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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: giugno, 2009

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 34

Il tredicesimo e ultimo capitolo della seconda metà

Mutande (era la crisi non esiste)

by kaizenj

panorama«Mondadori non chiude il sito di Panorama, ma lavora a un nuovo progetto (sottolineo: nuovo-progetto); i “portali” (portali? nel 2009?) maschili non sono necessariamente dedicati agli addominali e a farla impazzire a letto.» Così mi si replicava sul barbiere della sera a parte del mio intervento sull’affair panorama.it
Mi spiace ho sbagliato, devo chiedere scusa, non è vero che i “portali” al maschile siano dedicati solo a quel tipo di argomenti, un esempio ci viene proprio dall’autore della risposta, che su panorama.it si occupava di tematiche fondamentali, che immagino, possano fare parte di un nuovo progetto. Altro che addominali e follie tra le lenzuola. Copio e incollo il primo articolo di una serie:

«Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: i boxer non sono biancheria intima. Quelli aderenti elasticizzati stanno bene solo quando hai compiuto 18 anni e sei ancora molto lontano dai 19. Quelli più normali, larghi, sono pantaloncini da camera, vanno bene al massimo per dormire, stop. Qualche matto li indossa al posto delle mutande, e sono fatti suoi: dopo qualche minuto sono tutti stropicciati, si arrotolano, sono del tutto incontrollabili. Lo spettacolo al calar dei pantaloni è qualcosa di tremendo. Quindi: poco eleganti e scomodi.

Passiamo allora alla vera biancheria intima, le mutande (si possono anche chiamare slip), che sono accettabili in tutte le varianti. Il primo tema è: quale marca e dove comprarle.

Partiamo dalla parte più bassa della catena della spesa: il mercato. Escludendo lo snobissimo mercato di Forte dei Marmi (che adesso è pure itinerante) tutti gli altri vendono fuffa, e quindi potete sceglierli come vostro negozio di fiducia per la biancheria intima solo se state frequentando un rivoluzionario da centro sociale o un transfugo dell’Udc in crisi mistica (o le loro versioni femminili, naturalmente). In tutti gli altri casi con le mutande del mercato farete brutta figura. Se proprio siete alla canna del gas (per esempio: siete poveri) scegliete almeno degli slip ultra classici in misto-misto-misto-cotone grigio scuro: le fibre usate in quel colore tengono più di 5 lavaggi e gli elastici resistono più di un mese.
Il secondo livello della catena è il supermercato. E qui sbuca una marca interessante: la Pompea. Proprio quella del non-strappa-non-stringe-non-stressa: a prezzi modici propone alcune linee in microfibra che hanno un loro perché. Sono slip non bellissimi da vedere, ma davvero molto comodi. Non stressano. Davvero. Attenzione comunque alla microfibra: non stringe, ma fascia. Quindi se pancia e maniglie sono già in versione maxi, allora serve qualcosa di diverso (e comunque io non saprei che cosa consigliarvi se non un Extreme Makeover). Un altro pregio: sono leggeri e compatti, perfetti per un viaggio. Consiglio il colore nero: la microfibra non si può lavare a 200 gradi e il bianco dopo un po’ ingiallisce.»

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

by kaizenj

More about Settanta

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 33

Il dodicesimo capitolo della seconda metà

Io li odio i nazisti dell’Illinois> narrazioni> Occhio sbarrato fiero di Regina Zabo

