di meglio che resistere all’acquisto di qualcosa? Sfida te stesso: è come un corso di sopravvivenza in situazioni estreme – molto popolari di questi tempi – ma senza doversi impantanare di fango e perdipiù senza costo di iscrizione. Appunto. Il concetto è semplice: abituati a cavartela con poco, pochissimo, per poi stare da dio con qualche soldo in più. In pratica, Lapalisse + il perfetto risparmiatore di Alan Friedman. Cosa vuoi di più? Quindi, non comprare. Tieniti piuttosto un pò di soldi per uscire qualche volta: un cinema, una birra, quattro salti in qualche balera del liscio. Cibo per l’anima. Ma non oggetti. Che ti servono a fare? Hai già tutto alla tua età, butti via periodicamente sacchi di roba e ne vorresti ancora? Lascia perdere. Che poi, visto che tra il comprare roba economica cinese e roba carissima locale non sai decidere, non comprare e basta. E fatti un giro in bicicletta nel primo fazzoletto di verde che trovi, cantando Baby Jane di Rod Stewart.

-non esagerare in tecnologia. Non sei credibile. Manco fossi coreano del sud, o finlandese. Prenditi quello che ti serve, un telefono, un computer, una connessione decente, e mettiti al riparo dal bombardamento costante di media, pubblicità e guru vari: è quella la cosa più difficile. O comunque chiediti sempre se ti senti nerd abbastanza per usare l’apparecchio che stai usando con quell’assiduità da svitato: in caso affermativo non ho altro da dirti, in caso negativo poniti il problema. Essendo italico e dunque romantico – in senso lato – e passionale, non sei in grado di filtrare il tuo temperamento focoso attraverso apparecchiature elettroniche. Guarda che casino viene fuori quando si litiga per email o sms. Molto meglio trovarsi al muretto davanti all’italica gelateria, con maglione color pesca appeso sulle spalle e le maniche annodate, a discutere faccia abbronzata a faccia abbronzata, capello con gel a capello lungo e lucido come una maledetta presentatrice tv, con un bel cono menta e liquirizia e tanta panna montata. Al massimo va a finire a coni in faccia, che è più divertente e meno costoso che raccogliere pezzi di silicio dal pavimento. Troppa tecnologia ti abbruttisce, ti de-italianizza (mannaggia, qui però rischio di creare l’effetto contrario…), ti rende antipatico e non sarai più neanche in grado di fare sesso in modo decente.

-per un giorno alla settimana forzati a non curare il tuo aspetto. Così, per vedere se vieni apprezzato anche con l’alito pesante o completamente spettinato. Perchè questa follia? Innanzitutto perchè mi fa impazzire dal ridere, poi perchè prendersi per il culo da soli ha la sua importanza. In quanto italici siamo pieni di stile, sì, ma anche un pò troppo di noi stessi. Crediamo di saperne di più su tutto e invece spesso, specialmente negli ultimi decenni, ci accorgiamo di saperne di meno. Per raddrizzarci dobbiamo provare a sentirci a disagio nelle cose che ci caratterizzano di più. Quindi da domani tutti spettinati e con vestiti inguardabili, ma accodati in file impeccabili, silenziosi e con libri di filosofia aperti in mano. così, per stupirci e vedere l’effetto che fa. Sperando che i soliti maledetti creativi della notte milanese non trasformino la cosa nella serata a tema più cool della città…

