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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: aprile, 2009

kids friendly

by kai zen a

mcdonalds-kidFa specie pensare che nel paese dalla gastronomia più varia e apprezzata del mondo, tanto da diventare quasi un’ossessione, la ristorazione non sia capace di offrire un servizio ‘bambini’ decente e si sia fatta soffiare sotto il naso la gran parte delle feste e dei ritrovi di vario tipo per i più piccoli niente meno che da McDonalds! Stento ancora a crederci, eppure è così. Mettetevi fuori da un fast food (mi raccomando, non con il vestito buono altrimenti vi puzzerà per una settimana) e chiedete ai genitori che ne escono perchè sono andati a mangiare lì; la risposta prevalente sarà: perchè c’è l’area giochi per i bambini, le tovagliette di carta dove possono disegnare mentre si aspetta ecc… non certo per i cheeseburger e gli onion ring. Curioso, no? Nel paese dove mangiare ‘bene’ è la cosa più importante che esiste, oggetto del 50% buono delle conversazioni complessive tra i suoi abitanti. D’altronde, chi ha figli può arrivare a capire i genitori dal milk shake facile (capire, non fare lo stesso). Io ceno a casa da quattro anni a questa parte perchè, a parte i prezzi impossibili che i simpatici gestori di ristoranti, trattorie, taverne decidono di applicare per spennare il più possibile i polli seduti al tavolo, odio dovermi innervosire subito.
“Siamo in quattro. Avete un seggiolone?”
Già ti guardano male. E’ una bimba, amico, non una consegna di latte di carciofini per pizza da 5 kg andate a male.
“Vediamo… no, niente seggiolone. Ce l’hanno a quel tavolo, vede?”
Tanto piacere, che me ne frega di quel tavolo. “Ma ne avete solo uno?”
“Due, ma l’altro è rotto.”
“Arrivederci.”
Dietro-front. Magari poi non lo faccio, non me ne vado, per rispetto della compagnia e per lo stomaco che ormai si lamenta dalla fame, ma di sicuro non sarò il cliente più soddisfatto della serata.
E il seggiolone è solo un dettaglio. C’è molto altro: non si può pretendere che i bambini stiano seduti a tavola per tre ore circa, la durata di un pasto medio italico al ristorante per un gruppo di adulti (conteggi per non dividere alla romana inclusi). Forse si potrebbe proporre loro qualcosa di semplice ma efficace. Bastano tovagliette di carta prestampata, ne producono a bizzeffe, con disegnate sopra figure per bambini, animali, fumetti da colorare e un vasetto con alcuni pennarelli dentro. Tanto per dirne una. Costo irrisorio e successo sicuro. E per far loro sgranchire le gambe, tra una portata che rifiuteranno e l’altra, e magari lasciare i genitori mangiare per due minuti senza interruzioni, creare un minuscolo angolo all’interno delle sale disponibili con un paio di piccole sedie colorate di plastica, un tavolino, quattro cazzate di giochi in legno, un puzzle e roba simile. All’estero ho visto spesso angoli simili anche in negozi di scarpe, figuriamoci nella ristorazione. Servirebbe anche a evitare che i camerieri perdano ogni volta la pazienza con bambini che corrono come pazzi intorno ai tavoli, invisibili perchè coperti dalla pancia di zì Nicola e famiglia.

Forse dovremmo rivedere il concetto per cui da noi i bambini sono in pratica nostre miniature. Devono dire frasi da grandi, vestirsi di marca, tifare Inter, comportarsi come noi. Manco fossimo modelli di vita validi… Possibile che ci si dimentichi tutti quanto ci ROMPEVAMO I COGLIONI con i saluti e i baci ai parenti di ottavo grado, mai visti prima, i ”saluta’ e ‘dì grazie’ obbligatori che ti fanno solo mettere quelle parole in fondo alla lista di ciò che mai vorrai dire, i pranzi seduti inchiodati al tavolo sotto lo sguardo severo di mamma e papà. Forse nasce già lì la voglia tutta italiana di non accettare mai una regola che una: ci credo, te ne propinano una camionata già a quattro anni, perlopiù inutili. Meglio concentrarsi su pochi concetti e farli rispettare in pieno, e con un valido motivo, piuttosto che condizionare e programmare la vita dei bimbi manco fossero piccoli manager con mini agenda organizer da riempire, ottenendo peraltro rifiuti e disinteresse su tutta la linea. Lo capiremo mai?

Forse a tuo figlio in fondo il judo non interessa, forse non ha orecchio musicale, non si sente acquatico, non gli va tutta quella enorme fetta di parmigiana e non gliene frega niente della messa la domenica. Forse preferisce correre a perdifiato senza meta e ficcare le scarpe in tutte le pozzanghere (la suola è fatta apposta, no?). E’ un bambino, la sua visione del mondo è diversa, non può essere altrimenti, e non è detto che debba sempre contrastare con la nostra. Cominciamo ad agevolarli, a fare le cose anche per loro. Lo fanno da decenni in tutta Europa, siamo come al solito i fanalini di coda. Cominciamo dai seggioloni nei ristoranti, giustappunto. Chiediamoli e lamentiamoci con il gestore se mancano, minacciando una migrazione di massa da McDonalds. Che non avverrà, ovvio. Meglio un toast e una mela seduti su una coperta al parco, a quel punto.  A patto che smetta di piovere.

