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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: luglio, 2009

L’Italia dei magoni…

by kaizenb

afghanistan“Oggi a circa 50 chilometri dalla città di Farah, fra i Monti Seyah, alcuni automezzi condotti da paracadutisti della Folgore, appartenenti al contingente italiano in istanza in Afghanistan , sono stati investiti dall’esplosione di una bomba mentre pattugliavano la zona. Un soldato è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Questo più o meno il comunicato ANSA che due settimane fa è stato ripreso da tutti i maggiori giornali e telegiornali nazionali. La notizia, un po’ scarna a dire il vero, è stata rimpolpata a dovere dai TG di mezzogiorno con frasi del tipo: “Il vile attentato è stato perpetrato da una cellula di terroristi Talebani” (TG 5) oppure “il contingente è stato sorpreso dai terroristi mentre si aggirava nella zona per un pattugliamento” (TG 2) o ancora “i terroristi Talebani nella zona dei Monti Seyah sono tornati a farsi sentire con azioni sempre più violente” (Studio Aperto). Addirittura il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, comparso in tutte le maggiori emittenti nazionali, non ha esitato a dire che: “Siamo costernati per la terribile perdita del giovane connazionale morto tragicamente in Afghanistan. La lotta al terrorismo però deve continuare”. Show must go on, insomma. C’è qualcosa però che non mi torna. Innanzitutto: perché i Talebani vengono identificati come terroristi? Fino a qualche anno fa erano al governo di un Paese le cui istituzioni nazionali erano presiedute da ministri e “attendenti” anch’essi Talebani. Si trattava di una dittatura, ovvio, che la guerra di invasione americana appoggiata da alcuni stati europei, fra i quali l’Italia, ha spazzato via in pochi mesi, anche se non in modo definitivo. E infatti ora i Taleban sono tornati a combattere per riottenere il potere perduto. I combattenti Talebani si possono considerare degli integralisti religiosi musulmani e forse anche dei pazzi sanguinari, ma di fatto sono un esercito irregolare e di sicuro non possono essere considerati dei terroristi, almeno non nel senso storico del termine. Sarebbe come dire che Napoleone, quando tornò dal suo primo esilio all’isola d’Elba (novembre 1814-febbraio 1815)  per tentare di riprendere il potere in Francia reclutando un nuovo esercito, agì come un terrorista e i soldati che lo seguirono nell’impresa cercando di ricomporre quella che un tempo fu la Grande Armée ( l’armata invincibile che guidata dal Bonaparte  tra il 1805 e il 1814 conquistò quasi tutto l’Europa) non furono altro che pericolosi terroristi al suo servizio. Certo, il termine “terrorista” venne coniato negli anni settanta del secolo scorso per cui, anche volendo, nessun biografo o storico coevo all’imperatore corso avrebbe potuto affibbiare alla ricostituita fanteria napoleonica quell’infamante sostantivo. Resta il fatto che ogni azione di tipo militare, sia essa di guerriglia o di guerra vera e propria, in un contesto di assenza o precaria esistenza di un governo nazionale istituito per di più da forze straniere, ogni azione di questo tipo, dicevo, non si può considerare un atto terroristico. Ne consegue che l’esplosione di due settimane fa che ha ucciso un soldato italiano e ne ha feriti altri tre  non è un atto terroristico bensì un atto di guerra. Per cui cominciamo col dare alle cose il proprio nome e riscriviamo nel modo più oggettivo e chiarificatore possibile ciò che è avvenuto la mattina del 14 luglio a 50 km dalla città di Farah: “In Afghanistan è iniziata da qualche settimana un’offensiva delle forze militari della coalizione Usa-Europa contro le roccaforti dell’esercito irregolare Talebano. Tale offensiva ha lo scopo di spazzare via in modo definitivo i reparti Talebani attestati attorno alle grandi città e nelle valli occidentali e del sud. In questo contesto le azioni di guerriglia dei Talebani si traducono anche in assalti ai contingenti in pattugliamento nella zona e alle basi dell’esercito della coalizione Usa-Europa. Fra questi contingenti non mancano quelli italiani e soprattutto quelli della brigata paracadutisti della Folgore. Durante uno di questi pattugliamenti un veicolo delle forze italiane è saltato su un ordigno fatto esplodere dalle forze irregolari Talebane. Un soldato italiano è morto e altri tre sono rimasti feriti.” Così delineata questa notizia si avvicina abbastanza alla realtà dei fatti, perché la verità nuda e cruda, per chi vuole  fare informazione, spesso è la scelta migliore. Quasi sempre è l’unica possibile.

