: kaizenology :

: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: gennaio, 2010

I 57 livelli dell’illuminazione

by kaizenj

Che volete che vi dica? Lo sanno tutti che arrivare a Bologna da una città di provincia è come per Pinocchio arrivare nel paese di balocchi. E i primi dieci, quindici, livelli dell’illuminazione si bruciano così. Non v’è dubbio.
La prima volta che misi piede al Livello 57 era una notte nebbiosa e umida, ovviamente, e fu per un concerto di non so neanche più quale improbabile gruppo di noise rockabilly o country metal. La seconda, sempre immersa nella foschia, stavo già rischiando la vita a cinque metri d’altezza su di un impalcatura che ondeggiava come una barchetta di carta in piena tempesta, a tendere dei cavi elettrici spelacchiati e tutti scintille, per il concerto successivo. Fu così che la mia frequentazione del centro sociale divenne rapidamente incessante. Ho sempre amato il rischio…
Ogni lunedì, lo ricordo ancora con timore reverenziale, si praticava un’attività di gruppo ai limiti del tribale chiamata assemblea. Nel corso di ore e ore di discussioni si cercava di rendere materia l’idea. Il problema era che le idee erano spesso e volentieri in contrasto tra loro, ma per un inspiegabile scherzo del destino, alla fine di quelle estenuanti sedute, in qualche modo si riusciva a mettere d’accordo, tutti senza che si arrivasse a nessuna conclusione. La formula, in realtà era piuttosto semplice, ma rinunciare alla solennità del rito assemblea, poteva anche essere scambiato per eresia pura e semplice. Alla fine dei giochi, ognuno faceva ciò che aveva in mente.
Quello che resterà sempre un mistero degno della posizione geografica di Atlantide, è come potesse una macchina così assortita e stridente essere così spettacolare. Quello che succedeva nel fine settimana aveva dello strabiliante. Ognuno aveva lavorato alacremente al suo progetto e riusciva a gestirlo e portarlo avanti contemporaneamente agli altri, certo alle volte la cosa non filava proprio così liscia e avendo un ascia a portata di mano ci saremmo amputati vari arti a vicenda. Comunque quello che aveva luogo era una sorta di show degno del circo di Barnum ma senza Barnum… e allora mentre la techno martellava orde di raver dallo sguardo a metà tra un vichingo in pieno effetto berserk e santa Teresa d’Avila, in Zona Dopa, Hip Hop e reggae si alternavano con nonchalance per la gioia di fumatori dai pantaloni larghi e dai dreadlock incatramati. Per mia delizia, il rock n’roll la faceva da padrone nelle anguste sale più interne e intime del Livello, sorta di ventre molle in cui adagiarsi e lasciarsi andare a lascivi ondeggiamenti e ammaliamenti… Se quelle mura potessero parlare, vi ecciterebbero o vi scandalizzerebbero a seconda dei gusti. Non solo di musica e divertimento si trattava, ogni tanto qualcuno parlava di politica e ogni tanto qualcuno parlava di imprenditorialità (!), neanche fossimo al TPO o al Link. Ma io ero giovane e vorace, di quello avevo bisogno e di quello mi ricordo, come del resto rammento di come nelle tarde giornate di primavera fosse piacevole stare seduti durante il pomeriggio fuori dai capannoni, godendosi il sole in quella che sembrava una piccola oasi di cemento, a seguire i volteggi dei soffioni lungo i binari del treno e riposandosi in vista di una nottata furibonda, seguita da una mattina livida. Rammento di come fosse piacevole scoprirsi con una saldatrice in mano in grado di costruire un bar intero, un palco o quant’altro, sporchi di polvere e grasso come uno spogliarellista che recita la parte del benzinaio. Solo in un posto del genere ci si ritrova a non subire ma a far subire l’industria del divertimento. Non è lo stesso andare a un concerto o organizzarlo. Organizzare è una parola che non rende merito però, a quello che accadeva là dentro in vista di un evento. Quando un gruppo veniva a suonare da quelle parti per quanto fosse famoso o sconosciuto, veniva accolto in pieno pomeriggio in un clima di rilassatezza e amicizia, l’impianto veniva montato e smontato assieme ai tecnici e ai musicisti, tutti a lavorare con un unico scopo: la musica. Una maratona di più di venti ore che ci stremava oltre ogni resistenza e quando, prima di colazione si ricaricavano i furgoni di strumenti e casse da un quintale l’una, si era soddisfatti. Beata gioventù… Quando si saltavano i fossi per lungo.
Sono passati anni da quel primo concerto e molti stadi di illuminazione si sono succeduti, molte persone sono passate e scomparse nel nulla. Fino a quando un giorno, quasi per caso ho smesso. Smesso di passare il mio tempo in via Muggia, smesso di mettere dischi fino al canto del gallo e oltre, smesso di costruire enormi ‘lego’ di tubi innocenti, smesso di divertirmi e imbestialirmi. Non c’è stato un motivo preciso, solo che il Livello non era più lo stesso, e nemmeno io. Se prima mi chiedevo come fosse possibile che esistesse gente che non fosse a conoscenza di un luogo del genere, dopo, di punto in bianco, non ne ho più sentito ‘l’insondabile fascino’.
Qual’è stato l’ultimo livello dell’illuminazione allora per uno come me? Cosa mi è successo? Un overdose di vita notturna che mi ha costretto a trasformarmi nel più noioso dei casalinghi? Uno scetticismo che piano piano mi ha divorato fino a farmi dubitare dei miei stessi lineamenti?
Si sa, l’ultimo passo è il vuoto: ciò che non c’è. Arrivati a quel punto tutto il resto non ha senso.
Ma è possibile che tutto quel tempo, di cui ora non mi resta che un sorriso, sia andato perduto?
Quando mi capita di passare sul ponte di Stalingrado lo sguardo mi cade inesorabile sul Livello. So che il movimento, la frenesia e la compulsività di chi si danna là sotto, è la stessa che avevo io. Eppure non lo riconosco, mi sembra che sia un altro luogo, distante anni luce da quello che era. E allora potrebbe darsi che “dall’alto” dei miei trent’anni mi stia impaludando in una specie di atteggiamento reazionario che rimpiange i bei tempi… forse dovrei uscire di casa, prendere un autobus e brontolare con i nuovi arrivati in cerca del paese dei balocchi, dir loro di come si stava meglio quando si stava peggio per poi andare a rompere le palle a qualche operaio di un cantiere stradale, mettendomi a dirigere i lavori con le mani dietro la schiena assieme ad altri anziani.