by kaizenj

epatiteL’aria è pesante. Si appiccica afosa alla pelle che ha lo stesso colore di questo muro scrostato, dell’aria appestata dalle raffinerie e dagli svincoli autostradali assiepati davanti alla finestra.
Il cielo è opaco, come lo sguardo dell’uomo appena uscito, sbrigata alla svelta la sua Incombenza Settimanale.
Anche lui aveva la pelle giallastra, incrostata di fuliggine, e il suo catarro era dello stesso colore, probabilmente, come quello di molti altri, dei fortunati che non tossiscono sangue.
Allora il giallo assume finalmente un’altra sfumatura, un tono rasserenante, rosato come la cicatrice che corre lungo il mio zigomo ingiallito, una linea colorata aggiunta ai miei lineamenti qualche anno fa, il giorno che tutto è cambiato.
È stato intorno al 2012, quando la popolazione mondiale stava per toccare il settimo miliardo: le risorse scarseggiavano sempre di più, e la politica del pugno di ferro cominciava a non bastare. Le persone iniziarono a morire una dopo l’altra nelle zone destinate a discariche di rifiuti tossici, e alle porte degli Eco-Insediamenti si ammassavano folle oceaniche, convinte che cambiare aria dopo anni di ignara esposizione a radiazioni e tossine potesse sottrarli a un destino già segnato. Io abitavo in una di quelle città, al capo estremo della sopraelevata che di notte lancia scintillii fugaci nel buio della mia stanza. Una striscia d’asfalto è l’unica cosa che mi lega ancora a quei giorni.
La lama scintillante, col tempo, si è sbiadita anche nei sogni, e anche il resto, tutto il resto, ridotto alla fredda cronaca di un caso fra tanti, alla fredda cronaca di tutti i casi con cui tutto quanto è iniziato.
Da due giorni ci penso e mi preparo, da due giorni mi stupisco del mio insensato spirito di sopportazione, e mi chiedo come ho potuto tollerare tutti questi sorrisi, tutta la gentilezza e il tatto, tutta la delirante allegria di cui negli anni ho finalmente capito la causa, ma non il senso, l’origine ma non la possibilità. E mi maledico, per non aver desiderato di essere come loro, per essermi sentita superiore, migliore, per aver pensato di essere al di sopra della loro necessità.
Perché non mi abbiano trattato, non l’ho mai capito. Forse temevano che sarei stata refrattaria, forse dubitavano della mia lealtà. Di certo dovevano sapere che nella Banca Dati Abbonati Demoscopici il mio nome non figurava, e nemmeno quello di mio marito Bob. Magari, invece, è stato solo per il mio culo, che avrà attizzato il desiderio di qualche podestà.
Non mi importa neanche di saperlo, a dire il vero, ormai. Voglio solo sbrigarmi, e devo decidermi finalmente a tirarmi giù da questo letto, fino al baule: lì dentro troverò il necessario. I vestiti se li spartiranno le ragazze. Visto il destino che mi stavano preparando, non ho mai smesso di stupirmi di quante cose mi hanno fatto tenere. Potevano camuffarmi, assimilarmi, invece hanno pensato di lasciarmi tutto e di rinchiudermi qui dentro, nella mia pelle di sempre, assieme a tutto quel che avevo con me. Mi hanno lasciato conservare perfino un pantalone.
Un paio di jeans, che non so nemmeno perché abbia infilato nella sacca quando Bob si è ammalato: era da quella sera, tanto tempo prima, che non li portavo più. Da quella sera, anche se mi fosse stato concesso di usarli, non ne avrei comunque più avuto bisogno. Per molto tempo mi sono fatta bastare una camicia da notte, poi qualche vestaglia sdrucita e poco più. Dopo cena, se avevo voglia di fare l’amore, sgusciavo in una sottanina sottile che mi faceva sentire un po’ bambina, e mi rannicchiavo contro il corpo di Bob più per intenerirlo che per eccitarlo. La sua erezione ora mi spaventava, ma ringraziavo il cielo che almeno a lui il raptus non fosse venuto.
Il raptus: un’altra parola vaga come quelle della portiera, a cui bastavano sì e no cento parole per dire cosa le passava per la mente. Il Nuovo Italiano Demoscopico devono averlo sviluppato ascoltando persone come lei. Il raptus, lei lo chiamava in un altro modo ancora, ma restava un unico agghiacciante e crudele significato, e la cicatrice che mi colora lo zigomo di rosa resterà per sempre a ricordarlo. Per sempre, finché questa pelle gialla non si decomporrà. I per sempre finiscono in un respiro, a volte. Per fortuna.
I giornalisti lo chiamavano raptus, ormai, perché ci avevano fatto l’abitudine, perché dalle prime pagine della cronaca l’epidemia era diventata un’emergenza come un’altra, e non ci sarebbe voluto molto prima le leggi speciali la mettessero finalmente sotto silenzio, confinandola nelle robuste copertine dei prontuari medici e nell’asettico linguaggio dei decreti ministeriali. Ma i primi casi avevano fatto scalpore per giorni: un’epidemia di stupri, stupri a raffica, prima in periferia, poi un po’ dovunque. Gli stupri non erano più invisibili, non erano più una questione tenuta al riparo delle mura domestiche, e della vergogna di donne tremanti. Non erano più scandalosi casi isolati, urlati dai cronisti a caratteri cubitali in una spietata caccia al mostro, meglio ancora se di pelle scura. Prima le emergenze succedevano solo sui giornali. Dopo i giornali non servirono più a capire niente. Allora smettemmo di leggerli, Bob e io, senza sapere che presto avremmo smesso di leggere del tutto.
Lo stupro, considerato fino a poco prima un peccato quasi veniale, una licenziosità erotica alla stregua della sodomia, della masturbazione, un vizietto che solo quelle frigide delle femministe riuscivano a considerare in senso letterale, una violenza insomma, la violenza, quella carnale, proprio quella, era salito all’ordine del giorno delle massime cariche politiche, perché in effetti l’ondata di stupri, quella volta, si stava davvero diffondendo a macchia d’olio.
Sulle maggiori testate nazionali, prima, ogni giorno un nuovo titolo tentava di attirare l’attenzione dei lettori su qualcosa di diverso, di diverso dalla paura di precipitare nel vuoto assieme ai grafici delle borse. Ordinaria amministrazione, sembrava. Metti il mostro in prima pagina e la crisi passerà. Una tattica consolidata, sviluppata e abusata fino a stupirci che qualcuno ancora ci cascasse. Ma quella volta non era così, e da allora nulla fu più come prima.
Stupri di gruppo, assalti a coppiette innamorate, sevizie durante le feste, rapimenti di liceali, donne trovate morte agli angoli di strada, donne ferite, impazzite, donne rinchiuse in casa volenti o nolenti dai genitori preoccupati, dai mariti ansiosi, dalla responsabilità, poi cosa fanno se mi succede qualcosa? Cose così. Donne rinchiuse dentro casa e ancora peggio stuprate comunque, perché nessun muro è riuscito mai a fermare quello che stava succedendo, che già succedeva prima, che era sempre successo ma che poi, a un certo punto, ha cambiato per sempre la nostra vita. E per la strada nessuno, nessuno che lo notasse, finché non era tutto finito. Quando successe a me, mi parve di sentire un passante che diceva Porti pazienza. Porti pazienza, quella pazienza che nessuno conosceva più, non quando riguardava pace e quiete.
In quei giorni non si sentiva parlare d’altro, e non era solo la televisione, altrimenti io quasi non me ne sarei accorta. Non si sentiva parlare d’altro per strada, sottovoce nei negozi, non si vedeva altro in giro. Un giorno incontrai la mia vicina di casa, una donna di una certa età che conteneva a malapena la ciccia nei suoi pantaloni bianchi attillati e su quei suoi tacchi da segretarietta vacillava a ogni passo. La trovai al mercato coperto davanti al banco della carne che ansimava fissando a occhi sbarrati le salsicce di pollo, la borsa di pelle logora stretta al petto, gli occhi sbarrati, il tuppè nero che sembrava liquefarsi nelle ciocche appiccicate sulla fronte imperlata. Faceva fatica a respirare e la portammo via quasi di peso. Ricordo che odorava di deodorante da quattro soldi; ricordo un’ondata di nausea e la domanda tra me e me: Come può essere successo anche a lei. Che ci avranno trovato quelli là. Qualcuno le portò un bicchier d’acqua e lei se ne andò per la sua strada, tentando di reprimere il ricordo affannoso con un tuffo ipnotizzante nel vortice di motorini, bancarelle, passanti e banditori. Lo stesso vortice che impediva a me di capire, e che avrebbe continuato a farlo se, un giorno, quelli là non avessero trovato anche in me qualcosa, lasciandomi sul viso questa linea rosa per apprezzamento. Cosa ci avranno trovato in me, allora? E in tutte le altre, poi?
Raccontai l’episodio alla portiera: brutta storia, signo’, è stata proprio una brutta storia per quella poveretta. Brutta storia, ecco come la chiamava lei. Lo sapevo: le parole, la portiera le usava a modo suo. Mai che chiamasse le cose, le cose serie, con il loro nome. La madre della signora del terzo piano, quella che da quando era andata a stare con la figlia teneva sveglio tutto il palazzo con le sue grida strazianti, le prime grida strazianti di cui abbia memoria, quella che tre mesi dopo già l’avevano seppellita, per la portiera stava male, molto male. Non mi stupii che lo stupro, la parola dell’anno, il cavallo di battaglia della maggioranza trionfante, diventasse nella sua bocca una semplice storia, una brutta storia. Brutte storie se ne vedevano dappertutto, e pochi le chiamavano per nome: per questo dimenticare metà dizionario non gli è costato nessuna fatica.
Di quell’epidemia di brutte storie il governo non dava segno di venire a capo, e neanche i giornali. All’inizio tentarono di camuffarle da vicende mostruose per riempire la pagina della cronaca, ma poi la faccenda gli sfuggì di mano, questo credevamo allora. Davano la colpa ai rom, ai clandestini, alle orde di barbari che premevano ai confini dell’impero. Poi le donne capirono da sole come si stavano mettendo le cose: come, non perché, ma i loro mariti non stettero ad aspettare che qualche celebre studioso gli fornisse una spiegazione plausibile, o qualche soluzione.
I raggi obliqui del sole infiammano la mia stanza per qualche istante e subito un brivido mi attraversa la schiena. La temperatura scende velocemente nel deserto di scorie, nonostante il mare vicino. Cerco nel baule qualcosa con cui coprirmi, afferro una vestaglia di cotonina. Quella a fiori rosa, che ho portato fino a consumare in quei primi mesi di panico e clausura.
Non so come sia andata a finire, cosa ne sia stato di tutte quelle salme violentate, né dove siano riusciti a seppellirle, murando vivo il loro ricordo. A quel punto, dell’epidemia i telegiornali non parlavano più e i pochi siti che ancora si caricavano erano così poco eversivi da rallegrarci al massimo con la notizia di qualche nuovo ritrovato della tecnica, che prometteva di rinfrescarci dall’afa o di eliminare per sempre i peli superflui. E di donne che al riparo delle loro quattro mura continuavano a preoccuparsi dei peli superflui ce n’erano tante. Ce ne sono ancora, probabilmente.
Di cos’altro dovrebbero occuparsi, tanto – da quel momento noialtre mica abbiamo più avuto tanti stimoli. Neanche uscire a fare la spesa potevamo più. E gli uomini, in piena crisi, avevano già il loro bel da fare a sopravvivere con mille espedienti: figurarsi se potevano perdere tempo a cercare spiegazioni o notizie. Figurarsi se potevano capire che niente era davvero passato. E poi delle notizie già nessuno si fidava, e nemmeno dei pochi giornali in circolazione: il parlamento era sul punto di sciogliersi, la costituzione era stata adattata ai bisogni del più forte, le periferie erano tagliate fuori dalla Rete e anche dopo che il raptus sembrava superato, con le leggi speciali antistupro e il Nuovo Regime di Sicurezza quasi tutti cominciarono ad aver paura a fare anche solo un passo fuori di casa, non solo di notte, non solo per appartarsi in un prato d’estate a scambiarsi carezze e baci.
Non era proprio paura, non era come quella che aveva rinchiuso noialtre dentro quattro mura: non si rischiava di essere seviziati, torturati, di finire in un ospedale con le ossa rotte e il ventre coperte di cicatrici o, se è per questo, di scomparire.
Non di scomparire davvero, almeno, non di diventare invisibili, o trasparenti, o di essere chiusi in una prigione segretissima da cui nessuno esce vivo e anche da morto non esce in una bara, con un funerale, e i parenti che piangono e tutto il resto che serve a ricordarti, e a dimenticarti, e a continuare la vita, no: ficcato in un sacco nero, esce, dentro a un furgoncino diretto all’aeroporto per cacciarti nella stiva di un jet e, una volta per sempre, sul fondo dell’oceano, in pasto ai pesci, finalmente davvero invisibile, innocuo mangime per gamberetti, finalmente.
Niente di tutto questo.
Chi usciva tornava sano e salvo, più roseo persino, di buonumore. Ma proprio quel buonumore era il primo segnale di sparizione. Non il corpo ti prendevano, quello no.
Io, rintanata nella mia vestaglia sformata a leggere e rileggere i pochi libri che ancora circolavano per casa, e a sfregare il cesso maniacalmente finché non luccicava, e la doccia, di queste cose avrei potuto non sapere niente. Ma ormai era diventata un’ossessione, tentare di capire, e mi affacciavo di continuo alla finestra per studiare i comportamenti, osservare i dettagli, per cogliere qualsiasi accenno di spiegazione, ben sapendo che le uniche notizie vere poteva portarmele soltanto Bob.
Bob però stava quasi sempre zitto, e rispondeva laconico alle mie domande anche se protestavo e insistevo che volevo sapere di più.
Non c’è niente da sapere, rispondeva, ma più i sorrisi aumentavano intorno a lui, più i suoi occhi si offuscavano di lacrime represse. Che cosa vuoi che ti dica, sbottò un giorno, esasperato dalle mie proteste. Che sono tutti felici? Che delle donne non si vede l’ombra, che tutti si sbattono come forsennati per sbarcare il lunario come meglio possono, e che invece sembra che sia caduta la manna dal cielo tanto sono allegri, di buonumore e pronti a festeggiare? Vuoi che ti racconti del cane? Di un cazzo di cane bastardo che voleva farsi una corsetta? Per un cane, ormai, arriva la neuro. Stavo uscendo dalla metropolitana, stamattina. Ero in piazza della Decorosa Allegria… hai presente: si chiamava Piazza Dante prima… insomma, davanti all’uscita lo spiazzo era inondato di sole, per una volta. Un tizio stava portando il suo cane mogio mogio a spasso nella folla, e a un certo punto la bestiaccia chissà cos’ha visto, ha dato uno strattone al guinzaglio e il tipo, preso di sorpresa, ha mollato la stretta lasciandosi sfuggire il cane. Allora ha cominciato a inseguirlo: era infuriato, non so perché. Forse aveva semplicemente la luna storta, o magari stava facendo tardi a qualche appuntamento, e mentre correva chiamava il cane imprecando, e appena lui ha alzato la voce tutti si sono girati, come se qualcosa riuscisse ancora a scandalizzarli. La maggior parte ha scrollato le spalle e ha proseguito sorridente per la sua cazzo di strada, figurati, ma dopo qualche istante si è sentito un coro di sirene e il tizio è stato circondato dagli uomini della Croce Rossa Bianca e Verde.