by Kai Zen

AND THE WINNER IS…

by kaizenb

Sono finalmente arrivati anche in Italia gli oscar ai peggiori dell’anno nel campo del cinema. Oltreoceano li chiamano i razzies, qui da noi sono i cinemattoni, e come le statuette d’oro americane sono suddivisi in varie categorie. Il premio per il film più brutto del 2009 è andato a “Barbarossa” con il 30% dei voti, un plebiscito. Il “capolavoro” di Renzo Martinelli, costato fra l’altro 12 milioni di euro di cui 1,6 di soldi pubblici, soldi nostri, è sicuramente uno di quei film che non si dimenticano: una scenografia degna della peggiore fiction in costume di casa nostra (do you remember Elisa di Rivombrosa??), i costumi che neanche al Carnevale all’EUR riuscirebbero a farli peggio e soprattutto una sceneggiatura che sembra uno spot elettorale di quelli omini verdi che non stanno al sud e ce l’hanno sempre duro. Ora, tralasciando ogni commento sui fatti storici trattati dal film, dal giuramento di Pontida della Lega Lombarda alla battaglia di Legnano in cui l’esercito leghista, che la leggenda vuole fosse capeggiato dal condottiero Alberto da Giussano,  sconfisse l’invasore tedesco al soldo di Federico Barbarossa (argomenti già ampiamente dibattuti dal sottoscritto su questo blog il 19/12/2009 sul post “Milanesi con il pedigree tarocco”), tralasciando tutto questo, dicevo, non si possono non spendere due parole sul povero Raz Degan che interpreta L’Albertone nazionale, pardon, regionale. A parte che se mi intitoli un film “Barbarossa” mi aspetto quanto meno che il protagonista del film sia lui, Federico, e non l’allegra brigata lombarda comandata dal fantomatico Condottiero padano (fantomatico nel senso che non è un personaggio misteriosamente affascinante ma che è piuttosto un personaggio certamente mai esistito) ma poi mi arriva il delegato Bresciano della Lega che sembra un muratore pescato di fretta da un cantiere edile della Val Trompia (con tutto il rispetto per gli onesti faticatori della malta bresciani). Insomma un premio strameritato e sarebbe solo da riderci sopra se non fosse che abbiamo partecipato anche noi con i nostri soldini alla riuscita del “successo”! Soldi ben spesi…

P.S.: ringrazio infinitamente l’amico Alessandro Vicenzi primo, per aver notato un errore nel mio post (purtroppo alle volte programmando i post si rischia che vadano on-line le bozze ancora non definitive) e poi per per averci fatto notare che gli esterni del film sono stati girati in Romania con comparse rumene. Che è un po’ come fare un film sulla storia del KKK con comparse latinos e coreane a fare gli incappucciati con le croci infuocate; che avrebbero poi anche il vantaggio che agghindati così, con i sacchi bianchi sulla testa non si vedrebbero i tratti somatici e il colore della pelle. Nel caso del film di Martinelli, poi, non è stato necessario camuffare nessuna delle comparse, visto che i rumeni, piaccia o non piaccia ai lumbard, hanno come noi italiani i tratti caucasici. Una Fazza una Razza…

Crossover. Per una filosofia popular (6 di 6)

by Kai Zen

Il network

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti dell’universo pop: dalla pop music alla TV dei reality, dagli anime giapponesi al graphic novel, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono un’aria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un network filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, The A-Team. “Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team“, recitava l’introduzione italiana agli episodi.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui l’A-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti d’uso quali auto, moto, ecc.
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dell’idea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.

Indice

0. Crossover (Per una filosofia popular), di Simone Regazzoni
1. Neon Genesis Evangelion (Un anime per tutti e per nessuno), di Jadel Andreetto
2. 300 (Allegoria e guerra), di Wu Ming 1
3. Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine dell’eroismo western), di Simone Regazzoni
4. Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan), di Girolamo De Michele
5. Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione), di Francesco Vitale
6. This is it (The King of Pop) , di Peter Szendy
7. Romanzo Criminale (La produzione di storia e l’esistenza dell’Italia), di Lorenzo Fabbri
8. Mad man (L’esposizione del pensiero), di Tommaso Ariemma
9. Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody), di Giulio Itzcovich
10. The King (Il regno ® è infetto), di Laura Odello
11. Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea), di Francesca R. Recchia Luciani

Crossover. Per una filosofia popular (5 di 6)