NB. Questo pezzo, malconcio e traballante, risale a sei anni fa – anche se chiusi la mia carriera di squatter nel 2000 -… ora di anni ne ho trentacinque, il Livello non è più sotto il ponte di Stalingrado e non so nemmeno se sia ancora vivo. Bologna è sempre più noiosa (c’è del marcio, osp delbono, a Bologna), io sono sempre più noioso. Tranne quando gioco con mia figlia. Altro che barcollare in cima a un trabattello con le ruote su ponte stalingardo per tendere una rete. (Una testa di cazzo, figlio di puttana mangiamerda, spero tu stia soffrendo le pene di un cancro alla spina dorsale mentre qualcuno ti tagliuzza il glande con un foglio di carta, tirò un sasso dal ponte in faccia a un povero cristo… fu forse quello l’episodio che mi illuminò maggiormente… ah no fu l’omicidio del clochard Viero Mazzanti da parte di uno skin, redskin, testa di cazzo, mangiamerda…)

Mi ricordo lasagne verdi…

by kaizenb

Avevo vent’anni e tanta voglia di vivere, Avevo vent’anni e mi sentivo una bomba dentro. Alla fine ce l’avevo fatta, Bolzano era lontana, con le sue soffocanti montagne aguzze e la sua pace controllata, la sua tranquillità imposta. “Sono a Bologna.” Solo, libero, con un po’ di soldi in tasca e un grande fuoco nel cuore. Per noi montanari della valle dell’Adige che lasciavamo Haidi e le sue caprette per andare all’università il più lontano possibile da casa, Bologna era il sogno. Sogno di una vita che inizia davvero, nuovi amici, concerti, cene, feste, università, ragazze e droga a buon mercato. La droga era a buon mercato perché ce n’era tanta, per tutti i gusti. Per donne a buon mercato ho sempre inteso ragazze che come me erano fuori sede, lontano da casa e quindi più sciolte, più disponibili a fare nuove esperienze; in una parola: disinibite. A tal proposito mi ricordo una ragazza calabrese, di Cosenza, che incontrai una volta su un treno. Aveva entrambi gli occhi tumefatti, neri pesti. Durante il viaggio entrammo in confidenza e mi spiegò, senza che io le avessi chiesto nulla, cosa le era capitato. Il ragazzo l’aveva picchiata di brutto. “È molto gelosso” mi disse con l’accento calabrese delle sue parti. “E anche io lo sono. Lui va con le altre ma poi torna sempre da me!” “Sempre per picchiarti?” le chiesi, d’istinto. “No, che c’entra. È che le altre gliela danno subito e allora lui si stufa. Con me è due anni che aspetta eppure mi cerca sempre. Così sono gli uomini. Se li fai aspettare e ti rendi preziosa loro sempre ritornano.” Sentenziò con quel verbo alla fine, tipico della parlata meridionale e che io purtroppo non ho mai sopportato. Ogni volta che sentivo una frase con il verbo alla fine mi immaginavo le lettere che la componevano fluttuare nell’aria davanti a me, quindi allungavo una mano, acciuffavo il verbo alla fine e lo rimettevo al suo posto, tra il soggetto e il complemento oggetto. Poi mi sentivo meglio, molto meglio. Quella stessa ragazza, Annunziata se non sbaglio, la rincontrai qualche tempo dopo a Bologna. Io mi ero trasferito da poco e anche lei era appena arrivata per fare l’Università dalla lontana Calabria. In realtà all’inizio non l’avevo riconosciuta. Ero al Vipera quella sera, un locale accanto alla questura frequentato da gay, lesbiche e da chiunque adorasse la buona musica e l’atmosfera surriscaldata. Ero al bancone del bar con amici, quando mi girai e vidi una coppia, un