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: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: marzo, 2009

La Terza Metà – Feuilleton

by Kai Zen

 la terza metàOn line il capitolo 22

(Il primo capitolo della seconda metà)

Ispirarsi alla storia 5

by kaizenb

churchillvsign1Mandiamoci un po’ affanculo…

Mai come in questi giorni trovandomi davanti  alla TV a guardare programmi tipo Ballarò, Anno Zero e altri, durante l’intervento di politici di fama nazionale, come per istinto, mi viene naturale  sollevare il dito medio dinanzi alle loro belle facce. Nella privacy di casa mia, io solo di fronte a loro, finalmente li posso mandare affanculo in libertà, senza paura di incorrere in denunce e querele. Ma quel gesto tanto eloquente quanto simbolico, che origine ha? Chi è stato il primo a utilizzarlo? Esisteva un Gasparri del neolitico da mandare affanculo col “gestaccio”? Oppure è quello che abbiamo noi in Italia oggi il Gasparri neolitico? Rispondere a quest’ultima domanda non è affatto facile e in tutta onestà non sono sicuro di volerlo fare. Sull’origine del gesto, invece, si può affermare che ha sicuramente origine lontane. Pare addirittura che ci sia un nesso antropologico con questo gesto; i primati, per esempio, per denigrare e affermare la propria supremazia sessuale sugli altri soggetti agitano e sbattono il proprio fallo in modo minaccioso in direzione di questi. Non è un bel vedere sicuramente. Nelle prime società civilizzate il gesto venne sostituito dal simbolo: Il dito medio alzato rappresentava quindi il fallo e aveva lo stesso potere denigratorio e oltraggiante. Gli antichi greci dell’età classica ripresero la gestualità, tanto che nella rappresentazione teatrali il dito medio alzato veniva adoperato per deridere, minacciare e umiliare l’oratore avversario. I romani, che importarono quasi tutto dalla cultura greca, riproposero il gesto utilizzandolo per oltraggiare gli avversari politici e per sottomettere subalterni e servitori. L’imperatore Caligola era solito usare il digitus impudicus per imporsi sui subordinati e talvolta pretendeva da loro che gli baciassero il dito medio alzato come gesto di sottomissione. Uno di questi, Cassio Cherea tribuno dei pretoriani, a un certo punto decise che ne aveva abbastanza di questi oltraggi e ordì una congiura ai danni di Caligola uccidendolo, a sottolineare il fatto che non era un gesto preso tanto alla leggera neanche nei tempi antichi. Venendo ai giorni nostri, noi lo utilizziamo, insieme ad altri popoli neolatini, perché discendiamo in modo viscerale dalla cultura romana, ne abbiamo assorbito usi e costumi e di conseguenza anche malcostumi. Gli inglesi e le culture anglosassoni in genere, non hanno subito lo stesso tipo di influenza. L’impero romano, infatti, non ha mai conquistato del tutto la Britannia così come non si è insediato in modo stabile nei paesi baltici e scandinavi influenzandone solo in minima parte le usanze culturali e sociali. Per questo a Londra e dintorni se devono mandarvi a quel paese usano un altro gesto: il dito medio e quello indice alzati con il dorso della mano rivolto a chi si vuole offendere, una sorta di “V” di vittoria al contrario. Ma da dove deriva invece questo gesto? Pare che per la prima volta sia stato utilizzato durante la guerra dei Cento anni, combattuta fra inglesi e francesi (1337-1453). L’esercito inglese annoverava tra le sue fila un reparto di arcieri molto efficienti perché in possesso di un arco chiamato “Lungo” (Longbow in inglese), in grado di raggiungere con grande potenza di penetrazione, le cotte di maglia di avversari distanti anche più di trecento metri. Si trattava di un’arma che all’epoca poteva decidere le sorti di una battaglia. I francesi, quindi, ogni qualvolta catturavano degli arcieri avversari erano soliti mozzare loro il dito medio e indice (quelli utilizzati per tirare con l’arco lungo) in modo che non fossero più in grado di tornare a fare il proprio lavoro fra le schiere avversarie. Quando questa crudele usanza prese piede, fra le fila inglesi prima di ogni battaglia ( pare che la prima volta sia accaduto alla battaglia di Agincourt 1415) si cominciò ad utilizzare un gesto per denigrare e intimorire gli avversari d’oltre manica: mostrare il dito medio e quello indice pronti a far scoccare potenti frecce da lunghe archi, la “V” in questione appunto. 

FONTI:

Agincourt 1415, Triumph against the odds - Matthew Bennet –  Osprey Publishing

English Longbowmen 1330-1515 – Clive Bartlett – Osprey Publishing

Il Dizionario dei gesti degli italiani – Munari Bruno, Saglietti Ivo – Adn Kronos Libri

Eraldo Baldini: il testo (approssimativo) della presentazione di Kai Zen G

by kaizeng

facciadisale1Ieri sera Kai Zen G (Guglielmo Pispisa) ha avuto il piacere di presentare l’ultimo romanzo di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri nella bellissima sala convegni del Gabinetto di lettura di Messina. Fra parentesi, presentatore e presentato sono rimasti a bocca aperta di fronte alla ricchezza della biblioteca dell’associazione, che riceve addirittura 400 euro l’anno per il mantenimento di questo inestimabile patrimonio dalla Regione Siciliana e tante belle promesse dalle altre istituzioni.
Di seguito, un’approssimativa trascrizione dell’intervento di Kai Zen g. La parte migliore, ossia le interessantissime parole di Eraldo Baldini, condite di aneddoti, riflessioni e memorie private e toccanti, purtroppo non ce l’abbiamo perché nessuno aveva un registratore a portata di mano. Se vi accontentate…

