Il maestro Wendell Kretschmarr, che con le sue lezioni su Beethoven fece tanta impressione sulla mente del giovane Adrian Leverkühn, giunto in tarda età si appassionò alla musica pop, ne sposò la causa e riprese con fervore l’attività divulgativa abbandonata decenni prima. Trovandomi a Lipsia per lavoro alcuni anni fa ebbi la fortuna di assistere ad una sua lezione pubblica sui Beatles: quella che segue è la trascrizione dell’ultima parte della conferenza. Qualcuno potrà obiettare che la sua smodata ammirazione per i Fab Four rivela un gusto un tantino datato: ma non si deve dimenticare che Kretschmarr doveva avere allora circa centoventi anni; e poi chi ha detto che avesse torto?
“[…] Chiariamoci subito: non verrò qui a raccontarvi che Sgt. Pepper’s è il più bel disco della storia del pop: almeno Abbey Road e Pet Sounds sono innegabilmente più belli, raccolte di canzoni perfette senza neanche un momento debole: esattamente ciò che Sgt. Pepper’s non è ed esattamente ciò che fa di Sgt. Pepper’s l’ellepì che ha rovesciato il modo di pensare un disco pop. Sì, perché fino ad allora gli album – quelli almeno minimamente interessanti, diciamo – si dividevano in due categorie: quelli fatti di bellissime canzoni e quelli fatti di due, tre, magari cinque pezzi trainanti già usciti su 45 giri e un po’ di riempitivo messo lì per giustificare la pressatura di ben dodici pollici di vinile. Ma l’idea che un album non fosse preceduto da nessun singolo apripista: e che poi al suo interno venisse raccontato un improbabile concerto di un gruppo immaginario che si barcamenava tra stili ridicolmente incompatibili, canzoncine vaudeville, musica pseudoindiana, suggestioni avantgarde e anche un po’ di rock’n’roll: cioè che i famosi dodici pollici di vinile diventassero più un romanzo che una raccolta di racconti: e che quindi la singola canzone andasse letta nell’insieme delle altre, oltre che (o, al limite, più che) per il suo valore autonomo: quest’idea è quella che poi ha reso possibili Goodnight Ladies in Transformer, The Tooth Fairy and the Princess in Zen Arcade, Nic Fit in Dirty, Fitter Happier in OK Computer e miliardi di altre stravaganze: che ha informato di sé dischi interi (da Sandinista a Radio Gnome Invisibile Part I): e che ha anche istigato un po’ di gente, They Might Be Giants e quant’altri, a cercare di ripetere per tutta la vita l’incanto degli episodi “minori” di Sgt. Pepper’s, ritenendo forse a ragione che i tempi per scrivere le scene madri fossero finiti per sempres?. Detto tutto questo, ha importanza sapere che Sgt. Pepper’s contiene Lucy in the Sky with Diamonds, A Day in the Life ed alcune altre tra le migliori canzoni dell’ultimo mezzo secolo?”
Senza convenevoli, Kretschmarr si alzò e uscì dalla sala, inaspettatamente agile. Qualcuno dei presenti sentì odore di zolfo, altri giurarono di avere intravisto una coda puntuta uscire da dietro i suoi calzoni: io sono convinto di averlo sentito mormorare “ecco come ti frego i Kai Zen e le loro 1600 battute”. Sta di fatto che tornai subito in albergo a leggere Doktor Faustus. (Andrea Agostini)
Il giovanissimo inglese Antony Hegarty, californiano d’adozione, folgorato dall’esordio di Boy George nei Culture Club, decide quale rotta avrebbe assunto la sua carriera artistica: è il 1982. Qualche anno dopo si trasferisce a New York e anima avanguardie nuove, ispirandosi all’estetica della Rossellini di Blue Velvet. Collabora con Steve Buscemi per “Animal Factory”. David Tibet e Lou Reed spianano la strada. Poi s’incarna l’incanto. “Twilight / I fall in the Harbor / Twilight / I fall in the hills / But here in the city / That never sleeps / I can fall /Through one’s fingers / When the swan / Flies to heaven / Soaring through / The utmost fear /There’s a feeling / That lingers in the afterwards / Will you ever return / Will you ever return / Will you ever return” La sua band, Antony & The Johnsons, pubblica un primo album di blues e jazz freddo. Liturgico. La voce di Antony è celestiale e luciferina: è la resistenza dell’umanità alla frenesia e all’ipocrisia della società postindustriale, l’incontenibile desiderio di ribellione e liberazione dall’egida dell’immagine e della produzione seriale; è destinata a restare scolpita nelle anime degli ascoltatori, e a solcare il tempo. Nina Simone incontra Lou Reed e Billie Holiday: si fondono, si confondono e si elevano in una creatura nuova, poliedrica, multanime ed empatica: dimenticate altra musica che non sia quella che sprofonda, sino ad annidarsi, nel segreto delle vostre anime: sprigionatevi. Questa è musica per eletti, e stavolta va ribadito senza mezzi termini, non s’offenda nessuno: non appartiene alle masse, non appartiene a questo tempo. E guai a chi ce la sporca con la sua catodica avidità, con la voracità idiota di chi non sa che normalizzare la bellezza. Antony è la voce di quel dio che abbiamo rifiutato e perduto, segregandolo – oscena razza la razza umana, e cieca – nella fantasia e nell’immaginazione. Torna e non domanda e non pretende nulla: è pura espressione. E allora è invincibile. (Gianfranco Franchi Lankelot)
A distanza di quasi tre anni, “La Strategia dell’Ariete”, nonostante sia esaurito grazie al copyleft è un vero e proprio longseller anzi longdownloaded.