ragazzo e una ragazza che si baciavano appassionatamente con una terza ragazza, alternandosi. Vidi quest’ultima strofinarsi in mezzo alla coppia allungando le mani qua e là, mari e monti, tanto per gradire. Poi si girò verso di me e mi sorrise. “Ciao  caro. Socc’mel è un po’ che non ci vediamo!” Io la guardai, riconobbi quella voce, ma quel socc’mel mi suonò strano, artefatto. “Cazzo, Annunziata!” Urlai in un impeto di gioia, manco avessi vinto il giro da cento alla ruota della fortuna. I due ragazzi che la accompagnavano interruppero lo sbaciucchiamento, sorpresi. “Annunziata? Ma tu non ti chiami Luana?” Le chiesero. Io capii al volo di aver fatto una gaffe, perché una ragazza che si butta nella mischia del Vipera intortandosi una coppia etero appena conosciuta non potrebbe mai chiamarsi Annunziata! Luana rendeva più onore al merito. ”Scusate, sono io che la prendo sempre in giro con questo nomignolo, è per le sue origini meridionali. Mi piace sfotterla affibbiandole nomi caratteristici del suo paese natio.” Ma i due restarono ancora di più a bocca aperta. “Ma tu non eri di Bagnacavallo? Tuo nonno non andava in aereo con Baracca?” Niente, volevo chiudere un buco e invece ho aperto un cratere. A quel punto lei mi guardò come se le avessi ammazzato il cane, e corse via. La coppia, come niente fosse, tornò a baciarsi non prima di aver ingurgitato due pastiglie rosa. “Questa città ti cambia” pensai, “Tira fuori il meglio e il peggio di ognuno.” Era il 1993, un sabato di fine estate, io avevo appena trovato casa in via Zucchi, vicino allo stadio Dallara, la Banda della uno Bianca terrorizzava ancora la città, gli affitti erano cari e i libri costosi, ma io ero felice come un bambino di essere a Bologna, felice e trepidante per quello che mi aspettava. Uscii dal Vipera, erano ormai le due di notte e mi sentivo un po’ stanco, ancora non mi ero abituato ai ritmi della città di Guccini e Dalla. Al bordo della strada, di fronte a me c’era un ragazzo con una chitarra e un cane, appoggiato al muro. Mi avvicinai. “Non è che hai un deca da mollarmi?” Gli chiesi. Lui mi guardò dritto in faccia poi volse lo sguardo alla mia sinistra, come se scrutasse qualcosa dietro il mio orecchio. Mi girai e vidi la telecamera della Questura che puntava dritto su di noi. Feci allora per andarmene quando un fischio mi raggiunse. “Aspetta, amico. Gira l’angolo e fermati.” Ubbidii e dopo qualche istante fui raggiunto dal ragazzo con la chitarra e il suo cane, un meticcio che puzzava come una scrofa. “Sai, mi fermo a suonare e dormire proprio sotto i loro occhi così mi credono innocuo. Anche se siamo a due passi dagli sbirri, fidati, questo è il posto più tranquillo a Bologna dove fare qualche soldo senza intoppi”. Annuii senza dire nulla, ero troppo stanco per stare dietro alle strategie di marketing di un pusher e il suo cane. Gli allungai diecimila lire e lui mi diede quello che sembrava un mezzo grammo di fumo. Lo soppesai sul palmo della mano. “Ladro” pensai “Con un deca poteva darmi almeno un grammo”. Ma mi limitai a pensarlo, ero troppo vicino alle braccia di Morfeo per mettermi a discutere. Non ci salutammo, io andai per la mia strada, lui per la sua e imbracciando la chitarra iniziò a urlare a squarciagola. “Mi ricordo lasagne verdi…”  Questa città ti cambia. to be continued…

Depeche Mode – Black Celebration (Mute 1986)

