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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: maggio, 2009

La crisi non esiste 2

by kaizenj

panorama… E io intanto non riesco a fare nulla. Oltre alle questioni legate al quotidiano, avvelenate da una rabbia insolita, che mi porta a litigare con tutti, a essere rissoso, scontroso e volgare. Oltre alla stanchezza simile a depressione che questo paese di vigliacchi, ipocriti e disperati mi inietta nelle vene ogni mattina ho anche rallentato se non bloccato del tutto una delle cose che più amo. Scrivere. Ho la mia parte del nuovo romanzo targato Kai Zen da concludere, gli articoli per il Corriere da redigere, un’antologia da curare, una raccolta di racconti, ormai impolverata, un lungo articolo su Borges e la dittatura argentina da iniziare, un workshop da preparare per iRealize a Torino. Tutte cose che non solo vorrei poter portare avanti, ma che implicano responsabilità. Responsabilità e rispetto verso gli altri che in qualche modo sono implicati in questi miei progetti, verso chi mi sta aspettando. Non riesco a fare nulla. La faccenda Panorama.it mi ha assorbito, emotivamente, ogni goccia di energia. Volete sapere come sta andando avanti? Chiuderà, non chiuderà, si trasformerà nel concorrente diretto di Men’s Health, davvero il 1° giugno la redazione intera sarà a spasso? La redazione che con dieci giorni di anticipo veniva liquidata senza troppe spiegazioni non è stata proprio tranquilla e in disparte a guardare. D’altro canto si tratta di arrivare a fine mese, non di bullarsi con gli amici “ué io scrivo per panorama.it mica pizza e fichi”, si tratta di vita, di bollette, di affitti, di figli e soprattutto si tratta di dignità professionale. Una redazione giovane e dinamica, in grado di coprire l’intero scibile giornalistico, dai reportage dal caucaso alle ultime tecnologie, dallo sport alle interviste con gli scrittori più interessanti in circolazione, dall’immigrazione alla politica. Scoop, reportage, inchieste, cultura… Una redazione che ha lavorato bene, che ha fatto salire i contatti giornalieri del portale con il suo lavoro, con la sua professionalità. I geni del marketing e del fund rising, forse a causa della crisi, non riescono a vendere questo prodotto agli inserzionisti e quindi si cambia. Qualcosa non mi torna. I giornalisti con il loro lavoro richiamano i navigatori in cerca di notizie e approfondimenti, i geni del marketing non trovano uno straccio di inserzionista e chi va a casa? Andare a casa, in dieci giorni. Era ovvio – o qualcuno pensava il contrario? – che qualcosa avremmo detto. Il coltello dalla parte del manico in questo mestiere, se sei precario (e in certi casi anche se non lo sei) lo hanno sempre in mano editori, direttori ecc. ecc. Ma ad afferrare il coltello per la lama ci si ferisce una mano, con l’altra si può sempre alzare il dito medio, tirare uno schiaffo o afferrare il basso ventre per qualche secondo e stringere. Anche se si conoscono le conseguenze… ma andare a casa per andare a casa, almeno lo si fa sbattendo la porta, facendo casino, chiedendo spiegazioni. Non so se il rumore che abbiamo fatto sia servito a qualcosa. Dubito, ma la situazione, sempre più nebulosa, ora come ci fa sapere una mail di qualcuno che ha a cuore comunicarci lo stato delle cose, è questa: [...] i fiduciari sindacali in assemblea ci hanno comunicato le ultime novità sul sito. Ieri (due giorni fa per chi legge) l’azienda li ha informati che il sito di Panorama non viene “spento” dal 1° giugno. Il sito di Panorama per il momento resta, nella sua struttura. A settembre si procederà a trasformarlo in un hub (in pratica un aggregatore di notizie da fonti diverse N.d.J.) di cui manca per ora il progetto (l’azienda si è impegnata a renderlo noto entro la fine di giugno). Viene portato fuori dalla redazione di Panorama, e diretto da Marco Mazzei. [...] Il direttore si è detto disponibile a incontrare i collaboratori e parlare con loro di un’eventuale prosecuzione della collaborazione. Insomma alcuni di noi, non si capisce quanti e chi, potranno collaborare ancora per un po’. Per qualche mese. Poi? Il sito si trasforma in qualcosa di cui non si sa nulla. Un hub? Non doveva essere un portale “al maschile”? Per cui nessuno sa se potrà o meno lavorare e, dopo il piccolo vespaio, che ha coeso la redazione come non mai e alzato i toni, l’azienda e il direttore si dicono pronti a incontrare i collaboratori che fino a ieri erano stati liquidati con una mail. Bene, sono felice siano disposti a incontrare i collaboratori, è un segnale. Ma se permettete, visto quello che è successo fin qua, io un’ombra di dubbio sulle intenzioni ce l’ho sempre. C’è l’estate di mezzo, a settembre gli animi si saranno placati, questa faccenda sarà dimenticata, i toni si saranno spenti. Ma ci scommetto qualcosa andrà storto. Qualcuno, più di qualcuno, verrà lasciato con il culo per terra senza troppi complimenti e spiegazioni. È ancora tutto, molto, troppo nebuloso. Che ne sarà di Panorama.it dal 1° di giugno. Sarà sempre il solito portare con la solita redazione o no? Se no, come scritto in precedenza, Panorama.it chiude con l’inizio del mese, perché non importa se nome e indirizzo sono gli stessi, quando cambiano le persone che abitano la casa, la casa non è la stessa. E poi,  a settembre cosa succederà? Ma la questione principale verte sempre e comunque sul precariato e sulle indecenze della casta giornalistica. E qui se troverò il tempo, nonostante non riesca a fare nulla, prima o poi qualcosa dovrò scrivere. Miserabile Italia.

