: kaizenology :

: kai zen : gentiluomini di fortuna dal 2003

Month: febbraio, 2009

Il NIE e il meridiano fantasy

by kaizenj

newitalianepicUno dei “meridiani e paralleli” che lasciavo aperti in “in margine a un testo esplicito” sulla questione new italian epic era quello legato al fantasy, da allora ho raccolto un po’ di materiale, ne ho discusso in anobii e ne ho parlato con alcuni scittori di genere. Nel famigerato lavoro sul NIE scrivevo: “Se c’è  un filone che dal crollo delle Due Torri, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy,  quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L.  Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo.”

Ieri usciva per Panorama.it, un’intervista che mi hanno rilasciato Marco Davide e Francesco Falconi. Qualche giorno fa quella a GL D’Andrea, i mesi scorsi quella a Gianfranco Manfredi e a Valerio Evangelsiti in cui si sfiora il tema e molto tempo fa quella a Francesco Dimitri

Non è ancora tempo per tirare le fila, ma comunque sistemo un altro tassello nel mosaico. Ecco l’intervista al “dinamico duo”

Immagine di ProdigiumImmagine di EstasiaImmagine di EstasiaImmagine di La lama del doloreImmagine di Il sangue della Terra
Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre – agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come ArmeniaDelos Books, GargoyleRunde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione diAlan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Basler, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e – è banale persino sottolinearlo – talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

Coccodrillo

by Kai Zen

farmerAlla fin fine gli animali sapevano quello che volevano, e se avessero trovato l’immortalità di odore disgustoso, l’avrebbero rifiutata.

(Philip José Farmer)

La Potenza di Eymerich: 1. La Cura

by kaizenj

Immagine di La potenza di Eymerich
Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani, alla ora prima.