La terza metà – Feuilleton

by kaizeng

 

la terza metàOn line il capitolo 25

(Il quarto capitolo della seconda metà)

Ispirarsi alla storia 9

by kaizenb

seppuku1  Il Seppuku.

Così nel linguaggio colto viene chiamato il suicidio ottenuto aprendosi l’addome. È un rito che ha origini antichissime, eseguito con la daga o col pugnale dai guerrieri sconfitti (che preferivano la morte all’umiliazione di cadere vivi nelle mani dei nemici) risale alla seconda metà del secolo XII quando scoppiò una lunga e sanguinosa faida fra due clan feudali. L’odio fra le due parti era tale che indubbiamente conveniva non sopravvivere alla sconfitta. Il primo caso documentato di seppuku sul campo risale al 1156, e ne fu protagonista il guerriero ventottenne Minamoto-no-Tametomo che, circondato dai nemici, si sbudellò contro un pilastro del suo palazzo; poiché la morte per emorragia tardava a venire e gli avversari incalzavano, egli si colpì ancora all’addome con tale violenza da recidersi la colonna vertebrale. Fin dall’infanzia i gentiluomini giapponesi della casta militare erano educati a considerare questa forma di suicidio un privilegio. Da questo episodio derivò il seppuku giudiziario, (o punitivo, espiatorio) che entrò in uso nel secolo XVI, quando il Giappone era straziato dalle guerre civili e la parte vittoriosa imponeva ai perdenti di suicidarsi. La pace fu ristabilita solo agli inizi del secolo XVII, quando al potere salì il clan di Tokugawa che soffocò il paese in una dittatura militare durata fino al 1868 e con una pedanteria minuziosa ed ossessiva regolamentò ogni aspetto dell’esistenza, compreso l’ultimo atto dei samurai macchiatisi di un qualche delitto. Il seppuku giudiziario era insomma una forma onorevole di esecuzione capitale, permessa unicamente alla casta privilegiata dei samurai. In qualche modo si potrebbe paragonare al suicidio mediante revolverata alla tempia cui venivano costretti in Europa gli ufficiali colpevoli di delitti disonorevoli se resi pubblici in un processo. Non soltanto il seppuku non ledeva l’onore della famiglia dello scomparso, ma, se eseguito spontaneamente prima della condanna, evitava ogni ritorsione verso i familiari, compresa la confisca del patrimonio. In altre parole questa arrogante aristocrazia guerriera padrona del Giappone, non tollerava che un proprio membro colpevole fosse consegnato nelle mani dei carnefici (che per di più erano dei fuori-casta all’infima estremità della piramide sociale) che venisse legato e torturato e la sua testa decapitata esposta in pubblico, come si faceva per i delinquenti comuni. I samurai, insomma, lavavano i propri panni sporchi in famiglia. Nel periodo cosiddetto Tokugawa o Edo (1615-1868) il Giappone conseguì l’invidiabile primato di due secoli e mezzo di pace ininterrotta e anche il meno invidiabile primato di un isolamento pressoché assoluto dal resto del mondo. Padrone dell’Arcipelago era il capo del clan samurai dei Tokugawa, col titolo di Shogun (generalissimo) con sede a Edo (attuale Tokyo); da lui dipendevano, secondo i tempi, da 295 a 245 daimyo o feudatari a capo di altrettante province. La Corte Imperiale, circoscritta ad un ruolo religioso, risiedeva a Kyoto ed era esclusa dal potere. All’inizio del XVI secolo, con la nazione dissanguata dalle guerre civili, la popolazione nipponica era ridotta a venti milioni, ma era già salita a trenta nel censimento del 1721 e raggiunse la punta massima di trentadue milioni verso la metà del secolo XIX. I samurai erano il 5-7% della popolazione, circa due milioni di individui. In quella società feudale a sviluppo verticale (Corte Imperiale, samurai, religiosi, agricoltori, artigiani, mercanti, fuori-casta) i diritti e i doveri di ciascuna casta erano regolati da un codice distinto per ogni categoria sociale. Il codice dei samurai era l’unico che prevedeva il seppuku come forma di esecuzione capitale, e descriveva minuziosamente il rituale per l’esecuzione. Il coltello cerimoniale, per esempio, non doveva essere lungo per evitare al condannato la tentazione di aprirsi con esso la strada verso la libertà. Si ricorda almeno un caso in cui il condannato accoltellò il kaishaku (l’incaricato di vibrare il colpo di grazia al condannato), s’impadronì della sua spada e con essa fuggì facendo perdere le sue tracce. La cerimonia prevedeva inoltre che il pugnale venisse presentato al morituro col taglio rivolto verso di lui, avvolto in carta candida, da cui sporgevano 2 centimetri di punta; se il crimine commesso era grave i centimetri che venivano fatti sporgere diventavano 4. Sempre per motivi di sicurezza veniva rifiutato al condannato l’uso del proprio pugnale, ma se egli era di alto rango o se moriva per una causa popolare e non gli si poteva negare l’accoglimento di quest’ultimo desiderio, il filetto della lama veniva deliberatamente smussato.