 

Nel panorama del romanzo mistery italiano, Eraldo Baldini è uno degli scrittori più originali, forse anche per i suoi interessi professionali extraletterari che spaziano dall’antropologia culturale all’etnografia. Prima di dedicarsi completamente alla narrativa negli anni ’90, infatti Baldini ha prodotto numerosi saggi specialistici.
Tracce di quegli interessi si riscontrano nei suoi romanzi e racconti. Per chi non conoscesse le sue opere, va detto che si tratta di storie del mistero, con occasionali incursioni nel poliziesco dai toni cupi (quello che il marketing letterario ha imposto con l’inflazionata etichetta di noir), come per Tre mani nel buio, Mal’aria, Come il lupo, Bambine. E fino a tensioni tipicamente horror, ben presenti anche nelle sue storie di detection e che rappresentano la sua cifra più caratteristica, espressa appieno in lavori come Bambini ragni e altri predatori, Gotico rurale e Quell’estate di sangue e di luna, l’ultimo romanzo, che si inserisce perfettamente a comporre con un ulteriore tassello il mosaico che raffigura l’universo narrativo di Baldini.

Questo universo, per riprendere il suo titolo forse più famoso (un titolo azzeccato che definisce l’opera a pennello) è gotico rurale. Perché le storie di Baldini sono senza dubbio gotiche, racconti fantastici che giocano con misteri orribili, storie truculente sepolte nel passato, che riemergono all’improvviso a pretendere un doloroso tributo di sangue. Temi tipici del gotico nella sua accezione più classica, quella a cui ci hanno abituato i grandi interpreti del genere, soprattutto gli anglosassoni fra Sette e Ottocento, Horace Walpole (Il castello di Otranto), Ann Radcliffe (L’italiano e I misteri di Udolfo), Matthew Gregory Lewis (Il monaco), fino all’Henry James di Giro di vite. Storie del mistero in cui si muovono forze primordiali, spesso provenienti dal passato, in contesti separati, luoghi chiusi, lontani dalla urbanizzazione e dalla tecnologia, già in crescita in quel periodo. Storie ambientate in castelli, abbazie, conventi.
Baldini ha personalizzato questa dimensione gotica con ambientazioni spesso rurali. Campagne, montagne, siti appartati rispetto al caos metropolitano che di solito caratterizza i romanzi contemporanei e ancor di più i noir, la cui ambientazione naturale e concettuale è il contesto urbano. Un gusto per la tradizione rurale che richiama alla memoria alcuni racconti fantastici di Verga e Capuana, per esempio, e che in ambito moderno, in un mondo in cui ognuno cerca di sembrare sempre più aggiornato degli altri, rappresenta un’originale voce fuori dal coro.
La campagna italiana poi, al contrario di quello che si può pensare, si presta da sempre a fare da sfondo al gotico, in narrativa quanto nella realtà, basti pensare a La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati o alla vicenda della saponificatrice di Correggio: la pianura emiliano romagnola che si fa teatro di orrori indicibili tra gracchiare di rane, frinii di grilli e casolari fiocamente illuminati nel nulla notturno.
I temi sviluppati da Baldini sono ancestrali, riguardano il rapporto fra uomo e natura, una natura spesso in rivolta rispetto alle piccole regole con cui l’uomo cerca di imbrigliare la sua potenza e controllare le sue forze oscure. Forze che l’uomo moderno, spesso accecato dalla tecnologia, non comprende e sottovaluta. Non a caso capita che gli eroi delle storie di Baldini, e di quest’ultima in particolare, siano i bambini e i vecchi, perché più disposti a sentire il richiamo della natura, dell’istinto, anche andando contro la razionalità, mentre gli adulti sono ciechi e cadono uno dopo l’altro. Una natura in apparenza malvagia, ma pervasiva e necessaria, che ci impone di comprenderla più che di combatterla, in una presa di consapevolezza graduale di una dimensione in cui male e bene non possono scindersi in modo netto. Bisogna scendere a patti con questa natura, e seguirne le regole. Conoscere le leggi che regolano la vita e l’indole umana. I mostri che affiorano dall’inconscio umano sono in realtà gli stessi che animano il lato oscuro della natura. Mostri che ritroviamo nella tradizione orale contadina, il Gufo, la Vecchia del pozzo, lo Spirito del grano. Eventi che sconvolgono quelle piccole comunità chiuse in se stesse che poi finiranno per raccontarle e renderle leggendaria parte della mitologia locale.
Qui senz’altro interviene la competenza specialistica dell’antropologo. In quest’ultimo romanzo, una catena di eventi sanguinosi e inspiegabili tormenta un paesino alla vigilia dello sbarco dell’uomo sulla luna. La presunzione tecnologica dell’uomo che guarda alla frontiera del cielo per conquistarla dovrà addivenire a più miti consigli e inchinarsi, riconoscendole, alle forze primordiali della Terra. Un padre accompagna, oggi, suo figlio a celebrare uno strano rito primitivo, ma prima gli racconta questa storia della sua infanzia. Una storia fatta di eventi atmosferici devastanti e morti tragiche. Il racconto, ancora una volta, avviene dal punto di vista privilegiato di un protagonista bambino.