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 38

Il quarto capitolo della terza metà

Per ragioni di casta

by kaizenj

germi“Per ragioni di casta, le forme tradizionali e burocratiche della Chiesa rimangono incrostate da certe manifestazioni che sono in conflitto con lo sviluppo del pensiero e della scienza e perciò non sono più adatte all’uomo moderno. Le religioni dovrebbero liberarsi da questa esteriorità parassitaria che è assolutamente superflua. Dovrebbero tornare, invece, alla loro essenza, e in questa essenza trovare qualcosa di universale che possa essere valido per tutti.
[...] Lei mi chiede se l’artista può avere una parte attiva nella ricerca di una nuova fede. Una cosa è certa: può aiutare il genere umano a farsi delle domande. I dubbi sono più costruttivi delle paure.”

Pietro Germi  in G. Bachmann, Man Is No Longer Enough for Man, “Films and Filming”, 1966

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 37

Il terzo capitolo della terza metà

Na Zdorovie

by kai zen a

sexy-russian-girl-pink-t-shirtParlavo di recente con un tipo russo (ok, era una bionda da urlo ma cercate di capire…) tra una vodka e l’altra, quasi in confidenza, seppure ci conoscessimo poco e niente. Parlavo e ascoltavo, e mi si materializzavano sempre più davanti agli occhi le grosse lettere in stampatello, tridimensionali, della parola RELATIVITÁ. No, non c’era lsd nella vodka e no, Einstein o altri meno famosi cervelli emigrati non c’entrano nulla. I russi sono diversi, sapete? Distanti da noi, davvero. Non è il nostro mondo. Sì, hanno auto fottutamente moderne e altrettanto odiose, adorano l’ostentazione, pagano in dollari, comprano più vestiti dei giapponesi ecc.. ma non pensano come noi. Vedono le cose da un altro punto di vista. Oltre cortina? Forse. Ma non (solo) la cara vecchia cortina sovietica, bensì quella mentalità retaggio della loro gloriosa e controversa storia, dei popoli, dei fatti, dei luoghi, della pura geografia. Della distanza dall’occidente, dei mancati chewing gum distribuiti alla popolazione nel dopoguerra, dell’innata allergia all’America, a Hollywood e mille altre cose. E’ strano parlare con un russo delle cose che succedono. La pensa spesso all’opposto rispetto a come la pensi tu, eppure non lo ritieni un fesso o un pazzo criminale. Be’, su George W. Bush la pensavamo uguale, a dire il vero. Ma si sa, sulle ambulanze è inutile sparare.
- No, no, parlo d’altro. La pensa all’opposto ma alla fine la sua attitudine è come la nostra, italica. Il mondo ce l’ha con noi? E chi è il mondo per giudicare? Putin è un porco? Sarà mica un angelo Sarkozy o il Premier australiano (sono avanti: niente google, lascio così- Premier australiano)? La Yukos o la Gazprom sono imprese criminali? Ah! Mi viene da ridere… Devo forse fare qualche nome d’occidente o è più elegante glissare? E la democrazia, esiste? Funziona? I russi sono patriottici, dice il tipo. Non so se è la vodka o che cosa, ma ci credo. D’altronde anch’io, all’estero, mi sono trovato a volte a decantare lodi italiche che manco fossi un ministro dell’attuale governo. E non era la vodka.
- E come funziona allora? Funziona che i saputelli internazionali spesso e volentieri sono a dir poco odiosi, e funziona che come al solito nessuno guarda l’orto di casa propria ed è pronto a distruggere quello altrui. Penso alle meravigliose performance dei nostri impavidi caschi blu nei Balcani, tanto per fare un esempio. Chi siamo noi per giudicare? E soprattutto, chi decide chi giudica, e in base a che cosa? E come si passa dal giudizio ai cacciabombardieri? Parliamone. Ho conversato qualche tempo prima anche con un tipo serbo (giuro, è vero) e lui mi ha buttato sul tavolo, uno dopo l’altro, una serie di sassolini di dimensioni non valide per il vezzeggiativo che aveva nelle scarpe circa i fatti della Serbia, del Kosovo, dell’occidente che esporta democrazia e così via. Aveva torto, forse, ma chi ha ragione?
Prospettiva, quindi.
Coerenza.
Buon senso.