Ma perché in Giappone prese piede questo modo rituale di togliersi la vita aprendosi il ventre? Nell’antica Roma, per esempio, dove le virtù militari e il disprezzo del dolore erano tenuti in somma considerazione e dove si praticava la filosofia stoica che tante analogie presenta col Bushido (“La via dei cavalieri” il codice morale del samurai), in caso di necessità ci si dava la morte col ferro, ma i capitani sconfitti si gettavano col petto sulla punta della spada, mentre i letterati (Lucano, Seneca e altri) si tagliavano i polsi stando immersi in un bagno caldo. Né a Roma né in altre società dominate dalla casta militare si è mai pensato di suicidarsi aprendosi il ventre, allora perché i samurai lo facevano? Per rispondere  occorre risalire ai principi esoterici del Giappone, non soltanto di quello antico, ma anche in quello attuale. Per i nipponici l’addome al di sotto dell’ombelico (hara) è il centro psicosomatico da cui derivano l’equilibrio, la forza e la scioltezza dei loro movimenti ed è anche la sede dell’anima, della volontà, del coraggio, della generosità, della collera e dell’odio: in poche parole è il centro delle emozioni, come per noi lo è il cuore. Infatti in Giappone il modo di dire “avere il ventre pulito” significa non avere secondi fini, essere leali e la lealtà era il primo dovere dei samurai.

FONTI:

-n°214 Settembre 1975 di STORIA ILLUSTRATA – Mondadori editore

RESIST 2009 Kai Zen @ Viterbo

by Kai Zen

resistenzaLa quinta edizione della rassegna Resist: raccontare, raccontare, raccontare

Viterbo, venerdì 24 aprile: Chiesa di San Carluccio. Ore 17:00 Incontro-dibattito Copyleft. A chi appartiene la conoscenza?

Kai Zen -  Anonima Scrittori e  Zero gravity toilet
Interviene Stefano Pifferi
A seguire Reading musicale de La Strategia dell’ariete con Kai Zen e Zgt / Anonima Scrittori in R-esistenze

colpi bassi

by kai zen a

afrikanerTutto è cominciato per scherzo, come accade spesso. Eravamo già brilli e poi io ho infierito con il solito vizietto. Mio cognato olandese vacilla, sorriso stampato in faccia. E’ il momento di colpire basso, cosa che mi riesce sempre molto bene. Sarà che sono all’altezza giusta.
“Vabbè, comunque è facile avere tutto perfetto, organizzato. Bravi. Vivete in un fazzoletto di terra piatta e siete straricchi, ci credo. Ne sarei capace anch’io. Con tutte le depredazioni accumulate nei secoli dai colonizzatori…”
“Cosa c’entra, scusa?”
“Come cosa c’entra? Siete uno stato ricco, no? E da dove viene quella ricchezza? Saranno mica tutti tulipani e… lasciamo stare.”
Sander fa fatica a rimanere serio. Gli piacciono le sfide cattive, quelle senza esclusione di colpi. E soprattutto adora quelle che gli lancia sempre questo piccolo italiano mangiaspaghetti insolente. Sono sicuro che vorrebbe essere me, se fosse la metà di quello che si ritrova. E anch’io vorrei essere lui, se mia madre avesse messo insieme due feti, al tempo.
“Guarda che noi abbiamo portato ricchezza e progresso anche nei paesi che abbiamo colonizzato. Eravamo commercianti, mica schiavisti.”
Scoppio a ridere. “Non esistono schiavisti peggiori dei commercianti!”
Ride con me. “Vero, ma scherzi a parte: non sento pesi sulla coscienza.”
“Te li faccio sentire io: qual’è la parola olandese più famosa nel mondo?”
Ghigna. “Bastardo.”
Non ho capito se ci sta pensando o se il mio giochetto è ridicolo, da tanto che è banale per un olandese. “Allora?”
“Non credo sia ‘T gereedschapkiest…”
Lo guardo accigliato, gli occhi come fessure: “Pardon?”
Tracanna la lattina di bavaria in un sorso. Mi sta prendendo per il culo, mi sa. “E va bene. Apartheid.”
“Aah, allora ti arrendi?” Gironzolo per la sala soddisfatto, culetto in fuori e petto gonfio.
“Giammai. Tu pensa alle colonizzazioni vostre, va.”
Tracanno io adesso. Fa un caldo maledetto qui dentro. “Quelle fallite, intendi? O quelle inutili?”
“Quella di maggior successo.”
Lo guardo inebetito. Sta provando a contrattaccare, lo sento. Ma non capisco dove stia andando a parare.. Un pò lo odio, questo Sander. Troppo simile a me. Non rispondo.
“La mafia.”
Gli stringo la mano con fare mafioso. “Bravo. Complimenti.”
Ridiamo. Mi ascolterei The Bedlam in Goliath dei Mars Volta a volumi sostenuti adesso, ma poi probabilmente le due sesto-olandesi nella stanza accanto avrebbero da ridire. Maledetto Zecchino d’Oro… Esisterà in Olanda?