Zampetti della terza C

by kai zen a

zampettiAlla fiera dei luoghi comuni c’è un esemplare che, seppure in realtà molto raro, continua a mietere successi nell’immaginario collettivo e – soprattutto – a mettermi in difficoltà nei pavoneggiamenti in pubblico, in giro per lo Stivale con i soci Kai Zen. D’altronde anche noi, come tutti, scriviamo libri con motivazioni molto più futili di quanto sarebbero disposti ad ammettere la maggior parte degli autori. Noi invece non lo nascondiamo, anzi a volte ce ne vantiamo, e forse per questo non ci conosce nessuno. Probabilmente non abbiamo l’appeal giusto, o forse è questione di karma; eppure abbiamo scelto un nome asiatico apposta… Pace e Amen, rivendico lo status invidiabile del NON artista professionista! Faccio, mi diverto, spero il risultato piaccia (altrimenti non c’è problema), quando non mi diverto più o non ho più nulla da dire, smetto. Così dovrebbe essere, no? Chi l’ha detto che una band che fa un bel disco poi sia in grado di farne altri dieci a quel livello? O che un autore che ha azzeccato un romanzo sia capace di farne una serie? Anzi, statisticamente è improbabile. Solo che le meteore non rendono a sufficienza, in quanto a profitti, quindi il mercato chiede a noi consumatori di fare uno sforzo, di non stare lì a distinguere troppo tra popolarità e qualità del prodotto. Di dare fiducia all’autore. Sarà.

Ma torniamo al luogo comune: a Milano e dintorni sono tutti come il commendator Zampetti, padre di Sharon della Terza C. Ricordate la serie televisiva? Esilarante. Da quella fucina di alta cultura che è stata la trasmissione ‘Drive In’ (si capisce che sono ironico?), madre di un’intera epoca televisiva e culturale, un personaggio di fatto prestato al telefilm su una classe di liceo di Roma. Senza dubbio azzeccato, magnificamente interpretato da un grande attore (Giudo Nicheli, pace all’anima sua) e rappresentativo di quegli anni. Ricco, brillante, abbronzato, strafottente. Barlafùs, come si dice da queste parti. O meglio, ganassa. Secondo mezza Italia, a Milano sono tutti così.

Gente che per empatia mi parla in gergo paninaro, dopo un incontro a Cagliari o a Roma. Ragazzi che mi chiedono di dire qualcosa, così a caso, per godersi il curioso e divertente accento che mi esce dalla bocca – o per meglio dire, per prendermi per il culo. Adoro questa cosa, sono sempre stato un pò clown nella vita e mi piace divertire. Ma per onor di cronaca ci sono alcuni equivoci da chiarire:

* innanzitutto nel milanese gli autoctoni si contano sulle dita di una mano, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista. Personalmente, non mi sembra una brutta cosa poter contare su numerose varianti al modello Matteo Salvini.

* anche se spesso non sono i lombardi il problema. Sapete qual’è il guaio più grosso di Milano? Che data l’immagine che si è voluta dare dagli anni ’80 ad oggi, attira a sé per natura una serie di personaggi non proprio in cima alla lista delle persone più socievoli e disponibili al mondo. Un catalizzatore di arrivisti, in altre parole. Mosconi che girano attorno a quello che sappiamo. Ne ho conosciuti un sacco: manager rachitici infatuati di Sabrina Salerno e Carol Alt, figli poco svegli di avvocati e notai di provincia col mito della conquista di Milano, ragazzine bocconiane di centro Italia dal make up impeccabile e il sogno di essere capo revisore contabile (chissà perchè) in una delle società di lavaggio del cervello. Quindi non prendeteci in giro, amici che nella vita ve la spassate sulla costa veneta, nella ricca pianura emiliana o nell’opulenta Toscana: dovreste invece ringraziarci per avervi liberato di certa gente.

* a Milano e nella prima fascia di hinterland (dove si trova Sesto, mia città natale) non è che ci siano poi molte fabbrichètte alla Zampetti di terza C: quelle grosse le hanno chiuse tutte, una dopo l’altra, le piccole sono rilevate per la metà da cittadini stranieri, evidentemente più bravi di noi a condurre un’attività economica. Qui siamo per la maggioranza dipendenti pubblici o privati (dunque gli unici in questo paese che pagano ogni centesimo di tasse), oppure liberi professionisti. Prego, non c’è problema: scagliatevi pure contro questa seconda categoria. Forse ci si confonde con la Brianza, area ricca e verde a nord della metropoli. Qui in città non siamo ricchi, anzi. Siamo solo il servizio catering del grande buffet nazionale, riunitosi a Milano per comodità di spostamenti e per quel paio di localini alla moda che piacciono, a fine giornata lavorativa. Niente di più. L’Italia ricca e facoltosa è in provincia, altrochè. Là si trovano gli splendidi, i brillanti, i ganassa veri e propri. Qui da noi se vi interessa abbiamo stressati, maleducati, frettolosi e stanchi. Ma si tratta di altra merce, niente a che fare col cummenda.