by kai zen a

Oggi i Depeche Mode sono pesi massimi dell’industria musicale, al pari di U2 e R.E.M., si sentono ovunque, fanno il sold out dal vivo, escono con dischi eleganti e ben scritti, contando su un Martin Gore a livello di songwriting stellare. Hanno anche molto appeal, nonostante probabilmente non lo cerchino sempre. Ma i Depeche Mode hanno un passato glorioso nell’immaginario mondiale della new wave, l’ondata alternativa pop/rock degli anni ’80. L’acerbo e bellissimo Construction time again, la perla riconosciuta Some great reward, più tardi Music for the masses – recensito nei 600 di Blow Up – e Black Celebration, album del 1986 sempre per la Mute records. Questo disco ha un fascino diverso e unico, per certi versi dal mio punto di vista è la massima espressione artistica dell’allora quartetto di Basildon, Essex. Certamente la più rituale, celebrativa. La celebrazione del nero, appunto. La morte è dappertutto, ci sono mosche sul parabrezza, tanto per cominciare, a ricordarci che potremmo essere spazzati via stasera. Fly on the windscreen alza subito il tiro, dopo la liturgia del brano di apertura. Poi una serie di ballate e pillole pop di melodia e dolcezza, firmate Martin Gore, a dimostrare che rabbia e oscurità sono solo aspetti di una personalità profonda e completa. Livello qualitativo altissimo. Poi A question of time, martellante e sintetica. Stupenda. I testi bucano la mente, ti si appiccicano addosso, girano perfetti, forse anche a causa dell’averli imparati a memoria senza capirli davvero, anni prima. Effetto sorprendente. A seguire la canzone più tipicamente Depeche Mode, per come li ha vissuti il sottoscritto: Stripped. Notte, freddo, ambientazione industriale. Vestiti di pelle nera, facce pallide, tagli di capelli aerodinamici. Prendere a martellate un’auto, bruciare con la fiamma ossidrica una televisione. Lasciare la città, spogliarsi di tutto. Lascia che ti veda nudo fino all’osso. Lascia che ti senta prendere decisioni senza la tua tv. Che ti senta parlare solo per me. Here is the house è gommoso pop intelligente, un marchio di fabbrica negli anni per i DM, poi ancora emotività teenager e vera con World full of nothing e Dressed in black. Infine New dress, a spiegare come stanno le cose. I Depeche Mode di quegli anni sono stati un simbolo per moltitudini di giovani sparsi per il globo come pochi altri gruppi hanno saputo fare. Il loro gusto musicale e artistico, la loro visione del mondo, l’approccio politico e ‘contro’ nelle liriche, supportati dalla miscela irresistibile di melodia, atmosfere cupe, gusto pop e venature dark/industriali hanno tenuto per lungo tempo alta la bandiera di una generazione per fortuna sopravvissuta ai paninari e agli yuppies. Gli stessi che oggi, forse, a capo di affermate agenzie pubblicitarie, li mettono in filodiffusione nei loro loft affollati di creativi in mezzo mondo. (KZA)

Principesse

by kai zen a

Mia figlia grande (quattro anni e mezzo) è in pieno trip da principessa. Per un bad boy dal passato antagonista – scolorito al giorno d’oggi sino al classico sdegno da salotto ad ogni trovata leghista, come da copione – è un bel problema. O forse no. Dipende da come la prendi. Ricordo ancora, circa cinque anni orsono, il qui presente no global  e la sua compagna giurarsi l’un l’altra tra grasse risate che la loro bimba non sarebbe mai stata vestita di rosa, come tutte le altre. Bella cazzata. Aprite l’armadio di mia figlia oggi e abbagliatevi con tutte le tonalità possibili: shocking, pallido, carne, e via dicendo. Perchè semplicemente è una bella cazzata pensare di proiettare sui figli una nostra idea o punto di vista. Tipo le felpe nere con teschio del babbo ‘strano’. A meno che non si voglia crescere un figlio frustrato e infelice.

Ma tornando alle principesse, con una miscela strampalata di fiabe, cartoni animati, gioco libero e semplice immaginario, mia figlia non parla d’altro che di gonne, vestiti lunghi fino ai piedi, principesse, matrigne, cavalieri, matrimoni, amori, figli piccoli e altre mostruosità simili. Per un alternativo che ascolta metal in cuffia e mangia zuppe di farro non condito non è bello. Ma, anche qui, dipende. Può essere divertente: l’altra sera piangevo dal ridere nel giocare con lei al ballo regale. Passo di valzer, giravolte, inchini e casquet fino al momento in cui lei, languida, con grande foulard ROSA legato sotto le ascelle a mo’ di vestito da sera piuttosto audace INVERO e con strascico, si stacca da me, il suo cavaliere, e guardandomi negli occhi sussurra: ‘Devo andare…’ E corre via non staccandomi gli occhi di dosso, soffocando un sorriso birichino per dovere di drammaticità interpretativa. Salvo poi riapparire giuliva dopo pochi secondi, ‘Sono tornata!’

Dolce, nevvero? Da stretta al cuore. Anche di un ex junkie da rave illegale. Ma soprattutto stimolante per tentare di capire la natura umana, o meglio quella della metà femminile. Credevo fossero stronzate, ma amici queste DAVVERO nascono e crescono con certe idee inchiodate in testa: amore, matrimonio, figli, vestiti lunghi, scarpe con i tacchi. Vi giuro, non abbiamo fatto nulla in particolare, io e la mia compagna, per favorire lo sviluppo di concetti simili nella testolina di nostra figlia. Dev’essere una cosa innata. Non riesco a capire. O meglio, solo adesso capisco. Anni e anni vita in rewind mentale, incomprensioni, litigi, problemi, scazzi con il mondo femminile: amori platonici, fidanzatine, sorella, madre, compagne d’avventura, donna della vita. E ora capisco. Capisco tutto. Non condivido, ovviamente, ma capisco. Amici, queste creature sono infettate sin dall’inizio. Non c’è modo di trascinarle dalla nostra parte, nel magico mondo della birra, musica alta e divertimento da canile municipale. Lasciamo perdere, ne va della nostra salute. Continuiamo a divertirci abbaiando, e lasciamole fare. Saremo anche meno ‘alti’ e nobili, ma abbiamo un vantaggio: le principesse, il rosa, i matromoni, gli amori romantici prima o poi si sbiadiscono, si sporcano di realismo, si guastano e vanno a male. Non tutti, ovvio, ma parecchi; è la parabola della vita. E sono fatti loro, affrontare la realtà a viso aperto. Noi sappiamo già. Anzi, non sappiamo molto. Il giusto. Quello che serve per abbaiare. Per attirare l’attenzione del padrone e farci riempire la ciotola.

