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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: febbraio, 2010

LA ‘NDRINA DI VIA MUGGIA

by kaizenb

Al Livello 57 eravamo una grande tribù, nel senso antropologico del termine, divisa in vari clan per lo più di origine geografica: Sicilia, Puglia, Alto Adige, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana e dulcis in fundo, Calabria. Quello calabrese era diventato nel tempo uno dei clan più numerosi all’interno del centro sociale; si sa come operano i calabresi (ma è una teoria che si potrebbe allargare agli italiani e all’essere umano in genere), una volta arrivati i primi e dopo essersi ambientati bene, qui cumpà si mangia si beve si balla e si tromba come ‘nu puerco hanno incoraggiato altri conterranei a stabilirsi in loco. Per inciso: il sottoscritto ha sposato una calabrese, passa le sue vacanze a Crotone da parecchi anni ormai, per cui si sente in diritto di parlare di questa terra e dei suoi abitanti senza avere il timore di essere preso per razzista o filonordista. Per di più mia mamma è di Caltanissetta per cui non sono neppure un pulentun. Non sono né carne, né pesce, sono un ibrido, uno scherzo della geografia latitudinale, sono un po’ come Mary Per Sempre, però un po’ meno Mary…Era incredibile e anche un pò inquietante vedere all’opera questo clan organizzato, sia come bigliettai e bodyguards improvvisati all’ingresso del Livello sia come servizio d’ordine durante le manifestazioni di piazza. Nel primo caso ho visto più di una volta avventori alticci e minacciosi diventare pulcini docili e spennacchiati dopo una chiacchierata chiarificatrice con il clan dei calabresi; “Cumpà ca d’è ca vo? E statt tranquill, non fare innervosire i ragazzi da retr’ ch’è meglio!” “Chisto’cca lo ripassiamo nella malta se un la smette!” “Vedi che i miei compari sono andati a prendere le pale che hanno una buca da scavare!”, frasi del genere, in amicizia, un confronto leale fra intellettuali di un certo calibro. Nel secondo caso devo dire invece che, con mia somma sorpresa, ho visto celerini incazzati, con la bava alla bocca (si diceva che li tenessero in gabbia per qualche giorno prima di una manifestazione), ho visto questi poliziotti, dicevo, indietreggiare e anche di corsa con la coda fra le gambe di fronte a quella masnada di genti del sud assetati di divise azzurre (in molti casi erano presenti anche pugliesi e siciliani lontani parenti di quel Terron Power che fece faville negli anni settanta nei movimenti di sinistra estrema del capoluogo felsineo). Non che la cosa mi piacesse particolarmente, anzi. Però in quegli anni sapere di avere un po’ le spalle coperte in situazioni pericolose mi faceva sentire vigliaccamente più forte, al sicuro. È come la strana sensazione che si prova mentre si guarda un film di serie B dove il cattivo perpetra ingiustizie a go-go e alla fine arriva il buono, grosso e incazzato, e lo gonfia come una ruota di un camion. Non si dovrebbe fare ma si fa, e si è felici, appagati. Chissà se Guccini quando cantava “Trionfi la giustizia proletaria” si riferiva anche a queste situazioni, a eroi a metà fra Bud Spencer e Pietro Micca. Purtroppo però il clan dei calabresi spesso esagerava. Forse cosciente della propria forza e coesione di gruppo, era solito degenerare in azioni che poco avevano a che fare con la giustizia. Ricordo un fatto in particolare. Una domenica mattina, alla fine di un Rave Party, si era tutti ubriachi e stanchi (più stanchi che ubriachi) e ci si apprestava a terminare la festa iniziata la notte prima e chiudere quindi il centro sociale per il riposo domenicale. Chi era seduto dietro il bancone del bar, chi su una panchina e si prendeva il primo sole tiepido del mattino, chi sonnecchiava appoggiato al muro, insomma si era un po’ tutti in quel momento tipico dell’ ancora cinque minuti e poi me ne vado a casa che mi fischiano le orecchie e ci vedo doppio e minchia! Me la dormo tutta, faccio un dritto fino a lunedì, si era a quel punto, dicevo, quando arrivarono tre ragazzoni visibilmente ubriachi e molesti. Cominciarono a importunare una delle bariste dietro il bancone, lanciandole pesanti apprezzamenti. Nel frattempo uno di loro, credendo di non essere visto, allungò una mano dietro il frigobar rubando una bottiglia di vodka ancora sigillata. Non contento e senza un apparente giustificato motivo scagliò un bicchiere di plastica pieno di birra in faccia a Wally, uno dei calabresi. Era chiaro, non era venuti per fraternizzare, ma scegliere un avversario come Wally per attaccar briga fu certo una decisione per nulla ponderata da parte loro. Wally era un catanzarese di un metro e novanta, spalle larghe e forza bruta(e pensare che i calabresi sono pericolosi anche in versione mignon figuriamoci un calabrese gigante). La leggenda narra che una volta, incazzato come una jena con la sua ragazza, ruppe con la sola forza delle mani il lucchetto che teneva chiuso il motorino della sfortunata e lo gettò dentro un bidone dell’immondizia. Non era un cliente facile per il trio dei rompiballe. Lui li guardò tutti e tre negli occhi, con apparente calma si asciugò il viso con un lembo della maglietta, poi tirò un urlo disumano (credo di aver visto l’ugola vibrare fuori dai denti), una sorta di richiamo della foresta. In men che non si dica Rocky, Manona e Quentin (altri tre calabresi di quelli giusti) sbucarono fuori dal nulla. Wally urlò ai compagni qualcosa in dialetto (a me risultò incomprensibile ma credo fosse un breve riassunto sulla situazione venutasi a creare e sul come agire di conseguenza). In un attimo il quartetto di lupi silani si lanciò sul trio di intrusi. Pim  pum pam, calci e pugni, rumore di ossa che si rompono, i tre in vertiginosa fuga. Wally e i suoi dietro. Io e i pochi altri ragazzi del centro rimasti, dietro ai nostri compagni calabresi. Manona e Quentin raggiunsero di nuovo il trio che nel frattempo stava cercando di mettersi in salvo salendo in auto. Niente da fare, Wally saltò a piedi nudi sul cofano della macchina e a suon di calci disintegrò il parabrezza. Allungò un braccio all’interno dell’abitacolo e tirò fuori i due sventurati rifugiati sotto i sedili anteriori. Purtroppo per loro non era finita, solo il terzo che era riuscito a rintanarsi sotto il sedile posteriore fu risparmiato dalla furia ionica. Per alcuni interminabili minuti nessuno riuscì a fermare quella follia, poi alcuni di noi si resero conto che una reazione giustificata si stava trasformando in un linciaggio dai contorni quasi biblici e decidemmo di provare a fermarli. “Ragazzi basta, così li ammazzate!” Fu questa la frase che fece suonare il gong di fine-incontro. Due ragazzi giacevano per terra e si lamentavano, il terzo gridava quasi sottovoce basta basta, nascosto sotto i sedili  dell’auto, ormai semi distrutta. E in tutto questo casino Quentin era pure riuscito a rubarsi l’autoradio e le  casse montate al suo interno. Gli aiutammo a rialzarsi, montarono in macchina senza dire una parola e partirono, presumo in direzione S. Orsola, con andatura storteggiante, gnic-gnic, causa ruote deformate. Ero allibito, sconcertato anche se un po’ mi veniva di ridere. Più avanti avrei capito quanto pericoloso poteva essere avere come compagni di vita e d’avventura dei personaggi del genere, ma questa è un’altra storia. To be continued…