A quel punto il cane era lontano, ma all’uomo di lui non importava più niente: il sorriso stampato sulla faccia, si è lisciato la giacca e si è allontanato fischiettando. Io non lo so che cos’è quella merda, ma spero tanto che prima o poi finisca l’effetto. E intanto mi tocca andarmene in giro col sorriso stampato sul volto per evitare neanche io so bene cosa.
Biotrattamento Psicosanitario Obbligatorio o BPO, così presero a chiamarlo, ma l’unica cosa che ne sapevamo noi era che metteva di buonumore e non pareva avere effetti collaterali. Del resto, gli effetti collaterali non ci mancavano.
Ormai le urla strazianti erano continue, di giorno e di notte, e quando finalmente si spegnevano nell’appartamento accanto, venivano da quello di sopra o da quello di sotto, in un giro costante che difficilmente si sarebbe esaurito presto: quando un posto si svuotava quelli che dormivano per strada si accapigliavano per occuparlo prima degli altri. Per noi che eravamo ancora sani, per noi che eravamo ancora capaci di toccarci, di guardarci negli occhi e stranamente persino di amarci, quella giostra di sofferenza era quasi un sollievo: sapere di poter provare compassione, di poter confinare l’angoscia in un abbraccio, ci faceva sentire umani, e ogni giorno tremavo all’idea di vedere Bob sorridente. Sono stata fortunata, perché presto anche lui si ammalò.
Che cosa fossero quegli strani sorrisi, che cosa quell’euforia, Bob non se lo è mai spiegato. La neuro c’entrava, per forza, e le ronde anche, ma che cosa gli facessero non potevamo saperlo. Già era abbastanza che non ci avessero toccato, ma come noi ne restavano pochi, e andare a cercarli era impossibile per me e un rischio intollerabile per Bob, che già correva da un lavoro all’altro per scongiurare il pericolo del Recupero Inoperosi.
Per giorni e giorni ho temuto e sperato di provare quell’allegria insensata anch’io, quando mi sono trovata di colpo in mezzo a tutti quei rottami di donne contente nella Casa della Donna in Difficoltà. Venivano a recuperarle subito dopo, e loro, che erano fuggite appena qualche giorno prima, spronate dalle sevizie o forse solo dalla noia, si lasciavano abbracciare, impassibili ma soddisfatte, insensibili ma inspiegabilmente fiere di sé, dal maritino, o dal padre, armato di regolamentare tagliandino giallo come in un ufficio postale.
Prima di ammalarsi Bob mi aveva accontentato con un altro dei suoi rabbiosi racconti. Tra le sue varie Concessioni Lavorative ce n’era una in un albergo al capo opposto della città e quel giorno, con le corse dei mezzi ridotte a causa del razionamento, aveva dovuto fare la strada a piedi. Girato un angolo mentre costeggiava il centro, aveva visto un mendicante fare capolino da un androne.
Stavo quasi per decidere di mollargli qualche centesimo – il tono incazzato, a denti stretti per non piangere: Bob parlava soltanto così ormai – ma davanti a me c’era un tipo allegro, e quando ha sentito il mormorio lamentoso dell’altro, ha subito tirato fuori il cellulare. Dopo qualche istante attorno ai due c’era un’orda di energumeni in divisa, che hanno infilato un casco biotrattante al poveraccio e quando glielo hanno tolto lui era tutto contento, e cantava, cantava, puoi crederci? Mentre loro se lo portavano via in chissà quale Discarica di Recupero a lavorare. A crepare, dovrei dire. La voce – un sussurro.
Quando alla fine sono venuti a prendere me, di donne scambiate con un talloncino giallo ne avevo viste parecchie: di tanto in tanto mi coglievo a sperare che Bob si rimettesse, che anche lui arrivasse con l’avviso in mano, ma se ero uscita di casa un motivo c’era, e lui almeno si era salvato da tutto il resto. Aveva sofferto come un cane, sicuro, e quando mi accorsi di non poter uscire dalla Casa della Donna quasi persi il senno a immaginare la sua agonia. Ma alla fine le sue urla non saranno state più agghiaccianti di tutte le altre, questo è certo, e senza nessun aiuto se ne sarà andato presto, e almeno ha potuto sentire la mia voce dirgli addio, prima che uscissi a cercare aiuto. Arrivo in farmacia e torno indietro, mi dicevo – Pazza! – e invece avrei dovuto ascoltare le sue implorazioni, che sussurravano – Non andar via, non te ne andare, non voglio perderti, ho solo te.
E comunque il giorno che vennero a chiamarmi provai un barlume di speranza. Lo soppressi subito: se loro non vogliono trattarmi, devo essere io a soffocare le emozioni più dannose, mi dicevo. Li ho aiutati, lo so, mi maledico, ogni giorno, ma neanche oggi immagino che cosa avrei dovuto fare, oltre a morire insieme con Bob. Vennero a prendermi, e non era Bob, e subito sperai in un BPO, nella fine di tutta quella pena. Invece dal casco uscii triste come prima, solo silenziosa.
Mentre il problema della scarsità e dei rifiuti si risolveva nel più semplice dei modi, mentre le masse umane che fino a poco prima si erano accalcate speranzose intorno alle mura di cinta degli Eco-Insediamenti riprendevano sorridenti la loro routine, fatta ormai di Concessioni Lavorative dall’alba al tramonto per gli uomini e di segregazione all’insegna del Nuovo Regime di Sicurezza per le donne, alcune di noi, in numero accortamente ponderato, non erano costrette a sorridere sedate. Girava voce che il BPO seccasse la vagina, ma più probabilmente agli uomini con le donne troppo tranquille non gli tirava il cazzo: le preferivano un po’ lunatiche e un po’ depresse, e che piangessero davvero quando le si umiliava, sennò che divertimento c’è. A quanto ho visto, la serenità artificiale non ha eliminato il sadismo dei maschi, e di certo non la voglia di scopare, ma sta di fatto che neanche con il trattamento si accontentano delle loro mogli. Per quello vennero a prendermi: per rimpolpare le schiere dei Centri Sfogo Testosterone, dove uomini di ogni età, dietro prescrizione medica, vengono a curare l’unico effetto collaterale del BPO di cui siamo mai stati a conoscenza. Che quell’eccesso di ormone fosse stato, all’inizio, il primo effetto desiderato, non potevo nemmeno immaginarlo.
Poi un giorno la Signora mi ha mandato con Maddalena nella Suite Dirigenziale. Quel giorno, ricordo, in televisione avevano annunciato che la popolazione mondiale aveva toccato l’ottavo miliardo. Al solito, anche quella fu proclamata come una notizia lieta, come se non sapessimo tutti che le risorse scarseggiavano, che l’inquinamento uccideva come mosche gli abitanti delle periferie e che il pianeta non ce la faceva più a sostenere quella massa umana. Meglio dire: come se io non sapessi, perché nel salotto davanti alla televisione tutte le altre sorridevano inebetite di fronte all’immagine della bambina indiana appena nata, quella che aveva segnato il raggiungimento dell’ottavo miliardo. Trattamento o meno, oltre a me l’unica che non ci cascasse era Maddalena, ne ero certa. Quando la Signora entrò stirai gli angoli della bocca in un sorriso, temendo di essere rimproverata, ma quella si limitò a lanciarmi un’occhiataccia e intimò a me e a Maddalena di salire all’ultimo piano.
Dimenticare in un secondo le notizie più deprimenti non era una novità per me: prima del raptus ci arrivavano di continuo notizie di stragi sempre più agghiaccianti, di genocidi fomentati dalle radio commerciali, di follie assassine di massa. Al bar, quando ancora uscivo la mattina per andare al lavoro, quando abitavo dall’altra parte di questa sopraelevata, mi guardavo attorno e vedevo espressioni sgomente fissare le notizie del mattino, all’inizio. Poi anche a quello facemmo l’abitudine, e davanti al bancone le facce che si tuffavano nella tazza del cappuccino con occhi spenti e lontani divennero contagiose. Correggevamo la nostra idea della storia con un tocco di cinismo, facendo buon viso a cattivo gioco, e quell’abitudine non mi abbandonò mai, per questo mi maledico: per come mi aggiustai il reggipetto e lanciando uno sguardo d’intesa a Maddalena mi diressi verso le scale.
Nella suite il il generale R aveva dato appuntamento al cardinale V per coniugare all’utile il dilettevole. Da quel giorno, mentre io e Maddalena offrivamo uno spettacolo a lor signori, uno di quegli spettacoli che solo gentiluomini del loro rango possono concedersi senza temere il Sacro Castigo Capitale, ho scoperto che quella che mi ossessionava non era una follia omicida, non la solita in ogni caso.
Generale, lei ha un senso dell’ospitalità impeccabile, ha detto quel giorno il cardinale sollevando un angolo delle labbra con un sorriso un po’ ironico e un po’ sdegnoso. Una lingua che guizza fuori con passione, un viso espressivo! A queste opere d’arte manca solo la parola, ha continuato allargando le gambe e mettendosi comodo. È una gioia sapere che ci sono ancora corpi di donna dotati di un’anima.
Si figuri, cardinale. Ce ne sono a sufficienza: disponiamo di un impeccabile sistema di calcolo del Bisogno Maschile – mi distrassi dalle carezze di Maddalena per trattenere un ghigno: il generale aveva alzato il tono in corrispondenza delle maiuscole – le risorse necessarie ad assorbire l’eccesso di testosterone della popolazione nanotrattata non mancano. I primi esperimenti di Biomanipolazione Nanopsichica hanno avuto qualche effetto collaterale, bisogna ammetterlo – la voce del generale continuava a salire e a scendere nei punti opportuni – nei paesi dove c’erano un po’ troppe armi a portata di mano e l’organizzazione statale lasciava un po’ a desiderare c’è stato qualche genocidio di troppo, ma non è successo nulla che in un paese per bene non si potesse controllare con qualche pillola e qualche radiazione. Non prima di aver ottenuto l’effetto desiderato, ma questo non serve che lo spieghi a lei. Come avremmo potuto stabilire l’ordine senza far capire bene che cosa potesse arrivare a fare una folla eccitata e fuori controllo? Solo dimostrare veramente a cosa serve la Sorveglianza Diffusa Centralizzata avrebbe fatto accettare finalmente il Nuovo Regime e il BPO. E questo tutto grazie a lei e ai suoi collaboratori. Ma il cardinale a quel punto non lo ascoltava più. Era troppo interessato a studiare la mia lingua che si intrecciava con quella di Maddalena.
Dopo quella rivelazione, però, la mia eccitazione si era ormai spenta del tutto nonostante la presenza della mia amica, con cui in precedenza avevo spesso dimenticato di essere una semplice addetta al Servizio Psicosanitario Integrativo. Biomanipolazione Nanopsichica: ecco cos’era, ora lo so. E anche Maddalena lo sa, gliel’ho letto negli occhi, e nel fremito che le ha attraversato il corpo avvinghiato al mio. Una luce triste e furiosa assieme, che avrebbe preluso a una scenata furibonda, se solo avessimo potuto pronunciare le parole giuste, o qualsiasi altra parola. Ma a che sarebbe valso il nostro grido inarticolato? Concludemmo il Servizio in fretta con gesti meccanici.
Se le follie assassine non erano vere follie assassine ma l’invenzione di un manipolo di psicotici, se le guerre e i genocidi e l’ondata di stupri che ci avevano tolto ogni speranza erano frutto delle nanotecnologie, allora anche a quell’ultima follia, a quella di cui anch’io porto la cicatrice, allora anche a quella riesco a dare finalmente un senso, e pure a tutto il resto. Agli occhi spenti, al sorriso sulle labbra, a questo esercito di allegri giovanotti che passano ogni giorno dalla mia stanza con il loro certificato medico, che vengono a trovarmi rincasando dal lavoro e sbrigano la loro Incombenza Settimanale con qualche rapida spinta meccanica, scacciando dalla mente i pensieri dell’ufficio e dei marmocchi da sfamare. Loro non sanno niente, e io non posso spiegarglielo, e anche se potessi non capirebbero, perché i loro ricordi non esistono più.
Io invece ricordo, ricordo tutto, e ora so perché. Io non sorrido, piango a volte, perché nei Centri Sfogo Testosterone le cose stanno così. Siamo opere d’arte davvero: corpi di donna frementi e pulsanti, animati perfino, come in giro non se ne vedono più. E gli uomini ci adorano, per qualche istante si innamorano di noi e penderebbero dalle nostre labbra, se solo ci avessero lasciato la parola per far breccia nei loro pensieri.
Da quel giorno con Maddalena fu un’altra cosa. Prima i nostri corpi si armonizzavano alla perfezione, a uso e consumo dei clienti, certo, ma non aspettavamo altro. Ma dopo, sapere che condividevamo un segreto ci ha legate al punto che per mesi – Pazza! – per mesi ho finto che nulla fosse cambiato, che fosse tutto come prima, prima che tutto succedesse, quando il sospetto non era ancora, non del tutto, il primo metro di misura dei rapporti umani.
E ora non ricordo quasi più come facessi a tirare avanti, prima di quel giorno. Rinchiusa nella mia pelle, eseguivo gli ordini nel mio assordante ammutolimento, che riempiva la giornata di stupore, e basta. La luce degli occhi di Maddalena, il nostro segreto racchiuso nell’arco aggrottato delle sue sopracciglia, ha riempito nuovamente la mia testa di suoni, scacciando lo stupore e riportando alla luce ricordi di gioia, quasi fosse lei a raccontarmeli con le sue parole. Con la sua voce che io non conosco. Una sirena muta mi ha trascinato in questo gorgo di oblio da cui non so più uscire.
Tra i molti vestiti, che non userò mai più, c’è anche il ridicolo boa di lustrini dorati, quello che eccitava tanto il generale mentre sfioravo le cosce di Maddalena, sfuggendo sbigottita il suo sguardo. Ora che le sue urla strazianti echeggiano chissà dove, ora che l’hanno portata via per sempre, come una vergogna che presto, molto presto si spegnerà, stringermelo attorno al collo è l’unica cosa che mi resta da fare. Un ultimo gemito inarticolato per sopprimere questi ricordi che non hanno più senso, né luce.

