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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: dicembre, 2009

Coccodrillo

by kaizenj

“I feel as if I’ve swallowed silk – Or fallen in black milk.”

Rowland S. Howard (24 ottobre 1959 – 30 dicembre 2009)

The Beatles- Sgt. Pepper’s loneley hearts club band. (Capitol 1967)

by kaizenj

Il maestro Wendell Kretschmarr, che con le sue lezioni su Beethoven fece tanta impressione sulla mente del giovane Adrian Leverkühn, giunto in tarda età si appassionò alla musica pop, ne sposò la causa e riprese con fervore l’attività divulgativa abbandonata decenni prima. Trovandomi a Lipsia per lavoro alcuni anni fa ebbi la fortuna di assistere ad una sua lezione pubblica sui Beatles: quella che segue è la trascrizione dell’ultima parte della conferenza. Qualcuno potrà obiettare che la sua smodata ammirazione per i Fab Four rivela un gusto un tantino datato: ma non si deve dimenticare che Kretschmarr doveva avere allora circa centoventi anni; e poi chi ha detto che avesse torto?
“[…] Chiariamoci subito: non verrò qui a raccontarvi che Sgt. Pepper’s è il più bel disco della storia del pop: almeno Abbey Road e Pet Sounds sono innegabilmente più belli, raccolte di canzoni perfette senza neanche un momento debole: esattamente ciò che Sgt. Pepper’s non è ed esattamente ciò che fa di Sgt. Pepper’s l’ellepì che ha rovesciato il modo di pensare un disco pop. Sì, perché fino ad allora gli album – quelli almeno minimamente interessanti, diciamo – si dividevano in due categorie: quelli fatti di bellissime canzoni e quelli fatti di due, tre, magari cinque pezzi trainanti già usciti su 45 giri e un po’ di riempitivo messo lì per giustificare la pressatura di ben dodici pollici di vinile. Ma l’idea che un album non fosse preceduto da nessun singolo apripista: e che poi al suo interno venisse raccontato un improbabile concerto di un gruppo immaginario che si barcamenava tra stili ridicolmente incompatibili, canzoncine vaudeville, musica pseudoindiana, suggestioni avantgarde e anche un po’ di rock’n’roll: cioè che i famosi dodici pollici di vinile diventassero più un romanzo che una raccolta di racconti: e che quindi la singola canzone andasse letta nell’insieme delle altre, oltre che (o, al limite, più che) per il suo valore autonomo: quest’idea è quella che poi ha reso possibili Goodnight Ladies in Transformer, The Tooth Fairy and the Princess in Zen Arcade, Nic Fit in Dirty, Fitter Happier in OK Computer e miliardi di altre stravaganze: che ha informato di sé dischi interi (da Sandinista a Radio Gnome Invisibile Part I): e che ha anche istigato un po’ di gente, They Might Be Giants e quant’altri, a cercare di ripetere per tutta la vita l’incanto degli episodi “minori” di Sgt. Pepper’s, ritenendo forse a ragione che i tempi per scrivere le scene madri fossero finiti per sempres?. Detto tutto questo, ha importanza sapere che Sgt. Pepper’s contiene Lucy in the Sky with Diamonds, A Day in the Life ed alcune altre tra le migliori canzoni dell’ultimo mezzo secolo?”
Senza convenevoli, Kretschmarr si alzò e uscì dalla sala, inaspettatamente agile. Qualcuno dei presenti sentì odore di zolfo, altri giurarono di avere intravisto una coda puntuta uscire da dietro i suoi calzoni: io sono convinto di averlo sentito mormorare “ecco come ti frego i Kai Zen e le loro 1600 battute”. Sta di fatto che tornai subito in albergo a leggere Doktor Faustus. (Andrea Agostini)

Les Baxter – The Exotic Mood of Les Baxter (Capitol 1996)

by kaizenj

Nel Booklet di the Exotic Mood, c’è una nota critica di RJ Smith imprescindibile per comprendere l’importanza di questo musicista e l’influenza che esercita ancora oggi, esotericamente, sulla musica che esce dalle casse dei nostri apparecchi stereofonici Hi Fi. “Come è possibile che i nostri genitori ascoltassero delle musiche così bizzarre? Se all’epoca la musica di Baxter poteva risultare del tutto commerciale, oggi sembra sorprendentemente sperimentale. Queste sono le musiche pop che la storia ha dimenticato e quelli che ora stanno scoprendo per la prima volta il gusto dei cocktail devono ringraziare i genitori per non aver imposto loro queste sonorità durante l’adolescenza. Questo tipo di musica pop è rimasto occulto. Ma veramente proviene dai ‘50 o qualcosa che torna dal futuro?”