Seduto nella cella di Fernando, il frate guardiano del convento, Eymerich fissava le macchie d’umido sulla parete a settentrione. Una cimice, immobile nell’esoscheletro a scudo, ne attirò lo sguardo facendogli provare un moto di repulsione. Si volse dando le spalle all’insetto e infilò le braccia nelle maniche della tonaca. Poteva quasi percepire lo sfrigolio delle antenne, il ticchettio delle zampe. Cercò di liberare la mente, di concentrare i pensieri sui dettagli della missione, ma la presenza dell’immonda creatura era come una spina di legno dolce nel palmo della mano: intollerabile. L’aria mattutina, immobile e freddissima, annunciava l’inverno. Eymerich provò l’impulso di stringersi nel saio per trattenere il calore delle membra, ma respinse subito quel desiderio. Il mutare del tempo non è irragionevole capriccio di natura, ma espressione della volontà di Dio, che dispensa secondo ragione il benessere dell’anima e la penitenza del corpo. E di penitenza si trattava, anche se comminata per tramite del non necessariamente degno Vicario di Cristo in Terra.
Urbano V lo aveva inviato in tutta fretta in territorio angioino, zona pericolosa per un inquisitore aragonese, per dirimere le controversie che alcune incredibili e incresciose vicende avevano suscitato. Dalle confuse spiegazioni del messo papale e dalla comunicazione sibillina pervenutagli per lettera, sembravano possibili perniociose influenze maligne. Bambini nati deformi, teste abnormi, prive d’occhi, mutazioni grottesche e repentine in donne gravide e altre simili, terribili manifestazioni. Il frate guardiano aveva invocato l’intervento di Eymerich: la sua fama era giunta fino in quelle lande, e Papa Urbano V non aveva esitato a mettere in gioco il proprio alfiere. Tale prontezza si sarebbe potuta attribuire al giusto zelo da impiegare nella lotta contro Satana; ma Eymerich sapeva esserci dietro ben altro. Il Vicario di Cristo non nutriva simpatia per il domenicano, e non avrebbe male accolto un fallimento che desse modo al Giustiziere di Basilicata di arrestarlo e metterlo a morte. Sorte certa, se si fosse scoperto che esercitava le prerogative di inquisitore e rappresentante d’Aragona proprio sul suolo nemico. Per questo aveva viaggiato in incognito. Avrebbe svolto il suo dovere nella maniera più riservata possibile. L’Inquisitore scacciò quei pensieri oziosi, inutili al compito che lo attendeva. In quell’istante entrò Fernando, accompagnato da tre frati di corporatura minuta, specie se paragonati alla pienezza del guardiano.
“Fratelli, permettetemi di introdurvi alla conoscenza di padre Nicolas Eymerich, mio antico sodale e uomo assai esperto nella valutazione di prodigi nefasti simili a quelli che hanno funestato la nostra regione e a cui voi avete direttamente assistito.” 
I tre fecero un gesto col capo. Eymerich ricambiò appena.
“E questi, padre, sono i fratelli Modesto da Melfi, Michele da Altamura e Severo da Benevento. Come vi ho anticipato, hanno aneddoti assai interessanti da riferire.”
“Aneddoti non è termine che si addica a una manifestazione del Maligno,” lo interruppe con pacata durezza Modesto. Eymerich non poté che dargli silenziosamente ragione. La luce imperfetta che filtrava dalla stretta bifora della cella conferiva tratti diafani ai volti dei tre. Gli occhi spiccavano dalle orbite, come spiritati, specie quelli del frate che aveva appena parlato. Tutto nel loro aspetto denunciava la condizione di Spirituali,
intransigenti e malvisti interpreti della regola del Santo di Assisi. Un aspetto che li allontanava dalla figura florida e ben pasciuta di Fernando, un’impostazione dottrinale che li poneva al di fuori dell’ortodossia.
Scomoda, interessante posizione.
Eymerich cominciò a capirè perché il guardiano avesse insistito per presentargli subito quegli uomini. Chissà che, con l’aiuto dell’Inquisitore e l’imperversare delle orride manifestazioni, non potessero servire da capro espiatorio. La prospettiva non era da scartare, ma il Cane del Signore non era solito raggiungere conclusioni affrettate. L’intuizione doveva prima farsi ipotesi logica e verificabile, e infine divenire certezza. Anche in
quel caso, non avrebbe certo potuto istruire personalmente un processo, in terra ostile, tanto meno una o più eventuali esecuzioni. Fernando rimase interdetto di fronte alla precisazione di Modesto, ma non dette a vedere alcun risentimento. Anzi, accomodò le membra sul bordo del proprio giaciglio e fece cenno ai tre di raccontare i terribili fatti di cui erano stati testimoni.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione
degli stati d’Europa.