Ma non demordo, mi sento cattivissimo. “Comunque, è facile organizzare tutto bene da voi: siete tutti uguali, mangiate uguale, vestite uguale. Parlate tutti allo stesso modo! Cazzo, un giovinastro e un ottontenne usano le stesse espressioni.”
“Sei proprio un cretino.”
“GIà ti stai differenziando troppo dagli standard nazionali con questa terminologia, ragazzo.”
“Fanculo.”
“Sei stato troppo tempo in Italia, si sente.”
“Tu dici standardizzati, io dico che siamo solo ‘normali’. Siamo talmente liberi da capire da soli che la cosa migliore alla fine è essere normali, come tutti, senza eccezioni. Da noi la Regina e il contadino con cinque figli a carico fanno colazione allo stesso modo. Boterham met hagelslaag!”
Sorrido. Conosco il prodotto. Buono, dopo tutto. “Sì, ma che noia così. Tutti normali, misurati, intelligenti. E poi perchè non escludete dalla standardizzazione almeno la cucina? L’esperienza più brutta che vivo in Olanda, ogni volta, è al supermercato: quattro lunghe file piene zeppe di pacchetti di patatine e pochi centimetri per verdura e frutta, tristi e impacchettate.”
“Eccolo, l’italiano. Sempre il solito discorso. E poi io preferisco un’attitudine alla normalità piuttosto che quella alla furbizia.”
Il brutto degli olandesi è che colgono sempre nel segno. Sembrano distratti e naif ma l’elaboratore dentro le loro belle teste bionde difficilmente stacca per una pausa. Maledetti NON latini. Prendo in mano il telecomando, lo guardo di sbieco sempre con lo stesso sorriso imballato. Ricambiato.
“Va là, va là…”
Intanto Sander canta vittoria dentro, lo posso quasi sentire. D’improvviso, la folgorazione. Ma certo…
“Pensa quello che vuoi, cognato olandese. In ogni caso, non è stata creata qui la cosa più infima degli ultimi dieci anni.”
Per il momento finge. “Non capisco cosa intendi.”
Non capire, non capire… Faccio zapping. Vediamo se si tradisce in qualche modo. Rai Uno, Rai Due, Canale 5, Italia Uno. Danno tutti la stessa robaccia. Mi abbagliano i denti bianchissimi delle donne mezze nude sullo schermo. “Curioso, non trovi Sander? Nel paese della normalità…”
Si perde nelle curve di qualche mora abbronzata. “Che cosa?”
“…nasce un mostro così orrendo.”
“Non ti seguo. Ma non importa, dai. Come al solito non sai perdere. Ti capisco, è umano sai? Anche a me non piacerebbe perdere con te, se dovesse mai capitare.”
“Una creatura mediatica che forse segna il punto di non ritorno. Il peggio del peggio del peggio. La fine della cultura. La fine di tutto? Sì, credo proprio di sì.”
Ride, mi sa che stiamo convergendo. “Tu sei pazzo.”
“Il nostro tempo in questo mondo è ormai diviso in prima e dopo l’evento, A. GF e D. GF”
Si alza, cammina verso il bagno. Sta ridendo. Lo seguo.
“A proposito, a che edizione siete da voi? E come butta, chi vincerà?”
“Smettila”, mi spinge via.
“Ma, fammi capire, avete venduto il format al mondo intero per cattiveria o solo per avarizia?”
Ormai ridiamo entrambi.
“Cioè, avete voluto che il mondo intero affondasse negli abissi della stupidità o semplicemente volevate fare palate e palate di soldi?”
Mi sbatte la porta in faccia, deve pisciare. Ma lo sento imprecare lo stesso.
Maledetta Endemol.”

Come Tardelli al Bernabeu, nel 1982.
Vittoria.

La terza metà – Feuilletton

by kaizeng

la terza metàOn line il capitolo 24

(Il quarto capitolo della seconda metà)

Coccodrillo

by Kai Zen

ballardNella sua visione di uno scontro automobilistico con l’attrice, Vaughan era ossesionato dal numero e dalla ripetizione di ferite e impatti – dal cromo morente e dal cedimento delle paratie antiurto delle due auto scontrantisi frontalmente… dalle fratture multiple delle cosce nel momento dell’impatto contro la leva del freno a mano, e, soprattutto, dalle ferite ai genitali di entrambi: l’utero di lei trafitto dal becco araldico dello stemma del fabbricante, il seme di lui sparso fino all’ultima goccia sulle scale luminose registranti in eterno la temperatura e il livello definitivo dei carburanti.