E propio negli anni della nascita del Rock ‘n’ Roll, Les Baxter e molti altri, tracciarono la mappa di un suono reazionario fatto di pacifici paesaggi esotici thaitiani o latinoamericani che incuranti delle tradizioni dei luoghi da cui attingevano ispirazione, rielaboravano una loro visone di quelle sonorità. Regalando alle nostre orecchie suoni incredibili e misteriosi provenienti da giungle e atolli immaginari.
Il punto zero dello space age pop di cui non pochi sono debitori, dai Man or astro man? ai Cramps a quella generazione di sperimentatori del pop tra cui Stereolab e perché no Beach Boys. Per non parlare di certo ambient. La rivolta del Rock ci sorprende un’ennesima volta andando a ripescare nel cesto della musica conservatrice e imperialista del calderone exotica. Provate ad ascoltare questo Exotic Mood e ne rimarrete sorpresi, affascinati e anche un po’ increduli. Il modernariato prima del moderno (Quiet village di Danny Martin rivista da Baxter è un’eperienza sonica incredibile).

Dadi d’osso

by kaizenj

Venezia 1541

Quel giorno, il tenente Giordano Barbaro sapeva di dover morire. La cosa strana era che sarebbe caduto sotto i colpi della sua stessa lama. La Fedele. La spada di suo padre, forgiata con l’acciaio ripiegato e battuto infinite volte da un artigiano perfetto, gli era stata sottratta dal suo peggior nemico. Lo stesso che avrebbe dovuto affrontare prima che sorgesse di nuovo il sole. Per la Serenissima, per il suo onore.
Una lama lunga cinquantotto pollici, l’elsa in avorio istoriato, perfettamente equilibrata, con la quale non aveva perso mai un duello, uno scontro o una semplice scaramuccia. Un’arma benedetta da un santo, creata per un re quasi un secolo prima, oggetto di leggende militari. Mai vinta perché invincibile e fedelissima al suo proprietario, come gli aveva detto il padre in occasione del suo diciassettesimo compleanno. Da lì derivava il nome. Gliene aveva fatto dono per quel motivo. Per proteggerlo. E ora proprio quel dono sarebbe stato causa della sua fine.
Aveva intrapreso una veloce carriera d’arme, il suo valore e lo spirito fiero e guerresco quasi pari a quello della spada. Quasi. Fino a ingraziarsi la benevolenza del Rosso, uno dei tre inquisitori di Stato contro la propagazione del segreto. Con il compito di difendere la Serenissima da chi la spiava a vantaggio delle potenze straniere; era un momento difficile per Venezia, che si sentiva accerchiata dagli Asburgo. E proprio gli Asburgo orchestravano la macchinazione che Barbaro aveva ricevuto l’ordine di contrastare. L’impegno che aveva profuso per catturare la spia nemica, però, gli si era rivoltato contro, e ora poteva uscirne in un solo modo.
Fu con un gesto di stizza che fissò alla cinta la sua seconda spada, battezzata la Turca per la particolare curvatura, e scese a precipizio le scale di casa, proiettandosi nei rumori e negli odori della Giudecca. Attraversò il lungo vialetto con passo sicuro, disegnando a grandi falcate una traiettoria dritta in mezzo alla calca. Pareva fendere la folla come una nave le onde, lasciando dietro di sé una scia che in piccoli gorghi stentava a richiudersi.
Non poteva sconfiggere il suo nemico giocando pulito, sarebbe stato come tentare di dorare l’oro zecchino o biancheggiare il giglio. Aveva un’unica possibilità. Sottrarre il sottratto. Riprendere la lama.
La goletta che a intervalli regolari faceva la spola tra la città e l’isola della Giudecca attraccò al molo Piccolo. Giordano Barbaro discese dalle scalette di prua e sparì tra le case. I ponti si susseguivano, le calli si aggrovigliavano, la canicola del meriggio si avvicinava impietosa, obbligando i veneziani a rintanarsi nella frescura di cantine e osterie. Attraversò piazza San Marco, con la flebile speranza di trovare il suo avversario all’appuntamento fasullo che si erano dati il giorno precedente. Nonostante tutto, l’istinto gli diceva che lui sarebbe venuto.
Non aveva scelto a caso la Turca. Aveva visto come gli ottomani la adopravano per disarmare gli avversari con mosse repentine, per poi decapitarli. Avrebbe replicato la manovra turca, con il filo all’interno del colpo, come se usasse una falce, per agganciare la Lama e disarmare il traditore.
Le campane di mezzogiorno echeggiavano nell’aria, l’orizzonte vibrava di calore sul verde torbido della laguna. Strinse l’elsa della Turca e aumentò il passo. Inforcò vicoli maleodoranti, salì alcuni gradini e ne discese di corsa altri per infilarsi in una calle strettissima.
Quel vigliacco aveva ribaltato i fatti, aveva fatto passare lui stesso, Giordano Barbaro, per una spia al soldo degli Asburgo. Ma le voci corrono molto a Venezia, come l’acqua nei fitti canali, e per fortuna lo avevano avvertito in tempo. Era uscito prima che gli uomini del Doge bussassero alla sua porta. Ora doveva trovarlo, l’infame, smascherarlo e ucciderlo, per salvare la reputazione e l’onore. Non aveva tempo di spiegare l’accaduto al Rosso o di chiederne l’intercessione. Solo la Fedele poteva salvarlo dai Piombi. E dalla condanna a morte per tradimento.
Aveva sempre ammirato Carlo Caliaro, il comandante della compagnia, suo diretto superiore. Un uomo nobile, elegante. E valoroso. Più volte in battaglia aveva desiderato condividerne il sangue freddo e l’astuzia. Si sentiva lusingato ogni qual volta questi lo trattava come un suo pari. Era soggiogato dalle sue maniere. Per questo la notte prima aveva accettato l’invito a seguirlo, a mangiare in una taverna e poi al bordello. Dovevano festeggiare, disse Caliaro. Quando erano ormai alla quarta o quinta bottiglia, entrambi alticci e con una battona sulle ginocchia, Barbaro finalmente gli chiese il motivo del festeggiamento. Il suo superiore si fece serio, i fumi dell’alcol per un momento dissolti, e allontanò con un gesto le due meretrici. Infilò una mano nel giustacuore e ne trasse un piccolo plico ripiegato e fissato da un sottile cordoncino nero.