Zotici marrone vestiti che non siamo altro.

Sherlock Holmes (Guy Ritchie – 2009)

by kaizenb

Per chi, come me, è stato un assiduo lettore dei romanzi di sir Arthur Conan Doyle, l’approccio visivo a questo Holmes potrebbe risultare un vero e proprio shock. Il film di Guy Ritchie, forse perché ispirato in gran parte al fumetto scritto per l’occasione da Lionel Wigram, presenta un Holmes che è fuori da tutti i canoni tipici a cui Doyle ci aveva abituato: sgarbato, ubriacone, poco dedito alla pulizia personale, usa il proprio cane come cavia da laboratorio per testare sonniferi, calmanti e altre diavolerie chimiche di sua invenzione. Il mai domo Robert Downing Junior nei panni dell’investigatore più famoso d’Inghilterra pare proprio l’antitesi cinematografica del personaggio letterario creato da Doyle. Una sola costante viene traghettata dalla carta alla cellulosa: il genio, che si esplica in entrambi gli Holmes attraverso la capacità di osservare ogni minimo particolare del reale ed elaborarlo all’istante in funzione del proprio processo investigativo e la facoltà di improvvisare azioni e reazioni immediate alle circostanze che vengono via via creandosi. “Che cos’è il genio? Capacità di improvvisazione, rapidità di movimento…” dice a un certo punto Ugo Tognazzi nei panni del Conte Mascetti in AMICI MIEI, primo dei tre film che compongono la fortunata omonima trilogia. E Holmes-Downing Junior è tutto questo e anche qualcosa di più. Non possiamo dimenticare, infatti, il suo lato romantico che è però allo stesso tempo il suo punto debole: l’amore segreto e forse corrisposto per la splendida Irene Adler (interpretata da Rachel McAdams) l’abile ladra che fa arrossire Holmes e gli annebbia la mente. IN verità è un personaggio già apparso negli scritti di Doyle ma con altre caratteristiche; in questo film, infatti, la dolce Irene si prenderà spesso gioco di Holmes (e si intuisce essere una prassi già consolidata ai danni del povero investigatore) e saprà essere astuta quanto lui se non di più (ed è forse per questo che H ne è innamorato). H perderà completamente la testa per lei, disorientandosi, traballando, cadendo e poi rialzandosi grazie  all’aiuto del fido dottor Watson (un fantastico Jude Law) compagno di mille avventure. Anche il Watson cinematografico è lontano mille miglia da quello letterario. Pur mantenendo alcune caratteristiche del profilo romanzesco, il Watson di cellulosa ha delle grandi debolezze proprio come il suo capo: scommette indebitandosi con gli allibratori ed è psicologicamente succube del suo principale; non può fare a meno di seguirlo in ogni folle impresa, al di là dei rischi che è cosciente di correre. Ritchie costruisce una coppia all’apparenza sconclusionata, simili in tutto e per tutto a una banda di delinquenti di media tacca piuttosto che a due investigatori al servizio dell’Impero Britannico. Ma forse sta proprio qui il loro fascino: questi Holmes e Watson sono persone reali, pieni di debolezze e tentazioni, sono uomini che sbagliano, sparano per difendersi, picchiano quando ce n’è bisogno (H lo fa addirittura come secondo lavoro per arrotondare) e sono ben lontani dalla raffinata coppia pipa e bombetta uscita dalla penna di Doyle. Comunque, se proprio vogliamo trovare qualcuno di veramente raffinato in questo film, nei modi e nelle gesta per lo meno, allora dobbiamo guardare ai cattivi, dobbiamo volgerci verso Lord Blackwood, il potente uomo d’affari dedito alla magia nera e alle sperimentazioni alchemiche, il novello Dracula senza denti aguzzi capace di sopraffare le menti deboli solo con lo sguardo. È lui il vero uomo di stile, a metà fra l’elegante e il tenebroso, e darà filo da torcere a H tornando dall’aldilà per compiere il suo colpo di stato “magico” e per comandare il mondo intero. Holmes gli darà una caccia senza quartiere e non mancheranno gli omicidi, i tradimenti, le sparatorie. In fondo è anche per questo che ho assai gradito questo film: ha molti degli spunti del Holmes letterario, ma ha anche elementi di novità, come la crudezza (a tratti mi ha ricordato The Shield), l’atmosfera(la scenografia era molto simile a quella di From Hell-La vera storia di Jack Lo Squartatore e fra l’altro i due film sono ambientati quasi nello stesso periodo storico), l’ironia  e l’avventura(come non pensare all’Harrison Ford di Indiana Jones). Sarà che l’ho visto dopo aver subito tre cocenti delusioni da Multisala (Parnassius, Christmas Carol e New Moon) ma devo proprio ammettere che Guy Ritchie ha dato nuova vita al personaggio di Sherlock Holmes. E non era un impresa facile riprendere in mano un soggetto come questo, da cui sono nate decine di versioni cinematografiche e televisive. E allora: lunga vita a Sherlock Holmes!