(James Graham Ballard, 15 novembre 1930 – 19 aprile 2009)

Ispirarsi alla storia 8

by kaizenb

a-saltnerIl Saltner dell’Alto Adige

Qualche anno fa, era il 2005, collaborammo con la provincia di Bolzano per dare vita ad un Romanzo Totale che avesse un’ambientazione altoatesina. Era la quarta volta che si realizzava un Romanzo Totale in rete, la seconda in cui noi Kai Zen partecipavamo alla stesura come promotori e coordinatori; per di più la metà di Kai Zen ha avuto i natali in Sud Tirolo e quindi ci premeva fare le cose per bene, come quel caro amico di catodica memoria, il signor Locatelli. Io, in quanto “storico” dell’ensemble narrativo, mi preoccupai di raccogliere le informazioni e i dettagli storici che potevano risultare utili allo scopo. Mi imbattei, fra gli altri, in una figura che aveva avuto il ruolo di poliziotto privato nel passato della regione, il Saltaro o Saltner in tedesco, un personaggio che, vestito come Toro Seduto, si aggirava per le grandi proprietà fondiarie armato di pistola e alabarda cercando di tenere lontani da queste terre ladri e estranei. Mi incuriosì molto scoprire l’esistenza di un così particolare personaggio nella mia terra natia. Approfondendo il discorso scoprii anche che l’origine del nome è longobarda, infatti la zona del Triveneto era parte integrante del regno longobardo che si estendeva a macchia di leopardo in Italia fra il 500 e il 780  d.c. e il suo ruolo era inizialmente quello di guardiaboschi. Col tempo le sue funzioni si allargarono divenendo custode del territorio comunale prima e guardia delle strade, degli acquedotti e dei canali poi. I suoi compiti cambiavano da provincia a provincia anche se il nome restava lo stesso. Col tempo in alcune zone del Trentino alto Adige sparì questa figura di controllore delle terre, oppure venne sostituito da poliziotti provinciali o servi del proprietario terriero armati. Ricomparve nella valle dell’Adige, in special modo nella conca di Merano, col nome di Saltner intorno al 1285 d.c. e indicava generalmente le guardie campestri e i guardiani dei vigneti durante il periodo di maturazione dell’uva. Nel libro “Le pietre del giudizio” Marius De Biasi ne fa una dettagliata descrizione: “…Il costume indossato abitualmente era quello tipico dell’agricoltore, con pantaloni di pelle corti, le ginocchia libere, particolari calzettoni che ricoprivano solo i polpacci, con calzini corti ai piedi e con scarpe nella cui suola erano state infilate delle borchie per prolungarne la durata. Di domenica era vestito meglio: portava un cappello con piume di uccello e code di volpi e scoiattoli; al collo indossava una o più collane di denti di maiale ed ossa di animali, disposti in maniera tale da provocare u n continuo tintinnio durante il movimento. In mano stringeva un’alabarda e alla cintura portava una pistola a due canne. Il Saltner la usava in due occasioni: il sabato sera, quando dopo il suono delle campane, sparava per due volte nell’aria per segnalare la sua presenza, oppure in caso di necessità per richiamare l’attenzione dei vicini.Di domenica o nei giorni festivi si recava a messa,ma con quell’abbigliamento gli era proibito entrare all’interno della chiesa e al termine delle cerimonie religiose dopo la benedizione del prete doveva allontanarsi dal luogo prima di venir avvicinato dai fedeli. Durante il lavoro segnalava la propria presenza con particolari segnali ben visibili che avvertivano gli intrusi di non oltrepassare il confine o di non percorrere il sentiero; se qualcuno veniva sorpreso nel campo, doveva pagare al proprietario del terreno una multa,altrimenti, in caso di rifiuto,veniva portato davanti alle autorità giudiziarie e condannato.” Fra i simboli usati per tenere alla larga i male intenzionati c’era anche una mano di legno infilata in cima a un palo recante scritte del tipo “state alla larga” oppure “qui ci sono io che controllo”. Qualcuno sostiene anche che in certi periodi particolari della storia gli fosse concessa licenza di uccidere. Con queste prerogative mi venne naturale pensare che un tale personaggio fosse perfetto per dar vita a un racconto oppure a un romanzo. E in effetti non mi sbagliavo, alla fine dell’anno l’esperienza del Romanzo Totale ambientato in alto Adige era conclusa e aveva dato vita a un bel racconto uscito in forma cartacea col nome di “Spauracchi”, edito dalla Bacchilega editrice. L’indiano che parla tedesco ci aveva portato fortuna, augh!  

La Potenza di Eymerich 6: Manovre orchestrali nell’oscurità

by Kai Zen

Immagine di La potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Voci. La morte viene dalla vita. Acqua fosforescente. Non posso muovermi. Unisciti a noi. Bevi alla fonte dei giusti. Non sento la mia voce. Luce accecante. Bevi alla fonte dei giusti. Chi sei, donna? Non sento la mia voce. La morte viene dall’acqua. Bevi. Luce accecante. Unisciti a noi, bevi. La morte viene dall’acqua. Buio.