“Questo è il traguardo, Giordano” disse. “Il frutto di tutti i nostri sforzi. Ne sono giunto in possesso un’ora fa e domani lo consegnerò al Rosso…” L’espressione interrogativa di Barbaro lo indusse a spiegarsi meglio: “È l’elenco. La lista. Tutte le spie degli Asburgo in servizio a Venezia. Doveva esserci un avvicendamento ai loro vertici, e questo è l’aggiornamento per il nuovo capo. Sono riuscito a ottenerne una copia. Puoi immaginare quanto vale?”
Giordano allungò una mano verso il plico, ma l’altro lo allontanò: “Bottino di guerra, amico mio! Non vorrai sottrarmelo dopo tutta la fatica che ho fatto.” Giordano abbassò gli occhi, confuso. “Scusami, non intendevo…” Il comandante scoppiò in una risata, che si spense dopo molti secondi, trasformandosi in uno sguardo di studio all’indirizzo del più giovane. Caliaro era rimasto in silenzio per un po’, continuando a scrutare l’amico, come fosse assorto in pensieri lontani. Infine proruppe: “Eppure anche tu meriteresti di godere i vantaggi di questo ritrovamento. In fondo sei il mio uomo più valoroso.”
Barbaro arrossì al complimento, gonfio d’orgoglio, ma diede l’unica risposta consentita a un uomo d’onore: “Ti ringrazio per la stima, Carlo, ma non ho affatto partecipato a questa operazione e non posso attribuirmene gli onori.”
Caliaro sorrise ancora e aggiunse a bassa voce: “Ci stai partecipando proprio in questo momento, amico mio. Alla nostra destra, sul divano rosa con quella bruna giovane – non ti voltare – c’è un emissario degli Asburgo. Sa che io ho l’elenco e proverà a sottrarmelo prima che il mattino sia arrivato. Dovremo inscenare una breve commedia a suo beneficio. Assecondami.” Così dicendo alzò la voce, come fosse alterato: “Come ti permetti di dubitare del mio valore, tenente!? Per renderti la pariglia metterò alla prova il tuo.” Nelle mani di Caliaro apparvero due dadi d’osso. “Domani pomeriggio io e te, a duello, sotto il Ponte del Diavolo. Ma a una condizione…” Agitò i dadi. “Giocati la spada, adesso. Vediamo se hai il coraggio di affrontarmi anche se perderai la tua lama portafortuna!” Rise. “Da parte mia, metterò sul piatto questo elenco… Sai bene quanto mi sia prezioso.” Trasse di tasca un plico di carta, ma stavolta era fissato da un cordoncino rosso. Caliaro gli strizzò l’occhio e proseguì. “Se vinco io a me la Fedele e a te l’elenco, tanto sono certo che me lo riprenderò dopo il duello di domani. Se vinci tu, terrai l’elenco e la spada, e ti affronterò ugualmente.”
Barbaro assentì e Caliaro tirò i dadi. Doppio sei. Al suo turno, Barbaro fece un modesto cinque. Si guardarono a lungo, in silenzio. Poi il comandante aggiunse a voce bassa: “Va’ a casa adesso. Non temere, ti terrò d’occhio e interverrò se dovessero tenderti un’imboscata. Altrimenti ci incontreremo domani pomeriggio per il… duello.” Gli porse con gesto plateale il plico, e Barbaro di malavoglia consegnò la spada. Ancora non lo sapeva, ma l’imboscata era già avvenuta.
Caliaro aveva pensato a tutto, chissà da quanto tempo, infame servo degli austriaci. Aveva stuzzicato il suo tenente nel modo giusto, toccando corde sensibili del suo animo, dove era più vulnerabile. La vanità, la fame di successo e di gloria. Adesso a lui non rimaneva niente. Né l’onore, né la spada, e di lì a poco avrebbe perso anche la vita.
Caliaro aveva ormai consegnato la lista al Rosso, con la Fedele scintillante fissata in cinta. Il nome di Giordano Barbaro era incluso tra gli altri, su quel pezzo di carta fasullo. Lui, leale alla Serenissima sin dal primo giorno della sua vita. Proprio lui una spia… denunciato dal vero impostore. Doveva trovarlo e ucciderlo.
Ponte del Diavolo.
Tra la miriade di mantelli e cuffie bianche che sventolavano frenetici in salita e in discesa sui ciottoli della via, una figura spiccava sul resto, come illuminata da un sole più severo e potente. La postura strafottente, i tratti del viso inconfondibili. Era intento ad annusare una mela fresca, appena presa dalla bancarella di uno straccione.
Carlo Caliaro. Aveva avuto la sfrontatezza di presentarsi all’appuntamento.
La resa dei conti.
Barbaro gli si accostò colmo di rabbia, riuscendo a pronunciare un’unica parola strozzata: “Vigliacco.” La mano fremeva sull’elsa della Turca, che non osava sguainare per via della ressa.
L’altro per tutta risposta si appoggiò al parapetto del canale, sereno: “Pensavo fossi già in fuga in qualche campo fuori città, nascosto tra le spighe… Le spie qui vengono torturate in modo orribile, non lo sai?”
Mascelle serrate. Occhi fissi e brillanti. La tensione di Giordano Barbaro era svanita, lasciando spazio a lucida voglia di uccidere.
“Le spie qui vengono messe a morte, comandante… Quello che succederà a te adesso.”
Caliaro piegò la testa di lato, in cortese cenno d’assenso e si mosse, tallonato dal suo tenente. In pochi passi si allontanarono dalla folla, imboccando una calle più stretta e poi un vicolo. Deserto. Il vociare della gente ridotto a un brusio lontano, smorzato dagli edifici grevi e umidi.
La Turca sguainata d’improvviso baluginò in aria. Caliaro prese un morso della mela che aveva ancora in mano, poi la gettò via, e nello stesso movimento – con eleganza estrema, fastidiosa – sguainò la spada invincibile e la fece ondeggiare piano sotto lo sguardo dello sfidante. Il suo legittimo proprietario.
“Stolto. Avresti fatto meglio e nasconderti tra le spighe. Non hai mai meritato quest’arma. Morirai sotto i suoi colpi.”