Anatema

by Kai Zen

coma_sutraUn morbo insidioso, devastante, vi colga. Il corpo non vi risponda e la coscienza vi abbandoni, tranne per un unico ancestrale dolore ontologico, come punta di spillo rovente nel vuoto. Non sentirete nulla, non sarete nulla se non quel millimetro di carne trafitto. Ma non vi preoccupate, vi idrateremo e nutriremo, con amore, per l’eternità. Come prevede la vostra legge.

pollice su e pollice giù

by kai zen a

bucatino_cozzeAdoro le cene a base di crostacei e vino bianco ghiacciato. Specialmente quando le figlie sono al mare con i nonni. La serata sembra infinita.
“Quindi come sono gli italiani, secondo te?”
“Domanda da un milione di dollari… anzi di euro, valgono di più. Ehm… sono maniaci del dettaglio.”
“In che senso?”
“Non vedi la perfezione delle basette rifinite a punta ogni mattina dal mascolo italiano? E con quale precisione si pulisce la cucina dopo cena, o si rifà il letto la mattina? Ti sembra si faccia così anche in Olanda?”
Una risata condivisa.
“E gli olandesi come sono?”
“Entusiasti, esterofili. Pragmatici e tolleranti.”
“Felici?”
“Senza dubbio. Credo siano i secondi al mondo dopo i danesi.”
Arrivano le cozze alla tarantina. Sorrido emozionato e indico dove appoggiarle, minuscolo spazio libero di un tavolo stracolmo.
“E gli italiani sono felici?”
“In Italia lo sport nazionale è la lamentela. Se non ti lamenti potrebbe venire a casa tua lo Stato e portarti via tutto; gli italiani la pensano così. Quindi c’è sempre una versione ufficiale dei fatti, e poi la verità.”
“Che sarebbe?”
“Che gli italiani stanno meglio di quello che dicono. Credo che circa un terzo dell’economia italiana sia sommersa, in nero. Capisci? UN TERZO. È una cifra enorme. Come dire, ognuno sta almeno un terzo meglio di quello che dice. In termini statistici non fa una piega. E poi c’è sempre la famiglia. Sulla famiglia puoi contare sempre, per tutto. È  bello sotto certi aspetti, un pò medievale su altri.”
“E poi, come sono ancora gli italiani?”
“Salutisti. Ricordi la legge di Sirchia sul divieto di fumo? Credo sia la legge più sorprendentemente rispettata della storia della Repubblica Italiana.”
“In effetti.”
“E ha un legame diretto con le basette a punta, gli occhiali di marca, le palestre, le creme anti cellulite, l’ossessione in cucina eccetera.”
“In che senso?”
“Che gli italiani ci tengono alla salute, al fisico, ad apparire belli, a stare bene.”
“Beh, questo è positivo, no?”
“Molto. Gli italiani vivono a lungo. Credo siano i secondi al mondo, dopo i giapponesi. Sai, con tutto quel sushi…”
“Non ci sono giapponesi grassi, hai mai notato?”
“Vero, a parte i lottatori di Sumo, appunto rari e relegati a una sola funzione. Anche in Italia ci sono pochi obesi, molti meno che altrove.”
Ordiniamo un’altra bottiglia di ottimo bianco frizzantino. È  vero, il rosso è meglio, ma chi se ne frega.
“E gli olandesi come sono?”
“Concreti, equilibrati. Non credono all’esibizione, badano alla sostanza. L’opposto degli italiani. Spesso non hanno un’automobile, vestono casuale nel vero senso della parola – a caso – mangiano per svolgere la funzione vitale. Sono molto standardizzati, il che potrebbe sembrare un grosso difetto, ma lo standard è elevato e valido per tutti. Magari fosse così da noi… Hanno il senso di famiglia ma non il suo presupposto assistenzialista, da noi scontato. Per loro i bimbi sono una gran bella cosa, ma non si vive in loro funzione. Per questo ne hanno tre o quattro e se la cavano gran bene, anche senza nonni.”
“Sì, sono molto normali nei confronti dei bimbi. Non si mette il bimbo in mezzo alla stanza e tutto il mondo gravita intorno a lui, come succede qui.”
“Una catena di negozi come Chicco in Olanda non venderebbe un prodotto, con quei prezzi da follia. Qui da noi invece spopola… non vorrai mica fare lo spilorcio per il vestitino del figlio tuo, o del nipotino? Funziona così. Emotività che si trasforma in cash. Io li arresterei tutti.”
“Gli italiani sono emotivi.”
“Molto, e passionali. E soprattutto in senso negativo: non sanno controllarsi, non riescono a filtrare le cose attraverso un atteggiamento ‘normale’. Gli olandesi invece sono molto normali.”
“L’Italia avrebbe bisogno di normalità, vero?”
“Maledettamente. Ma non l’avrà mai. È  nel nostro DNA: siamo irrequieti, insoddisfatti, ma allo stesso tempo per noi la vita finisce sempre a tarallucci e vino.”
“Mica male.”
“Infatti. Per questo tutti adorano l’Italia. E’ perfetta per godere di un pò della dolce vita, la buona cucina, i colli senesi, gli occhiali da sole. Per poi tornare all’efficienza della loro vita di tutti i giorni.”
“Il giardino d’Europa.”
“Esatto. E ci è andata bene direi… pensa a essere la miniera di carbone d’Europa, o qualcosa. Tipo la Polonia.”
“Però gli italiani sono simpatici, dai.”
“Certo, sono coloriti, divertenti. Chiassosi e gesticolatori impenitenti. Buoni come vicini di campeggio, almeno per la prima settimana, quando il morale è ancora alto.”
Ci puliamo le mani con le salviettine detergenti e ordiniamo due sorbetti al limone.
“Facciamo un gioco stupido. Pollice su e pollice giù per le cose di Italia e Olanda.”
“Davvero stupido.”
“Stai zitto. Invece aiuta a riassumere.”
“Può essere.”
“Allora?”
“Sto pensando. Italia: pollice su per cibo, clima e vita sociale. Pollice giù per economia, lavoro e servizi.”
“Alla faccia…”
“Olanda: pollice su per economia, lavoro e servizi. Pollice giù per cibo, clima e certi aspetti della vita sociale.”
“Ma così non vale. In termini assoluti vince l’Olanda proprio per quel ‘certi aspetti’.”
Una risata. “Vero.”
“Dove si vive meglio, quindi?”
“Non lo so. Però adesso mi viene in mente un’altra cosa. Qui da noi abbiamo i nonni italiani a cui ogni tanto mollare le bimbe, in Olanda non sarebbe così scontato. Altrimenti adesso non saremmo qui.”
“In effetti.”
“Vedi? Famiglia, ancora una volta.”
“La dolce vita, ancora una volta.”
Siamo ubriachi. Meno male che siamo a piedi. In Olanda non si oserebbe nemmeno prendere la macchina in queste condizioni. In Italia si ammazzerebbe qualcuno, poi si scapperebbe.