Le olocamere di Euronet, disposte a cerchio in attesa, sembravano fenicotteri con una zampa nell’acqua pronti a spiccare il volo. Tutto era predisposto per la festa nella tensostruttura riscaldata. Si trattava di un preludio celebrativo, tanto per far crescere l’attesa e gonfiare l’evento: la vera inaugurazione, con la messa in funzione dell’impianto, si sarebbe tenuta di lì a qualche giorno. Anche in quel piccolo anticipo di cerimonia, però, i vip non mancavano. Il governatore con la fascia argento e azzurra chiacchierava nei pressi del podio con personalità politiche e dell’industria petrolchimica. Il rappresentante della Ailleurs – Anderwohin G.m.b.H. sorrideva mostrando la dentatura smerigliata e stringeva mani a destra e a manca. Pochi minuti prima, nell’air caravan del trucco, si era fatto massaggiare i palmi con una crema dermorestringente, onde eliminare
ogni traccia di sudore. Ora la pelle tra un dito e l’altro tirava da morire. Il manager continuava a sorridere dietro l’abbronzatura e a grattarsi nervoso tra una stretta e l’altra, sperando di non essere scorto.
L’autorità religiosa del luogo, l’Imam di Matera, una delle prime donne a rivestire un simile ruolo, aveva declinato l’invito. Seguiva la cerimonia d’inaugurazione dell’innovativo impianto di smaltimento, attraverso il datacom del suo salotto. Il té alla menta fumava sul tavolino di legno e ottone. Alcune voci rumoreggiavano al piano inferiore. Ricordava ancora quando, a scuola, aveva studiato sui libri di storia delle prime schermaglie tra la popolazione lucana e l’allora governo italiano sulla questione delle scorie radioattive. La protesta all’inizio del millennio, forte, inaspettata, radicata nel cuore della gente, fece in modo che la decisione venisse
procrastinata. Dieci anni più tardi, un nuovo tentativo di stoccare le scorie nel cuore della roccia suscitò una sommossa e, mentre l’equilibrio stesso dell’unità europea fu in bilico, la popolazione riuscì ancora una volta a impedire che la federazione scaricasse i rifiuti nucleari. E infine, c’era da giurarci, l’attacco conclusivo: a quasi mezzo secolo di distanza. La AA G.m.b.H. aveva messo a punto un nuovo sistema di smaltimento a impatto
zero, basandosi sulla teoria degli psitroni di Frullifer e Dobbs.
L’Imam aprì una finestra sul video del datacom e, mentre le immagini dell’inaugurazione scorrevano, consultò il database scientifico: Frullifer. Dobbs. Psitroni. Il datacom trasmetteva immagini di fanfare e strette di
mano. Un megaschermo in piazza intratteneva la moltitudine con gag pubblicitarie. Trattati di fisica, formule, effetto redshift, teoria della relatività. Immagini di calici alzati e del governatore con la fascia bicolore che taglia il nastro. “Il futuro ci sorride, oggi, qui.” Statistiche, iperboli, grafici, esperimento Michelson Morley. Immagini di sorrisi a trentadue denti, di panciuti signori in doppiopetto, di avvenenti signore dal lifting impeccabile, di calciatori elettrostimolati e cyber veline. Dipartimento di astrofisica dell’università del Texas, fotoni, Cosmic background explorer. La donna fece scorrere, irritata, la barra all’angolo del database: nulla di familiare. Le scritte scivolavano sempre più veloci. Poteva assimilare una parola ogni sei, sette in scorrimento.
Era certa che non le sarebbe servito a nulla continuare a cercare, eppure voleva vederci chiaro. Nessuno aveva mai spiegato l’esatto funzionamento dell’impianto di smaltimento. Nessuno aveva chiesto in modo esplicito. Nessuno si era preso la briga di dimostrare. Eppure tutti festeggiavano. D’un tratto le sue pupille percepirono qualcosa di noto tra le parole in rapida successione. Fermò la corsa della barra e tornò su di una quindicina di argomenti. Il nome di uno sconosciuto, un fisico probabilmente, accanto alla parola ilozoismo. Prese la tazza di tè (ormai tiepido) dal tavolino e incrociò le gambe sull’ampio divano di softex imbottito. Sullo schermo,
ridusse le dimensioni della cerimonia e ingrandì quelle del database.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Frate Severo era agitato, quasi rivivesse nella propria anima i momenti in cui aveva prestato soccorso alle partorienti, e riflettesse attraverso le orbite gonfie l’orrenda immagine di quegli sventurati. La voce tremava, pareva segnata da sincera sofferenza. Eymerich, immobile, scrutava il francescano dalla bizzarra peluria rossastra. Sincera sofferenza o perfetta dissimulazione: l’Inquisitore aveva imparato a non escludere nessuna
possibilità. L’esperienza serviva a rendere attenti. Mai frettolosi.
“Le portammo a ricovero nell’ospedale di San Domenico, nella speranza che cura e riposo potessero dare loro serenità e forza d’animo. Io e gli altri fratelli arrivati in soccorso non sapevamo come dare pace alle due giovani donne. Erano in preda al panico e urlavano come ossesse, mentre sulla pelle tesa dei loro ventri deformi qualcosa di immondo disegnava dall’interno forme grottesche.”
Frate Severo rivolse lo sguardo smarrito verso Modesto, con insistenza. Cercava sostegno morale e consenso in colui che, con tutta evidenza, era dotato di maggior carisma e discernimento. Eymerich colse lo scambio di occhiate, e lo trovò significativo. A cosa alludesse, ancora, non poteva dirlo.
Modesto prese la parola. Lo sguardo parve ammonire il fratello per un non gradito coinvolgimento. “Le trame del Maligno sono imprevedibili, spesso impercettibili, come tutti i cristiani sono tenuti a sapere. Il male è in
ogni cosa terrena e in niuna. È la capacità dell’anima umana, guidata dalla fede, a scorgere il diabolico segno che si nasconde nelle insidie del mondo. Tali rivelazioni sono dono e supplizio per pochi pastori, sofferenti e smarriti, del gregge di Dio.”
“Siete voi uno di questi pastori, frate Modesto?” La domanda di Eymerich spezzò la cantilena del frate, incerta e debole come il suo aspetto. Gli occhi spaventosi del religioso si rivolsero alla sua figura, grossi e tondi come palle di fuoco. “Io sono un servitore di Dio, padre. Fuggito in silenzio dalla miseria del mondo, per condurre un’esistenza di sofferenza e pentimento. I miei occhi vedono, le mie orecchie ascoltano e la mia
anima si affligge per non poter intervenire.”
Fernando avvertì la tensione crescere nell’aria fredda della cella. “Fratelli, padre, è giunta l’ora della preghiera. Ci ritroveremo al termine delle funzioni per continuare la discussione. Propongo una visita ad alcune delle vittime di questi segni del male, per poter valutare di persona. Padre Nicolas, permettetemi di guidarvi fino alla cella a voi assegnata per il soggiorno nella nostra comunità.”
I tre frati uscirono rapidi e presero il buio corridoio di pietra che conduceva agli alloggi individuali. Fernando trattenne l’avambraccio di Eymerich, che lo ritrasse bruscamente, mentre varcava la soglia bassa della stanza. “Vi prego di avere pazienza con questi nostri tre fratelli, padre. Tutti noi qui abbiamo remore circa la loro condotta morale, ma non vorrei che questo pregiudichi il vostro lavoro. Dopo la visita alle creature avrete le idee più chiare, ne sono certo.”
L’Inquisitore apprezzò il gesto del guardiano, pur intuendo l’intelligenza tattica di Fernando nel lasciare i tre frati al centro dell’attenzione. Il suo istinto non era in grado di intuire molto altro oltre a questo: di certo frate Modesto conservava dentro di sé qualche indicibile segreto.