Affondò la lama verso Barbaro, che parò abilmente. Di prima, di seconda, di terza. Poi si sottrasse all’attacco scivolando di lato, per evitare di chiudersi contro il muro. Si susseguirono due o tre assalti brevi, le scintille sprigionate dall’urto delle lame fiammeggiavano nell’ombra del vicolo. Poi Caliaro decise di osare, fintò a destra e calò un fendente dalla parte opposta, ma Barbaro non abboccò: era lì ad attenderlo. Il momento era giunto. La foga del comandante lo aveva portato fuori equilibrio, e il baricentro gli si era spostato ancor più in avanti quando il tenente aveva schivato il colpo. Ruotando veloce il polso, Barbaro passò il dorso ricurvo della spada Turca sul taglio della Fedele, agganciandola. Caliaro allentò la presa sull’elsa per un attimo fatale. Un battito d’occhi, uno strattone, un sorriso, e come sperava, Barbaro si ritrovò con la sua vecchia spada fra le mani. Adesso brandiva due lame insieme, e si sentiva potente, invincibile.
Il comandante cercò scampo arretrando, ma la strada era cieca e il tenente gli si fece da presso. Per cavalleria, o presunzione, abbandonò la Turca dietro di sé. Lo avrebbe finito con la sua spada preziosa. La sua spada fedele. Poco prima che il colpo fatale venisse brandito, i due si guardarono un’ultima volta in faccia. Barbaro era tranquillo, ormai quasi pacificato. Caliaro recava in volto i segni dell’affanno, della fine, ma non rinunciava al suo eterno ghigno di sfida. Barbaro vibrò il fendente. Per la Serenissima. Per se stesso.
Il comandante anticipò il movimento, spostandosi di lato e avanzando. Imprevedibilmente. L’acciaio tagliò l’aria e si abbatté sul muro retrostante il suo bersaglio. Spezzandosi. Il tenente fissò la lama un istante di troppo, senza poter credere ai propri occhi. Stava ancora guardando il frammento dell’arma rimasto in terra, quando avvertì un dolore improvviso e profondo al fianco: il suo nemico lo aveva trafitto con un pugnale. Il buio lo avvolse per l’ultima volta, mentre il suo corpo si accasciava sul ferro ormai vinto della sua invincibile spada. Lunga cinquantotto pollici, l’elsa in avorio istoriato, perfettamente equilibrata, con la quale non aveva perso mai un duello. Benedetta da un santo, forgiata e posta al servizio di un re. Detta Fedele, perché sempre lo era stata per il suo proprietario.
Caliaro si staccò dal corpo del suo sottoposto, strappandogli di mano la spada ormai monca e inservibile. Poi si chinò nuovamente sul giovane, accarezzandogli la testa con inaspettata pietà.
“Stupido d’uno sbruffone,” mormorò. “Non dovevi affrontare un agente degli Asburgo con la spada creata un secolo fa per Federico III d’Asburgo. La Fedele è invincibile per tutti, ma fedele solo al suo legittimo proprietario e alla sua dinastia. Tuo padre avvrebbe dovuto dirti che l’aveva rubata.”
Il comandante si allontanò, camminando verso la luce.