Relatività storica e geografica, magari.
Ipocrisia, vade retro.
- Il russo: ‘Dicono che la Russia è un paese corrotto. E gli altri?’
- ‘Be’, in certi paesi la cultura della corruzione non fa presa sulle persone. Posso assicurarti che è così.’
- ‘E allora? Invece in Russia tutto è corrotto. Ogni poliziotto per strada è corruttibile. Ma alla gente va bene così. – Anche a te andrebbe bene così, se ti fermano e al posto della multa potessi pagare solo un quarto o un terzo come mazzetta.’
- ‘Ma è sbagliato.’
- ‘Amico mio – salute – la lista delle cose sbagliate devono ancora pubblicarla, è in continuo aggiornamento. E, bada bene, alcune righe vengono addirittura tolte col tempo.’
Buona questa, ho pensato. Lui ha continuato: ‘E poi, fammi capire, gli altri paesi non sono corrotti? L’Italia?’ Si è corretto da solo: ‘Gli altri?’
- ‘Vedi tu, oggi a causa della crisi finanziaria più corrotta di sempre sono tutti in braghe di tela.’ Facevo lo spiritoso. Comunque, il fatto che per lui la corruzione non fosse un problema, DAVVERO mi colpiva molto. Mi ci incazzo praticamente ogni giorno, su ‘sta cosa. Com’è possibile? Prospettiva? Modo di vivere? D’un tratto ho tirato fuori l’asso nella manica, il fiore all’occhiello dei giusti d’occidente. La causa con la C maiuscola.
- ‘Sì, però Anna Politkoskaja…’
Non so se è stata tattica, sbadataggine o cosa. ‘E’ una storia degli anni di Yeltsin, non ricordo bene.’
- ‘Che dici, amico? è morta 3 anni fa.’
- ‘Davvero?’ Sembrava sincero. Com’era possibile? Poi ha aggiunto: ‘Be’, non è sicuro che sia morta per la questione cecena, magari è stato qualcun altro, no?’
- ‘Non credo proprio. E non voglio dire niente altro che l’uccisione di un giornalista in quel modo è una cosa molto brutta. E che per me Putin è senza dubbio un maiale, in questo senso.’
- ‘Sono d’accordo. E’ uno pericoloso, era del kgb, un russo patriottico senza scrupolo.’ Ma non sembrava disturbato a riguardo. Ha aggiunto: ‘Ma scusa, è la prima volta che accade? Non ci sono giornalisti uccisi in altri paesi? A me suona come la storia più vecchia del mondo: il potere che schiaccia chi ne smaschera le nefandezze.’
- ‘Sì, certo, ma magari in altre epoche. Qualche decina di anni fa, nell’epoca delle ideologie, dei forti sconti sociali.’ Ho pensato a Mino Pecorelli, ma poi ho pensato al Messico di oggi, all’Iran, alla Cina. Forse si riusciva anche a vedere, che le mie certezze scricchiolavano.
- ‘Amico, cos’è qualche decina d’anni nella storia dell’uomo? Cosa crediamo di essere noi? Siamo solo una minuscola fase, un nulla nella scala del tempo. Crediamo di sapere e di poter controllare tutto, ma così pensavano anche quelli prima di noi, qualche decina d’anni fa. Certe cose fanno parte del mondo. Certe dinamiche esistono da sempre, e ovunque.’
- ‘Ma ammazzare una giornalista perchè parlava delle porcate russe in Cecenia è comunque uno schifo.’
- ‘Vero. Non dovrebbe succedere.’
Il tizio mi disarmava puntualmente. Io, cresciuto a pane e Amnesty, coraggioso (col culo al caldo sul mio divano europeo) e bello come il sole, non riuscivo a dimostrare che la Russia è pericolosa, l’Italia sì corrotta ma cambierà e il nord Europa un modello perfetto di società. Cominciavo a provare fastidio.
- ‘Giornalisti uccisi. Politici uccisi. Terrorismo. Attentati. Porcate di ogni tipo. Non succedono ovunque, e anche oggi? Non hanno mica ucciso per strada quel regista ad Amsterdam, nella tua Olanda?’
- ‘Sì, Theo van Gogh.’
- ‘E quel gruppo di bastardi non ha fatto mica saltare in aria mezza metropolitana come se fosse uno scherzetto, a Londra? La sicurezza dov’era? La polizia, l’ordine, la serenità sociale ecc…’
- ‘Non so.’
- ‘E l’11 settembre? Vogliamo parlarne? Chi ha fatto cosa? Un amico in Francia mi ha detto che un blogger piuttosto audace ha sparato a destra e a manca certe teorie ‘non allineate’ e il giorno dopo si è trovato la polizia a casa. Per idee espresse. In Francia.’
Relatività.
Simpatico, il russo. Gli ho sorriso. Altro bicchierino di vodka.