QUESTO E QUÈLO…

by kaizenb

OVVERO: MENO MALE CHE CORRADO C’È.

Qualche anno fa mentre ero a una cena di lavoro, ebbi modo di sentire Gene Gnocchi, il comico, pronunciare questa frase: “Bè, se parliamo di bravura, Corrado Guzzanti è una spanna sopra tutti noi.” Quanto aveva ragione. L’ennesima riconferma della sua immensa bravura l’ho avuta il 10 febbraio scorso seguendo il suo spettacolo dal vivo al Pala Dozza di Bologna.  Il sempre verde Guzzanti ha proposto una carrellata di classici, da Vulvia con il suo Rieducational Channel a Scafroglia, da Quèlo a Gabriele La Porta, passando per Tremonti e Gianni Livore, sempre accompagnato dalla  bravissima sorella minore (se non avete ancora visto la serie-tv Boris fatelo al più presto) e dal sempre più apprezzato Marco Marzocca (ormai una vera e propria spalla di Corrado). Due ore piene in cui praticamente non ho mai smesso di ridere. E non solo. perché con Guzzanti sul palco, si sa, non ci si limita alla comicità. Il suo punto forte, da sempre, è l’abilità di proporre personaggi della vita reale o immaginari e attraverso di loro analizzare la realtà che ci circonda giungendo a delle verità sconcertanti, che sono sotto gli occhi di tutti, ma che solo i suoi personaggi strampalati e forzatamente grotteschi ci sanno restituire nella loro cruda essenza. Ne ridiamo ma allo stesso ne siamo angustiati e si finisce sempre col dire “è vero, è proprio così.” È forse per questo che lo tengono lontano dalla televisione, la vox e la mens populi degli italiani; il suo ultimo programma “Il Caso Scafroglia”, un capolavoro per chi vi scrive, andato in onda in seconda serata su Rai Due è passato quasi inosservato al grande pubblico. Questa è l’Italia, anche se per fortuna non è certo l’indice di gradimento nel tubo catodico che fa di un attore un grande attore. E allora non resta che il teatro, la mimica dal vivo, il lavorare sotto. E resta il suo genio. Indiscusso, palpabile e travolgente.

E naufragar m’è dolce…

by kaizenb

Ormai ero diventato uno di loro, mi ero trasformato in un animale alternativo urbano, mi erano cresciuti i piercing un po’ ovunque, i capelli si erano rizzati verso l’alto ed erano diventati blu. Ormai era chiaro: ero un Livellino a tutti gli effetti. Da quasi due anni montavo, pitturavo, aggiustavo, bodyguardavo all’interno del Livello 57, il centro sociale più cool di Bologna e forse d’Italia. Tengo a precisare che se al tempo qualcuno mi avesse detto che appartenevo al centro sociale più cool d’Italia avrei risposto rifilandogli una testata in pieno volto. Questione di orgoglio; ma ora sono cresciuto, maturato, o forse semplicemente invecchiato (visto che ormai sono passati più di dieci anni) e guardando con occhio critico, forse autocritico, tutto quel periodo devo ammettere che, mentre negli altri spazi occupati della città si faceva politica, si organizzavano cene sociali, manifestazioni per il diritto alla casa e via discorrendo, al Livello 57 si beveva birra, si giocava a calcetto, ci si drogava e si ascoltava musica di ogni genere, dal punk alla techno. Eravamo proprio dei coo-glioni. Non che fossimo dei superficiali, per carità, fra di noi c’erano laureati, professori, assistenti sociali, avvocati (si è vero c’era anche una frangia in trasferta della ‘ndrangheta calabrese ma questo è un altro discorso), il problema era che ci stavamo veramente rompendo le palle con tutti quei discorsi che ormai puzzavano di stantio: il proletariato che non ha nazione, la polizia che è assassina dall’Europa all’America Latina, le camicie nere che avremmo dovuto metterle al muro e fucilarle tutte. Basta. Tutto l’universo dell’estrema sinistra bolognese, dagli anarchici di via Paglietta agli autonomi del Patchanka, dai collettivi del 36 occupato alle femministe di Lilith Luna Nera e chi più ne ha più ne metta, tutto questo mondo suburbano, dicevo, ci aveva frantumato i testicoli, volevamo in qualche modo rompere con quel passato e ripartire da zero. Almeno nelle intenzioni lo volevamo. Non so cosa sia successo dopo, o meglio, lo so ma non mi so spiegare il perché. Più cercavamo di essere al di fuori di certi schemi comportamentali più ci ritrovavamo dentro a quel sistema che volevamo non distruggere, ma semplicemente evitare. L’autopoiesi delle nostre sovrastrutture era noiosamente ripetitiva (come dicevo non eravamo dei superficiali!) perché cercando di essere diversi da tutti alla fine eravamo uguali l’uno all’altro. E quindi inevitabilmente non facevamo altro che ricreare un microsistema del tutto simile al sistema con la esse maiuscola. C’erano i capi, i gregari, i favoriti, i paraculati, gli emarginati, gli esclusi, i disonesti, i faziosi…Alla fine la domanda che mi posi fu: dov’è la differenza fra noi e la classe dirigente di questo paese? Lo stesso paese che avremmo voluto ribaltare come un calzino?  Non avremmo fatto altro che rivoltare un calzino nero per ritrovarcene un altro dello stesso colore. Questo fu il colpo di grazia, per quel che mi riguarda. Dalla sera alla mattina mi caddero tutti i piercing (no, non è vero, in realtà è stato mio padre che quando sono tornato dai miei in Tirolo per le vacanze di natale mi ha cacciato di casa appena mi ha visto con tutta quella ferraglia addosso e siccome a Bolzano a Dicembre per strada fa freddo ho pensato bene di scendere a patti col babbo e sbullonarmi gli orifizi di ogni ammennicolo) anche i capelli scesero a patti, come il sottoscritto, e tornarono del loro colore. Piano piano tornavo alla realtà, il sogno era stato bello ma era durato più del dovuto. To be continued…