Dunque da oggi basta, non mi farò più prendere in giro. Sciopero delle ‘e’ aperte e degli ‘alura?’. Parlerò dialetto frusinate, o aostano. O mischiati tra loro. Magari viene fuori un personaggio divertente come è stato lo Zampetti, qualcuno da mandare a Zelig a spodestare le colonne portanti del cabaret moderno nostrano, quali ‘Tatianaaaa’ e via dicendo: roba sopraffina. A ‘sto punto i soldi li voglio fare anch’io.

La crisi non esiste.

by kaizenj

panoramaIn tutto il mondo i giornali vanno online, le loro versioni cartacee sono destinate a sparire. Non è solo una questione di forma ma anche, e soprattutto, di sostanza. La rete permette aggiornamenti continui, dibattiti, interazioni ecc ecc. La “sicurezza” dell’informazione poi non ha nulla a che fare con la carta. Il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal (per rimanere sul “classico”) hanno la stessa attendibilità sia che siano concreti, sia che siano virtuali.

Internazionale, a marzo, riportava un articolo di Clay Shirky, l’ultima parte mi sembra interessante a questo proposito:

“[...] La società non ha bisogno dei giornali, ha bisogno di giornalismo. Per un secolo l’imperativo di rafforzare il giornalismo e quello di rafforzare i giornali sono stati così collegati da diventare indistinguibili. È stato un caso felice, ma oggi dobbiamo trovare altri modi di rafforzare il giornalismo.Se spostiamo l’attenzione da “salvare i quotidiani” a “salvare la società”, l’imperativo di “salvaguardare le istituzioni esistenti” si trasforma in quello di “fare qualunque cosa funzioni”. E quello che oggi funziona è diverso da quello che funzionava prima.Nei prossimi decenni il giornalismo sarà fatto di una serie di casi particolari. Molti di questi modelli saranno creati da amatori, ricercatori e scrittori. Altri dipenderanno da sponsorizzazioni, sovvenzioni e donazioni. Molti altri esisteranno grazie a un gruppo di quattordicenni pieni di energia che diffonderanno le notizie.Molti di questi modelli falliranno. Non sarà un solo esperimento a sostituire quello che stiamo perdendo con la fine del giornali, ma con il tempo l’insieme degli esperimenti che funzionano potrebbe darci il giornalismo di cui abbiamo bisogno.”

In Italia molti giornali usufruiscono delle sovvenzioni pubbliche (tra cui riviste di vela, di aeronautica o quotidiani di due pagine fondati da alcuni politici come il Campanile…). Senza sovvenzioni morirebbero. Siamo in un paese liberale, o per lo meno liberale quando fa comodo, se no la Fiat, l’Alitalia, le FS ecc. ecc. sarebbero morte e sepolte da tempo  – E i giornali dovrebbero fare i conti con il mercato. Se l’offerta è di qualità vendi se no chiudi baracca e burattini. Dal Manifesto a Libero, tutti con le serrande chiuse, con redattori, direttori e compagnia cantante ad asfaltare o raccogliere pomodori.

Non è così, naturalmente, i soldi statali salvano il culo a tutti. La situazione è comunque critica, ma a farne le spese sono i veri giornalisti, che di solito non sono nemmeno iscritti alla loggia, ops intendevo l‘ordine, dei giornalisti. Al limite sono pubblicisti e cioè pagano le tasse e i contributi ma non hanno praticamente nessun vantaggio. Sono loro che tengono in piedi le redazioni, con la pioggia e con il vento. Sottopagati, sfruttati, presi a calci e scaricati quando la barca fa acqua perché senza contratto. Eppure senza di loro i giornali non potrebbero nemmeno andare in edicola. Sono loro i giornali.

Nei paesi civili, Svezia, Danimarca, Germania, Burkina Faso ecc. ecc. le sovvenzioni alla stampa arrivano da una ridistribuzione degli introiti pubblicitari televisivi e non dalle tasche dei contribuenti. E il futuro comunque è online. Qualità la parola d’ordine. In Italia le tasse pagano i giornali. Internet, per vari motivi e decisioni, è un oggetto misterioso. Quindi? Quindi chiudono i quotidiani online e non i cartacei.

Da sette anni mi barcameno tra un periodico e l’altro. Prima o poi qualcosa è andato a puttane. Si sono salvati sempre tutti, tranne quelli che fanno il grosso del lavoro, i precari del giornalismo (su cui bisognerebbe aprire un lungo e feroce post a parte, anche solo per descrivere la modalità di accesso al “titolo” di giornalista). L’ultima bordata è arrivata, pochi giorni fa. Con un preavviso degno di quello di uno stupratore che avverte la sua vittima. Mi/ci è arrivata questa mail relativa alla mia attività giornalistica in Panorama.it. la versione online del magazine più noto del paese:

“carissimi, ecco la mail che non avrei mai voluto scrivere: dal 1° giugno chiudono il sito di panorama. l’azienda ha comunicato oggi ai nostri fiduciari sindacali che le news online non portano pubblicità, quindi niente soldi. e quindi il sito verrà trasformato in un non meglio identificato portale “maschile”, con direttore responsabile Marco Mazzei sotto la gestione della mondadori digital publishing (la società che cura tutti i siti mondadori) [...] vi ringrazio per tutta la passione che ci avete sempre messo.”