Illustrazione di Silvio Giordano

Illustrazione di Silvio Giordano

KZJ @ Mantova Comics

by kaizenj

mantovacomicsSabato 28 febbraio, alle 14:30, il vostro affezionato Kai Zen di quartiere, J, sarà in quel di Mantova Comics per una tavola rotonda sulla narrazione interattiva.

LA NARRAZIONE INTERATTIVA: IL VIDEOGIOCO COME NUOVA FRONTIERA NARRATIVA (Sala BAM,  Secondo piano).

Il videogioco è o mira ad essere un film interattivo? Quanto spazio può essere riservato alla componente narrativa senza che il nucleo del gameplay venga posto in ombra?
Intervengono, oltre a Kai Zen J – Jadel Andreetto – anche Francesco Falconi, Roberto Recchioni, Raoul Carbone, Riccardo Cangini. Modera Marco Accordi Rickards

C’è un altro uomo? Un uomo radioattivo?

by kaizenj

“Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo” (E.M. Cioran)

radioattivoSi torna al nucleare? E noi torniamo al 2004. Da questa settimana pubblicheremo, a puntate, su : kaizenology : il romanzo totale di cinque anni fa, una sorta – concedetecelo – di Verdenero ante litteram, “La Potenza di Eymerich“, firmato da noi e da un collettivo nato per l’occasione, anzi “durante l’occasione”, Emerson Krott.