by Kai Zen

Il popular

Per questo la pop filosofia lavora sistematicamente su tutti i fronti del libro, compreso quello che Genette definisce paratesto.
Che cos’è il paratesto?
È l’insieme di elementi che stanno attorno al testo e che vanno dalla copertina alla quarta, dalla collana alla tiratura, dal prezzo alla promozione, fino alle interviste e ai dibattiti su diversi media. Tutte cose di estrema importanza per l’efficacia della strategia pop filosofica. Tutte cose di estremo interesse per la pop filosofia. Perché è qui che “il testo diventa libro e in quanto tale si propone ai suoi lettori e, in genere, al pubblico” [11].
La pop filosofia non si ferma al testo, ma sfrutta l’arma libro in tutta la sua complessità.
In questo senso essa è una nuova forma di avanguardia filosofica.
Un’avanguardia che si lascia alle spalle la strategia dell’illeggibilità e che guarda con interesse a quanto accade nel campo della nuova letteratura italiana che si muove nel popular, a partire dai Wu Ming [12].
In quello che è senza dubbio il testo teorico sulla letteratura più importante degli ultimi anni, New Italian Epic di Wu Ming 1, leggiamo: “Le opere Nie stanno nel popular, lavorano con il popular. I loro autori tentano approcci azzardati, forzano regole, ma stanno dentro il popular e per giunta con convinzione, senza snobismi, senza il bisogno di giustificarsi di fronte ai loro colleghi ‘dabbene”. E ancora: “La sperimentazione avviene nel popular” [13].
La strategia pop filosofica qui adottata è più vicina a quella che Wu Ming 1 mostra all’opera nellaNew Italian Epic che non alla pop filosofia di Slavoj Žižek, ancora ostaggio del vecchio pregiudizio secondo cui la cultura pop sarebbe intrinsecamente stupida. Non a caso l’uso che Žižek fa del pop si può riassumere nella formula: “estrinsecazione in un medum stupido” di analisi lacaniane [14].
Pop filosofia è qui intesa come avanguardia filosofica insieme sperimentale e popolare che fa propria una formula usata da Eco nelle PostilleIl nome della rosa. “Raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni, significa forse oggi fare avanguardia e ci lascia ancora liberi di dire che popolare i sogni dei lettori non vuol dire necessariamente consolarli. Può voler dire ossessionarli” [15].

[11] G. GENETTE, Soglie, trad. it., Torino, Einaudi, 1989, p. 4.
[12]Cfr. http://www.wumingfoundation.com/ e G. DE PASCALE, Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori, Genova, il melangolo, 2009.
[13] WU MING, New Italian Epic. Letteratura, sguardo oblique, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, pp. 95 e 97.
[14] “Ricorro a questi esempi [tratti dalla cultura di massa] per evitare il gergo pseudo-lacaniano e per raggiungere la maggiore chiarezza non solo per i miei lettori ma anche per me stesso: l’idiota per cui mi sforzo di formulare il più chiaramente possibile un punto teoretico sono proprio io […] mi convinco di aver davvero compreso qualche concetto lacaniano quando riesco a tradurlo efficacemente nell’intrinseca stupidità della cultura popolare. In questa completa accettazione dell’estrinsecazione in un medium stupido, in questo rifiuto radicale di qualsiasi segreto iniziatico, risiede l’etica di trovare la parola appropriata” (S. ŽIŽEK, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, a cura di M. Senaldi, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 171). Ma, più in generale, si può dire che il limite di Žižek consiste nel considerare la cultura pop come l’ideologia della società tardo-capitalista.
[15] U. ECO, PostilleIl nome della rosa, Milano, Bompiani, 1996, p. 531.

Regole

by kai zen a

Forti dell’idea che è meglio impartire poche regole e farle rispettare in pieno piuttosto che vivere sommersi da una marea di dettami, condizioni, rifiuti e dinieghi poi puntualmente disattesi, a casa ‘Italia-Olanda 0:3′ (risultato finale dell’ultimo match calcistico, tra l’altro visto da noi in una dozzina di italiani, sguardo basso e coda fra le gambe, e un’olandese di arancione vestita che godeva a più non posso, ma anche eloquente metafora numerica della relazioni di potere a casa mia) si è deciso di allevare i figli così. Facciano più o meno quello che vogliono, ma non si azzardino a prendere sotto gamba quanto segue. E notate bene il retrogusto delle scelte fatte, la filigrana in controluce: educazione, sì, il loro bene, certo, ma anche un pò come fa più comodo ai genitori. E che diamine, altrimenti a noi chi ci pensa? Perchè, alla fine, chi paga per tutto questo? Chi cambia pannolini e analizza tipologie di feci con piglio da esperto? Chi non dorme (o non ha dormito, o ha dormito di merda per almeno un paio di anni)? Chi cena interrotto una ventina di volte buone a sera? Noi, sempre noi. I genitori. E così va la vita, lo so bene. Ma che almeno si tenti di far girare le cose come meglio ci aggrada, di agevolarci. Non trovate sia giusto? No? Davvero? Italiani che non siete altro…