Na Zdorovie.

 

Ah, se avete tempo andate a rivedervi il GRANDIOSO dialogo tra Johnny e Boris in ‘Rapina a mano armata’  di Stanley Kubrick. Perchè? Per il magnifico accento russo dell’ex lottatore e per le sue perle di saggezza, a noi quasi incomprensibili.

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 36

Il secondo capitolo della terza metà

Alan Moore & Eddie Campbell: Un disturbo del linguaggio

by kaizenj

More about Un disturbo del linguaggio
Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amnioticoSerpenti e scale e una lunga intervista – chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for VendettaFrom Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.

Articolo realizzato per il fu Panorama.it

Credito

by kai zen a

DSC00135Fossimo una nazionalità come un’altra – chessò, danesi o portoghesi o colombiani – non mi agiterei più di tanto a riguardo. Le solite cose di sempre: tratti fisici e comportamentali caratteristici, luoghi comuni, abitudini, stili di vita, sfottò e barzellette. Un mucchio di stronzate, ma con un fondo di verità e pronunciate con il sorriso in volto. D’altronde, fino a quando si incontrano in giro tedeschi di pessimo umore, francesci che stanno sulle loro, olandesi che aspettano di cenare in cinque attorno al fornellino da campeggio per caffè – dai, dai che prima o poi vi bolle l’acqua per le patate da lessare, e italiani con occhiali da sole che si urlano in faccia, è giusto che ci si diverta tutti con un pò di folklore su scala globale. Un passatempo gradito da sempre, che lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione degli ultimi decenni hanno ampliato quanto a potenzialità. Inoltre l’introduzione dell’Euro, la nascita dei viaggi low cost e la lingua inglese sempre più ‘masticata’ in giro (con le dovute eccezioni) dovrebbero aiutare nel lungo termine a far svanire ogni possibile incomprensione in una una gigantesca ‘tarallucci e vino’ planetaria. Forse. Tanto in fondo siamo così numerosi e così diversi, bombardati in continuazione da miriadi di informazioni e cose da fare… chi si ricorderà più di come abbordano una ragazza gli ungheresi, tra un attimo? O di quale sia la combinazione di insetti fritti che va per la maggiore negli spiedini in vendita nei baracchini Thailandesi?