Maximilian Siniora

by kai zen a

http://storie.perfiducia.com/

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-sembra divertente…

Milanesi

by kai zen a

Il passatempo ufficiale dell’abitante nell’area milanese è – oltre al respirare polveri sottili e tentare di riconoscerne la tipologia - senza dubbio il lamentarsi. Lamentarsi del lavoro, dei colleghi, dei vicini, della città, dei mezzi pubblici, delle file in tangenziale, dei lavori in corso AEM ecc… Attività invero riscontrabile anche a livello nazionale, ma che attorno e dentro la metropoli lombarda assume un valore determinante. Certo, così non ci si rende proprio i più simpatici d’Italia (siamo ancora fermi all’immagine del commendator Zampetti della terza C, vedi post dedicato http://kaizenology.wordpress.com/?s=zampetti) ma è anche vero che negli ultimi tempi personaggi equivoci hanno messo in dubbio certezze secolari, tipo Panariello e Pieraccioni sulla simpatia dei toscani, o Marco Paolini sull’ottusità dei veneti.

In ogni caso, simpatici o meno, ecco alcune caratteristiche che definiscono dal mio (basso) punto di vista gli abitanti dell’area milanese, nel bene e nel male:

-(esasperato) senso critico. Il milanese, in media, viaggia parecchio. Viaggia per tornare al paese, giù in meridione, nella vacanze estive. Viaggia per andare al mare, al lago, in montagna, in campagna nei fine settimana (nella casa di villeggiatura se facoltoso, a scrocco o in tenda se come il sottoscritto), viaggia per visitare le città d’Europa approfittando dei numerosi voli low cost. In pratica viaggia SEMPRE, anche perchè restare a Milano quando si ha qualche giorno libero è piuttosto deprimente, a partire proprio dalla questione dell’aria sporca. Il milanese è dunque abituato a viaggiare, e questo è positivo. Ma viaggiando si vedono altre cose, altri modi di fare le cose, altri stili di vita e concezioni del mondo. Viene in pratica messo in dubbio l’italocentrismo sul quale noi italici poggiamo a peso morto dal dopoguerra a questa parte. Tutta salute - intendiamoci - ma le nevrosi si moltiplicano, è inevitabile. Anche perchè,  pensateci: dopo un viaggio si torna sempre a Milano. Cappa grigia, traffico, modi bruschi, tutti che se la tirano ecc… Obiettivamente è dura. Da qui, forse, lo spietato senso critico nei confonti di ciò che ci circonda: l’aria fa schifo (vero), Milano fa schifo (in parte vero), la gente fa schifo (poco vero, dipende) e via dicendo. Il senso critico sviluppa l’intelletto, d’accordo, e su certe cose qui si raggiungono risultati prima che altrove, forse proprio grazie al senso critico applicato alle scelte da compiere. Molto raramente, in verità. Ma succede. Manca attaccamento, ai milanesi, questo sì. Senso di appartenenza. Un male, forse, anche se non assoluto. Dipende da come vedi il mondo. Io per esempio sono convinto che l’italianità mischiata con altri ingredienti sia migliore che quella distillata pura. Si accettano discussioni a riguardo

-consapevolezza. In parte collegata a quanto sopra. A Milano non mancano certo sbruffoni, incivili, odiose facce di merda e via dicendo (anzi, dovrebbero abbondare stando al modello Zampetti), ma non è vero che qui c’è il Festival Permanente dell’Incivile. Al contrario, in generale qui la gente sa cosa è giusto e qual’è la strada da percorrere per una migliore qualità della vita. Solo che – in quanto italiani – sappiamo ma poi non agiamo di conseguenza. L’auto inquina, e tutti ci preoccupiamo per i polmoni dei nostri figli, ma poi andiamo al lavoro o a fare shopping rigorosamente in auto. Con quella sorridente faccia tosta che ci contraddistingue. Però almeno a Milano SAPPIAMO. A cosa serve, però, sapere e non agire di conseguenza? A niente, in effetti. Ma mi piaceva ’sta cosa del bullet point sulla consapevolezza :)