***

Centro Sfogo Testosterone 22/A
Via San Pio da Pietrelcina 101
Napoli Gianturco, 10 maggio XV anno E.D.
Re: Comunicazione decesso mantenuta IVC-167 – Sez. Nazionali
Spett.le Podestà,
La presente è per metterLa al corrente dell’increscioso decesso autoperpetrato della nostra mantenuta IVC-167 – Sez. Nazionali, nome di servizio: Salomè. In conformità con l’Art. 26 comma N del Regolamento Centri Sfogo Testosterone, troverà allegato alla missiva l’Impianto Nanotecnologico asportato al momento della biopsia.
Come riscontrerà all’esame della registrazione della sua ultima ora di vita, la mantenuta in oggetto presentava segnali di lesbismo latente e una fervida fantasia contraddistinta da pericolose tendenze sovversive.
Ci permettiamo pertanto di concludere che se la mantenuta non avesse violato in maniera a dir poco blasfema la sacralità della vita donatale da Nostro Signore, potremmo rallegrarci che sia scomparsa prima che tali sintomi mettessero a repentaglio l’efficienza dello S.P.I. da lei erogato.
In attesa di un Suo cortese riscontro di avvenuta ricezione, voglia accettare i miei più distinti saluti.

Il direttore del CST 22/A
Beniamino Prete

La filosofia di Lost (intervista)

by kaizenj

More about La filosofia di Lost

La filosofia di Lost. La filosofia di Lost? Davvero una serie tv può avere a che fare con la metafisica? O meglio può la metafisica avere a che fare con una serie tv? Fenomenologicamente la risposta affermativa è ineccepibile e La filosofia di Lost (Ponte alle Grazie, pp. 166; 10,20 euro) a firma Simone Regazzoni è la prova che si può condurre un’indagine rigorosa sul terreno della cultura pop sviscerando gli interrogativi “principe” dell’intera storia delle idee. Da Derrida a Heidegger, da Foucault a Freud passando per Cartesio, Gramsci, Aristotele, Nietzsche, Pascal, Schopenhauer, Sartre e Deleuze. Regazzoni, professore alla Cattolica di Milano, riesce, con una scrittura fluida, “narrativa” e accattivante laddove nessuno si era nemmeno avventurato – se non con risultati deludenti, nell’esplorazione della philosphy fiction. Dopo Harry Potter e la filosofia (Il Melangolo, 2008) e La filosofia del dr. House (Ponte alle Grazie, 2007 – con il collettivo Blitris), scandaglia l’Isola con gli strumenti della speculazione, evitando la forma saggio e costruendo uno spin off, un rizoma, di stampo filosofico della serie. Lo ho incontrato.

Tra tutte le serie televisive, perché Lost?