Eymerich si svegliò sudato. Era nella sua cella. Come ci era arrivato? Dalla luce che filtrava capì che il sole era già alto, e questo non fece che aumentare il suo nervosismo. Era furibondo. Con Modesto, certo, e con sé stesso per
essersi fatto abbindolare come un ingenuo. Cercò di riordinare la confusione che popolava la mente.
“Creature del Demonio. Quel frate indegno mi ha portato in un covo di creature del Demonio. Mi hanno fiaccato
con i loro malefici e ridotto in loro potere, per chissà quanto tempo. Mi hanno fatto bere l’acqua di quel lago, ricettacolo del male. L’ho poi bevuta? Non ricordo.”
Uscì dalla cella, risoluto a trovare Modesto ed estorcergli la verità. Fu inutile. Del frate, nemmeno l’ombra.
Arrivato al portone del convento, sentì bussare. Aprì, e vide di fronte a sé una giovane, isterica. “Devo parlare con frate Fernando!”
“Femmina impura, come osi rivolgerti in questo modo a un ministro di Dio,” le urlò in faccia Eymerich, ma la donna non se ne diede per inteso.
“Per pietà. Sono gravida, e contagiata dal morbo oscuro. Al lazzaretto è morta un’altra donna oggi, io non ci voglio andare. Fernando non può rifiutarmi il suo aiuto!”
“E perché mai non potrebbe?”
“Per tutte le volte che mi ha cercata…” La donna esitò, timorosa.
Il manrovescio fu così forte da farla stramazzare a terra. “Bada, non aggiungere altri peccati a quelli che già pesano sulla tua anima! La menzogna è la musica di Satana!”
“È la verità!” rispose in lacrime.
“Vattene, e ringrazia, ché ben misero castigo hai avuto per la tua impudenza.”
L’Inquisitore richiuse il portone. La sua ira non era ancora sbollita, ma quest’ultimo incontro poteva innescare sviluppi inattesi e interessanti. Quella donna sarebbe stata un’arma formidabile. Voltandosi, vide Severo che si avvicinava. Troppo lontano per essersi accorto di qualcosa, pensò Eymerich, pronto a sfogare la sua rabbia su una nuova vittima. “Severo, dove sono i tuoi confratelli?”
“Non so, padre. È da stamani che non li vedo.”
“Bene. Allora, se non ti dispiace,” dapprima calma, la voce divenne sempre più rabbiosa, “me lo spiegherai tu, cosa succede in questa città, dove nascono mostri, dove sottoterra si celebrano riti pagani, e dove i frati francescani anziché onorare Nostro Signore bestemmiano il Suo Nome insieme a megere serve di Satana.”
Severo cadde dalle nuvole. “Cosa succede, padre? Io non so nulla di quello che dite.”
L’Inquisitore era livido e stava per saltare alla gola del francescano, che però continuò a parlare, molto più loquace del solito. Disse che Modesto e Michele spesso lo tenevano all’oscuro di quello che facevano. Perché era quasi un ragazzo, da poco arrivato in città, mentre gli altri due avevano passato insieme buona parte della loro vita. Sapeva, questo sì, che entrambi i suoi confratelli erano seguaci di Lullo, ma anche su questo non avrebbe saputo aggiungere altro, ignorante com’era in materia. Eymerich si placò. Quel giovane frate da subito gli era parso mal assortito coi suoi confratelli, e in effetti il suo racconto era plausibile. Severo se ne accorse, e approfittò per chiedergli dettagli su ciò che aveva scoperto. Ma l’Inquisitore rimase vago, e subito dopo si congedò.

Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino.

Seduta sul suo scranno Giovanna I d’Angiò aprì la missiva che il messo papale le aveva recapitato. C’era scritto il nome del nuovo emissario pontificio, un francescano di nome Severo; e la richiesta di tenersi all’erta, in attesa di istruzioni. La Regina doveva molti favori a questo Papa, non ultimo l’appoggio alle recenti nozze con Guglielmo d’Aragona. Scelta eccellente: il prode principe consorte aveva già gentilmente liberato Napoli dalla sua presenza, partendo in guerra al seguito di Enrico di Trastamara.
Giovanna si sedette allo scrittoio. Poco dopo un cavaliere usciva dal castello, recando due lettere: la prima era indirizzata al Giustiziere di Basilicata, l’altra a frate Severo da Benevento.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Il frate guardiano fece cenno a Eymerich di entrare nella cella. “Stamani non eravate alle laudi, padre. Qualcosa di grave?”
“Dormivo. Ma dovrei piuttosto dirvi dove sono stato ieri.”
Per sommi capi gli raccontò la sua esperienza del giorno precedente. Il frate era sbalordito.
“Fernando, in città vengono celebrati riti blasfemi, e nessuno ne sa niente. Perfino voi volete farmi credere di esserne all’oscuro! Mi chiedo quale sia il vostro modo di vigilare contro i nemici di Cristo. O forse dovrei chiedermi quale motivo abbiate per lasciare alla mercè di Satana il gregge di cui un giorno dovrete rispondere.”
“Oh no, padre, perdonate la mia negligenza,” squittì il frate.
Eymerich sogghignò: Fernando ormai era un libro aperto. Per farlo crollare non c’era stato neppure bisogno di accennare alla donna di poco prima – cosa che in ogni caso non aveva intenzione di fare, almeno per il momento. Disse invece: “Ho incontrato Severo, poco fa.”
“Ah, il ragazzino borioso,” sospirò il frate. “Viene dai palazzi, e si vede. Sapete? L’ultimo inviato papale giunto qui non ha chiesto né di me, né di voi. Invece voleva parlare proprio con Severo. Assurdo. Chissà poi di cosa. Beghe di nobili, probabilmente.”
“Probabilmente,” ripeté Eymerich a voce bassa. Ma in realtà era sconvolto dalla notizia: era evidente che il Papa intendeva scavalcare sia lui che Fernando. Mentre salutava rapido il frate, non poté fare a meno di pensare: ecco perché oggi il ragazzo era così amichevole. E questo imbecille ancora una volta non ha capito nulla, e ciarla incautamente. Davvero l’uomo ideale cui affidare incarichi delicati.
Uscito dalla cella, decise di ripercorrere da solo il cammino sotterraneo fatto con Modesto. Per riordinare la memoria. Era giorno pieno, e ormai sapeva cosa aspettarsi: stavolta nulla l’avrebbe preso alla sprovvista.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