Le regole:

-Poco casino a tavola. Si mangia quanto preparato e somministrato, tutto, si sta seduti fino alla fine, si chiede il permesso prima di scendere (che il papà negherà a sua odiosa discrezione, ovvio). Si assume ogni giorno una quantità variabile, ma sempre cospicua, di verdure. Sempre, in ogni caso. E incluse quelle più famigerate, tipo broccoli, cavoli, spinaci e via dicendo. Perchè? Perchè d’inverno sono talmente tanto meglio dei maledetti medicinali che non ve lo sto neanche a dire. E così spesso si saltano a piè pari fior di raffreddori, tossi e altre maledizioni rovina-ulteriori notti. Tanto se parliamo la stessa lingua, capite. Altrimenti strafatevi pure di Bayer o Angelini o che ne so quale altra casa crimin.. EHM voglio dire farmaceutica.

-Lavarsi i denti come natura comanda. Scusate, ma non sono un credente. O meglio, credo nella natura. Ma questo è un altro post. A casa ’Italia-Olanda 0-3′ ci si lava i denti ALLA GRANDE, per un paio di minuti almeno, sotto il fuoco incrociato di parole, consigli, stimoli, osservazioni (insomma, rotture di cazzo) del genitore incaricato. Sopra, sotto, a destra, a sinistra. Forte, per favore, e bene. E fare schiuma. Come una lavatrice. Avanti. Ecco. Sciacquare adesso. Non fare le furba (rivolto alla figlia di turno). Sciacqua bene. Ora la faccia. A due mani. Ancora. Ecco. Asciuga. Perfetto. 

-Si va a dormire senza troppe storie. All’ora che decidono i genitori, nella modalità decise dai genitori. Nella fattispecie, senza eccessivi prolungamenti tipo fiabe lunghissime da leggere, prima. La fiaba, il libro, la storia si leggono eccome, ma negli orari di gioco. Dopo la sessione in bagno (vedi sopra), un goccio d’acqua, un bacino ai presenti – ma non è obbligatorio per i non componenti del nucleo eventualmente in visita.. ricorderete quanto si odiava dare i bacini da piccoli.. no? – e via sotto le coperte. Drasticità, amici. Senso pratico. Sì, accanto alla dolcezza ci vogliono anche quelli. Papà e mamma vogliono magari anche loro rilassarsi, stare bene, giocare un pò tra loro se capita. Dunque a nanna, bimbi. Non c’è peggior bambino del bambino stanco. E non c’è miglior cosa per un bambino di dormire. Senza storie, da subito.

-Comportamenti esagerati non vengono tollerati. Tipo, capricci eccessivi per cose non comprate, o non permesse. No è no e rimane no, cito dall’olandese. Mai cambiare opinione. Sulle cose serie, intendo. Per tutto il resto non elencato sopra, da noi si cercano di evitare mitragliate di ‘no, non farlo’, ‘no, non si può’, ‘no’, ‘no’, e ancora ‘no’. Altrimenti il ‘no’ mi perde valore, poi diventa un ‘forse’ e ben presto un ‘ma certo, non hai ancora capito che se insisti un pò cedo e mi affloscio come un sedano biologico di una settimana?’

Ora vi lascio, kaizenologysti, sono già le 23:00 e devo leggere Pinocchio in versione integrale a mia figlia prima di dormire. Avesse almeno mangiato qualcosa e lavato i denti, prima…

Crossover. Per una filosofia popular (4 di 6)