Guglielmo Pispisa presenta Eraldo Baldini

by Kai Zen

quell-estate-di-sangue-e-di-luna1Domani, 26 marzo, alle 18 Kai Zen G ed Eraldo Baldini a confronto in quel di Messina al Gabinetto di lettura (salone dei convegni) in via Ettore Sacchi 12

La Potenza di Eymerich 5: Una proporzione certa

by Kai Zen

Immagine di La potenza di Eymerich26 novembre 2054, Matera, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa

“Diamine,” esordì Peter Stanton, mentre dal Faskom cominciavano a scaricarsi sulla parete schermo i diagrammi temporali che aveva digitato dal suo braincomputer. Essere tra i pochi che potevano dare risposte a quel tipo di quesiti significava poter elaborare in tempi per altri impensabili un numero infinito di dati, trasformarli in calcoli e intesserli in ragnatele di linee. ”Se vuoi, questo materiale posso passartelo, ne ho copie a sufficienza qui.” E sorrise, indicandosi la fronte, dove un infinitesimale settore di pelle era occupato da una sostanza traslucida. 
“Osserva questo.” Stanton indicò un diagramma in alto a destra. “Le linee formano una sorta di tunnel, per effetto degli psitroni; nel momento in cui il tunnel sarà completato, potrà avvenire il passaggio del pensiero e… di ogni altro materiale. È davvero possibile che i rifiuti vengano incanalati nel tunnel e inviati in altri tempi, sulla scia della memoria dell’acqua. Hai mai approfondito la teoria dell’ilozoismo?
L’Imam osservava con meticolosa attenzione, mentre cercava di dominare il tremore delle mani stringendo la tazza ancora bollente di tè alla menta. Chiese a Stanton di darle ancora qualche spiegazione, qualche elemento di conferma. Non avrebbe potuto muovere un passo, se non avesse avuto la certezza della tragedia che stava per verificarsi o che, non le riusciva di dirlo, si era già verificata. Un orrore indicibile le strinse lo stomaco e la fece sollevare dai cuscini. Si avvicinò all’altro grafico, su cui lampeggiavano numerosi cursori.
La voce nasale di Stanton anticipò il pensiero dell’Imam: ”Non mi è possibile intervenire dall’esterno, tu potresti farlo.
Sei un’autorità, per quanto guardata con sospetto, sei sempre un’autorità. Potresti intercedere presso il Presidente, o meglio
ancora far sì che si manometta l’impianto.”
Lo sguardo della donna si fece pensieroso. Stanton correva veloce. Per lui tutto era semplice. Manomettere l’impianto,
fare pressione sul Presidente scavalcando il governatore e chi c’era dietro di lui, il Basilisco. Le implicazioni politiche erano
molte e l’equilibrio delicato. Per agire, avrebbe dovuto trovare qualcuno disposto a farlo senza coinvolgere troppa gente.
Qualcuno di cui fidarsi a occhi chiusi. Fare saltare tutto senza fare rumore, ma come?
“Ci sarebbe un modo, Karima” disse Peter, dopo qualche minuto di silenzio.
“C.I.R.C.E. o DIOTIMA2, i database della documentazione storica. Potresti ricercarvi notizie su zone temporali contaminate
dalla radioattività, potresti scoprire qualcosa di immani disastri o fenomeni straordinari. Negli archivi della memoria c’è spesso la chiave dei misteri, oltre che quella della storia…”
Storia, memoria, tempo: la domanda nella mente di Karima assunse un altro volto. Non come, ma quando farlo? Se qualcuno, in un’altra epoca avesse svolto il lavoro sporco, lei avrebbe dovuto soltanto guidarlo.
“Peter, ti sembrerà assurdo ma… C’è un modo per comunicare con il passato? Magari proprio attraverso la tecnologia
dell’impianto?”
Stanton si rabbuiò, intuendo in modo vago ciò che l’amica pensava. Si passò una mano sul mento irsuto. “Tecnicamente
penso si possa fare. Ma, se fosse possibile, dovresti trovare dall’altra parte qualcuno che ti ascolti.”
Anno del Signore 1365, nella città di Potenza