Grazie al cazzo è la risposta che è balenata nella mente, ci scommetterei, di tutti i colleghi. Ma se la crisi non esiste, come è che Mondadori, “l’azienda del Governo”, chiude Panorama.it?
Ma forse hanno ragione loro, la crisi non esiste, se no per quale motivo chiudere un portale che nel bene e nel male, si è occupato di politica, economia, cultura, tecnologia ecc. ecc. in favore di un non meglio identificato portale dedicato agli addominali in sette minuti e a “farla impazzire a letto”?

Nel frattempo, loro, gli addominali se li sono fatti a forza di mettercelo nel culo. Certo, non sono proprio impazzito.

PS sono in vendita al miglior offerente. Giornalista, scrittore, penna agile – a tratti velenosa – e versatile, sguattero, camerero basta che mi date il dinero.

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 29

L’ottavo capitolo della seconda metà

Vola al Cinema…

by kaizenb

locandina-piccola1  Ma senza fretta…  

Giovedì sera. Decido di fare una sorpresa a mia moglie: mi collego al sito della Multisala Ucicinemas di  Casalecchio di Reno e in maniera semplice e gratuita prenoto due posti belli comodi nella sala 1 che trasmette il  pluriacclamato hollywoodiano  ”Angeli e Demoni” di Ron Howard, tratto dall’ancora più famoso omonimo  libro di Dan Brown. Siamo tutti e due appassionati del genere e in più abbiamo seguito la “serata Dan  Brown” proposta su Rai Storia dal programma “La storia siamo noi”. Fin qui tutto bene. Il sito mi chiede una password che avevo precedentemente attribuito al mio login, la digito e tutto sembra andare per il verso giusto. Inizio spettacolo ore 22.30; si sa le donne e in special modo quella che ho sposato hanno nel loro DNA il gene del ritardo, per cui decido di anticipare l’appuntamento con mia moglie per le 22. Incredibilmente la trovo pronta per uscire all’ora fissta. O almeno così mi era parso… ma niente da fare: i cani devono mangiare, non trovo le chiavi, devo cercare il mio portafoglio, vengo sommerso da queste e altre locuzioni che confermano la mia teoria sui geni sopra menzionata. Alle 22.20 usciamo finalmente di casa ma a questo punto mi tocca fare tutto in fretta: guidare in fretta, parcheggiare in fretta, salire la scala mobile in fretta per trovarmi infine davanti al bigliettaio. “Ho effettuato la prenotazione gratuita (marco il tono della voce su gratuita) da internet dei posti.” “Si certo.” Mi risponde. “Ma avete prenotato nella fila della 1° classe, costa un po’ di più.” “Prima classe?” Ribatto io, strabuzzando gli occhi. “Non ho mica prenotato il pendolino per Segrate?” E gli allungo la tessera Coop che dovrebbe darci il diritto ad uno sconto. Lui accenna un mezzo sorriso. “Si certo. Facciamo così: visto che è già l’ora di inizio spettacolo e la sala è mezza vuota vi metto a sedere in una posizione comoda e centrale che dà diritto al vostro sconto”. “Andata!” taglio corto, cercando di guadagnare qualche minuto prezioso. Biglietti alla mano corriamo verso la fantomatica sala 1. Per fortuna le luci sono ancora accese, buon segno, siamo arrivati in tempo. Eccome no!! Dopo circa venti minuti ininterrotti di pubblicità si spengono le luci in sala e come per magia… continua la pubblicità! Fra l’altro sempre le stesse tre, quattro reclame ripetute all’infinito. Per altri venticinque lunghissimi minuti. Mi guardo intorno se per caso si stiano avvicinando degli uomini in camice bianco con quegli aggeggi di ferro per bloccare le palpebre aperte: forse siamo finiti in uno di quegli esperimenti scentifici di “Resistenza al marketing”, penso. Ma non succede nulla per altri cinque minuti e poi finalmente inizia il film. Non vi racconterò nulla sulla trama e non darò nessun giudizio critico (diciamo che è un film che merita di essere visto ma sicuramente non è il capolavoro dell’anno), vi dirò soltanto che finito il film siamo andati dritti a casa e ci siamo arrivati quasi alle due di notte… Morale della favola: volate all’Ucicinemas, ma senza fretta! Né di arrivare, né di tornare. A meno che non abbiate una masochistica tendenza a farvi triturare i testicoli dalla pubblicità su megaschermo. E a pagamento per di più.