by Kai Zen


marx_brothers.jpgLa merce

La pop filosofia si fa strategicamente carico di questo rischio.
Il che significa che prova a fare un buon uso perverso di certi dispositivi come anche di una certa condizione del mercato editoriale e del proprio carattere di merce – almeno nella misura in cui la pop filosofia decide di usare la forma libro.
Impossibile evocare lo spettro del pop senza evocare lo spettro della merce.
La pop filosofia non esorcizza questo spettro. In questo fa un passo in avanti rispetto alla rappresentazione ideologica che la filosofia tende a dare di se stessa nel mercato globale.
Proprio come la merce-musica analizzata da Adorno, la filosofia si costituisce come merce negando il proprio carattere di merce, presentandosi, sul mercato editoriale, come espressione di valori spirituali in apparenza opposti a quelli economici.
La pop filosofia decostruisce questa apparenza, e si riappropria in modo perverso del proprio carattere di merce, in una sorta di amplificazione distorta dei capricci e delle sottigliezze che una merce porta in sé.
Perché una merce non ha nulla di triviale, di semplice o di a-filosofico.
Quando si parla banalmente di “mercificazione del pensiero” si dimentica che una merce è spesso molto più complessa dei supposti pensieri puri che verrebbe a rovinare o mercificare. Leggiamo Marx: “A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici” [7].
Nel momento in cui non si può sfuggire a una certa mercificazione si tratta allora di usare le potenzialità metafisiche della merce stessa. E di presentare apertamente al pubblico il dissidio e la contraddizione all’opera nella merce “pop filosofia”. Parlando dell’unità degli opposti nell’arte borghese (mercato e autonomia) Adorno scriveva giustamente che “vittime dell’ideologia sono proprio quelli che occultano la contraddizione invece di assumerla […] nella coscienza della propria produzione” [8].
Questo libro assume la sua contraddizione.
È una merce – con un’anima filosofica.
Che vede, per riprendere le parole di Benjamin, “in ciascuno quell’acquirente nelle cui mani e nella cui casa si vuole introdurre” [9]. In questo si potrebbe vedere una certa affinità tra la pop filosofia e la canzone pop così come è stata analizzata da Peter Szendy [10].
Ciò che conta, qui, è aumentare la circolazione – delle idee.
Si tratta di fuoriuscire non solo dalla cittadella accademica, ma anche dalla cerchia dei cultori, per infiltrarsi là dove sembrava impossibile, fino a ieri, incontrare la filosofia.

[7] K. MARX, Il Capitale, I, 1, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 2006.
[8] T. ADORNO, M. HORKAIMER, Dialettica dell’illuminismo, trad. it., Torino, Einaudi, 1997, p. 170.
[9] W. BENJAMIN, “La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire”, in ID., Opere complete, vol. VII, Scritti 1938-1940, a cura di E. Ganni, Torino, Einaudi, 2006, p. 139.
[10] Cfr. P. SZENDY, Tormentoni! La filosofia nel juke-box, trad. it., Milano, Isbn, 2009, pp. 15-22.

Crossover. Per una filosofia popular (3 di 6)