La lastra di pietra si sollevò stridendo. Un flusso d’aria maleodorante si allargò nella chiesa. Modesto, in preda a un violento tremito, cercò per l’ultima volta di trattenere Eymerich dal percorrere le strade di Satana. Sperava di dissuaderlo, ed era inconsapevole di ottenere l’effetto contrario: il domenicano era sempre più deciso a gettarsi nella lotta da cui sarebbe dipeso il loro destino e il trionfo dell’Unica Verità. L’eco della predizione continuava a tuonare nelle sue orecchie: La morte viene dalla vita. La morte viene dall’acqua. Non poté resistere a lungo agli imperativi di Eymerich. La furia puntuta dei suoi occhi trapassava le esili forme di Modesto, e la volontà indebolita dalle visioni era preda dell’energia del domenicano.
La città mostrò le viscere agli inconsueti pellegrini. Una luminescenza indefinibile riempiva gli spazi cunicolari, ne disegnava le rozze volte e le pareti insozzate da escrescenze fungiformi. Eymerich fu preso da una strana inquietudine. Sentì con sorpresa la sua forza indebolirsi. Risoluto, strinse i denti e spinse il frate avanti a sé.
La struttura delle catacombe non era diversa da altre che aveva già percorso alla ricerca del Maligno. Teschi ammassati
in nicchie scavate in modo approssimativo disegnavano percorsi a ritroso nella storia del convento. Crani di dimensioni inusitate, con parti orribilmente deformi e dentature feline parlavano di eventi straordinari ancora più antichi. Modesto percorreva i cunicoli, silenzioso e sicuro. Lasciò che Eymerich osservasse quei resti e ne traesse le inevitabili conclusioni.
Depositi di statue spezzate, istoriate di ripugnanti concrezioni, si aprivano in improvvisi slarghi, dove la luminescenza si
faceva più rarefatta e vaga. I tentacoli della città sotterranea sembravano non avere fine.
Un debole mormorio d’acqua bloccò Eymerich. I suoi sensi erano tesi allo spasimo. La luce si intensificò impercettibilmente.
Modesto sussurrò appena: “Siamo giunti.”
La sorgente sotterranea si stendeva per una superficie non vasta. Le acque risplendevano nel buio come infinite lampade
a olio dal bagliore bluastro. Una nenia aleggiava tra le rocce argentee dove si intuiva la presenza di sagome sfuggenti.
Infine gli apparve una visione di straordinaria potenza. Sul volto bruno splendevano due ardenti occhi neri. Una bocca di fanciulla si aprì lentamente: La morte viene dalla vita. La morte viene dall’acqua. La profonda cicatrice che segnava la sua
fronte lasciava scorrere un liquido fluorescente che si versava inesauribile nel lago. Una quiete profonda si impossessò dell’animo pur sempre vigile di Eymerich. Quella bellezza sembrò togliergli il fiato e le forze. Cercò di indietreggiar sperando di sfuggire in qualche modo alla visione, cui non sapeva attribuire i contrassegni del bene o del male. La nenia si interruppe.
Echeggiò un grido: “Eymerich.” Le sagome si fecero sempre più nitide. Fogge diverse, mani dalle lunghe dita inarcate, occhi
acuti nello sforzo della predizione, volti segnati a fondo dalla coscienza del male previsto e pur inevitabile.
Eymerich… quel nome pronunciato sovente con odio e terrore, sembrava ora così stranamente dolce Reagire, pensò Eymerich, resistere si ripeteva, inquieto per essersi lasciato trascinare in quell’ovvio tranello. Le mani di lei sfiorarono appena il suo volto, ammaliandolo ancora. Fu invitato a sedersi nel cerchio disegnato dai loro corpi. ”Non viene da qui il male che cerchi, sappilo, qui è solo il porto del male, da qui si spandono i miasmi che generano neonati mostruosi e gli altri eventi raccapriccianti. Questo è il porto del male, non la fonte. Come te, che pur vivendo alla luce del sole rimani nel buio di un’incognita identità, così noi, maghi e streghe di questa terra, possiamo solo nel buio cercare le origini del morbo. Una ricerca comune, Eymerich. I nostri nemici non sono poi così diversi. Mammona governa, ora e sempre. Il Pastore devia seguendo Mammona. Trovare il mostro dai mille occhi di luce e dal corpo d’argento che troneggia nelle nostre visioni, questo è ora il compito…”
“Bevi alla fonte dei giusti, Eymerich, e unisciti a noi.” La voce della donna bruna risuonò come voce di sirena. Eymerich non replicò, ormai preda di una debolezza indicibile.
26 novembre 2054, Matera, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa


Fu DIOTIMA2 a rispondere prontamente alla richiesta di Karima. Ai numeri che nei diagrammi continuavano a lampeggiare corrispondevano lunghe schermate di documenti dagli archivi della memoria. Scorrerli tutti sarebbe stato impossibile, se Stanton non le avesse fornito una formula adatta a individuare il certo nel probabile. Alla fine delle operazioni di selezione, rimasero poche schermate da esaminare. Due documenti la colpirono. Le ultime due cifre delle date coincidevano: 1854, 1354. Attivò il traduttore simultaneo e lasciò che le parole fluissero nella sua mente. Nel corso del XIX secolo il colera miete un gran numero di vittime. Il morbo compare in Basilicata negli anni 1836-1837, nel 1854 e ancora tra il 1865 e il 1867. Per fronteggiare la situazione, al primo manifestarsi dell’epidemia in Europa, l’Intendenza di Basilicata [...] mostra una forte preoccupazione verso le infime classi, verso quegli spiriti deboli facilmente esaltabili dal timore concepito di un morbo non conosciuto. Subito si diffondono tra il popolo voci generali di non essere questa una malattia naturale, ma l’effetto di un avvelenamento.
1854 DOCUMENTO N. 8/A
Archivio di Stato di Potenza, Processi di valore storico, b. 131, fasc.
1, cc. 18 e 19.
1854 agosto 22, Abriola

…abbiamo fatto venire alla nostra presenza Valentino Picerno di Pietrangelo, di circa anni otto, che nel giorno di sabato 19 corrente, stando a custodire gli animali di Nicola Verga dentro un terreno del capitano don Gennaro Passatelli che fiancheggia il piccolo torrente così detto Vallone del Gambero, vide verso le ore venti due persone di statura piuttosto giusta vestite con gilè, e pantalone bianco, con cappello puntuto, li quali domandarono dove fosse la fontana che in quel vallone si trova. Il cennato ragazzo loro l’additò, ed esse dopo essersi piegate, e bevuto dentro alla medesima se ne andarono verso il basso del Vallone istesso. Indi di tutto ciò fe’ consapevole  il suo zio Pasquale Siesto [...] Noi quindi in conseguenza della soprascritta dichiarazione abbiamo fatto venire alla nostra presenza il nominato Pasquale Siesto di Francesco di anni venti, contadino domiciliato in Abriola, il quale dietro a opportune domande ha risposto. Che avendo egli appreso dal suo nipote Valentino Picerno che due persone sconosciute si erano poco prima avvicinate al fonte esistente nel Vallone del Gambero, vi si portò anch’esso a oggetto di osservare che cosa mai vi avessero lasciato. In effetti ritrovò in un tonfano tre passi circa distante dal fonte medesimo, un volume di grossezza quasi di un uovo, composto di un materiale piuttosto giallastro. Visto ciò ne fe’ partecipe il suo padrone Nicola Verga, il quale era nel suo orto ivi sottoposto a circa un tiro di fucile distante dal cennato fonte, e con esso lui tornò al testè mentovato tonfano, e raccolse da quel volume una porzione di quella sostanza; la pose dentro una foglia di tossilagine ricoverta con altra di zucca e se la portò al paese per farla osservare alle autorità che cosa si fosse…

“Volevi una prova, Karima, ora ce l’hai,” si disse. Abbandonò la tazza di tè ancora fumante sul tavolo di alabastro. I cuscini erano diventati anch’essi di pietra. Chiese un aerotaxi. L’aspettava un difficile compito. DIOTIMA2 continuò a segnalare
la presenza di altri documenti in memoria. Karima pensò di aver letto già abbastanza.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani


Severo da Benevento ricevette l’emissario di Urbano V nella sua cella. Padre Fernando l’aveva condotto da lui con un certo rispetto, ma anche con fastidio. Un emissario del Papa nel suo convento poteva essere un segno di stima, ma un colloquio
privato con un suo confratello lo escludeva ingiustamente, svilendo il suo ruolo di frate guardiano.
“Vigilare, Fernando,” si disse, mentre con fare cerimonioso si congedava dal messo papale. Severo, che da tempo aveva smesso i panni del politico, sedotto dalla visione estrema di Modesto e Michele, i suoi maestri, aveva ben presto intuito che i tempi non erano loro favorevoli. Covava in lui il tormento della natura ambigua, che gli aveva fatto odiare la sua precedente vita. I maneggi della corte papale lo avevano visto giovanissimo preda ora dell’uno ora dell’altro partito, carissimo a tutti e odiato un istante dopo. Il convento era stato la scelta estrema per salvare la sua anima. Ma il tarlo della doppiezza covava, alimentato dalle notti di insonnia. Aveva pregato che nessuno mai si ricordasse di lui, perché sapeva che non avrebbe potuto resistere al richiamo delle vecchie, odiose abitudini. Quando aveva visto Modesto e Eymerich procedere cauti nella chiesa silenziosa e aveva captato le parole dure e imperiose di quest’ultimo, aveva capito che Dio gli aveva offerto l’ultima possibilità di peccare o di redimersi per sempre. Il demone dell’ambiguità gli pose di fronte la giusta argomentazione: era giovane abbastanza per rimandare al domani il destino della sua anima, ora era il tempo del piacere sottile del tradimento.
La sua nota era giunta a Urbano V pochi giorni prima in Avignone, proprio mentre questi discuteva con il Cardinale segretario il diffondersi in misura sconveniente delle notizie di fenomeni raccapriccianti e di terribili deformazioni di feti, che stavano facendo la fortuna delle mammane.
Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede

“Padre Eymerich,” insinuò il cardinal segretario, “non è dunque lì, dove i fenomeni sono più diffusi? Quali notizie da
parte sua? Sua Santità ne conosce pregi e difetti. Forse è lì per questi ultimi?”
Urbano V sorrise stizzito. Nessuna notizia, da quando aveva inviato il terribile inquisitore a Potenza. Una speranza
segreta lo pervase. ”Inviamo un messo, cardinale, ma che nulla ne venga a sapere Eymerich, né si informi il padre guardiano, poco di buono ricattabile con due dolcetti di mandorle. Sarà invece Severo, lo ricordi, il giovane chierico allevato nella diocesi di San Paolo, il nostro informatore al convento.”