Bardo Pond – Amanita (Matador 1996)

by kaizenj

I Bardo Pond costituiscono un ipnotico e intossicante ibrido tra lo space-rock e il dream pop. “Amanita” è un disco di cristallini deliri e di annebbiate e distorte percezioni sensoriali: lisergico e perturbante, è un frantumaequilibri impeccabile.
Dagli strapiombi psichedelici dei Pink Floyd di Syd Barrett al baratro allucinato dei Bardo Pond non varia, presumiamo, la sorgente della rottura e della dissoluzione dell’armonia: e allora ascoltare e lasciarsi trascinare via, incendiarsi e prosciugarsi, rinunciando alla lucidità. Abbandonarsi.
“Limerick” è l’ouverture del disco: dieci minuti di inquietudine notturna, tormentata e furiosa, giocata su questi versi: “Venus and all your charms/ You are as old as the sun/ Venus and all your charms/ I fall into your arms/ Venus and all your warmth/ Each night I’m in your arms”. Il resto è distorsione e distruzione: travolge e suggestiona. Il primo Ep dei Verve presenta qualche accattivante similarità con le sonorità di questo album dei Bardo Pond: dilania e lacera.
“Sentence”. Isobel Sollenberger, cantante del gruppo, sembra sfinito e la sua voce è un lamento che si lascia spodestare dalle chitarre, sempre più flebile, fino a smarrirsi. “Sparring the moment/ Flying breath/ That’s what you get/ Knee deep knee deep”. Qui si va echeggiando sia il Neil Young più elettrico, caro a Scaruffi, che il superbo esordio dei Mercury Rev. È un’angoscia dal fascino irresistibile che va a insinuarsi nell’ascoltatore; la sensazione è quella di camminare nel proprio personalissimo inferno riconoscendo demoni e spettri come propri simili: è la danza e la voce dell’abisso, pretende appartenenza.
“Tantric Porno” è in principio un sogno di solarità e stabilità: s’appiattisce poi su una linearissima depressione, corrosiva e intrigante. “I’m going to/ see my sun/ Tacked up through the page/ Tying up loose ends for the journey/ I’m going/ To the sea”. Qualche analogia tra il canto del primo Ashcroft e quello di Sollenberger. Liquidissima, e giustamente successiva a “Tantric Porno”, “Wank”. Attraverso la passeggiata siderale di “High Frequency”, brano che sembra nato per ridestare la memoria di suoni, squilli, vocii e fruscii sepolti nella mente, quasi a voler incarnare il dormiveglia che annuncia un incubo, passiamo a “Sometimes Words”. C’è rock e c’è la polverosissima reminiscenza d’una melodia: un testo grezzo e ripetitivo, ossessiva riflessione sulle parole che servono a comunicare un sentimento, s’accompagna a un sound ruvido e graffiante.
Non disorienta, adesso, ascoltare un brano livido e cupo come “Yellow Turban”: l’ascoltatore si ritrova in un giardino che tende a trasformarsi in palude e la tenebra è diventata familiare. L’istante della dissipatio humani generis è musica fatiscente, e la più spudorata degenerazione della melodia è norma e canone. Potere al rumore, dominio del suono e degli effetti. “Rumination” è un canto composto nell’Ade: “Screaming skyward is the thing/ Your hands were the last thing/ That I’d seen/ existing”. Talmente sospese e rarefatte le atmosfere da intorpidire l’immaginazione: è prigionia d’un intervallo, cristallizzazione sublime d’un addio: il crescendo riesce a diventare un vortice di rabbia e di amarezza che sprigiona ogni rimpianto.
“Be a Fish”, giustamente accostabile allo spirito e alle atmosfere di “Arizona Dream” di Kusturica, è un pezzo che poteva tranquillamente ritrovarsi in un disco come “Sleeps with Angels” di Neil Young: nichilismo alla Nirvana, evanescenza da ballata dei R.E.M. della fase di “New Adventures in Hi-Fi”, languore e disperazione in piena assonanza con le sonorità degli anni Novanta. Estremamente apprezzabile. L’ultimo passaggio memorabile, prima del capolavoro del disco, “RM”, è nella tiepida oasi di luce di “Tapir song”. Ma per presentare “RM”, che m’ha lasciato pensare alle più ispirate composizioni del Banco del Mutuo Soccorso ibridate ai Velvet Underground, e offrire una lettura del disco di ben diversa competenza ed empatia, preferisco lasciare la parola al grande critico rock Scaruffi:
“Soltanto l’autoindulgenza impedisce ad Amanita di essere il capolavoro che è alla portata del gruppo. La trance è più massacrante che mai, l’intensità quasi religiosa ma distorta in una maniera grottesca. I dieci minuti di Limerick sono l’equivalente della coda di Dark Star (Grateful Dead) più un’invocazione tibetana e un salmo di Hosianna Mantra (Popol Vuh). High Frequency è una jam di space-rock alla Hawkwind. Il lento, massacrante crescendo di RM è la quintessenza di tutte le jam chitarristiche della musica rock. Con loro quel genere viene spinto verso un vertiginoso abisso sonoro. Le chitarre si arrotolano sui loro riff senza neppure cercare la melodia e la batteria le insegue con un ritmo terribile. Forse anche per merito/colpa di una produzione approssimativa, che appiattisce gli arrangiamenti, Il disco è brutale ed essenziale. I brani cantati sono meno traumatizzanti. Sembra quasi di ascoltare un altro complesso nel blues-rock sincopato di Wank, per quanto riuscito, e nella ballata soul di Be A Fish, con sussulti hard-rock degni dei Nirvana, il canto trova un suo ruolo acconcio soltanto fra gli accordi liquefatti e gli echi siderali di Tantric Porno e nella suspence psicotica dei primi Pink Floyd di Yellow Turban. Il disco (quasi un’ora e un quarto) costituisce pur sempre un monumento alla loro arte certosina di contrappunti fra chitarre” (Gianfranco Franchi Lankelot)