-freddezza nei rapporti sociali. ‘Ma a Milano se vai in un pub o in un locale e non conosci nessuno, stai solo come un cane’. Vero. Dà fastidio anche a me. Ma – ecco la contraddizione – anch’io non parlo a casaccio con la gente. Perchè? Non so, credo sia milanesità. Abbiamo tutti una corteccia dura e fredda nei rapporti interpersonali, formatasi con gli anni vissuti pericolosamente tra paninari, fighetti, privilegiati, modaioli, designer, buttafuori, PR di locali esclusivi e robaccia di questo genere. Una corteccia, qualcosa per difendersi. Poi con gli anni non la togli più. Ma attenzione: dentro c’è il cuore tenero di chi gravita intorno a ‘sta metropoli. Qui siamo così: o ti trovi MALISSIMO in una serata o in riunione di lavoro, evidentemente il posto sbagliato, o DA DIO nella cosa più moderna, tollerante, artistica e divertente che hai mai visto. Forse esagero. Non so. Saranno le polveri sottili che mi danno alla testa.

-briciole di senso civico e di integrazione. Ecco, lasciate perdere il putiferio mediatico dei recenti fatti di via Padova. Conoscete bene i media, vero? Usciamo dal pantano indecente che creano ogni giorno con qualsiasi argomento, a caso. La verità è che a Milano e hinterland c’è il più alto numero di imprenditori stranieri d’Italia. E fanno soldi, fatevi un giro in città per giudicare. La verità è che mia figlia alla scuola d’infanzia va d’amore e d’accordo con qualsiasi altra etnia. In giro, checchè se ne dica, c’è voglia di interscambio e di convivenza. Io lo vedo… che sia troppo figlio dei fiori? Ci sono anche problemi, ovvio, ma dove non ne esistono? E poi qualche briciola di senso civico. Io la trovo, qua e là, ogni tanto. Che ne so, l’auto che si ferma per farti attraversare sulle strisce. ADDIRITTURA. Professionalità e cortesia a qualche sportello postale o del SSN, sia oltre il vetro che nella fila dell’utenza. Servizi che funzionano. Rispetto del verde (quei pochi centimetri esistenti). Briciole, appunto. Ma meglio di niente. In attesa di capire che fine ha fatto la michetta vuota dalla quale arrivano.

Helmet – Meantime (Interscope 1992)

by kai zen a

Sorprende un pò non trovare il nome dei newyorkesi Helmet tra i seicento artisti scelti da Blow Up per l’almanacco Rock e altre contaminazioni. Certo il loro successo di vendite non è stato mai notevole, ma è senza dubbio inferiore alla reputazione della band tra gli addetti ai lavori e alla loro effettiva influenza sulle coordinate sonore di un’epoca musicale. Centinaia di gruppi e gruppetti nel mondo hanno avuto – e hanno tutt’oggi – ben presente l’ottimo lavoro di Hamilton e i soci di turno, schivi personaggi del sottobosco della Grande Mela. Alcuni dipendono in modo assoluto dal loro sound e dall’approccio alla musica ‘pesante’ così fuori dagli schemi e dai luoghi comuni. Nessun capellone qui, nessun vampiro. Non ci sono tatuaggi sparsi sulla pelle dei musicisti degli Helmet e non c’è ricerca forzata di coolness nei vestiti e nelle pose.

Parla il suono. Parlano le chitarre, veri e propri bisturi a sezionare le forme-canzone che riempiono il loro lavoro forse più importante, Meantime, del 1992. Parlano le pelli tiratissime e violentate con potenza immane e allo stesso tempo chirurgica della batteria, il pulsare evoluto del suono di basso. Non è ridicolo dire che c’è del blues tra queste tracce. Sì, blues, quello stato d’animo intriso di tristezza e negatività della metropoli fredda e ostile. Gli Helmet lo avvolgono di una patina di aggressività hardcore e lo forgiano a mille gradi, con acciaio inossidabile. La disillusione di vivere.

Page Hamilton scrive bene, assai. Oltre al singolo omonimo dell’album, costruito su un memorabile riff tipicamente Helmet spezzato in quel modo ossessivo, affettato, così da moltiplicarne la potenza all’infinito, ci sono Ironhead e Give it, ossia la raggiunta maturità del suono heavy. La scoppiettante Unsung, che apre alla melodia con intelligenza e gusto. E poi i pezzi duri, sulla scia dell’esordio Strap it on, meravigliosi: da Better, asfissiante, a FBLA II, metallo urlante. Ogni brano di Meantime segna l’evoluzione di un approccio musicale che mescola senza preconcetti metal, hardcore, noise, punk. Lo stesso che porterà poi a tutto il buono e il cattivo dei nostri giorni.

Gli Helmet sono una band fondamentale per capire quanto la musica ‘pesante’ possa e debba essere libera da preconcetti di genere o clan di appartenenza, e sia in grado di raggiungere un livello di conoscenza e cultura che ridicolizza chi vede il rock e la musica di oggi per definizione inferiori e insignificanti. Questo disco andrebbe prestato allo sbarbato ribelle della porta accanto, per contrastare e polverizzare le pagliacciate mtv o rocktv che spesso gli tocca di sorbire.

Questo è il cuore pulsante che ti fa sopravvivere nella metropoli. (KZA)

Mostri culinari

by kai zen a

Lo abbiamo già detto più volte: l’orgoglio nazionale italico più grande  (a parte le basette a punta e le sopracciglia ben curate dei calciatori azzurri) è la tradizione culinaria. E non serve agitarsi, amici francesi: non siete male nemmeno voi, ma troppe cremine, diamine, troppi intrugli… e quei formaggi divorati dagli acari! C’est horrible! L’idea è che un’ottima tradizione culinaria sia anche sana. E qui, la dieta mediterranea svetta: carboidrati, verdura e frutta fresche, legumi, semplicità nei condimenti, olio di oliva ecc… ecc…

Ma.