‘Sono da Prada’

by kai zen a

montenapoleoneMe lo chiedono sempre, amici e conoscenti stranieri quando per caso camminiamo da quelle parti: perchè via Montenapoleone non è pedonale? Una delle vie più conosciute al mondo per lo shopping di lusso (dove acquisto i capi che contraddistinguono la mia figura maschile, stagliandola dalla massa lavorativa standardizzata in sottofondo), indirizzo obbligato per i brand più famosi, impreziosita da boutique sontuose, eleganti e in perenne ristrutturazione -tanto per non pagare quei soldi al fisco, che come è noto non serve a nulla. Frequentatissima, invasa di giapponesi, coreani, arabi e nuovi ricchi russi e ucraini. E intasata di veicoli all’inverosimile.
È ridicolo osservarla a qualsiasi ora del giorno: auto ferme ovunque - anche se c’è il divieto di parcheggio in tutta la via, camioncini in sosta con motore acceso, strisce pedonali inaccessibili, quattro frecce inserite à go-go e biglietti appoggiati sul cruscotto: ‘Sono da Prada’. Adoro quei biglietti, sono la perfetta rappresentazione del nostro paese: è più importante l’eccezione della regola. Non si può parcheggiare? E allora? Mica parcheggio, ‘sono solo qui un attimo da Prada’. Il vigile capirà. Anche perchè – ci pensavo ieri – oggigiorno se un vigile dà una multa applicando la legge in modo rigido (altrove si direbbe applicandola e basta), credo rischi sulla propria pelle. Ormai il circolo è vizioso, qui da noi: le leggi si ignorano, chi applica le leggi è in errore. In un attimo, qualcuno arriverebbe a mettere le mani addosso al vigile intransigente. O ne annoterebbe il numero di matricola, minacciandolo con un stile a metà strada tra  ‘lei non sa chi sono io’ e ‘mio guggino è capo della mafia’. Poi i multati, riuniti, sciopererebbero, appoggiati dal partito populista di turno. Si sdraierebbero sulla strada, bloccherebbero il traffico. Alla fine la scamperebbero. E via Montenapoleone continua a essere vergognosa.
Non che mi interessi di questa via, anzi per me potrebbe ospitare il nuovo mercato della frutta e ancora avrebbe da recuperare in termini di utilità sociale. Ma trovo sia un esempio perfetto dell’incapacità di chi gestisce le nostre città: qui transita mezzo mondo, da Elton John in shopping compulsivo con cagnetta bianca al seguito a Madonna con la splendida collezione di figli. Qui passano le famiglie danesi o irlandesi in gita low cost, vestiti di bianco e con la pelle scottata dal sole. Greggi di asiatici a inseguire l’ombrello aperto del pastore/guida. Anche da qui hanno una percezione del nostro paese, del nostro mondo, e lo troveranno di sicuro un pò la Repubblica delle Banane, con tutto il rispetto per il delizioso frutto ricco di potassio. Un pò Mumbai, un pò Rio de Janeiro: cose bellissime accanto a vere porcherie.
E’ tanto difficile chiudere via Montenapoleone al traffico? Cosa c’è di negativo in una scelta simile, le consegne difficoltose per una manciata di poveri negozianti? Non è forse più importante l’immagine che ne scaturisce di Milano agli occhi del mondo? Vedete, non menziono nemmeno più la salute o la qualità della vita delle PERSONE. Sono già settato in modalità ‘expo 2015′ (e mi viene già da ridere). Sono sicuro che ci sono carrelli di trasporto o muletti molto fashion in giro, forse potrebbero progettarli Dolce&Gabbana o Roberto Cavalli stessi. Mica male no? Fattorini muscolosi in divise dal taglio e dal tessuto sexy che trasportano scatoloni di capi da 2.000 euro l’uno su carrelli griffati, scivolando rapidi e sorridenti sull’asfalto finalmente sgombro di autovetture.
Pedonalizzare. Scoraggiare l’utilizzo di automobili nel centro città. Non solo in Montenapoleone, ma in tutta la ragnatela di vie del centro. Anche in via Manzoni - inguardabile nel suo caos di auto blu ferme davanti a ristoranti di lusso e boutique, ad aspettare i comodi dei privilegiati di turno mentre i pedoni si accodano per passare uno per uno nel pertugio di marciapiede disponibile. O le irritanti auto costose dalla targa tedesca o svizzera, ferme in sosta vietata ovunque: gente che a casa loro non osa buttare un pezzetto di carta per terra, qui da noi fa quello che gli pare. Li prenderei a schiaffi, ma i cazzotti li tengo per chi negli anni ha fatto di tutto perchè ‘Italia’ sia diventato sinonimo di ‘Impunità’. Pedonalizzare. Lo farebbero ovunque, lo hanno fatto ovunque. Non da noi in Italia, o meglio a Milano. Figurati se si può andare contro la corporazione dei negozianti. Meglio lasciare tutto come è sempre stato. D’altronde piazza Duomo è già totalmente pedonale, no? Non lamentiamoci sempre.