Cominciamo con il dire che molte, tra le nuove serie tv americane, meriterebbero attenzione da parte della filosofia, proprio nella misura in cui rappresentano le grandi narrazioni del nostro tempo. È come se la fine delle grandi narrazioni ideologiche avesse lasciato spazio a un ritorno delle narrazioni forti e strutturate nell’ambito del cinema, della letteratura e in particolare nelle nuove serie tv statunitensi. Con queste narrazioni credo sia urgente confrontarsi, anche inventando nuove forme mutanti di filosofia. Perché oggi più che mia la fiction è parte integrante di ciò che chiamiamo “realtà”. Non a caso, prima di Lost, mi sono occupato di dr. House e di Harry Potter. Quanto a Lost, ciò che in questa serie mi ha affascinato (perché prima di qualsiasi calcolo o ragionamento c’è questo: fascinazione, amore, ossessione da fan: non è possibile lavorare con la cultura di massa senza una certa dose di partecipazione) è stata la capacità di unire complessità e popolarità. Lost è un’opera d’arte – non esito a dirlo – che mostra come si possa essere, al contempo, radicalmente sperimentali e insieme popolari (stiamo parlando di milioni di telespettatori), mescolando filosofia e disaster movie, riferimenti biblici e fantascienza. Il tutto inserito in una narrazione di grande potenza ed efficacia, che sembra avvalorare la tesi di Orson Welles secondo cui la televisione ha una forza narrativa che il cinema non può eguagliare. Ecco il primo fattore di interesse, ai miei occhi, cui si connette immediatamente il secondo: l’effetto poetico di Lost. Umberto Eco, nelle sue Postille a Il nome della rosa, definisce “effetto poetico” la capacità di un’opera di generare sempre letture diverse senza esaurirsi. Ora, Lost è una macchina progettata per produrre le letture più disparate, rendendo lo spettatore una sorta di co-autore. Basta vedere che cosa accade in rete per capire fino a che punto funzioni la macchina narrativa di questa serie. Lost, detto altrimenti, è un universo narrativo in espansione transmediale. Alcune dichiarazione di Damon Lindelof, uno dei creatori della serie, sono a questo proposito molto significative: “Quando la serie sarà finita, e magari secondo le nostre volontà, il pubblico potrà ancora tornare indietro e ci sarà ancora spazio di interpretazione, come in qualsiasi opera letteraria”.

La filosofia e la tv, un rapporto burrascoso…

Sì, per molti filosofi oggi è ancora così. Ma questi filosofi non vanno presi troppo sul serio (Popper in primis naturalmente) se non come sintomo di una resistenza a un processo irreversibile di trasformazione della filosofia di fronte alla tv e, più in generale, ai nuovi media. Oggi non è più credibile, se mai lo è stato, il filosofo che, di preferenza in televisione, dichiara di non guardare la tv o di non possederla. È puro kitsch intellettuale: una caricatura del filosofo buona, ad esempio, per una serie televisiva italiana per famiglie. Certo, le caricature di filosofo non mancano, e devo dire che in fondo le amo molto. Non a caso spesso le uso nei miei libri come personaggi concettuali. C’è chi si chiede dalle colonne dei quotidiani, cito a memoria, “Guardare o non guardare Lost, 24, CSI, e quant’altro?” e chi accusa la televisione di essere un “paradigma pornografico”. Ora, è chiaro che queste accuse non sono altro che una forma di esorcismo verso un oscuro e inconfessabile oggetto del desiderio. Ma come ho già avuto modo di dire, questi filosofi sono dinosauri destinati a estinguersi. Non a caso la più importante rivista italiana di filosofia, Aut aut, dedicava nel 2007 un intero numero alla televisione dal titolo Davanti alla televisione, in cui si parlava anche dell’altro spauracchio di ogni intellettuale culturalmente corretto: i reality, a partire dal Grande Fratello. Presto occorrerà occuparsi anche di questo, a costo di scatenare nuove burrasche.

Locke, Rousseu, Hume, Bentham, Bakunin: troppo facile…

Troppo facile e banale. Lost fortunatamente non è un compendio di storia della filosofia. Altrimenti, almeno per quanto mi riguarda, sarei passato immediatamente ad altro. Sull’Isola ci sono nomi di filosofo come ci sono mille altri indizi letterari, mitologici, tratti dalla storia delle religioni. Sono tutti elementi di un gioco cui prendere parte, ma che non tollera strategie troppo prevedibili. Per questo se ci sono filosofi di cui non mi occupo nel mio libro sono proprio quelli il cui nome compare nella serie. Al di là dei nomi, sono le questioni filosofiche che l’Isola pone a interessarmi, a partire da quelle legate alle idee di mondo (è Desmond che dice: “Non esiste il mondo esterno”), di verità e, più in generale, di complessità. Leggo l’Isola come un sistema complesso cioè un sistema composto da un gran numero di parti che interagiscono in modo non semplice e in cui l’insieme è qualcosa di più della somma delle parti. Per questo chi sostiene, come il razionale Jack, che l’Isola è solo un’isola non arriverà mai a comprenderla. La razionalità di Jack sull’Isola, come nella realtà, è una semplificazione pericolosa. In un momento in cui anche importanti filosofi come Žižek o Badiou sembrano tentati di riproporre le virtù di un mondo ordinato che rompa con le logiche della complessità (tentazione che giudico pericolosa) mi sembra oltremodo interessante riflettere attorno alla questione della complessità così come viene messa in scena in Lost.

La questione dell’alterità, dell’altro, è un tema filosofico (di questi tempi più tangibile che mai) per eccellenza. In Lost è un punto centrale del meccanismo narrativo…

Sì, è centrale al punto che il termine “Altri”, con la maiuscola, diventa nella serie il nome di coloro che si trovano già sull’Isola al momento dell’incidente aereo. La tentazione potrebbe essere qui quella di evocare la filosofia di Levinas, in cui il concetto di “Altri” svolge un ruolo capitale. Ma se non chiamo in causa Levinas è perché in Lost gli Altri sono molto più traumatici di quanto non lo sia Altri in Levinas. Non a caso cito Sarte, en passant, che in una sua famosa opera teatrale fa dire a uno dei suoi personaggi: “L’inferno sono gli altri”. Gli Altri, sull’Isola, sono traumatici, sono una Cosa traumatica. Chi sono davvero? Che cosa fanno? Perché ci rapiscono? Perché ci attaccano? Perché ci imprigionano e torturano? Ecco tutta una seria di questioni che assillano i superstiti nel loro rapporto con gli Altri. Gli Altri, qui, non si lasciano facilmente addomesticare, non c’è nessuna fascinazione esotica verso di loro, ma prima di tutto conflitto e poi interazioni complesse. Ma quello che è più interessante è che agli occhi degli Altri sono proprio i superstiti ad essere Altri: dal punto di vista degli Altri i superstiti sono minacciosi, sono anch’essi Altri, gli Altri degli Altri. Il che significa che siamo sempre Altri per coloro che chiamiamo Altri. Altri è un concetto relativo alla posizione ci chi lo enuncia, come mostra bene John Locke quando afferma che Sayid è uno degli Altri per la Rousseau.

L’Isola viene paragonata alla radura di Heidegger…

Niente di più semplice per chi conosca un poco Heidegger. Credo che Heidegger ci abbia regalato, nel Novecento, uno dei più radicali e interessanti ripensamenti dell’idea di verità. Per farla breve, Heidegger pensa la verità non come adeguazione del linguaggio alla cosa, ma come non-nascondimento, come apertura di un orizzonte che nel suo aprirsi conserva sempre in sé un elemento di opacità, enigmatico e insondabile, una sorta di cuore di tenebra della verità. Per spiegare questa sua idea, Heidegger ha usato la figura della radura: la verità è una sorta di radura che si apre nel cuore di un bosco o di una foresta. Ora, ogni una radura per essere tale – uno spazio illuminato che si dischiude in una foresta – ha bisogno di conservare attorno a sé l’oscurità della foresta. Questa oscurità non è un difetto che nuoce alla radura, ma un elemento essenziale alla radura stessa. Se questa oscurità venisse eliminata, verrebbe eliminata anche l’apertura della radura. Lo stesso accade secondo Heidegger alla verità come radura: essa necessita sempre di un fondo di oscurità per manifestarsi. In Lost incontriamo spesso radure che si aprono nella foresta e che dischiudono una qualche verità: sempre parziale, che conserva sempre un elemento di opacità. Ecco perché ho evocato Heidegger. Più in generale, questa idea di verità è in assoluta consonanza con l’idea di sistema complesso di cui l’Isola è l’incarnazione. E questo con buona pace di quanti pensano che Heidegger sia una sorta di pensatore arcaicizzante e antimoderno. Non a caso il filosofo spagnolo Daniel Innerarity, parlando di come i sistemi complessi abbiano messo in crisi l’idea secondo cui i fenomeni possono essere sempre completamente svelati, ha evocato Heidegger che per primo ha posto l’accento sull’inevitabilità dell’occultamento. Venendo a Lost, direi che l’Isola ci mette proprio di fronte all’enigma di questo occultamento che sta alla base dei sistemi complessi.

Deleuze, Derrida e lo stesso Heidegger. Che cosa c’entrano con Lost?

Cominciamo con il dire che il mio libro non è, né non vuole essere, un saggio su Lost. La filosofia di Lost si presenta come uno spin-off filosofico (non a caso il sottotitolo è philosophy fiction) che prende spunto da un certo numero di questioni sollevate dalla serie per comporre un testo filosofico mutante, che si contamina con l’oggetto con cui si confronta, ne riprende alcuni elementi e strategie, e si propone esso stesso come oggetto filosofico in grado di circolare nella cultura di massa. Come testo filosofico pop. Date queste premesse mi sono preso la libertà di far interagire con l’Isola filosofi che in qualche modo mi sembravano in consonanza con alcune questioni sollevate dall’Isola. Questi filosofi sono i miei fantasmi che ho incontrato sull’Isola. Perché proprio loro? Di Heidegger ho già detto. Per quanto riguarda Deleuze e Derrida, sia l’uno sia l’altro si sono occupati, in momenti diversi, proprio di isole per elaborare una riflessione sullo statuto ontologico della realtà. Come se interrogarsi su che cos’è un’isola significasse interrogarsi nel modo più radicale su che cos’è la realtà o il mondo. Ciò significa che questi filosofi, per altro considerati difficili, si prestavano ottimamente a entrare con le loro questioni radicali nel mio testo mutante. Credo che quanto Wu Ming 1 ha scritto in Noi dobbiamo essere genitori a proposito di un certo modo di fare e concepire la letteratura valga oggi anche per un nuovo modo di fare filosofia: si tratta di portare dentro la popular culture un certo polemos filosofico per non ridurlo semplicemente a un gioco da tavolo accademico. Per parte mia cerco di portare una certa radicalità decostruttiva nell’ambito della pop culture. Perché credo abbia ragione Mark Taylor quando afferma che Derrida aveva sottovalutato il crescente impatto dei media e della cultura popolare.