Non ci pavoneggiamo troppo, o compatrioti. Sì, allunghiamo pure le nostre teglie di lasagne fumanti sotto il naso dei nordeuropei di turno. Adoro farlo anch’io. Dimenticano in un attimo tutte le inefficienze, la chiassosità, il temperamento, la miccia corta, il gesticolare troppo, persino il nostro capo del governo, e dichiarano senza vergogna: amo l’Italia. Salvo poi tornare all’opinione originaria, non appena rischiano la vita attraversando sulle strisce pedonali con il verde in centro città. Anch’io sono orgoglioso della deliziosa e finissima pasta stesa a mattarello da sapienti massaie dal giro vita importante. Ma stranamente, in qualche modo, chissà come, alcuni bizzarri prodotti gastronomici sono entrati nella nostra quotidianità nonostante siano lontani anni luce dalla qualità culinaria appena sopra decantata. Perchè? Certo, nessuno è perfetto, ma comunque perchè questo accade? Voglio dire, perchè quei prodotti e non altri? Chi ha deciso?

Mi fa sorridere la cosa, mi porta indietro ai tempi del Carosello, gli anni in cui ’l'hanno detto alla televisione, per cui è vero’. Le reclame decidevano tutto. Quiz e varietà spopolavano. Il conduttore televisivo e il testimonial pubblicitario erano come dei in terra. Cioè, praticamente come ai giorni nostri, ora che ci penso. Ma con una tonnellata di stile in più, e diverse palate di volgarità in meno. Che non è poco.

Ma tornando a noi, chi mi sa spiegare come e perchè questi orrori culinari sono entrati nel nostro quotidiano a tavola? Non che non li abbia mai mangiati o che li aborri letteralmente: io sono per la libertà e la tolleranza. E vietare è sinonimo di raddoppiare la voglia: chi è genitore lo sa bene. Ma mi chiedo comunque chi è stato, chi ha innescato la reazione a catena… E non me ne vogliano i manager delle multinazionali che li producono, niente di personale… Anzi, no. Me ne vogliano pure. Dopo il rigare le BMW o i SUV parcheggiati alla cazzo per le strade, infastidire il business è la cosa che amo di più. Che ci volete fare, sono fatto così. Un pò coglione, un pò black bloc.

-Wurstel. Nel paese del ‘me la tagli fine e senza grasso, che a mio figlio e mio marito ci piace così’, dell’alta qualità, del dettaglio maniacale, ci rimpinziamo da sempre dell’impasto di carne più equivoco e livellato al basso della storia degli onnivori. Non oso pensare a cosa ci mettano, dentro la macchina stile videoclip di ‘Another brick in the wall’ dei Pink Floyd che trita le frattaglie e produce il magico impasto color carne (però umana). Ehi, non ve la prendete: li mangio anch’io, nell’insalata di riso. E da piccolo me li ingollavo così, freschi di confezione con quel filo di gelatina di brodo (? oddio…) ai lati. Adesso magari evito questa seconda attività. E ci rido sopra. Non c’è dubbio comunque che ci hanno inculcato in testa in prodotto che fa piuttosto schifo. Così, a leggerne gli ingredienti.

-Spuntì, Spalmì e cremine varie. Una mia amica straniera giorni fa mi diceva: ‘ma, anche ‘sta storia della merenda, qui in Italia.. il pane e nutella, le cremine, le focaccine, le merendine… da noi mica c’è tutta questa roba. Da noi tua madre ti dà in mano un frutto e pedalare.’ Qui invece, a volte, si spalmano schifezze. Eppure basterebbe mandare in onda un bel clip su come viene preparato lo squisito intruglio per far cambiare qualche idea, forse. Dovremmo dirlo a Report. Così, per trattare altri argomenti ogni tanto e non parlare sempre di infrastrutture e politica. 

-4 salti in padella e simili. Ho capito che la vita è frenetica, il tempo è poco, c’è il vernissage, poi il cinema, poi l’ape (o prima), poi il sesso (forse), e che dopo viene fame, così, di botto. Ma si può anche mettere un filo d’olio in padella, sbucciare uno spicchio di aglio o due, aggiungere che ne so, dei gamberetti o anche solo un paio di acciughe, capperi e olive a volontà e intanto scolarsi la pasta. Più economico, più sano (dipende, ma probabile) e soprattutto un grammo di soddisfazione in più per il cuoco e/o commensale. E’ importante.

-Estathè. La gente si fa di ‘sta roba. Ho visto fans club di Estathè su Facebook, e non sto scherzando. Ma è tè veramente? Ben poco, stando agli ingredienti. Forse piace più l’idea di bucare la superficie con la cannuccia, in qualsiasi punto si voglia: noi italici siamo adoratori dei rituali, specialmente se semplificati. In ogni caso, non è meglio un bel bicchiere di acqua fresca, anche a livello di dissetamento? La nota vale anche per i concorrenti di altre marche, ovvio (non è che lavoro per la Beltè, in altre parole), e per tutte le bibite che ci svuotano il portafoglio e ci gonfiano il già sofferente pancino. 

A proposito, ma l’Idrolitina che fine ha fatto?

Ultimo Domicilio Sconosciuto

by kaizenb

Ci sono persone destinate alla sfiga, non c’è alcun dubbio. Ci sono persone su questa terra che sono buone, brave, per bene e non rompono le palle a nessuno su cui però il destino, il fato, il naturale susseguirsi degli eventi o come cavolo vi piace chiamarlo si accanisce senza un apparente motivo. Lo Scono era uno di questi. Antonio Michele Agrippa all’anagrafe, Sconosciuto di cognome, nel senso che lui si chiamava proprio Antonio Michele Agrippa Sconosciuto. Sarà che io non ho mai dato peso ai nomi, sarà che il mio nome e il mio cognome sono abbastanza comuni e anonimi, ma ricordo di aver sorriso per non più di dieci secondi la prima volta che lo Scono si presentò a me. Non avevo dato troppo peso a quel cognome, Sconosciuto. Non avevo capito quanti problemi gli creava portarsi dietro quel cognome, non avevo compreso che alle volte il destino è racchiuso in una parola.