La Potenza di Eymerich 7: Icona

by Kai Zen

Immagine di La potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Padre Nicolas Eymerich faticò non poco a spostare da solo la pesante lastra che il giorno prima aveva fatto ruotare sul pavimento della chiesa con l’aiuto di Modesto. Il cammino si era impresso molto bene nella mente di Eymerich. Ogni sasso, ogni fenditura, ogni mattone. Tutto era lì dove lo ricordava. La grotta era deserta. Niente streghe e stregoni. Niente apparizioni sull’acqua. Da qualche parte, filtrava la luce del sole. Visto così, poteva anche sembrare un luogo di pace.
Eymerich si avvicinò di più all’acqua, fece per chinarsi. Un lampo accecante gli balenò davanti agli occhi. La donna in nero apparve al centro del bagliore. Eymerich ne sentì la voce insinuarsi nella sua testa, come nel sogno: La morte viene dall’acqua…
L’Inquisitore barcollò per un istante, poi si riprese subito.
Non era nulla, si forzò di pensare. Solo strascichi dell’incubo della notte precedente. Respirò a fondo.
Ancora quella frase, e quella donna. C’era qualcosa di indefinibile in lei. Perché si manifestava sempre in quel modo? Non era la prima volta che assisteva a prodigi del genere: c’era stato quel culto pagano dedicato alla dea Diana, tredici anni prima. Donne che, riunite presso un lago, evocavano l’immagine di una dea pagana. Allora aveva sradicato quella blasfemia facendo sì che le donne potessero vedere ciò che realmente adoravano: Satana. In una qualche misura timorate del Signore, molte di loro avevano infine capito il loro errore e se ne erano pentite. Non poteva però sperare lo stesso da parte di stregoni e fattucchiere, in quelle circostanze. La cura doveva necessariamente confondersi con la punizione.
Un getto d’acqua alimentava il lago, cadendo incessante dall’alto della grotta. L’acqua sembrava poi seguire un suo percorso sotterraneo, e sparire nelle profondità della terra. Doveva essere in quel modo che l’acqua malefica infettava il suolo di quelle terre. L’Inquisitore rabbrividì. Forse l’aver visto la donna in nero apparire era un segnale della contaminazione. Scacciò il pensiero dalla mente. Era lì per sconfiggere il Maligno, non per farsi spaventare dalle sue macchinazioni. L’aria insalubre di quel luogo lo stava nauseando. Sentiva di dover uscire, ma non da dove era venuto: se della luce entrava da qualche parte, probabilmente c’era un’altra uscita. Eymerich seguì la luminiscenza del sole per un lungo tratto e trovò ciò che cercava.
L’imboccatura della grotta si apriva sul lato di una collina, appena fuori dal centro abitato. Respirò soddisfatto l’aria fresca della mattina, e lasciò che il sole scacciasse i soffocanti vapori della visione dalla sua mente. Poi si mise in cammino.
Non gli ci volle molto a rintracciare il corso d’acqua che scorreva sottoterra: era un piccolo torrente addossato a un versante sassoso, che pochi uomini armati di pale avrebbero potuto far franare con facilità per bloccare il flusso d’acqua. Una volta che il lago fosse stato asciugato, forse la visione – che pareva così legata all’acqua – non si sarebbe più manifestata. E anche se così non fosse stato, il peso dei detriti avrebbe fatto franare il soffitto della grotta, trasformando quel luogo in una tomba per gli eretici e il loro culto.
Eymerich fece una smorfia simile a un sorriso, mentre tornava al monastero. Era un buon piano. Ora si trattava solo
di posizionare le pedine nel modo più corretto per portarlo a termine, ma doveva restare vigile. Un solo sbaglio e avrebbe attirato su di sé molta più attenzione di quanta ne desiderasse. Quella del giovane e imprudente francescano che lo aveva seguito fino alla grotta, credendosi inosservato, era già oltre i limiti della tollerabilità.

Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino.

Giovanna I d’Angiò ascoltò il messo, di ritorno dal convento dei francescani, senza dire una parola. Lo congedò con
un semplice gesto della mano. Era ormai tarda sera e di lì a poco sarebbe giunto in Napoli anche il messo inviato al Giustiziere di Basilicata.
La Regina mise da parte le altre incombenze e cominciò a scrivere una missiva da recapitare al pontefice. Le accadeva ormai troppo di frequente, pensò, di spendere le proprie energie seguendo vicende del tutto estranee al governo di Napoli.

Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede.

Urbano V non attese oltre che il cardinale segretario si decidesse a parlare. “Allora, quali notizie da Potenza?”
“Il messo inviato da Napoli ha incontrato frate Severo da Benevento e le notizie non sono incoraggianti; padre Eymerich si muove con prudenza. Il messo ha però riferito a Severo il vostro desiderio, Santità.”
“Bene! Attenderemo e vedremo se le ambizioni di un giovane francescano riusciranno a liberarci da questo peso sullo stomaco.”
“Conosco bene quel tipo di persona, Santità, e il vostro incarico di trovare delle ombre nell’agire di Nicolas Eymerich sarà per Severo più un ristoro per la propria sete di potere, che un peso sulla coscienza!”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Vigilia dell’Inaugurazione.