Defcon X

by kaizenj

Sabato 23 gennaio, ore 21,00, Modo Infoshop, via Mascarella 24/b e 26/a, Bologna.

DEFCON X di Andrea Giovannucci e Daniele Bergonzi (Compagnia Fantasma) introduce Jadel Andreetto (Kai Zen J)

La Compagnia Fantasma si esibirà in un reading di brani tratti dal romanzo.

Defcon X è la prima opera letteraria della Compagnia Fantasma. La vicenda si svolge a Bologna, una città preda della propria furia sicuritaria, in cui è difficile distinguere tra chi davvero dovrebbe fare paura e chi con la paura guadagna e controlla. Il dottor Francesco Passini, psicologo, all’indomani della morte di suo padre cerca di contattare Paolo Rapetti, un vecchio paziente che sembra sparito nel nulla. Dopo i primi tentativi andati a vuoto la ricerca del dottore si trasforma ben presto in un’ossessiva corsa contro il tempo che lo metterà faccia a faccia con le proprie paure più recondite. Defcon X è una storia in cui i personaggi cercano una possibile via d’uscita alla paranoia collettiva o, al contrario, la sposano definitivamente, una storia che riflette sulle angosce reali o presunte del mondo in cui viviamo. “Rapetti era introvabile. Per quanto ne sapevo poteva essere ovunque, magari era espatriato o magari era vicinissimo, nel mio stesso palazzo. A me non era dato saperlo. Da quando ci eravamo incontrati l’ultima volta aveva continuato a seguire un percorso tortuoso che lo portava a spostarsi in continuazione. Viaggiava sul filo delle sue angosce. Ne era preda, le assecondava. In questo era simile a un animale braccato, una creatura messa davanti alla propria paura che reagiva seguendo un istinto di difesa: la condizione in cui la preda diventa predatore.”

STRANGER IN A STRANGE LAND

by kaizenb

Bologna 1992, Chi c’era e non dormiva? Chi c’era con una camera in affitto da dividere in sei e il cesso lo puliamo a turno?

Chi c’era la sera con la birra RAFFO in una mano e un joint nell’altra, in via dello scalo al Bestial Market al ritmo di techno e Pipikini?

Chi c’era al 36 e poi al 38 in via Zamboni a far finta di studiare che in verità mi guardo attorno  che forse passa la Simo, quella carina con la matita infilata nei dreadlock e la maglietta dei “Rich Kids on Lsd”? Chi c’era al cantinone delle case occupate del Pratello, ai concerti degli Spamabilly Borghetti che non potevi saltare al ritmo della musica altrimenti ti sfondavi il cranio sul soffitto perché il cantinone era davvero una cantina bassa e umida che dopo mezz’ora di concerto puzzava di minestrone rancido?? Chi c’era in piazza Verdi tutte le sere a fare tardi al Piccolo o buttati in terra nella piazza, a chiacchierare, scherzare, parlare, quel che ti pare basta che non tiri fuori la chitarra che sennò te la sfascio in testa come Belushi in “Animal House”? Chi c’era al vicolo Bolognetti d’estate a sentire un po’ di musica e fumare un po’ che poi magari becchi la tipa che studiava il pomeriggio al 36 e ti lumava di brutto che tanto la Simo non passa più e poi quella matita fra i capelli da quanti cazzo di mesi è che non se la toglie?

Se c’eri e non dormivi oppure se c’eri ma non a Bologna, chessò a Pisa, Firenze, Roma, Urbino, MIlano e tutti quei posti con l’università bella bella, costosa costosa e gli affittacamere taccagni e laidi che però mi sono divertito lo stesso, allora raccontaci la tua esperienza sul blog. All’ex-studente che avrà scritto il racconto più bello regaleremo una copia della “STRATEGIA DELL’ARIETE”, il nostro long-seller d’annata. Per tutti gli altri una lattina di birra RAFFO del 92′ autografata da Aldo dei Kavalla Kavalla!!