C’è anche chi accusa Lost, 24, Battlestar Galactica, Prison Break, Dollhouse, ecc. di giustificare la tortura…

Niente di nuovo sotto il sole. C’era chi accusava Il Padrino di giustificare la mafia. Direi che è sempre buona regola di fronte alle opere di fiction attenersi all’idea che non ci dobbiamo aspettare storie con la buona morale incorporata. Altrimenti corriamo il rischio di introdurre anche nell’arte i politicamente o il moralmente corretto. Se c’è un’etica nell’ambito dell’arte, si può star certi che essa non ha nulla a che fare con l’idea di dover produrre messaggi edificanti. Poi naturalmente ciascuno è libero di preferire Il maresciallo Rocca a 24 o Lost. Per parte mia troverei artisticamente preoccupante non vedere in scena la questione della tortura e dei suoi dilemmi in opere d’arte del nostro tempo. E troverei francamente noiose opere che mostrassero quanto è brutta e cattiva la tortura. A un’opera d’arte chiedo che mi metta di fronte anche alla fascinazione che la tortura opera su di noi, alla tentazione che in certi contesti politici essa può suscitare. Mi pare che Lost e 24 facciano bene questo, proprio perché sono opere complesse. E poi non dimentichiamo che il rapporto tra un messaggio e colui che lo decifra non è un meccanismo semplicistico del tipo: vedi la tortura giustificata in una narrazione di finzione quindi giustificherai anche tu la tortura nella realtà. Per capire che tipo di fruizione sia oggi quella della cultura di massa basta vere che cosa accade in rete attorno alle serie tv: non si è mai vista un’interazione così attiva con l’opera d’arte.

C’è anche un pubblico, quello dei giovanissimi per esempio, a cui forse non vengono forniti tutti gli strumenti per confrontarsi con il “meccanismo semplicistico” della giustificazione della tortura…

Che strumenti dovrebbe avere? Chi decide quali dovrebbero essere? Dipende dall’età, dal genere, dal livello di cultura, dal tipo di formazione, dalla classe sociale, dal quoziente intellettivo? Credo che inoltrarsi su questa strada sia molto pericoloso: si arriva inevitabilmente ai comitati dei genitori, dei saggi o degli esperti, fino alla censura. Preferisco il rischio della libertà alla sicurezza della censura.

Il libro usa l’espediente dell’apostrofe, si rivolge a un lettore, anzi a una lettrice…

Sì, mi rivolgo per tutto il libro a un tu femminile (cosa insolita per un testo di filosofia) cui talvolta attribuisco idee e gusti diversi dai miei. All’inizio, nei miei appunti, il tu funzionava come una sorta di sparring partner – non pensavo che avrei mantenuto quella forma. Poiché però, al momento di dare forma al libro, non sapevo bene come orientarmi nel sistema complesso di Lost, ho scelto di farmi accompagnare e forse guidare da una figura femminile. Hai presente quando Kate aiuta Jack o Sawyer a seguire delle tracce nella foresta? Ecco, anche io avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse. Non volevo creare mappe che semplificassero la complessità, così ho scelto qualcuno che mi aiutasse a seguire delle tracce. Perché un tu femminile? Me lo sono chiesto anch’io e anche il mio editor (una donna, Cristina Palomba) che subito non era convinta di questa scelta. Non so perché, ma il fantasma del tu femminile era la dimensione più naturale per la mia scrittura in quel momento. A un certo punto questa forma mi si è imposta. E l’ho accolta senza nessun problema, tanto più che penso, proprio come Derrida, che i filosofi a venire siano donne.

Articolo pubblicato su Panorama.it (quando ancora mi ci facevano scrivere…)

Io li odio i nazisti dell’Illinois> Narrazioni> Che bella gente di Andrea Cattaneo

by Kai Zen

casa-mediashoppingChe bella gente (liberamente tratto dall’omonima canzone di Giorgio Gaber)

Sì caro mio, tu dici così perché non li conosci ma guarda che non sono più neppure umani. Non sai mica come è fatta questa gente qua. Per esempio, ce n’è uno col testone – sì, è imbarazzante –; alle cinque della sera non ricorda già più il suo nome. E che nome! Un nome temuto e conosciuto, mai che abbia lavorato. Arriva al bar ogni sera e inchioda il suo sedere davanti a un tavolino e s’ammazza a furia di brindisi. Già, proprio così, hai capito bene. E in barba alla sua religione – che certo non incoraggia l’alcolismo – non tracanna mica Coca-cola e neppure acqua fresca, sai?
Poi, quando viene l’ora, te lo ritrovi dove? Sì, esatto proprio là. Tutto assorto ad ascoltare le prediche, dritto come una scopa, con l’occhio da affogato s’infligge quella punizione così smaltisce il vino e si pulisce la coscienza. Ma guarda che quel verme lì non pensa mica, sai? No, lui prega!
E poi c’è il fratellino, trafficone impenitente. Di giorno incassa bustarelle, distribuisce lavori, è peggio d’un dente guasto. Pensa che s’è sposato una mezza gobba solo perché ha la dote, ma non gli basta mai. Col suo bel vestitino, col suo bel macchino fa pure lo strozzino e non perde occasione per tenere d’occhio sessanta debitori che tiene in ginocchio. Credimi che quel fetente là non prega mica. No, lui frega!
E poi ci sono gli altri, la madre sempre muta che macina programmi tv e il patriarca defunto che li tiene ancora d’occhio: li fissa con aria severa affacciandosi da un lugubre fotografia. È lui che domina tutto il gregge che naviga nell’oro (venuto chissà da dove), ma a cena si concede soltanto una schifosa minestra. E quando non resta che il brodo, con la bocca li senti fare disgustosi “ssssct–ssssct”.
E poi c’è la vecchia che ormai hanno plagiato: trema ma non muore. La curano, sì, ma le contano le ore e invocano il momento di chiuderle la bara e aprire il testamento che, naturalmente, va tutto a loro vantaggio. Eh già perché ai funerali quella gente lì mica canta sai? No, ah, no! Conta!
E poi, c’è Margherita che è bella come il sole e tu non ha idea del bene che mi vuole. Sogniamo addirittura una casa nostra, è piena di finestre e quasi niente mura e dentro solo noi a ridere di gioia. la cosa è già sicura, solo che c’è una noia: la sua famiglia è contro.
Ce l’hanno su con me, mi danno del pezzente, non sopportano il mio colore. Eh già perché per quella gente è meglio un delinquente ma con la posizione e anche se la figlia sembra differente è nata ed è cresciuta in quel ambiente.
Da un mese a questa parte la tengono al guinzaglio perché – dicono in giro – loro di me hanno paura, capisci? Loro, che non sembrano neppure più umani, hanno paura. Si sono organizzati, pensa, assieme all’altra gente perché io, per loro, sono un pericolo ambulante. Le legge è dalla loro parte e mi vengono a cercare e se non trovano me fa niente, basta che ci sia qualcuno da prendere a bersaglio perché così si svagano. Perché così non si mischiano con noi e si sentono i più forti, i padroni di un paese che somiglia sempre di più a un grosso carcere a cielo aperto. E preferiscono restare nel loro ghetto, nelle loro belle prigioni a schiera con la tv satellitare e l’ultimo cellulare.
E quando ci incontriamo gli occhi di lei mi fissano e sembra che mi dica che un giorno fuggirà, che mi raggiungerà e allora in quel momento, allora io le credo ma solo in quel momento, perché da quelle case là nessuno scappa mai. Hai capito adesso come sono gli italiani?
Si è fatto tardi e ho quasi finito i soldi. Scusami per lo sfogo, se riesco il prossimo mese ti manderò altro denaro. Non ti prometto niente, può anche darsi che domani mi fermino per mettermi in galera. Ma ormai sono proprio stufo e non me ne importa più niente.