 

 

Illustrazione di Giulio Giordano

Illustrazione di Giulio Giordano

La Terza Metà – Feuilleton

by Kai Zen

Sacconi di letame 2

by Kai Zen

… E questa volta sul pavimento di un ristorante di lusso torinese all’ora di pranzo. Ah questi sacconi sì, che ci piacciono. 

risata_originale

Ispirarsi alla storia 4

by kaizenb

andreotti_gelliIl Gatto e la Volpe…

Ci sono due personaggi che per almeno 30 anni hanno influenzato vite, economie, storie, leggi e fuorilegge del nostro paese. Io li chiamo il Gatto e la Volpe, molti li chiamano Belzebù e il Venerabile, all’anagrafe rispondono ai nomi di Giulio Andreotti e Licio Gelli. In Italia hanno gestito interessi, parlamenti, economie, hanno corrotto politici, arruolato militari e agenti segreti per oscuri scopi, hanno deviato inchieste giudiziarie e coltivato pericolose “amicizie” e tutto questo lo hanno fatto in modo sistematico e strutturale. Si può dire che sulla carrozza, o forse meglio, sul carrozzone “Italia”, uno era il cocchiere, l’altro il bigliettaio. E dicendo questo non dico niente di nuovo per gran parte degli italiani. Libri, film, documentari, giornali hanno raccontato la vita e le “opere” di entrambi, hanno teorizzato risposte più o meno plausibili ai misteri legati alle azioni e ai pensieri di Gelli e Andreotti. Non starò quindi a ripetere cose che già in altre sedi e in altri tempi sono state dette, esaminate, commentate e ricommentate. Quello che invece mi preme far notare e che forse potrebbe sorprendere e disorientare qualche nostro concittadino è che da quel carrozzone polveroso e malandato chiamato “Italia” i due signori in questione non sono ancora scesi. Sono ancora lì, invecchiati e forse stanchi, ai loro posti di comando, un po’ defilati dal palco al riparo dai riflettori del presente, ma comunque vivi e pronti a fare la loro parte. Per fortuna di nuovo in molti se ne sono accorti: giornalisti e scrittori che con poche forze e poco sostegno provano a far riemergere la verità dei fatti, tentano di far sapere al resto d’Italia e del mondo che il Gatto e la Volpe hanno forse perso il pelo ma non il vizio. Una di questi è la scrittrice e giornalista Antonella Beccaria che nel suo libro appena uscito, IL PROGRAMMA DI LICIO GELLI una profezia avverata?, chiarisce che le idee e le “proposte” del Piano di Rinascita Democratica dell’antico burattinaio della Loggia Massonica Propaganda 2 sono ancora in piedi, attualizzate e contestualizzate nel panorama sociopolitico odierno, e soprattutto riprese e sviluppate dagli attuali centri di potere in modo trasversale, cioè sia da destra che da sinistra (del libro dell’amica e collega Beccaria ci occuperemo meglio in un altro post). Un altro esempio sono i due giornalisti Provvisionato e Imposimato, che nel loro libro DOVEVA MORIRE, attribuiscono all’ex leader democristiano Giulio Andreotti delle precise responsabilità nella tragica fine dell’allora presidente della DC Aldo Moro. E questi sono solo alcuni esempi fra i tanti, di come i due galantuomini possano essere collocati al centro di grandi misteri italiani, per dirla alla Lucarelli. Io credo inoltre che l’Onorevole e il Venerabile si possano finalmente mettere in relazione fra loro, cioè si possano direttamente collegare le malefatte dell’uno a quelle dell’altro. Non sono pochi quelli che lo hanno sempre creduto, di nuovo giornalisti, scrittori e semplici liberi pensatori, ma oggi sono convinto si possa affermarlo con decisione e senza troppa paura di essere smentiti. E esistono almeno tre importanti fatti del passato in cui gli interessi dei due uomini di potere si sono incontrati fino a quasi sovrapporsi.

                      Il primo avvenne sull’aereo che il 20 giugno 1973 riportò Juan Domingo Peròn, o meglio, provò a riportare il capo di stato argentino nel suo paese natio dopo un periodo di esilio forzato in Spagna. È ormai accertato che sia Andreotti che Gelli erano fra i passeggeri di quel volo. Anni dopo, il ex-capo della P2 sosterrà che la sua amicizia con Peron era stata fondamentale per l’Italia, però non spiegherà mai il perché.