L’Imam raggiunse infine l’amico, nel suo laboratorio. Stanton aveva terminato alcune prove empiriche sul processo di trasmissione, e ora i due stavano ricapitolando i punti salienti, come per abituarsi a una situazione così terribile da non sembrare reale.
“Quindi, se ho capito bene, l’idea è di inviare il messaggio verso le coordinate spazio-temporali in cui è più probabile che andranno a finire le scorie, e cioè a Potenza nel 1365.”
“Sì, Karima, è pressappoco così. Anche se, stando ai miei calcoli, il flusso percorre cammini obbligati: se quest’anno viene inviato da qui un fascio di psitroni nel 1365, esso troverà a Potenza il suo luogo naturale di destinazione; se invece lo mandiamo nel 1854, allora la destinazione naturale sarà Abriola, e così via, come mostrava il diagramma.”
“…E come confermano i documenti storici. A proposito, il fatto che quasi tutte le epidemie registrate dalle cronache fossero localizzate vicino a piccoli fiumi o laghi, secondo te può avere qualche importanza? Non so, l’acqua potrebbe fungere da catalizzatore per la ricezione…”
“Sì, può essere. L’acqua è un conduttore essenziale per certi tipi psitronici. Ma non posso essere sicuro che togliendola dal luogo di arrivo interromperemo lo scarico delle scorie.”
“Dobbiamo sperare che sia così, visto che è forse l’unica strada che possiamo tentare.”
I due si guardarono. Karima continuò: “Bisognerà modificare l’impianto in modo che trasmetta il messaggio, e dirigerlo proprio verso la data-obiettivo.”
“Oh, fosse solo per quello… Ho elaborato un algoritmo in grado di provocare e indirizzare la trasmissione. È già configurato per il 1365. Esiste un certo rischio di dispersione, ma ho stimato una varianza assai ridotta: in parole povere, una piccola parte del flusso giungerà in momenti imprecisati fra il 1351 e il 1380, ma la maggior parte arriverà nell’anno prestabilito. Il vero problema sarà accedere al quadro generale di controllo dell’impianto. Come sai, non sono stato invitato all’inaugurazione; inoltre tutti i responsabili del progetto mi conoscono, e presentandomi là potrei alimentare sospetti. Allo stesso tempo, mi spaventa l’idea di far compiere simili operazioni a un’altra persona, seppur fidata. Dovrei andarci io.”
“Infatti ci andrai tu, Peter. Ma non al ricevimento.” La donna aprì la mano, dove teneva un piccolo disco di silicio.
“Questo è il pass riservato al personale tecnico di manutenzione straordinaria. Non chiedermi come ho fatto ad averlo. Quelli che lo usano vanno all’impianto molto di rado, quindi non dovresti dare nell’occhio. Il nome registrato nel pass è Peter Hammill, spero ti faccia piacere.”
Stanton sorrise: adorava quella donna.

 