Dentro l’impianto gli operai e i tecnici si muovevano come formiche impazzite. Erano le otto, solo quattro ore li separavano dall’inaugurazione ufficiale, e c’era ancora molto da fare. I primi test, la settimana precedente, erano andati piutto sto bene, ma quella notte sarebbe stato diverso. Avrebbero trattato una quantità di scorie pari a un anno di produzione di energia da parte di una centrale di medie dimensioni: un errore, anche piccolo, e non si sarebbe mai più sentito parlare della Lucania. Gli occhi del mondo erano puntati sul corpo scintillante e luminoso dell’impianto di smaltimento. C’era da esserne fieri, aveva sentenziato il manager della AA G.m.b.H. quando era
passato a salutare tecnici e operai, qualche ora prima.
Wurtz era molto poco fiero, al contrario, e piuttosto in quieto. Certo, che poteva saperne lui? Era solo un tecnico non specializzato. Aveva lavorato a parti secondarie dell’impianto, niente che avesse a che vedere con il pezzo grosso, il Pozzo. Il Pozzo era il cuore dell’impianto: sprofondava per decine di metri nel cuore della terra, attraverso gli strati di terreno argilloso. Al suo interno, le scorie venivano bombardate di psitroni e poi svanivano nel nulla. Era questo che inquietava Wurtz.
Si era reso conto durante i test che qualcosa non andava. Quella macchina non aveva alcun tipo di scarico, non produceva nessun prodotto di scarto. Le scorie non venivano trattate: sparivano. Aveva studiato attentamente i progetti e ne era sicuro: non c’era abbastanza spazio nel pozzo per immagazzinare rifiuti. Il pozzo era soltanto un condotto. Wurtz era un fisico. Sapeva benissimo che nulla si crea e nulla si distrugge. Da qualche parte, quelle scorie dovevano finire. Ma dove?

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Severo guardò nuovamente la lettera e il sigillo. Tutto autentico. Le gambe gli tremavano. Con Eymerich non aveva
interpretato la parte del ragazzo spaventato da cose più grandi di lui: lo era davvero. Ma l’ordine impartitogli nella missiva era chiaro: lui, giovane francescano, avrebbe dovuto causare la caduta del magister Nicolas Eymerich, Inquisitore del Regno di Aragona.
Aveva passato la mattina seguendo Eymerich, nel suo cammino sotterraneo. Lo aveva visto barcollare sulla riva del
lago. Quando era uscito dalla grotta, si era avvicinato anche lui all’acqua. Non aveva provato nulla di particolare, solo un vago senso di inquietudine. Era tornato al convento facendo il cammino a ritroso, immerso nei pensieri. Solo ora, mentre osservava dalla finestra della sua cella Eymerich rientrare, un’idea iniziava a insinuarsi nella sua mente. Lo avrebbe fatto accusare di commercio con il Demonio. Secondo quello che gli aveva riferito quella mattina, l’Inquisitore aveva assistito a un oscuro rituale sotterraneo, e ora era tornato nello stesso luogo. Atti
sufficienti ad attirare l’interesse dei messi papali. Forse sarebbe bastato denunciare l’attività inquisitoria di
Eymerich sul territorio angioino per farlo catturare, ma l’idea di vedere un tale arrogante inquisitore seppellito dall’infamia era troppo eccitante per lasciarla perdere. Sorrise. Nascose la lettera dentro una borsa e uscì dalla cella. Era certo che sarebbe riuscito a ottenere qualche informazione utile da Modesto.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Il giorno dell’Inaugurazione.

Pochi minuti dopo le otto e trenta, Peter Stanton entrò nell’impianto. Le guardie all’ingresso non trovarono nulla da
ridire sul pass. Il respiro della macchina che riposava sostituì gli ultimi echi del sit-in ecologista che si era radunato fuori dall’impianto. Peter si sentì di colpo minuscolo. La AA G.m.b.H. aveva costruito qualcosa di spaventoso, di tremendo. Una mostruosità tecnologica di lucido acciaio e luci abbaglianti, rigurgitante tubi e condutture, attorcigliati attorno a un cilindro dal diametro di almeno sei metri, conficcato nel suolo. Era di lì che sarebbero passate le scorie. Cercò di non mostrarsi stupito da quello che vedeva, non doveva sembrare che fosse lì per la prima volta. Il suo scopo era di confondersi tra gli altri addetti, cercando di non attirare l’attenzione.
Il suo piano: aprire l’impianto per un istante. Far fuoriuscire una quantità minima di psitroni, di modo che attraversassero le menti dei presenti all’inaugurazione mentre Karima avrebbe spiegato che l’impianto era pericoloso, e che c’era un rischio di avvelenamento delle falde acquifere.
Una volta fatto questo, loro non avrebbero potuto fare più niente. Forse Karima avrebbe pregato, lui incrociato le dita, al massimo. Dovevano sperare che il messaggio arrivasse là dove stabilito. Che qualcuno ne capisse il senso e agisse di conseguenza, togliendo l’acqua che fungeva da connettore tra le due epoche.
Ammesso, e non concesso, che la sua teoria fosse corretta. Fanculo il dubbio scientifico, pensò Stanton; se rinasco
faccio anch’io il prete, e tanti saluti al relativismo. Come se avesse avuto il tempo per scherzare.