Agli inizi degli anni 90″ il centro di Bologna e soprattutto la sua zona universitaria erano considerate come una città nella città, un villaggio di pace e armonia dove si poteva fare un po’ quel cazzo che si voleva. Piazza Verdi era il centro di tutto questo con il Bar Piccolo in un angolo, il centro sociale Pellerossa nell’altro e poco più in là lungo via Zamboni il civico 36 e il 38. Il primo era una biblioteca permanentemente occupata dagli studenti, il secondo era la facoltà di Filosofia che gli studenti o gli autonomi occupavano solo quando “ce n’era bisogno”. Quasi di fronte, il Bar dello Studente, dove si faceva colazione con duemila lire o poco meno e le cui sale al primo piano affacciavano direttamente sulla piazza. La piazza era il centro di tutto per noi, il perno vitale attorno cui ruotavamo come satelliti impazziti: una sera una festa, il mattino dopo una manifestazione, il torneo di calcetto, il pestaggio ai fasci che li abbiamo visti l’altra sera in via Mazzini e so dove beccarli, ogni scusa era buona per ritrovarci in piazza Verdi e fare qualcosa. Di polizia manco l’ombra, non so se avessero disposizioni precise di non venire a rompere le palle in zona oppure al tempo non era aria di andare a smanganellare la gente col sorriso stampato sulla faccia, sta di fatto che pantere, carabinieri e animali simili erano come estinti in zona universitaria. Molti penseranno: chissà che delinquenza, che spaccio e che degrado allora! E invece no, è proprio questo il bello, non dico che non girasse droga (sempre molto buona fra l’altro e non la merda che gira adesso) ma non c’erano risse fra spacciatori, accoltellamenti, tentati stupri e punkabbestia che pisciano e defecano nello stesso luogo in cui dormono. Il mondo universitario faceva da filtro a tutto questo, c’erano iniziative culturali, concerti, dibattiti, il degrado si sarebbe trovato molto male in quegli anni in Piazza Verdi. Ora invece la fa da padrone perché la vita universitaria si è spenta, i luoghi di ritrovo sono sparsi nei quartieri periferici della città e quindi è più difficile e pericoloso uscire la sera. L’aggregazione e lo spirito di fratellanza si sono sopiti, limitati a piccoli spazi angusti e lontani fra di loro. Ma allora non era così, forse questa libertà che si respirava allora ha dato a molti la scusa per esagerare, ma in quegli anni esagerare sembrava, a noi giovani universitari di estrema sinistra, possibile e politicamente corretto. Anche lo Scono era uno di noi, uno di quelli che ti proponeva il classico stasera ci beviamo il vino mio pugliese quello forte che ti stronca l’anima con un paio di canne e poi si va a ballare al Pellerossa.. E proprio una di quelle di sere in cui non ci andava di studiare che l’esame è fra due mesi e poi tanto mi sparo ‘sti tre libri in quattro giorni hop hop in scioltezza un ventidue non me lo leva nessuno, una di quelle sere, dicevo, ci fermò una pattuglia di carabinieri. Eravamo fuori la zona universitaria, nella terra di mezzo, dove agli sbirri era concesso alzare la voce. Per fortuna la serata era appena iniziata per cui si era tutti sobri, il maresciallo di turno ci chiese i documenti e lo Scono subito si accorse di non avere dietro il portafogli. “Lei come si chiama?” Lo apostrofò il Minchia Signor Tenente baffuto (così avremmo soprannominato il maresciallo nei racconti futuri) “Antonio” rispose lo Scono. “E di cognome?”  La voce del graduato si fece più greve. “Sconosciuto” rispose lo Scono. “Mi prendi per il culo?” urlò MST .”Come cazzo ti chiami di cognome?” Senza fare una piega lo Scono ripeté “Sconosciuto”. A quel punto MST planò un man rovescio al povero Antonino “Io ti faccio arrestare stronzetto. Qui di sconosciuto c’è solo tua madre, hai capito figlio di puttana?” Scono tenendosi la guancia arrossata con una mano, rispose con un filo di voce: “Mi chiamo Sconosciuto di cognome, sono nato il 2 Aprile 1969 a Barletta, controlli pure se vuole.” A quel punto il testa di Minchia Signor Tenente prese in mano la radio di servizio e passò i dati anagrafici di Scono al collega all’altro capo della trasmittente. Questi dopo un paio di minuti rispose: “Minchia Maresciallo, questo si chiama davvero Sconosciuto!” E giù a ridere come un idiota. Il maresciallo lo seguì a ruota, e giù tutti e due a ridere, anzi tutti e tre, anche il carabiniere di leva che faceva coppia col maresciallo minchione iniziò a sghignazzare. “Certo che anche Lei, signor Sconosciuto, poteva dircelo subito.” Rimontammo in macchina senza dire una parola, lo Scono aveva ancora le cinque dita del maresciallo stampate sulla guancia. Appena fummo un po’ lontani Antonio iniziò ad inveire contro i carabinieri, maledicendo se stesso e la cattiva sorte che sentiva su di sé in ogni momento della vita. Cominciò allora a sfogarsi con noi, raccontandoci una serie di equivoci e situazioni allucinanti in cui si era trovato suo malgrado. Devo dire che fra tutti i racconti, uno mi colpì in particolar modo (e fra l’altro il suo cognome porta guai non c’entra neppure) quello che sarebbe passato alla storia con il titolo: La tragedia dello zombie darkettone.