La crisi non esiste 4: Un dialogo

by Kai Zen

panorama“Capo? È permesso?”
“Vieni, vieni pure… che succede?”
“Be’ c’è stato un po’ di, ehm, di fermento, ecco.”
“Che stai a dì? di che parli?”
“La questione online…”
“Mbe’? Che c’ha la questione online?”
“Ecco i collaboratori non l’hanno presa bene…”
“E va be’, che sarà mai. Sono abituati quelli, oggi lavorano qui, domani lì…”
“Sì, certo è quello che ho detto anch’io, ma hanno fatto un po’ di casino.”
“E che palle. Chi se ne frega.”
“La cosa è circolata in rete, una testa di cazzo – un comunista – ha alzato i toni e messo sul suo blog la mail con cui li liquidavamo e sono cominciati ad arrivare i commenti degli altri, e poi un altro sito ha ripreso la cosa e insomma, ha fatto il giro della rete…”
“E che cazz… tutto io ti devo dire. Tu ironizza, minimizza. Un po’ di sano sarcasmo. Mettili al posto loro ‘sti dilettanti. Sei o non sei un vero giornalista? Usa le parole e mandameli a fare in culo. E pensare che gli abbiamo pure dato qualche centinaio di euro ogni mese… Ma che cazz… l’ho sempre detto io, siamo in un covo di brigatisti qui.”
“Vado, li sistemo e torno.”
”Bravo e non scassarmi più la minchia con ‘ste stronzate. Qui dobbiamo tagliare. Tagliare capito. Giù al marketing sono intoccabili, i giornalisti con contratto, non ne parliamo che ci scassano il cazzo con i sindacati, ah ma quando c’era Lui… Tagliare.”

***

“Capo? È permesso?”
“Che vuoi, non ci siamo visti ieri?”
“Era tre giorni fa.”
“Ah. E per cosa era?”
“La faccenda dell’online.”
“Online? Ah certo, quella decina di collaboratori da mandare a cagare che avevano alzato la cresta…”
“Veramente sono una trentina.”
“Va be’, dieci, venti, cento… allora, hai fatto come ho detto? Hai minimizzato, hai ironizzato, li hai umiliati a suon di retorica?”
“Non mollano.”
“Cosa vuol dire non mollano? Ti sei fatto prendere per il naso? Eh dillo al capo tuo, dei pischelli ti hanno preso per il naso? Dillo perché se è così ti prendo a calci nel culo.”
“No, ecco, io ho fatto… insomma minimizzato, ironizzato ma…”
“Ma?”
“Sembra non abbocchino. Non minimizzano e non ironizzano di rimando.”
“Come sarebbe a dire? E che fanno?”
“Argomentano. E sono incazzati.”
“Ohibò argomentano. Anvedi ‘sti pischelli. Ora chiamo giù al marketing e mando a casa loro…”
“Sul serio?”
“Ma sei scemo? Fa’ qualcosa, se no mando a casa te.”

***

Camilla Jacobsen“Capo? È permesso?”
“Che c’è? Chi sei?”
“È per la faccenda dell’online.”
“Quale faccenda?”
“La trentina di collaboratori da mandare a casa…”
“E?”
“Abbiamo avuto un’idea.”
“Incredibile.”
“Ehm… Ecco abbiamo chiesto di smentire le voci secondo cui chiudevamo l’online.”
”Ma che cazzo dici?”
“Aspetti. Aspetti. Funziona così. C’è l’estate di mezzo, la cosa andrà spegnendosi, e già ora la maretta si è placata. I commenti sono scemati…”
“Va’ avanti.”
“C’è l’estate di mezzo dicevo, i redattori sindacallizzati con contratto ce li dobbiamo comunque tenere…”
“Mannaggia a loro, quando c’era Lui…”
“Facciamo fare l’online a loro, affianchiamo qualcun altro da qualche altro sito o rubrica, carichiamo qualche ansa, riempiamo i buchi con qualche articolo breve breve… nessun approfondimento o menate varie… come stiamo facendo ad esempio nel canale libri…”
“Canale libri?”
“Canale libri.”
“C’è un canale libri?”
“Be’ sì.”
“Ecco perché va tutto a puttane… Chi cazzo se ne frega dei libri… Non c’è un canale tette e culi?”
Sì certo… non si chiama così ma c’è.”
“Ah ecco…”
“Dicevo nel canale libri possiamo anche parlare di altro senza appallare la gente con la cultura…”
”Tipo?”
“Che so, gossip o roba così, con leggerezza… come la faccenda del libro del ministro lanciato da quel giornalista in tv e il ministro che si indigna…”
“Praticamente mi stai a dì che l’online non è morto ma è comunque sepolto…”
”Be’ sì, poi ci toccherà riciclare i soliti a contratto ma intanto li usiamo e ci leviamo dalle palle i collaboratori che spaccavano i maroni con la chiusura…”
“Sì ma loro vanno a casa lo stesso…”
”Certo, ma li teniamo in un limbo. Agli occhi di chi ha seguito la questione sono dei coglioni perché si sono scagliati contro la chiusura e invece il sito è aperto e funzionante…”
“Seee funzionante…”
“Sì be’ ci siamo capiti… e poi non dicendo loro nulla, aspettano magari che li richiamiamo…”
“Bravo così mi piace, tienili per le palle. Se vuoi scrivere ancora per noi meglio che stai tranquillo…”
“Già.”
“Già.”
“Ah, aspetta.”
“Si capo?”
“Canale libri, canale libri… Mettici…”
“Già fatto. Sta già scrivendo…”
“Gossip?”
“Non solo, ironizza e minimizza.”

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 32

L’undicesimo capitolo della seconda metà

Io li odio i nazisti dell’Illinois> Le Ronde Nere (Intervista a Gaetano Saya)

by kaizenj

Riportiamo, con il permesso dell’autore Enrico Piovesana, da Peace Reporter:

Verranno presentate il 13 giugno a Milano. Si chiamano ‘Guardia Nazionale Italiana’. Intervista al loro fondatore, Gaetano Saya

La divisa della GniQuest’estate, salvo imprevisti, i volontari della Guardia Nazionale Italiana (Gni) dovrebbero iniziare a pattugliare le strade delle città italiane in applicazione del disegno di legge sulla sicurezza del governo Berlusconi (approvato dalla Camera lo scorso 14 maggio, ora all’esame del Senato) che all’articolo 3 (commi 40-44) prevede il concorso di “associazioni di cittadini non armati” al presidio del territorio (le cosiddette ronde).
Sono ex appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine e normali cittadini “patrioti e nazionalisti” pronti a “servire la nostra terra e il popolo italiano” svolgendo attività di vigilanza “per potenziare la sicurezza nei centri urbani” ma anche di “protezione civile” e di “promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all’Impero Romano”.
Hanno un Comandante Generale, il colonnello dei carabinieri in congedo Augusto Calzetta, di Massa Carrara, e un Presidente Nazionale, il giovane ex alpino Maurizio Correnti, di Torino (città in cui si trova anche la loro sede nazionale: le sedi operative sono, per ora, a Sarzana, Reggio Calabria e Siracusa).
Indossano una divisa: camicia grigia (inizialmente era prevista kaki) con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale nera, basco o kepì grigio con il simbolo della Gni: l’aquila imperiale romana.
Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero.
Al braccio portano una fascia nera con la “ruota solare”, simbolo del Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni.
Il sito del PniAnche i membri del Pni avranno un’uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l’altro la pena di morte per “gli usurai, i profittatori e i politicanti”, la lotta “contro il parlamentarismo corruttore” e la creazione di “un forte potere centrale dello Stato” e di “camere sindacali e professionali”, il diritto di cittadinanza e l’accesso alle cariche pubbliche “solo per chi sia di sangue italiano”, lo stop a “ogni nuova immigrazione di non-italiani” e l’immediata espulsione forzata di “tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977″, il divieto di pubblicazione di “giornali che contrastano con l’interesse della comunità” e l’abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni “che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale”.
La divisa grigia del Pni e della GniI paramilitari del colonnello Calzetta e le camicie grigie del Pni debutteranno ufficialmente il 13 giugno mattina (ore 11) a Milano, al numero 5 di via Chiaravalle, angolo via Larga, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale di Gaetano Saya, che nella sua pagina internet personale si dichiara “l’ispiratore politico” della Guardia Nazionale Italiana”.
Estimatore di Berlusconi e acerrimo nemico di Fini, Saya, che dopo il recente scioglimento di Alleanza Nazionale è rimasto l’unico depositario del simbolo dell’Msi di Almirante, è l’ex agente segreto della Nato ed ex ‘gladiatore’ legato al Sismi, che già nel 2003 provò a creare un gruppo paramilitare di ‘camice grigie’ (i Reparti di Protezione Nazionale) e che nel 2005 venne arrestato per l’oscura vicenda dei ‘servizi paralleli’ (il Dssa, Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, diretto da Gaetano Saya e Riccardo Sindoca): una “banda di pataccari” secondo l’allora ministro degli Interni Pisanu, che però risultò avere rapporti con i vertici degli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare con i servizi segreti militari.
PeaceReporter ha intervistato Gaetano Saya per capire qualcosa di più sulla Guardia Nazionale Italiana e sul Partito Nazionalista Italiano. Ecco cosa ci ha detto.

Gaetano SayaSaya, una breve digressione prima di cominciare: com’è finita la storia del Dssa?