Direttamente dal cielo sopra Berlino arriva la recensione di Cassiel:
È bene premettere a questa recensione che il romanzo del collettivo Kai Zen risulta fuori catalogo ed esaurito da tempo. Sarebbe atto di sadismo istigare un desiderio di lettura che può essere difficilmente soddisfatto. Ma nel sito dedicato al romanzo, non solo è possibile scaricarlo gratuitamente, ma è anche possibile prelevare una serie di contenuti speciali. Tutto il loro materiale letterario, d’altronde è prodotto anche in copyleft, con licenza creative commons.
Il romanzo storico ha molteplici strade, quelle del tempo, del luogo e della destrutturazione oggettiva. Attraversa le strade della finzione e quelle della ricostruzione minuziosa. Il romanzo storico è sempre un atto soggettivo, come sempre è soggettiva l’interpretazione della Storia.
Ma quando la narrativa storica veste anche i panni del romanzo totale, le cose si complicano. Il romanzo totale è quasi sempre un’esperienza di letteratura militante, non è mai un’operazione fine a se stessa, che si caratterizza, oltre per gli elementi tipici della fiction, soprattutto per alcuni canoni specifici: rispetto della documentazione, interpretazione e manipolazione, a volte critica storico-politica.
Affidarsi alla realizzazione di un romanzo totale, vuol dire avere la consapevolezza della possibilità dello stravolgimento di tali canoni. E vuol dire, soprattutto, radicalizzare ancor più la visione soggettiva per metterla al servizio della Storia collettiva, attraverso la visione totale. Un’apparente contraddizione in termini, ma una contraddizione necessaria e viva, come appunto è la Storia: una contraddizione viva che gronda sangue e carne.
I Kai Zen, nella “Strategia dell’Ariete”, estremizzano sia l’esperienza di romanzo totale, che quella di romanzo storico, e espandono la materia narrata ben oltre le pagine di questo romanzo. Una Storia che assume se stessa e procede in tutti i lati possibili, superando i vari livelli storico-narrativi contenuti e che continua nell’immaginazione dei lettori. Non a caso i Kai Zen perseguono la totalità anche attraverso l’espansione del loro essere collettivo, con progetti letterari che coinvolgono gli stessi lettori.
“La Strategia dell’Ariete” è però, nella sua sublime “incompiutezza”, anche un romanzo compiuto con una trama e un finale, con un incedere avvolgente e avvincente. I piani di lettura sono molti e anche il più semplice è salvaguardato. Ed il facile, anche in letteratura, è difficile a farsi: scrivere letteratura popolare, conservando tutti i migliori elementi di tale genere, senza scadere nel cattivo gusto e farlo al massimo delle possibilità. “La Strategia dell’Ariete” coglie nel segno perché è tutto questo.
L’ album di questa band di Dallas, conferma la loro dote nello scrivere raffinate e improbabili popsong. Dolcezza, malinconia e momenti di puro relax si alternano molto pacatamente tra una canzone e l’altra. La chitarra acustica sottrae note, le riduce all’osso, le tastiere spensierate in stile pianola Bontempi intrecciano tappeti di melodia, la batteria scarna sembra stare lì a indicare l’inesorabile malinconico trascorrere del tempo. Un disco di una semplicità disarmante: onesto come un sorriso, tenero come una carezza. (Maurizio Lapenta)