Oh! Quanto vorremmo l’oblìo internazionale, noi italici…

E invece la dinamica è la seguente:

* per qualche strano motivo che forse mette le radici nei fasti dell’Impero Romano e nella sua visione edonistica, da moderna ‘Spa’ dell’esistenza, si irrobustisce nella squisita produzione artistica del Rinascimento, si protrae tra alti e bassi fino alla nostra epoca, alla stagione d’oro del cinema italiano del dopoguerra e alla conquista del mondo da parte degli stilisti nostrani (qualcuno menziona anche Rocco Siffredi; io non saprei), la fama e la reputazione italiane sono incredibilmente elevate. Se avete viaggiato un pò, forse potete confermare e come me non capacitarvi del perchè. Siamo simpatici a scandinavi e musulmani, a russi e sudamericani – che farebbero carte false per mostrare di avere sangue italiano nelle vene. In un posto remoto come Sumatra in Indonesia, ho conosciuto gente locale entusiasta della mia italianità (?? immaginate il mio divertito sgomento) e Tuk Tuk dipinti dei colori delle squadre italiane di calcio. Perchè? Forse perchè non siamo troppo seri, siamo poco inquadrati e inquadrabili, un po’ ‘paesani’ e modernissimi per altri versi. Attenzione però:

* non è l’Italia vera e gli italiani veri che riscuotono questo successo planetario. E’ l’immagine dell’Italia, una sorta di sua elevazione a quadretto idilliaco: spaghetti, tarantella, mare, colli in lontananza, palazzi rinascimentali e sontuose sculture. Con sopra una sapiente spruzzata di coolness (perdonatemi il termine, d’altronde non ho studiato allo IULM per niente – intendo oltre che per pagare con le mie rette da pioniere la nuova sede e il marketing da ganassa che sfoggiano oggi) che secondo me è ancora figlia dell’immaginario creato dai vari ‘Il padrino’, ‘Quei bravi ragazzi’ e via dicendo. Il potere incredibile di Hollywood. Dovremmo ringraziare gli Studios per questo, non ci hanno nemmeno chiesto le royalties. Non ce n’è: fa figo – per certi versi – essere italiano, all’estero. Certo, per gioco. Queste persone non hanno idea di cosa sia vivere nello smog di Milano o in mezzo ai clacson e agli scooter impazziti a Roma. Quando poi ci arrivano da turisti, con i fazzoletti fradici di sudore e le vesciche ai piedi, terrorizzati al semaforo in attesa del verde, coscienti di rischiare la vita, scatta spesso quello che segue.

* si rompe l’incantesimo. ‘Ah, ma è questa l’Italia? SCHEISS, e dov’è il mio portafoglio?! E perchè il museo è chiuso?’ Oppure: ‘Ma mio zio mi aveva detto che in Italia c’erano ancora carretti variopinti trainati da asini, conserve di pelati col sapore del paradiso e tanti tanti cumpari…’ E invece da tre giorni si trova a Milano e non ha scambiato una parola con nessuno. E nemmeno un sorriso. A malapena gli hanno detto dov’è il Duomo.

Perchè questa dinamica? E quanto ci vorrà perchè tutta la gente del mondo si accorga che l’Italia dell’immaginario NON E’ l’Italia vera? Più tardi che mai, grida il ministro al turismo (dite voi, io non ci riesco) e gli fa eco il proprietario del baracchino delle cartoline dal triplice prezzo, a seconda della giapponesità del cliente. Con un rapido calcolo demografico direi alcune centinaia di anni, il che vuol dire che abbiamo ancora del credito, e parecchio. Com’è possibile? Non saprei, ma chiederselo troppo porta sfiga.