L’inchiesta contro di me fu avviata per gettare fumo negli occhi, per sviare l’attenzione dai veri servizi deviati, quelli che facevano e fanno tuttora capo a Marco Mancini, l’allora dirigente del controspionaggio del Sismi. Proprio nei giorni del mio arresto, nel luglio 2005, Mancini e soci stavano rischiando grosso per la vicenda del rapimento di Abu Omar: erano i giorni in cui il capocentro della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, lasciava precipitosamente il territorio nazionale per sfuggire alla giustizia italiana.
Io e la Dssa siamo stati usati come capro espiatorio, sono stato vittima di una trappola, una cospirazione orchestrata dagli agenti deviati di Mancini, come il giornalista Renato Farina, l’agente ‘Betulla’, che su Libero scrisse che io e la Dssa eravamo coinvolti nel rapimento di Omar.
Dopo che, nel 2006, Mancini, Pollari, Pio Pompa, Tavaroli e Cirpiani sono finiti nei guai per il caso Abu Omar e per lo scandalo Telecom-Sismi, la persecuzione contro di me non serviva più e quindi è finita nel nulla. Salvo scoprire, proprio pochi giorni fa, che la Procura di Genova ha chiesto la riapertura del caso. Stavolta questi magistrati e poliziotti eversori, legati ai servizi deviati di cui sopra e appoggiati dalla sinistra, ma anche da Gianfranco Fini, vogliono colpire me per colpire il governo Berlusconi. Ci ha già provato, senza riuscirci, la Procura di Torino, cercando di criminalizzare la Guardia Nazionale Italiana per far naufragare il decreto sicurezza del governo: pochi giorni prima della sua approvazione alla Camera, la Digos di Cuneo è andata a casa mio figlio Dario accusandolo di far parte della Gni e di detenere illegalmente armi. Speravano di scatenare un putiferio. Ma le armi erano tutte regolarmente detenute, inoltre mio figlio non ha nulla a che fare con la Guardia Nazionale Italiana. Adesso, dopo questo buco nell’acqua della Procura di Torino, torna alla carica quella di Genova con la Dssa…

La fascia con la 'ruota solare'Saya, veniamo alla Guardia Nazionale Italiana. Sembra tanto un gruppo paramilitare fascista: le divise, i riferimenti al patriottismo, l’aquila imperiale romana…

Queste sono tutte stupidaggini! La Guardia Nazionale Italiana non c’entra niente con il fascismo. Io stesso non sono fascista. Sono di destra, sono un conservatore, un nazionalista: chiamatemi come volete, ma non sono fascista. Se fossi vissuto nel 1943 e avessi visto i fascisti che rastrellavano e fucilavano dei cittadini italiani mi sarei ribellato. Ho appena visto al cinema il film ‘Vincere’, che dà una visione molto negativa di Mussolini e del fascismo, e le posso dire che mi è piaciuto molto. Io mi considero un cittadino fedele, un difensore della Costituzione del 1948, sulla quale ogni membro della Guardia Nazionale Italiana dovrà giurare. Io ho sempre avuto ottimi rapporti con il governo d’Israele e i suoi servizi segreti: pensa che se fossi fascista gli israeliani lavorerebbero con me? Sulle divise, sa che le dico? Se devono suscitare tutto ‘sto clamore, vorrà dire che magari le cambieremo (dopo quest’intervista, la camicia kaki ha lasciato il posto alla camicia grigia, n.d.r.). L’aquila imperiale romana? Bisogna essere ignoranti per non sapere che è un simbolo storico della nostra patria, visibile su tanti monumenti di Roma, e che non c’entra nulla con il fascismo.
La Guardia Nazionale Italiana è un’associazione apolitica nella quale può entrare chiunque si riconosca in questa iniziativa: si figuri che hanno aderito perfino dei comunisti, persone di Massa Carrara.

Stento a crederlo. La nostra Costituzione repubblicana si fonda sull’antifascismo, ma sul gruppo Facebook della Guardia Nazionale Italiana, il Presidente Nazionale, Maurizio Correnti, scrive ai sostenitori: “Si prega di astenersi con lo scrivere ‘camerati’ ecc ecc, comunque frasi e slogan tipici di altri tempi. Con questo – precisa Correnti – non vogliamo assolutamente dichiararci antifascisti, sia ben chiaro”. C’è qualcosa che non torna…

Questo lo ha scritto lui, ognuno è libero di scrivere ciò che pensa. Nella Guardia Nazionale Italiana ci sono fascisti e non fascisti.

Neonazisti UsaQuesto, però, lo ha scritto lei, sulla sua pagina Internet personale, lo scorso febbraio, alla vigilia della creazione della Guardia Nazionale Italiana. Cito testualmente: “Migliaia di prostitute straniere schedate e non espulse. Migliaia di zingari che commettono furti nella totale impunità. Milioni di clandestini che si aggirano impunemente nelle città. Migliaia di stranieri che spacciano, rubano, stuprano, uccidono. Un aumento dell’80 percento di scioperi e di occupazione di uffici pubblici e privati. Centinaia di assalti armati contro la proprietà privata commessi da stranieri. Attentati contro la proprietà dello Stato. Gruppi di giovani sovversivi che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari. Deputati e Senatori della Repubblica che istigano all’insurrezione armata contro i poteri dello Stato, un ministro dell’Interno dichiaratamente secessionista. Un numero indescrivibile di riviste e programmi televisivi politici che invitano alla rivolta. Giullari e saltimbanchi che oltraggiano e vilipendono i Ministri e il Governo. L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri e le autorità costituite. (…) Il popolo è minorenne, la Nazione malata; ad altri aspetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere, la repressione è il nostro credo. Repressione e Civiltà”. E ancora: “Noi vogliamo ripulire l’Italia dal marcio che vi si annida, vogliamo riportare una ferrea disciplina in tutta la Nazione”. “La Destra snuda la sua spada per tagliare i troppi nodi di Gordio, che irretiscono e intristiscono la vita Italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo Spirito immortale delle migliaia di morti a testimoni che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci raccoglie, un solo pensiero ci infiamma: contribuire alla grandezza e alla salvezza della Patria. Uomini della Destra di tutta Italia, tendete gli spiriti e le forze, bisogna vincere e con l’aiuto di Dio vinceremo!!!”.

Ma questi sono solo degli slogan, che faccio un po’ qua e un po’ là! Allora, chiariamo una cosa: gli immigrati sono l’ultimo dei problemi. Non sono loro il nostro obiettivo. Se proprio vuole saperla tutta, per noi il vero pericolo per l’Italia è rappresentato dai secessionisti della Lega Nord. Loro sì che sono contro la Costituzione! Loro che vogliono distruggere la nostra unità nazionale, che offendono continuamente i simboli della nostra patria, che creano impunemente governi provvisori secessionisti e arruolano gente nella formazione anticostituzionale della Guardia Nazionale Padana. E’ questa gente che dovrà fare i conti con la nostra Guardia Nazionale Italiana: se vedremo un leghista che brucia un tricolore lo faremo arrestare! Che la Lega stia attenta a dove va. E’ per contrastare la Lega Nord che alle prossime elezioni ci presenteremo al nord con il Partito Nazionalista Italiano.

La sala ufficiali del castello di WewelsburgQuello che per simbolo ha lo schwarze sonne, il sole nero utilizzato da tanti gruppi neo-nazisti? Quella specie di svastica a dodici braccia, antico simbolo pagano germanico, che adorna il pavimento della sala principale del castello di Wewelsburg, il quartier generale delle Ss?

Non diciamo sciocchezze! La ruota solare non ha nessun legame provato con il nazismo, tant’è vero che in Germania essa non è vietata, come lo è invece la svastica, e viene liberamente utilizzata come logo commerciale. Questo simbolo, di cui io detengo la proprietà in Italia, è in realtà un simbolo magico dei Maya che evoca il potere…

Scusi se la interrompo, ma come appassionato di cultura Maya e mesoamericana le posso garantire che nel simbolismo di quel popolo non c’è traccia di qualcosa di simile.

Ma come no! Faccia una ricerca su Google con le parole ‘terra cava’!

Maria Antonietta Cannizzaro con BerlusconiTorniamo al Partito Nazionalista Italiano: ce ne può parlare? Abbiamo capito, dal simbolo e dalle divise comuni, che è legato alla Guardia Nazionale Italiana. Ma in che relazione sta con lei e con il suo Msi?

Il Partito Nazionalista Italiano, Pni, nascerà ufficialmente a Milano il prossimo 13 giugno, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale. Quel giorno, io lascerò la presidenza dell’Msi-Destra Nazionale a mia moglie, Maria Antonietta Cannizzaro, che è in ottimi rapporti con il capo del governo. Il sottoscritto diventerà quindi presidente del nuovo Partito Nazionalista Italiano, che alle prossime elezioni politiche nazionali si presenterà nelle regioni settentrionali, dove la fiamma tricolore non tira molto, per contrapporre al nazionalismo padano il nazionalismo italiano. Nelle regioni centrali e meridionali, invece, si presenterà l’Msi-Destra Nazionale con il suo simbolo storico. Entrambi, spero, come alleati del Pdl di Berlusconi: se poi qualcuno ce lo impedirà, correremo da soli.

Saya, è vero che già duemila persone si sono iscritte alla Guardia Nazionale Italiana?

Abbiamo superato ampiamente le duemila adesioni. Ogni giorno ne arriva una valanga di nuove, soprattutto ex appartenenti alle forze dell’ordine. La invito al congresso del 13 giugno, al quale abbiamo invitato anche il presidente Berlusconi, così si renderà conto con i suoi occhi: noi non abbiamo nulla da nascondere.

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