                    Il secondo è avvenuto qualche anno più tardi. Esiste un memoriale  scritto da Aldo Moro durante i 55 giorni di prigionia, i suoi ultimi, che venne sequestrato dalla polizia in un blitz nel covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso 8 alla periferia di Milano, il 1° Ottobre 1978(1). In quell’occasione il capitano dei carabinieri Roberto Arlati e i suoi uomini arrestarono i brigatisti rossi Bonisoli, Azzolini e Mantovani e sequestrarono numerosi plichi di carte fra cui il memoriale di Moro. In seguito il colonnello Bonaventura si fece consegnare da Arlati il plico contenente gli scritti di Moro per fotocopiarli. Quando il giorno stesso in cui gli aveva presi riconsegnò i fogli al capitano dei carabinieri, questi si accorse che ne mancavano alcuni(2). Solo nel 2001 i due magistrati Mancuso e Padulo scopriranno in un archivio della Digos dei documenti contrassegnati dalla dicitura “Sequestro Moro, documenti ritrovati in via Montenevoso, elenchi appartenenti all’organizzazione Gladio“. Quasi sicuramente sono parte dei fogli scomparsi quando il plico era nelle mani di Bonaventura. Il 10 Ottobre 1990, inoltre, in un intercapedine dell’appartamento di via Mone Nevoso 8, sempre quello, erano stati rinvenuti un mucchio di fogli di carta, una pistola e un mitra. Tra i fogli ritrovati c’era anche il famoso memoriale, che però conteneva di 53 pagine in più. Nelle “nuove pagine” si parla del rapporto fra Andreotti e Sindona (uomo della massoneria di Gelli) e per la prima volta della struttura Gladio, l’organizzazione clandestina promossa dai servizi segreti italiani e dalla Nato per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Italia(3). Quindici giorni dopo la scoperta dei fogli l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti sarà costretto per la prima volta ad ammettere in pubblico l’esistenza di Gladio, anche se la lista degli appartenenti all’organizzazione che verrà fornita ai giornalisti (622 nomi) sarà più stringata di quella ritrovata da Mancuso e Padulo nell’archivio della Digos (1909 nomi). Per conoscere il numero e il contenuto completo delle pagine mancanti (infatti nonostante le 54 pagine in più del 1990 e l’archivio Digos del 2001 si ritiene che esistano altre parti del memoriale) sarebbe stato interessante interrogare di nuovo il colonnello Bonaventura. Ed è infatti quello che aveva intenzione di fare il sostituto procuratore Franco Ionta, tuttora titolare dell’indagine sulle carte di Moro. Peccato che Bonaventura muoia il 7 novembre 2002, ufficialmente a causa di un arresto cardiaco.  

                   Il terzo, infine, avvenne durante il tentato golpe ai danni del governo italiano, fallito da Junio Valerio Borghese e i suoi uomini la notte del 7 dicembre 1970. È ormai risaputo che dietro Borghese operavano personaggi politici e istituzionali di primo piano. Per esempio è accertato che in quel di Genova si tenne una riunione fra gli aspiranti golpisti e i maggiori imprenditori liguri, fra cui l’industriale Piaggio. Si sa anche che al progetto golpista parteciparono alte cariche militari come il capo del SID Vito Miceli. Molti dei segreti di questa vicenda però, forse i più importanti, sono saltati fuori solo nel 1991 allorché il giudice milanese Guido Salvini, che stava effettuando indagini diverse, entrò in possesso delle registrazione fatte dal capitano Antonio La Bruna durante le sue indagini immediatamente successive al tentato colpo di stato. In quelle registrazioni l’imprenditore Remo Orlandini, uno dei golpisti, riepilogava gli avvenimenti e i protagonisti dell’operazione Tora Tora (nome in codice del golpe) a due agenti segreti infiltrati dal La Bruna nell’organizzazione paramilitare di Borghese. I nastri vennero in un primo momento consegnati a  Andreotti, allora ministro della difesa e quindi referente dei servizi segreti, e prima di essere resi pubblici vennero da questi epurati di alcune parti ritenute dal ministro “non importanti” o addirittura “nocive” per le indagini. Le registrazioni pervenute, o meglio, scoperte dal giudice Salvini sono invece le originali, prive di tagli e rimaneggiamenti. Mettendole a confronto con quelle “aggiustate”, Salvini si accorgerà che l’opera di cesoia effettuata da Andreotti è tutt’altro che marginale. Per esempio, nei nastri originali Orlandini riferisce che la notte del golpe, secondo i piani concordati, alcuni appartenenti alla Loggia P2, fra cui Licio Gelli, avrebbero dovuto rapire il capo di stato Giuseppe Saragat mentre esponenti della mafia siciliana dovevano eliminare il capo della polizia Angelo Vicari. Insomma, in quest’ultimo caso è Andreotti che si è dato da fare per il “collega” Venerabile. 

                       Una curiosità: utilizzando software peer to peer per il recupero di files, interviste audio e documentari che riguardassero Gelli e Andreotti ho scoperto che se si effettua una ricerca congiunta dei due soggetti, in pratica se si digita “Andreotti” e “Gelli” nella medesima finestra di research i risultati che si ottengono sono …0. Il Gatto e la volpe per il web sono ancora un mistero e noi tutti quindi speriamo, come ebbe a dire Beppe Grillo in uno dei suoi rari e memorabili interventi sui canali Rai, che una volta che il povero Giulio sarà passato a miglior vita si aprirà la scatola nera che cela sotto la gobba e finalmente si saprà tutto sui misteri d’Italia. Restiamo in attesa…

 

(1) La vicenda è narrata molto bene sul sito de La Storia Siamo Noi:                    http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=350

(2) Arlati lo racconta nel libro scritto col giornalista Renzo Magosso Le carte di Moro, perché Tobagi

(3) Interessante per capire la struttura e gli scopi di Gladio è il libro di Daniele Ganser: Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale.

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