Anche lo Scono, quando era poco più che adolescente, venne ammaliato da una delle mode che circolavano a quei tempi (erano gli anni ’80) fra i giovani sfigati di provincia e non solo. C’erano i paninari, figli di papà vestiti con capi firmati e la parlata da super-galli, c’erano i metallari con i brufoli in faccia e i capelli lunghi e unti e poi c’erano i dark con il rimmel sugli occhi, la chioma cotonata e i vestiti neri corredati da teschi e croci di ferro appesi al collo. Lo Scono e la sua banda appartenevano a quest’ultima categoria. Se ne stavano sempre buttati in un angolo della piazza principale di Barletta, ascoltando musica deprimente e bevendo birra calda da mille lire al litro. Un giorno saltò sù il Cinese, uno dei leader naturali della banda, e lanciò una sfida: “Se siamo dei veri dakk, allora dobbiamo passare una notte intera al cimitero accanto alle bare. Se siamo dei veri dakk dobbiamo farlo. Chi ci sta?” Sarà che in una città di provincia negli anni ottanta non c’era davvero un cazzo da fare, sarà che a quell’età si è sempre pronti a confrontarsi e a rivaleggiare con gli amici, fatto sta che tutto il gruppo, erano in cinque, decise di fare tappa al cimitero cittadino. Attesero il calar del sole, come dei veri figli della notte, e poi quatti quatti si avvicinarono alle mura del cimitero. Scono, Gianfra e il Cinese scavalcarono la parete senza grosse difficoltà, il Trippa e suo fratello Giacomino, entrambi sul quintale di peso, dopo una serie di inutili tentativi, furono costretti a rinunciare. “Io e fratema vi aspettiamo qui ragazzi, siamo con voi.” Urlò il Trippa alzando il pugno chiuso. “Siatevi dei veri dakk anche per noi!” Lo Scono con gli altri due che avevano superato il muro si addentrò nel lungo viale di cipressi che tagliava in due il camposanto, poi scorse alla sua destra due file di loculi molto in alto, alcuni ancora vuoti. “Potremmo prendere la scala e infilarci in uno dei tuguri vuoti lassù, che dite?” Propose ai compagni. “Eh no, io voglio il mio posto! A ognuno il suo buco.” Gli rispose il Cinese. “Io mi infilo lassù tra Calogero Carotenuto e Giuseppina Storace in Cacasenno.” “Ma dai, quella è la nonna di Beppe Cacasenno, avete presente? Il figlio del panetterie Pippo Cacasenno?” disse il Gianfra. Lo Scono scosse il capo. “Giuseppina, Beppe, Pippo…Anche lo zio se non sbaglio si chiama Beppuzzo. Cristo, siamo proprio dei terroni.” “Non bestemmiare Scono, siamo in un cimitero, ci vuole rispetto!” Lo apostrofò il Cinese. Scono strabuzzò gli occhi “Stai per infilarti in una tomba accanto a dei morti vestito come un becchino e ti disturba se io bestemmio?” “Non è la stessa cosa Scono, non è la stessa cosa.” Il Gianfra gli richiamò all’ordine: “Basta voi due laggiù.” Si era già accomodato nel suo loculo, uno dell’ultima fila in alto. Lo Scono prese una delle scale in dotazione al camposanto e vi salì fino all’ultimo gradino, si aggrappò prima a una lapide sporgente, poi a un marmo,  raggiungendo anche lui un buco dell’ultima fila. Il Cinese si sistemò alla sua destra. “Ci facciamo una canna ragazzi? Tanto per rilassarci un po’” chiese ai due amici. “Ti faccio un filtro” gli rispose il Gianfra tirando fuori dal portafoglio un foglietto in cartoncino. “Cazzo, questi flyer dell’Ecatombe sono perfetti per rollare.” “L’Ecatombe?” Chiese lo Scono. “Si, hai presente quel nuovo locale a Lecce, il mese prossimo ci suonano i Lesioni Personali, il gruppo di mio cugino Alfio. Hai presente?” “Bel nome per un gruppo.” sorrise lo Scono. “Si, pensa che l’idea gli è venuta perché una volta, una sera, tutti ubriachi tornando alla macchina trovarono uno che gli stava pisciando sul cofano e allora lo presero a…” “Cazzo, stavo scherzando! Non me ne frega ‘na cippa di tuo cugino. È pronta sta’ canna?”  Si addormentarono come pulcini, come succede quando un rilassamento artificiale improvviso subentra a una tensione emotiva. La mattina dopo, era l’alba, la signora fu Carotenuto, settant’anni e pochi mesi, come tutti i lunedì mattina da vent’anni a questa parte, cioè da quando gli era morto il marito Calogero, entrò nel camposanto e si diresse alla scala per cambiare i fiori al loculo del marito. Appena si apprestò a muoverla una voce da uno dei loculi vuoti risuonò, come una eco dall’oltre tomba: “Signò, molli a’ scala che sennò come cazzo me ne scendo io?” La signora fu Carotenuto cominciò a tremare, divenne cianotica in volto, una densa bava iniziò a colarle dai bordi della bocca. Il Gianfri con il rimmel sbavato sugli occhi e il fondotinta bianco sul viso sbucò dal cunicolo accanto a quello del Carotenuto. “Ha capito signo’? “. La povera vecchina lo guardò in faccia e poi stramazzò al suolo con gli occhi sbarrati, immobile. “Che cazzo hai fatto? Coglione!” Cominciò a urlare lo Scono. “Ma come cazzo ti viene di uscire da una tomba conciato a quel modo! L’hai uccisa! Cannavaro! L’hai uccisa!” E si tirò i capelli cotonati come farebbe un pazzo prima di entrare in terapia intensiva. Non ebbero neanche il coraggio di avvicinarsi alla poveretta, come gatti feriti strisciarono lungo il viale di pioppi, scavalcarono di nuovo il muro e sparirono nell’alba salentina.