A giovedì prossimo…

Nick Cave and the Bad Seeds – From her to eternity (Mute 1983)

by kaizenj

I Bithday party sono dietro l’angolo con tutta la loro nera umoralità. È il 1983 e il seme è stato piantato, possiamo coglierne i frutti tutt’oggi anche se il sapore è un altro. From Her to Eternity è il punto d’incontro tra il post punk, la cold wave, il rumorismo di scuola berlinese, la canzone d’autore e il blues. Il disco si apre con la cover di Avalanche, stravolta, ma non priva del pathos originale. Il pugno allo stomaco arriva da Cabin Fever; ritmica à la Neubauten, chitarre acide, basso rantolante e quella voce. L’incedere da “chain gang” introduce la maledetta Well of Misery, I Bad Seeds fanno da coro a Re inchiostro, nelle pieghe del suono si cela una marimba e sul finale compare un’armonica arrugginita. La title track è tensione pura che arrivata allo spasimo, si allenta prima della rottura, Blixa grattugia le corde, il basso di Adamson pulsa e il piano incede demente: la storia prosegue. In tutte le canzoni del disco incombe un senso d’attesa, come se qualcosa di spiacevole dovesse accadere da un momento all’altro. The Moon is in the Gutter sottolinea le doti da crooner che marcheranno sempre più le produzioni a venire dell’australiano. Saint Huck, uno dei tanti personaggi che affollano le canzoni dei Bad Seeds, in una galleria che in ogni disco ci dona i più improbabili e inquietanti, è quello più devastante, con Cave invasato e la band che delira in spirali pulsanti di suono aspro e sofferto, tra fischiettii infantili e rumore bianco. In coda il funerale ai Birthday Party: A box for black Paul. Anche se per seppellire il vecchio bastardo del tutto, ci vorranno ancora diversi album.

Cake – Fashion Nugget (Capricorn Records 1996)

by kaizenj

Giorno presumibilmente lo stesso e il tavolo resta trapezoidale a qualche distanza da me, il bicchierino vuoto del deca come portacicche, ma la cenere cade sul pigiama da questa sigaretta che resta sempre accesa nella mia mano e il televisore non lo sento, là di fronte, in fondo, non si può cambiare canale, so che sono sempre quelli, che si scambiano le divise restando gli stessi a parlare di politica, di farmaci, le mie dita lasciano strisciate di cenere sulla giacca, dentro la tv le persone che ho intorno discutono di non so che, alcuni con la divisa da infermiere, altri con la tuta da ballo, le cravatte da dibattito, ma non posso cambiare, cambiano loro, purché sugli altri canali ci sia la stessa cosa, solo una volta mi interessava un film, una notte, e non c’era nessuno nel mondo circostante a interrompere la storia, ero nella parte principale, ma non era il mio corpo, e gli altri arrivavano dopo ed erano felini con lunghi artigli e un aspetto parzialmente umano e quando c’è stata la scossa più forte e la terra è diventata tutta un piano inclinato, sono rimasti avvinghiati lassù dove l’immagine è unita all’esistenza, lasciando scivolare giù solo le immagini di riserva, mentre io sono caduto intero con la parte vulnerabile e la mia immagine insensibile è rimasta là, sola, ogni tanto la vedo, quelli che stanno bene la maltrattano e la deridono, tanto non soffre, dicono, anche se si restringe fino ad arrivare alle dimensioni di un bambino, la legano con le cinghie al letto e gli infermieri vanno a ballare in tv mentre i dottori commentano le partite e danno i voti ai giocatori, ora c’è poco da fare, così mi tengo occupato davanti al tavolo progettando di fare le stesse cose nello stesso modo, per farle restare le stesse, sapendo che è un’impresa vana, che tutto diventa presto diverso, forzato, solo apparente, e devo mostrare di credere che funzioni così, anche se non si spiega perché a volte sono ospite di ricevimenti imperiali, con la selvaggina e la frutta dei quadri fiamminghi mantenuta fresca da una luce che non si estingue, e le belle dame mi accarezzano i capelli e il viso, invece altre volte sono incatenato al buio per punizione, certo non per colpa mia, ricevo acqua sporca, croste di pane e di formaggio, so che una donna c’era e non c’è più, non importa se ride di me, se ricorda, chissà, ma non importa, mi dicono che tutto andrà a posto con la terapia, mi addormento e per un po’ non ci penso, forse succede quando voglio far sapere la mia preoccupazione, perché mi hanno messo dentro una bomba che prima o poi scoppia e mi uccide e anche che il dottore dovrebbe starci attento e se conosce un modo per disattivarla, ah, ma vedrà con l’aggiustamento della terapia, ma la terapia un bel niente, io so che prima della terapia c’è la musica dentro la testa, poi va via, poi torna, poi a un certo punto non sento altro, non che ce la farò, che andrà meglio o che sarà diverso, sento solo che sopravvivrò, che sopravvivrò, che sopravvivrò… (Invisible Monster)

Farmacie

by kai zen a

Un amico inglese mi faceva notare durante una chiacchierata alcolica, qualche tempo fa: ma quante farmacie ci sono in Italia? E, soprattutto, quanta gente c’è dentro, ogni giorno, a ogni orario? Non ci avevo fatto caso in modo particolare fino a quel momento, anche se ho sempre ritenuto che gli italici (me compreso) sono troppo ansiosi e a volte eccessivi nella gestione della loro salute. Da quel giorno ho cominciato a cercare con lo sguardo croci illuminate a led o a neon camminando per strada, e a sbirciare dentro alle farmacie a cui passavo davanti: mai vista tanta gente in un solo negozio, saldi di Prada esclusi. Avete mai comprato qualcosa in farmacia senza avere qualcuno in fila davanti, anche se sono le 15:35 di un martedì qualsiasi? E mai notate così tante croci illuminate a led verde prima. Un esercito. A difendere un vero impero economico.