Che te lo dico a fare…

Io li odio i nazisti dell’Illinois> narrazioni>Jamyl

by Kai Zen

rondaErano le 21 e cominciava a fare freddo. Omar si strinse nella giacca, doveva aspettare ancora mezz’ora. Alle 21.30 il portone dello stabile giallo si aprì e ne uscì un uomo con giubbotto in pelle e pantaloni militari. In mano stringeva un torcia elettrica, nell’altra un basco nero. Si infilò il beretto in stile parà e poi tirò fuori un modernissimo telefonino. “Camerata max al posto di comabattimento” disse con un sorriso rumoroso. “Allora stasera dove si va a randellare negri?” continuò. “Ok, in piazza Bologna, tra venti minuti sono lì”. Chiusa la conversazione l’uomo tirò fuori le chiavi della macchina, le freccie di un jeeppone parcheggiato dall’altro lato della strada si accesero”. Per non farsui vedere Omar si rannicchò ancor di più dietro il cassonetto. L’uomo salì in macchina e partì sgommando. Omar rimase nel suo nascondiglio ancora una decina di minuti, temeva sempre che l’uomo tornasse indietro per aver dimenticato qualcosa. Chissà magari il manganello o il pugno di ferro. Piano piano Omar uscì dal suo nascondiglio e si stiracchiò le membra indolenzite, piano piano si incamminò verso il portone da cui era uscito l’uomo. In quella notta di ronda per lui l’unico posto sicuro era il letto di Katia, la moglie del vigilante. Mentre lui era di ronda Omar trovava rifugio tra le calde cosce della signora… almeno fino alle 2 di notte. Driin. ” Chi è?” “Omar” “Amore sali, Max è appena uscito”

Settanta

by kaizenj

More about SettantaQuesta sera da Modo Infoshop a Bologna, il vostro affezionato Kai Zen di quartiere J incontra Simone Sarasso per una furibonda chiacchierata sulla sua ultima fatica (quasi 700 pagine mica pizza e fichi).

Settanta un libro di Simone Sarasso (Marsilio): Una furibonda cavalcata attraverso gli anni di piombo. Dopo Confine di Stato, il secondo volume della “Trilogia sporca dell’Italia” Italia, anni settanta: il decennio più buio e violento della storia repubblicana raccontato attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di successo. Andrea Sterling, il fiore all’occhiello dei servizi deviati, ha un piano. Ettore Brivido, l’enfant prodige della mala milanese, è pronto a fare il salto di qualità. Domenico Incatenato, giovane giudice del Sud, sgobba per fare carriera tra Roma e Milano. Nando Gatti è l’astro nascente del poliziottesco all’italiana e prende sul serio il proprio lavoro. Le loro vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili. «Un noir sorprendente, messo in pagina con una prosa incalzante e martellata… raccontato con la potenza di una realtà più forte dell’invenzione» Irene Bignardi, La Repubblica «Imperdibile. La prima parte di una trilogia scatenata, complottistica e dichiaratamente ispirata alle strategie di scrittura di James Ellroy» Giancarlo De Cataldo, Hot «Con un abile congegno narrativo Sarasso conduce il lettore in un viaggio irato e tempestoso, illuminato da squarci improvvisi, attraverso gli anni più difficili della nostra storia recente» Giorgio Boatti, Il Manifesto «Un affresco potente del nostro paese a partire dal dopoguerra… Un lavoro ambizioso che ha alcuni modelli espliciti (uno su tutti American Tabloid di James Ellroy) e un’originalità che conforta scoprire in un quasi trentenne» Pietro Cheli, Diario «Piazza Fontana, 1969. Simone Sarasso sarebbe nato undici anni dopo. Eppure questo libro sembra scritto da chi c’era. Anzi, forse ha in più il vantaggio del distacco» Dario Olivero, Repubblica.it Simone Sarasso, classe ’78, scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Vive a Novara, e nel (poco) tempo libero fa l’educatore in una scuola elementare. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con alcune riviste («Carmilla», «Milano Nera Web Press», «Satisfiction», «Hot»). Settanta è il secondo capitolo di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli. Il primo volume, Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco-La Stampa 2007), è edito da Marsilio. Nell’autunno 2009, sempre per Marsilio, uscirà la graphic novel United We Stand, realizzata con Daniele Rudoni. Il suo blog  è confinedistato.blogspot

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MODO infoshop, – via Mascarella 24/b e 26/a – Bologna

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