Illustrazione di Maurizio Geminiani

Illustrazione di Maurizio Geminiani

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 28

(Il settimo capitolo della seconda metà)

Ispirarsi alla storia 12

by kaizenb

vicky Non drammatizziamo, è solo questione di corna…

Ma chi l’ha detto che i vichinghi portavano l’elmo con le corna? Sembrava un dato acquisito nella cultura media europea e nell’iconografia corrente: dal cartone animato Vicky il Vichingo al logo della birra Viking, dai Peplum anni ’70 tipo “I Vichinghi” con attori del calibro di Kirk Douglas e Tony Curtis all’elmo di plastica colorata che ogni Carnevale, da vent’anni a questa parte, troviamo sui banchi dei centri commerciali a corredo di un esilarante quanto improbabile vestito da “guerriero del nord”, in tutti questi casi gli antichi scandinavi vengono raffigurati con in testa un enorme elmo coadiuvato da due belle corna ai lati. Niente di più falso, purtroppo. È stato appurato, da qualche decennio ormai, che i barbari venuti dal nord non solo non portavano questo tipo di copricapo, ma molto spesso non ne portavano alcuno. Nel primo periodo della loro storia (IX secolo) infatti, erano dei feroci razziatori che abbandonati per vari motivi i loro paesi d’origine (Norvegia, Danimarca e Svezia) assalivano monasteri e villaggi sulle coste del nord Europa (Francia, Inghilterra, Irlanda e Islanda principalmente)  e dovendo portare sulle loro agili e veloci navi (Drakkar)1 il minor carico possibile di armi e indumenti per essere più rapidi e silenziosi nei loro attacchi, spesso combattevano senza elmo e quando ne avevano uno questo era semplice, conico e spesso di cuoio. A riprova di ciò sculture con abbigliamento militare di questo tipo sono state trovate a Sigtuna (Svezia) e elmi originali sono esposti al Nationalmuseet di Copenaghen (Danimarca). I vichinghi però facevano veramente uso di corni bovini, ma solo per ricavarne bicchieri per le loro generose bevute. Forse è per questo motivo che sono sempre descritti come inguaribili ubriaconi; i corni ricolmi di birra o idromele infatti, non avendo una base su cui poggiare, dovevano essere svuotati in un solo colpo. L’utilizzo di corni animali come bicchieri è all’origine di un’altra errata credenza, quella secondo cui i guerrieri normanni bevevano dai teschi dei loro nemici uccisi. L’equivoco nacque nel XVII secolo, quando un danese, Ole Worm, tradusse malamente in latino il Kràkumàl, un testo islandese di sei secoli prima, che parlava di bevute “dai curvi rami dei teschi” (appunto i corni). Nella traduzione i “curvi rami” sparirono e restarono solo i “teschi”.

NOTE:

1. Il Drakkar era la nave da guerra dei vichinghi. Letteralmente significa “Drago” e infatti la prua di queste imbarcazioni era spesso rappresentata da una testa di drago con il collo sporgente. Erano comunque navi piccole e agili, spinte dalla forza di 30 rematori superavano i 20 chilometri orari e manovravano facilmente nelle baie più anguste.

FONTI

- Focus Storia n°31 – Maggio 2009

Johannes Bronsdsted: I VICHINGHI – Einaudi Tascabili

Rudolf Portner : L’EPOPEA DEI VICHINGHI – Garzanti Editore

I. Heath e A. McBride: THE VIKINGS – Osprey Publishing

Le Larve di Morandini

by kaizenb

larve Presentazione del libro “Le Larve” di Claudio Morandini il 9 Aprile 2009 allo Zammù di via Saragozza 32/a con Kai Zen Brian e Marco Nardini della casa editrice Pendragon.

Morandini è sicuramente uno scrittore atipico nel panorama italiano; sempre in bilico fra gotico e noir, generoso nel ripristinare termini ormai desueti senza essere desueto nello stile di scrittura. “Le Larve”, suo ultimo lavoro edito da Pendragon mantiene queste caratteristiche aggiungendo qualcosa in più. Una crescita di stile e una maggiore introspezione dei personaggi, per esempio, ma non solo. Se in “Nora e Le Ombre” l’assenza di un finale classico lasciava un po’ l’amaro in bocca, in questa ultima fatica la stessa mancanza sembra quasi fisiologica rispetto al racconto e addirittura non ci accorgiamo che in realtà la trama non finisce, è semplicemente sospesa. Quasi non avesse importanza nello scorrere delle pagine, l’intreccio narrativo resta sotterraneo rispetto alle relazioni viscerali che i personaggi hanno con l’ambiente  e fra di loro. E in fondo anche i protagonisti di questo romanzo, una famiglia contadina a conduzione fortemente patriarcale, sono in qualche modo sotterranei e immobili nel loro ambiente, proprio come le larve del titolo. Che sono un po’ le protagoniste silenziose e distruttrici del romanzo, capaci in pochi giorni di rovinare interi raccolti oppure di dare vita a ritratti centenari con il loro convulso movimento sulla tela. E sono descritte con tale dovizia di particolari che, se avrete modo come me, di leggere questo libro fra le lenzuola del letto prima di addormentarvi, vi sembrerà ad ogni leggero sussulto delle coperte di avere quegli umidi mollicci animaletti che vi salgono su per le gambe. Orribile sensazione, che credo di aver provato soltanto un’altra volta leggendo “Il Pasto Nudo” di William Borroughs, nella parte in cui le macchine da scrivere si trasformano in grossi scarafaggi parlanti. La storia e l’ambientazione sono completamente diverse ma la capacità di restituire al lettore le caratteristiche peculiari e insieme orrorifiche degli insetti mantiene la stessa intensità descrittiva e di realismo. Consigliatissimo, anche per stomaci deboli.

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