by Kai Zen

Il fuori

Fughe sì, ma verso dove?
Verso il fuori.
Nulla a che vedere con il “pensiero del di fuori” di cui parlava Foucault. Qui il fuori è quello che per Aristotele era l’essoterico: ciò che è fuori inteso come ciò che è pubblico.
Ripresa e trasformazione di una strategia vecchia quanto la filosofia stessa: la pop filosofia è anche un ripensamento del momento essoterico della filosofia e una nuova forma di attivismo culturale e filosofico.
Ed è qui che la filosofia incontra la complessa questione della pubblicità – in tutti i sensi di questo termine: “accessibilità al pubblico”, “visibilità in pubblico”, “sovranità e statualità”, ma anche “forma di discorso diretta a ottenere dalla collettività la preferenza nei confronti di beni o servizi” – in due forme intimamente connesse e che non possono oggi essere disgiunte: critica ed esposizione.
Da una lato la pop filosofia opera un’analisi critica del rapporto sempre più stretto tra cultura di massa e pubblicità (si vedano in particolare, in questo volume, i saggi su 300, Grande Fratello e Sex and the City) intesa come potere politico. In questo senso la pop filosofia è critica e decostruzione della cultura pop, o almeno di un certo uso politico della cultura pop.
Dall’altro la pop filosofia rivendica la propria pubblicità come essere-in-esposizione del pensiero.
È quanto teorizza Tommaso Ariemma nel suo saggio su Mad Men: “Usiamo il termine esposizione sia per indicare una presentazione, sia una grande vulnerabilità. Raramente pensiamo che ‘esporre qualcosa’ coinvolga inevitabilmente entrambi. Preferiamo lasciare aperta l’ipotesi che vi sia qualcosa di integro, che qualcosa possa sottrarsi all’esposizione. A rigore, infatti, niente si sottrae all’esposizione, e alla sua ambiguità. Di integro, di intatto, c’è solo il nulla. Il pensiero non fa pertanto eccezione: per quanto lo si possa tenere al riparo, per quanto lo si indirizzi in un certo modo, il pensiero può esporre se stesso, può lanciare idee non solo subirle. Tutti possono allora diventare pubblicitari: è un altro motivo di Mad Men, il motivo che ci indirizza verso un uso inventivo del pensiero, verso una pop filosofia creativa, oltre che critica”.
Il popolare non può più essere posto solo come mera questione teorica. Con vigilanza critica o iper-critica esso deve essere praticato attraverso una nuova forma di filosofia che abbia la forza di contaminarsi con la cultura pop e di presentarsi essa stessa come opera di cultura pop. Come Peter Szendy annota nel suo saggio su The King of Pop: “La pop filosofia non è un pensiero costituito applicato a diversi oggetti della popular culture; essa è, al contrario, un pensiero che si cerca, filosoficamente, a partire dalla sua esposizione all’impuro. E lasciandosi profondamente, appassionatamente affettare. O infettare”.
La pop filosofia è una filosofia mutante – da qui i suoi tratti per certi versi mostruosi – dotata di un potere essoterico: vale a dire in grado di arrivare al vasto pubblico. Il che non significa in alcun modo che sia semplice o che non richieda sforzi. È complessa, proprio come alcune opere pop di cui si occupa: da Lost a Evangelion.
La pop filosofia è crossover in tutti i sensi di questo termine.
Crossover in quanto incrocio e contaminazione di filosofia e cultura pop.
Crossover perché mescola stili filosofici differenti.
Crossover perché arriva anche a un pubblico che di norma non legge filosofia, proprio come certi brani di musica classica che diventano un successo anche tra chi ascolta pop music.
Pop filosofia dunque come nuova forma di exoterikos logos la cui arma principe è il libro.

Voce off: Ma questo non significa adeguarsi alle norme di un dispositivo culturale dominate che detta i criteri di leggibilità, comprensione, ecc.? Non c’è il rischio di ridurre la filosofia a un prodotto dell’industria culturale?

Inutile nasconderlo. A questo rischio si espone chiunque pubblichi libri. Che lo sappia o no.
Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza tra scrivere un saggio filosofico sull’anime giapponese Evangelion (definito da Jadel Andreetto “un’opera bifronte, essoterica ed esoterica come lo Zarathustra”) o L’Angelo necessario [6].
Il rischio è sempre in agguato. Ed è un rischio tanto più grave quanto più ci si illude di non avere a che fare con tale dispositivo – illusione particolarmente cara ai filosofi.

[6] L’Angelo necessario è il titolo (ispirato a una poesia di Wallace Stevens) di un libro di Massimo Cacciari del 1992.

LA SETTA DEGLI ASSASSINI…

by kaizenb

Chi erano gli “Assassini”? Feroce setta araba che agiva sotto l’effetto della cannabis? Oppure proto-filosofi orientali che sognavano il paradiso in terra?  Per molto tempo si è creduto che il termine assassino derivasse dalla consuetudine che avevano i membri di questa comunità di consumare hashish prima di effettuare incursioni sui nemici. In realtà, secondo studi recenti, pare che l’origine di questo termine sia ben diversa. Ma andiamo con ordine. Intorno al 1080 Hassan-I-Sabbah aveva dato origine nella Persia orientale al movimento degli Ismaeliti Nizari, sostenitori del califfo Nizar, in guerra con il fratello per l’eredità del trono di Persia. Hassan era già un personaggio leggendario presso i suoi contemporanei che lo avevano soprannominato il Vecchio della Montagna e su cui raccontavano storie fantastiche e dicerie. Fu l’abate Arnoldi di Lubecca che per primo attribuì erroneamente ai Nizari metodi sanguinari per trasformare i propri discepoli in killer spietati: “Lui trasporta questi iniziati tramite l’ebbrezza (dell’hashish ndr.) in uno stato di estasi o di demenza e poi gli si presentano in sogno dei maghi che gli mostrano delle cose fantastiche, gioie e delizie”. La tesi droga=omicidio fu poi confermata da studiosi successivi, come per esempio il tedesco Louis Lewin, autore del libro “I veleni nella storia mondiale”, che citava le ricerche di Silvestre De Sacy del 1809, secondo cui risulta chiaro che i nizari facevano uso di canapa indiana, i cui effetti erano  noti solo a pochissimi durante il violento dominio della setta che mantenne profondamente segreta questa conoscenza, dato che potevano utilizzarla per i loro scopi politici. Secondo lo psicoterapeuta viennese Hans Georg Behr però, la ricerca di De Sacy era viziata da intenti politici: nel 1800 Napoleone aveva annunciato il primo divieto della cannabis della storia recente, che allora provocò una reazione contraria.Il lavoro di De Sacy venne non a caso finanziato per intero proprio dal Bonaparte e da quel momento non solo la violenza della setta dei Nizari viene attribuita all’hashish, ma la violenza in genera si legherà in modo indissolubile al consumo di canapa indiana, concetto che è resistito fino ai giorni nostri. Ma per confutare il paradigma nizari=hashish=violenza basterebbe riportare i primi tre articoli della “costituzione” della setta di Hassan-I-Sabbah:

1. Nessuno può venire dominato contro la sua volontà. Vale solo la collaborazione tra dei dirigenti liberamente riconosciuti. Chi esercita il potere con altre condizioni, appartiene alla morte.

2.Le attuali forme statali sono inumane. Solamente la distruzione di tutti i potenti e di conseguenza della voglia di potere, renderà possibili delle condizioni paradisiache sulla terra. Chi sacrifica per questi obbiettivi la sua vita, andrà in paradiso.

3.La società futura non conoscerà la proprietà privata, ma vivrà nell’amore libero e con la proprietà comune. Un acconto di questo paradiso il credente lo può assumere di tanto in tanto con la comunione festosa dell’hashish.

Siamo di fronte a una sorta di proto-socialismo frikkettone, Marx che incontra John Lennon con otto secoli di anticipo sulla storia, e soprattutto è chiaro che la comunione con l’hashish per i Nizari è festosa. A riprova di ciò in un testo nizaro è scritto che dal momento in cui un adepto riceve un incarico egli deve astenersi dalla canapa e soprattutto si fa notare che “l’hashish rende leggiadri. Il pugnale non colpisce, dal momento che il cuore è incline alla dolcezza”. Nel 1090 la setta degli Assassini conquista la fortezza di Alamut (la mitica montagna raccontata dalla matita di Hugo Pratt e da altri poeti e scrittori), sulla cima di una montagna; la rocca resterà loro sede per diverso tempo e per molti studiosi che si rifanno agli scritti di Burchard, un cronista inviato in oriente da Federico Barbarossa, il termine assassini deriverebbe dalla parola Heysessini, letteralmente “i signori della montagna”, Alamut appunto. Il professor Simone Assemani, docente di lingue orientali a Padova, da un’origine abbastanza simile del termine; secondo i suoi studi deriverebbe da “Al sisa” che significa rocca o fortezza. Purtroppo a tutt’oggi nel sentire comune sia la setta degli Assassini sia il consumo di hashish sono erroneamente accostati al concetto di violenza. È il nostro mondo occidentale che oggi come allora, continua ad avere delle conoscenze approssimative del variegato mondo arabo. Come scrive Farhad Daftary in “The Assassin Legenda” (London 1994) gli europei del Medioevo impararono molto poco sull’islam e sui musulmani e la loro conoscenza ancora meno informata degli Ismaeliti Nizari si tramutò in poche osservazioni superficiali e in percezioni erronee e frammentarie raccolte dalle storie dei crociati dalle altre fonti occidentali. Oggi, nonostante la tecnologia a nostra disposizione, la situazione non è cambiata: per la maggioranza degli occidentali, italiani in testa, la conoscenza sul mondo arabo si limita a qualche notizia presa dal telegiornale dell’una e a un paio di articoli letti qua e là sui settimanali di approfondimento. Vi ricordate il fastidio che si prova quando si va all’estero e si incontra qualcuno del posto che appena ci identifica come italiani ci apostrofa con un perentorio: “Italiani? Pizza e mandolino!!”

Fonti: Enrico Fletzer su Soft Secrets n°1- Discover Publisher 2010

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