Antony And The Johnsons – Antony And The Johnsons (Canadian 2000)

by Kai Zen

Il giovanissimo inglese Antony Hegarty, californiano d’adozione, folgorato dall’esordio di Boy George nei Culture Club, decide quale rotta avrebbe assunto la sua carriera artistica: è il 1982. Qualche anno dopo si trasferisce a New York e anima avanguardie nuove, ispirandosi all’estetica della Rossellini di Blue Velvet. Collabora con Steve Buscemi per “Animal Factory”. David Tibet e Lou Reed spianano la strada. Poi s’incarna l’incanto. “Twilight / I fall in the Harbor / Twilight / I fall in the hills / But here in the city / That never sleeps / I can fall /Through one’s fingers / When the swan / Flies to heaven / Soaring through / The utmost fear /There’s a feeling / That lingers in the afterwards / Will you ever return / Will you ever return / Will you ever return” La sua band, Antony & The Johnsons, pubblica un primo album di blues e jazz freddo. Liturgico. La voce di Antony è celestiale e luciferina: è la resistenza dell’umanità alla frenesia e all’ipocrisia della società postindustriale, l’incontenibile desiderio di ribellione e liberazione dall’egida dell’immagine e della produzione seriale; è destinata a restare scolpita nelle anime degli ascoltatori, e a solcare il tempo. Nina Simone incontra Lou Reed e Billie Holiday: si fondono, si confondono e si elevano in una creatura nuova, poliedrica, multanime ed empatica: dimenticate altra musica che non sia quella che sprofonda, sino ad annidarsi, nel segreto delle vostre anime: sprigionatevi. Questa è musica per eletti, e stavolta va ribadito senza mezzi termini, non s’offenda nessuno: non appartiene alle masse, non appartiene a questo tempo. E guai a chi ce la sporca con la sua catodica avidità, con la voracità idiota di chi non sa che normalizzare la bellezza. Antony è la voce di quel dio che abbiamo rifiutato e perduto, segregandolo – oscena razza la razza umana, e cieca – nella fantasia e nell’immaginazione. Torna e non domanda e non pretende nulla: è pura espressione. E allora è invincibile. (Gianfranco Franchi Lankelot)

Quei milanesi col pedigree tarocco, ovvero quando il revisionismo diventa “attivo”…