Cerchiamo di capirne di più. Visto dal basso, e dall’estero, il nostro paese è particolarmente vulnerabile sotto il profilo degli acquisti (vale a dire, dove siamo più propensi a spendere senza usare troppo il cervello) soprattutto in alcuni settori. Permettetemi di fare l’esperto. Dicono che a essere decisi e perentori si passa per esperti anche di cose di cui non si sa nulla… sarà vero? I settori comunque sono:

-gli alimentari. E qui nulla da dire, se non che basterebbe con ogni probabilità la metà di quello che compriamo e mangiamo per vivere in salute. Ci pensavo proprio ieri: non è ridicolo che riempiamo i nostri bimbi di cibo - pena il castigo permanente - e che siamo contenti se li vediamo rotondetti e incazzati marci se sono troppo magri, per poi una ventina di anni dopo assistere al processo inverso, con diete, drastiche (ed errate) diminuzioni di cibo, sacrifici e drammi per avere una linea snella? Non sarebbe meglio, in tutta semplicità, mangiare il giusto da subito? Si spenderebbe anche meno al supermercato.

-vestiario e accessori. Va bene avere stile, va bene curare la persona: il mondo ce lo riconosce. Ma potremmo anche mettere via qualche soldo in più all’anno senza sperperarlo nei saldi, per qualcosa che metteremo fino alla nausea nei primi due mesi, prima che passi di moda. Contare fino a cinquanta prima di comprare il capo che si ha in mano, questo è il segreto. Chiedersi ‘ma mi serve davvero?’ Anzi, meglio ancora se cominciate a essere vecchietti come il sottoscritto: ponetevi davanti allo specchio grande del negozio, sotto la luce a neon. Guardatevi bene: bianchi, affaticati, i primi segni dell’invecchiamento in faccia. Ma cosa volete comprare? Che ci fate in quel posto? Non vi serve niente, uscite, investite in cultura.

-prodotti per bambini. Chi è genitore o comunque a contatto con bambini sa bene che la situazione nel nostro paese per questa categoria merceologica è preoccupante . Io, dal basso della mia posizione, con un piede in Olanda e uno in Italia, posso dire che siamo dei mezzi pazzi, noi italici, a spendere cifre incredibili – certamente gonfiate a sproposito poggiando sulla leva psicologica dell’affetto e della possessività tipica nostra per i bimbi – per vestiti, giochi, palloncini, figurine e quant’altro dedicato ai più piccoli. Siamo al limiti del criminoso, a mio avviso, nella gestione e commercializzazione di questo tipo di prodotti.

-prodotti da farmacia. Non sono certo io a scoprire che il business del settore farmaceutico è enorme, aggressivo, talvolta crudele, di certo curante solo dei profitti e non del bene comune. Per avere al bancone i farmaci generici e non quelli griffati ci abbiamo messo decenni, e chissà quanti soldi abbiamo buttato via per ingollarci Aulin o Moment al posto del semplice, economico, efficace principio alla base del farmaco. Bayer e compagnia bella ringraziano il popolo italico a proposito. Di farmaci in vendita al banco di supermercati e grande distribuzione per ora poco/niente, in nome della concorrenza, e non si capisce perchè. E invece le farmacie sono strapiene e accanto ai medicinali sono nate schiere di nuovi prodotti omeopatici, naturali, di cosmesi, di cura, di bellezza, alimentari, contraccettivi, e via dicendo. Creme, cremine e unguenti. E tutti comprano e comprano. Forse il segreto sta nel camice bianco di chi lavora in farmacia, che funziona meglio della divisa. Forse siamo tutti ipocondriaci, e somatizziamo per tradizione: dovremmo andare dallo strizzacervelli più che in farmacia. O forse non abbiamo di meglio da fare che collezionare ricette, farmaci e prodotti inutili da farmacia. E invece basterebbe ricordarsi che un qualsiasi malanno ha il suo DECORSO naturale, avere pazienza per un paio di giorni, e la vita sarebbe meno complessa. Ma è facile dirlo da persona sana, me ne rendo conto. Voi sapete bene comunque che il bersaglio numero uno di questi post in fondo è la mia stessa persona: è la mia metà olandese che li scrive, e quella italica se la sghignazza alla grande.

Salvo poi scappare prima in farmacia per qualche nebulizzatore di acqua marina di Sorrento e poi da Chicco per l’ultima irresistibile e inutile tutina da bebè da 50 euro.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 183 other followers