to be continued…

Rage Against The Machine – Rage against the machine. (1992 Epic/sony music)

by kai zen a

Ci sono dischi per i quali non è possibile scindere del tutto il valore puramente tecnico-artistico dal significato ‘storico’ del periodo in cui sono stati pubblicati. Tutto bene fino a quando si tratta di grandi dischi, trovo; è come dare uno spessore alla bellezza. Ricordo bene le prime assurde circostanze nelle quali sentii parlare di questo gruppo e ancora meglio quando ascoltai per la prima volta il disco. Non c’era niente di simile in giro. Mi guardai attorno sconvolto poi ricacciai gli occhi sul display. Skip. Killing in the name. Skip. Take the power back. Madonna santa… Pura dinamite. Oltre ogni cosa per impatto e incisività. Oltre ogni cosa il cantato. Chi erano questi signori?! Imparai il loro nome al prezzo di attorcigliarmi la lingua. Mi documentai.
Vidi il loro mitologico concerto di spalla a tool e fishbone (promoters di oggi, buongiorno!): immensi. Sento ancora i brividi lungo la spina dorsale. Non erano i primi a fare rap/metal, nemmeno gli unici, d’accordo, ma quel disco è una perla assoluta. Suono, scaletta, idea, messaggio. Tutto perfetto. E lo sapevano anche loro, troppo perfetto. Una vera disgrazia per una band agli inizi.
Settle for nothing. Bullet in the head. Know your enemy. KNOW YOUR ENEMY! Riascoltatevi l’inizio, per la millesima volta. Quel riff, il più vecchio e potente del mondo, dopo l’intro funky. Quell’entrata. La rappata di strofa e poi ancora. La forza di questo disco è l’insieme, la semplicità, l’immediatezza. I limiti dei ratm si vedranno in seguito, più prettamente stilistici che altro, ma fino a qui nessuna traccia. È musica potente e sovversiva, forte come l’acciaio e di anima meticcia.
Per molti (troppi?) un disco che ha cambiato la vita, non può essere fuori dalla lista dei 600 di Blow Up. (KZA)

Giardino d’Europa

by kai zen a

La tendenza è chiara da alcuni anni, ormai. Almeno una quindicina. Da quando la toscanizzazzione del territorio italico ha avuto una brusca accelerata, noncurante della saggezza di Elio e le Storie Tese così espressa: ‘Se ognuno di noi portasse via un sasso, la Toscana si espanderebbe in tutto il mondo e nessuno potrebbe riconoscere più la Toscana’. Diciamo dal boom di agriturismo e bed & breakfast vari.  Da quando Sting e Tony Blair ci deliziano della loro presenza tra i colli senesi e quelli fiorentini, da quando le vecchie e fatiscenti stazioni termali sono diventate per miracolo SPA (?) da 40 euro all’ingresso. Da quando l’Europa ci ha concesso qualche ’briciola’ normativa a tampone dei danni subìti per le problematiche  – leggi fregature – di denominazione geografica controllata dei prodotti tipici  (ma comunque ‘parmesaanse kaas’, tradotto formaggio parmigiano, un obbrobrio caseario dal sapore mellifluo lontano anni luce dalla consistenza e dal sapore del vero parmigiano, è sempre in vendita nei supermercati olandesi).

Ormai è evidente. L’Italia è sempre più il Giardino d’Europa. Questo è il nostro destino: intrattenere l’ospite di riguardo straniero con deliziose tartine poggiate su vassoi d’argento, al dolce suono di arpe e violini costruiti da liutai di Cremona, in sontuosi giardini dai fiori variopinti e profumati. Appena dietro, probabilmente, passa una bretella autostradale mal fatta e congestionata di traffico e polveri sottili, ma a quel punto basta inserire timpani e tromboni nel tessuto melodico per coprire il fastidio. Siamo il catering di alta qualità del business europeo. Vero, c’è di peggio, come scrivevo anche su queste schermate tempo fa: pensate alla Polonia, che è la miniera d’Europa. O a Romania o Ucraina, e lascio perdere le categorie merceologiche. Il giardino perlomeno è un bel posto. Ma comunque per gli ex padroni del mondo, i discendenti diretti degli Antichi Romani, belli, abbronzati e ben vestiti, esportatori tenaci e virili della dolce vita felliniana fino a neanche troppo tempo fa, è un bel rospo da ingoiare. Relegati all’intrattenimento.

Eppure non potrebbe essere altrimenti. Non sappiamo gestire la complessità delle cose, è evidente: politica, pubblica amministrazione, traffico, qualità della vita, innovazione, ricerca, istruzione… Più italianità si trova in un settore, peggio le cose sembrano andare. Giratela come volete, società sfaccettata, dal forte senso critico, dalla storia complicata, attaccata alle tradizioni, ma per me significa soprattutto una cosa: meglio lasciar fare agli altri ed occuparci di giardinaggio e prelibatezze culinarie. Alla fine si dice che vale la pena di vivere solo per quelle, no? E allora specializziamoci in antipasti e minuetto in costume d’epoca. Lasciamo tecnologia, ricerca, viabilità, servizi agli altri. Perlomeno noi consumatori saremmo fregati di meno, con ogni probabilità. A me sta bene, a voi no? Non mi interessa se la mia banca è controllata dai francesi o se i sauditi sono interessati all’acquisto dell’enorme area dismessa alle porte di Milano, dove vivo. Mi interessa non sentirmi fregato ogni giorno. Non vedere altro che ingorghi e centri commerciali tutto intorno. I risultati dell’italianità gestionale. No, grazie. La nazionalità delle cose non mi interessa proprio, è la sua sostanza che conta.

Già siamo fortunati ad essere il giardino d’Europa, appunto. Anche se ce la stiamo mettendo tutta per rovinarlo. Il futuro è lì, lo vedo, nitido: tutti con costume da centurione, fiaschio di rosso in mano a fare le foto di fianco al Colosseo. Oppure tanti bei Pulcinella intenti a girare pizze in aria, sotto una pioggia di flash nipponici. E gli immigrati? Be’, lo vogliamo far divertire anche un pò, ‘sto popolo di intrattenitori, con bestie feroci e qualche negretto da sbranare?

Io non me la sento di negarci anche questo.

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