Illustrazione di Claudio Madella

rosario e coerenza

by kai zen a

Immagine di Quasi quasi mi sbattezzoGli italiani sono cattolici, lo sanno anche i sassi. La percentuale di cittadini che si definiscono cattolici nel nostro paese è circa il 90%, un numero molto elevato rispetto agli altri paesi europei. Nulla da dire, la fede è fede, ma è troppo chiedere di essere cattolici E coerenti? O non cattolici e coerenti? Quando, tempo fa, parlando di figli con altri genitori (cosa che evito come la peste, se posso. Già ti succhiano amorevolmente il sangue da mattina a sera – i bimbi intendo – ci manca poi che parli solo di loro anche nei centesimi di secondo liberi…), ho riferito distratto che le mie figlie non sono battezzate, di contro ho ricevuto una fila di occhi sgranati addosso. Eppure non mi trovavo in sagrestia, o luoghi simili. Subito dopo, forse anche a causa della mia espressione sorridente e naif, sono stato mitragliato di domande frenetiche: ‘ma si può?’ ‘ma i tuoi non dicono niente?’ ‘ma se poi dio esiste veramente?’ Okay, l’ultima domanda non l’hanno fatta veramente, ma le altre sì! Ora, mi rendo conto che invecchiando e avvicinandoci sempre più al rintocco della nostra ora, si perda tutti la spavalderia di una volta e si cominci a pensare che, quasi quasi, nell’incertezza, accendendo una candela qui e facendo una preghierina lì, magari un posto in paradiso ce lo prendiamo pure. Il che spiega perchè la percentuale italiana di cattolici si eleva a quasi il 97% tra gli over 65. Ci può stare. Lungi da me fare l’intransigente sdegnato, e poi chissà quante volte ho cambiato idea io… Ma non credete, amici cattolici non coerenti, che lassù qualcuno se ne accorga se non avete condotto un’esistenza propriamente religiosa? Immagino dio sia diverso dal fisco, per esempio, e gli studi di settore là siano molto più precisi e meno contestabili. E le multe salate. Anche perchè l’organizzazione da quelle parti pare sia di tipo gerarchico e ben poco democratico. Non pensate che, a quel punto, forse sarebbe più apprezzata l’attitudine positiva alle cose del mondo – aiutare chi è in difficoltà, accettare il diverso, non fare del male, ecc.. – piuttosto che l’aver svolto un compitino formale con la testa altrove?
Vorrei capire perchè se un italiano non crede non si cancella dalla lista dei credenti. Anzi no, una risposta per questa domanda ce l’ho già, ed è un’altra domanda: perchè fare qualcosa? Tempo, energia e magari anche soldi sprecati. Mi sta bene, in qualche modo, o meglio posso capire il ragionamento. Il non ragionamento. Ma allora perchè se un italiano non crede continua a fare le cose da cattolico, tipo sposarsi in chiesa, andare a messa, farsi il segno della croce? Non che mi interessi davvero la risposta ma è un fenomeno curioso, che forse in parte si spiega con la cara vecchia storia della furbizia italica. Dell’abilità nel sotterfugio. Dell’apparire distinto dall’essere.

Ricapitoliamo, l’Italia è cattolica ma ben poco osservante. Se non è per il motivo di cui sopra – la speranza che nei cieli la burocrazia sia simile a quella dell’agenzia delle entrate – allora possiamo ipotizzare:
- che nell’incertezza sull’esistenza di dio, sia esso cattolico, ebreo, musulmano, buddista o altro, meglio essere iscritti ALMENO a una delle liste piuttosto che essere fuori del tutto. Si presume quindi che la ‘portabilità’ religiosa, sulla scorta degli contratti telefonici, sia più comoda e conveniente rispetto alla disdetta o alla scelta del campo neutro. Può essere. Ma bisogna anche considerare che a volte per la dottrina è meglio un foglio bianco che uno già scritto, sul quale bisogna tracciare grosse righe diagonali. Ogni maestra lo confermerebbe. Influenzerebbe in modo negativo la commissione giudicante. Pensateci.
- che la tradizione è più importante del pensiero libero. Se non si crede a una cosa, ma a papà fa piacere di sì perchè deluderlo? Molto probabilmente neanche papà ci crede davvero, per cui facciamo ‘sto gesto e sbrighiamoci che inizia il moto GP, per favore. Che sarà mai? Il problema è che se nel nostro paese alle soglie del 2010 la tradizione è sempre più importante delle idee, beh… si spiegano molte cose, tra cui il fatto che stiamo cadendo a pezzi.
- che la fede è un concetto da prendere ‘a grandi linee’, non in modo metodico e rigoroso, ma semplicemente esserne ispirati nella vita di tutti i giorni. Mi piace questa possibilità. Ma stride con la rigidità di certi atteggiamenti cattolici, o forse potrebbe essere reale se a capo della chiesa ci fosse gente di un certo tipo, penso al grande Tettamanzi, cardinale da queste parti, a Carlo Maria Martini, sempre di qui, e a tanti preti di provincia o di città. Gente che bada al sodo, per cui essere cattolici è sinomimo di essere disponibili, tolleranti, aperti e generosi. Vivere in armonia con la natura e con la gente, non solo applicare in modo rigoroso delle procedure. Ma non è così, anzi l’immagine di oggi della chiesa cattolica è di un’istituzione rigida e poco tollerante, diciamo vagamente fuori dal tempo (per rimanere carini).
Dunque la mia proposta concreta è: italiani cattolici, praticate. Iscrivete i figli a catechismo, fate impartire loro la dottrina, fategli fare la comunione, la cresima e quant’altro. Confessatevi e andate a messa ogni domenica (sarebbe meglio più spesso, credo, ma voglio essere di manica larga), sposatevi in chiesa, NON divorziate, NON fate sesso prima del matrimonio, NON usate contraccettivi. E voi ecclesiastici rinunciate al sesso, per favore. Festeggiate degnamente la domenica, il natale, la pasqua ecc… Insomma, praticate. Praticate tutti, praticate sempre, innanzitutto e soprattutto. Sono sicuro che in questo modo salverete la vostra anima. E noi che non possiamo farlo perlomeno ci ritroveremo la statale per Lecco senza la solita fila perenne e qualche centimetro in più a disposizione sulla spiaggetta di Lierna, la domenica. A ognuno il suo paradiso.

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