by kaizenb

n1_1C’era una volta il revisionismo storico, il caro, approssimativo, fuorviante, patetico e autoassolutorio revisionismo storico. E così attraverso le sue lenti distorte, i Lager nazisti apparivano come luoghi di villeggiatura per ebrei annoiati o non apparivano affatto e i partigiani non potevano essere altro che bande di ladri e assassini che si davano alla macchia. Ma per quanto potesse sembrare pericoloso e abominevole, il revisionismo storico esauriva la sua carica deviante quasi nell’immediato, perché incapace di collocarsi con costanza nel presente per modificarne gli aspetti e la prospettiva di chi ne subiva il fascino. Al contrario, a noi “giovani” generazioni del terzo millennio è toccato avere a che fare con suo fratello minore, molto più perfido e incalzante: il “revisionismo attivo”. È inutile che cerchiate la definizione in qualche dizionario storico o filosofico, è un termine, o meglio, un concetto che il sottoscritto si è permesso di coniare in piena autonomia. Per “revisionismo attivo” intendo ogni pratica storico-politica di pubblicità e propaganda attraverso la quale un gruppo di persone (siano esse riunite in un ente, un partito, un club o addirittura una squadra di calcio) attribuisce alla propria forma aggregativa delle origini storiche che non siano oggettivamente riscontrabili quando non del tutto fantastiche e l’operazione avvenga per dare spessore e autorità all’aggregazione stessa e di conseguenza aumentarne la popolarità e il potere mediatico. Per esempio, quando un partito che si ritiene espressione di un popolo oppure di parte di esso e attribuisce al popolo stesso delle origini storiche di stampo eroico, quasi mitiche senza che queste corrispondano alla realtà oppure possano essere documentate in modo esaustivo allora si può parlare di “revisionismo attivo”. Il movimento politico della Lega Nord mi pare l’esempio più calzante: inizialmente si autodefinivano gli eredi dei partigiani che combatterono nell’Italia del Nord contro l’invasore nazifascista, poi spostarono l’accento sulle loro fiere origini medievali, quando cioè, attraverso la Lega Lombarda, formatasi il 7 Aprile 1167 i comuni di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma (poi si aggiunsero altre città della zona) siglarono un accordo di  reciproco sostegno per contrastare l’avanzata dell’esercito imperiale di Federico di Hohenstaufen detto “Il Barbarossa”. L’onorevole Bossi e i suoi presero addirittura spunto dalla battaglia di Legnano del 1176, vinta dall’esercito del Carroccio contro le forze del Barbarossa, per erigere a simbolo di partito quell’ipotetico Alberto da Giussano (sembra ormai certa l’origine fantastica di questo personaggio) che a capo della Compagnia della Morte proprio in quello scontro, aveva guidato l’esercito comunale alla vittoria. Il fiero uomo d’arme che con una mano tiene sollevata la spada e con l’altra sostiene lo scudo, rappresentato sulle bandiere di partito altri non è che il vittorioso Alberto così com’è rappresentato sul monumento a lui dedicato nella città di Legnano. E partirei proprio da questo simbolo d’eroismo padano per edificare il mio j’accuse, per additare cioè i lombardi in camicia verde di “revisionismo attivo”. Fa un po’ sorridere, infatti, pensare che l’ispirazione per erigere un monumento all’eroe della battaglia di Legnano l’abbia data niente meno che Giuseppe Garibaldi, uno dei fondatori e degli artefici dell’Italia unita e un patriotta convinto, il quale mentre era di passaggio nella cittadina (1862) nel ricordare la battaglia dichiarò che bisognava erigere un monumento “per ricordare uno dei fasti più gloriosi della nostra storia, in cui ebbe parte tutta Italia”. Tutta Italia, appunto, e non solo quelle regioni che sorgono sulle rive del fiume Po. Infatti, se è vero che la Lega Lombarda era formata da comuni della pianura padana e anche vero che il suo alleato più importante si dimostrò Papa Alessandro III a cui La Lega dedicò, per ricordarne il prezioso sostegno, la fondazione di una città piemontese (Alessandria); ed è altrettanto vero che gli eserciti alleati del Barbarossa in Italia altri non erano che le agguerrite fanterie pavesi e monferrine. Insomma agli occhi dei leghisti medievali si dimostrò più amica Roma Ladrona delle città padane di Pavia e Monferrato. Per quel che concerne Alberto da Giussano, come ho accennato prima è ormai fuor di dubbio che l’eroe di Legnano non sia mai esistito; è il frutto della fantasia di un frate domenicano, tal Galvano Fiamma, autore a metà del XV secolo di una cronaca sullo scontro di Legnano, pare scritta per ingraziarsi l’allora signore di Milano, Galeazzo Visconti. E a proposito dei Visconti torna utile al mio ragionamento ricordare come anche la presunta fratellanza e il reciproco rispetto fra i popoli padani sia in realtà un’invenzione politica di questi ultimi anni. Una volta esaurito il pericolo d’invasione germanica le città della pianura padana che avevano stretto il patto di Pontida tornarono a combattersi tramutandosi col tempo in Signorie chiuse e divise dalla reciproca diffidenza. Non a caso proprio quella dei Visconti divenne una delle Signorie più agguerrite: dopo aver eliminato la fazione cittadina avversa dei Della Torre sottomise i comuni limitrofi e lo fece con tale ferocia che alcuni membri della famiglia, soprattutto Bernabò e Gian Galeazzo, vengono ricordati negli annali storici come veri e propri tiranni.

Riepilogando: cosa resta ai seguaci di Bossi per avvalorare le loro tesi secondo cui il popolo padano è da secoli unito e solidale e lotta contro gli invasori ovunque essi provengano, sia dagli Appennini a sud che dalle Alpi a nord? E quale eroe o avvenimento della storia resta a loro da venerare per dare spessore e solidità alle finte armature medievali che a ogni raduno di partito sfoggiano con orgoglio e fierezza? Alberto da Giussano a questo punto è fuori gioco, sospeso a metà fra l’ispanico di Ridley Scott  e il Don Chisciotte di Cervantes. Anche il giuramento di Pontida traballa non poco nella sua solennità, visto e considerato che era tornato in auge durante il Risorgimento per essere da esempio ai patriotti italiani tutti, da Marsala a Cantù, contro l’arroganza dell’invasore tedesco o austriaco che dir si voglia. E anche come patto di fedeltà e amicizia dei popoli padani non regge il confronto, visto e considerato che i comuni lombardi che ne presero parte si erano osteggiati e combattuti fino al giorno prima e tornarono a farlo non appena il giuramento cessò la sua ragion d’essere. Neanche contro l’odiata Roma possono poi i giovani leghisti scagliare la loro rabbia, che se non era per Papa Alessandro III e il suo oro  forse Milano e le altre città alleate  non si sarebbero mai liberate degli Hohenstaufen. Forse allora la battaglia di Legnano, al di là della presenza o meno del da Giussano e della sua Compagnia della Morte, può essere presa ad esempio come avvenimento storico al limite dell’epico, in cui dei cittadini padani male armati e ancora peggio addestrati sconfiggono i feroci cavalieri teutonici al grido di “Libertà!” e liberano, appunto, tutta la pianura del Po dal giogo dell’imperatore Federico I detto il “Barbarossa”? A pensarci bene neanche questo è del tutto vero. Con la pace di Costanza del 1183 che fece seguito agli scontri fra Lega e Impero, infatti, i comuni lombardi si sottomisero all’Imperatore germanico riconoscendone l’autorità; in cambio ottennero una larga autonomia politica e finanziaria. Che è comunque cosa ben diversa della libertà.

FONTI:

LA VERA STORIA DELLA LEGA LOMBARDA – di Cardini Franco – Mondadori Editore

I LONGOBARDI – Neil Christie – ECIG editrice

DIZIONARIO DELLE GUERRE – George C.Kohn – Armenia Editore

DIZIONARIO DELLE BATTAGLIE – Elio Rosati, Anna Maria Carassiti – Rusconi Libri

ALEA IACTA EST – Periodico di Storia Militare e Wargame N°4 – Esperia s.r.l.

Cassiel’s Song

by Kai Zen

More about La strategia dell'ArieteA distanza di quasi tre anni, “La Strategia dell’Ariete”, nonostante sia esaurito grazie al copyleft è un vero e proprio longseller anzi longdownloaded.

Direttamente dal cielo sopra Berlino arriva la recensione di Cassiel:

È bene premettere a questa recensione che il romanzo del collettivo Kai Zen risulta fuori catalogo ed esaurito da tempo. Sarebbe atto di sadismo istigare un desiderio di lettura che può essere difficilmente soddisfatto. Ma nel sito dedicato al romanzo, non solo è possibile scaricarlo gratuitamente, ma è anche possibile prelevare una serie di contenuti speciali. Tutto il loro materiale letterario, d’altronde è prodotto anche in copyleft, con licenza creative commons.

Il romanzo storico ha molteplici strade, quelle del tempo, del luogo e della destrutturazione oggettiva. Attraversa le strade della finzione e quelle della ricostruzione minuziosa. Il romanzo storico è sempre un atto soggettivo, come sempre è soggettiva l’interpretazione della Storia.

Ma quando la narrativa storica veste anche i panni del romanzo totale, le cose si complicano. Il romanzo totale è quasi sempre un’esperienza di letteratura militante, non è mai un’operazione fine a se stessa, che si caratterizza, oltre per gli elementi tipici della fiction, soprattutto per alcuni canoni specifici: rispetto della documentazione, interpretazione e manipolazione, a volte critica storico-politica.

Affidarsi alla realizzazione di un romanzo totale, vuol dire avere la consapevolezza della possibilità dello stravolgimento di tali canoni. E vuol dire, soprattutto, radicalizzare ancor più la visione soggettiva per metterla al servizio della Storia collettiva, attraverso la visione totale. Un’apparente contraddizione in termini, ma una contraddizione necessaria e viva, come appunto è la Storia: una contraddizione viva che gronda sangue e carne.

I Kai Zen, nella “Strategia dell’Ariete”, estremizzano sia l’esperienza di romanzo totale, che quella di romanzo storico, e espandono la materia narrata ben oltre le pagine di questo romanzo. Una Storia che assume se stessa e procede in tutti i lati possibili, superando i vari livelli storico-narrativi contenuti e che continua nell’immaginazione dei lettori. Non a caso i Kai Zen perseguono la totalità anche attraverso l’espansione del loro essere collettivo, con progetti letterari che coinvolgono gli stessi lettori.

“La Strategia dell’Ariete” è però, nella sua sublime “incompiutezza”, anche un romanzo compiuto con una trama e un finale, con un incedere avvolgente e avvincente. I piani di lettura sono molti e anche il più semplice è salvaguardato. Ed il facile, anche in letteratura, è difficile a farsi: scrivere letteratura popolare, conservando tutti i migliori elementi di tale genere, senza scadere nel cattivo gusto e farlo al massimo delle possibilità. “La Strategia dell’Ariete” coglie nel segno perché è tutto questo.

Cosa bolle in pentola 2

by Kai Zen

… Sul versante “solista” il vostro affezionato kai zen di quartiere J, ha consegnato qualche settimana fa, il suo contributo a un’antologia di carattere filosofico dedicata alla cultura pop, che uscirà nella prima parte del 2010.
Ci sono voluti Nietzsche, Kant, Cioran, Lévinas, Camus, Sartre, Heidegger, Hume, Dagerman e un’altra manciata di pensatori ad aiutarlo nell’impresa di esplorare un anime piuttosto noto.

The American Analog Set – Know By Heart (Tigerstyle 2001)

by Kai Zen

L’ album di questa band di Dallas, conferma la loro dote nello scrivere raffinate e improbabili popsong. Dolcezza, malinconia e momenti di puro relax si alternano molto pacatamente tra una canzone e l’altra. La chitarra acustica sottrae note, le riduce all’osso, le tastiere spensierate in stile pianola Bontempi intrecciano tappeti di melodia, la batteria scarna sembra stare lì a indicare l’inesorabile malinconico trascorrere del tempo. Un disco di una semplicità disarmante: onesto come un sorriso, tenero come una carezza. (Maurizio Lapenta)

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