Alla stesura del testo hanno partecipato anche Wu Ming 5 e il Laboratorio Scripta Volant di Potenza e una serie di interessantissimi illustratori. La versione cartacea, in copyleft e carta ecologica, è stata pubblicata da Bacchilega Editore.

Partiamo canonicamente dall’introduzione di Valerio Evangelisti:

La vitalità e la credibilità di un personaggio letterario può essere verificata anche attraverso un fenomeno non nuovo: il tentativo di persone diverse dall’autore di farlo agire per proprio conto. Ciò è abbastanza normale se i media impiegati sono diversi. È’ piuttosto raro se il medium è uno solo: la narrativa.
Questa sorte è toccata al mio inquisitore Nicolas Eymerich, che già vantava due apocrifi: un romanzo mai pubblicato, Altereymerich, compilato su mio spunto da un gruppo di appartenenti alla mailing list dei lettori più fedeli, e un’antologia di racconti – I segreti di Eymerich, Delos Books, 2003 – frutto di un concorso indetto dal sito Grimalkin, specializzato in giochi
di ruolo. Sono poi reperibili in rete ulteriori apocrifi, per lo più in chiave satirica. Ed ecco questo La Potenza di Eymerich del collettivo Kai Zen, dopo del quale potrei dirmi soddisfatto. Ho avuto in vita la sorte toccata, dopo il decesso, ad autori immensamente più popolari di me, come Ponson du Terrail, Emilio Salgari, Maurice Leblanc, Arthur Conan Doyle, Rex Stout, Ian Fleming e non molti altri. Vi è chi ha ripreso il mio personaggio più noto, quasi fosse indipendente da me, e gli ha fatto vivere nuove avventure. Cosa che tanti scrittori, finché viventi, non accetterebbero mai, e anzi considererebbero un oltraggio. In realtà, il mio caso (per meglio dire: il caso di Eymerich) è molto diverso da quello degli autori che ho elencato. Se la scintilla che è alla base è indubbiamente la fama che si è conquistato il protagonista di otto dei miei romanzi – e presto di un nono – lo svolgimento successivo ha poco a che fare con le regole del feuilleton e dei suoi derivati, incluso il cinema di genere. Discende piuttosto dal tenermi a contatto con la società in cui vivo, fino a essere io stesso a sollecitare la proliferazione di apocrifi. Mi spiego. L’esistenza di Internet può facilmente paragonarsi, ai miei occhi, al passaggio dal manoscritto alla stampa. In quella fase storica, l’unicità o l’esistenza in poche copie di un originale andò perduta. Le opere di un autore prima misconosciuto ai più poterono moltiplicarsi in tutto il mondo civile, e apparire, sia pure a distanza di tempo, in svariate edizioni e traduzioni. Va da sé che anche i contenuti cambiarono. Ora l’autore scriveva con la consapevolezza che i parti del suo ingegno erano in grado di raggiungere un pubblico vasto e cosmopolita, ancorché minoritario. Si adeguò. Se prima dell’invenzione della stampa il testo poteva toccare solo tematiche destinate a una élite, o addirittura a una singola comunità, adesso era d’obbligo passare ad argomenti di interesse generale, anche al di là delle
frontiere regionali o nazionali. Un bell’incentivo, per chi aveva qualcosa da comunicare. Si passò rapidamente dai codici contenenti solo libri sacri, canti o preghiere, oppure trascrizioni diligenti di opere greche o latine (siano benedetti i benedettini), a un ventaglio tematico molto più largo: filosofia, poesia, narrazioni epiche o leggendarie, scritti profetici, resoconti storici. Furono per la prima volta divulgati contenuti proibiti: esoterici, alchemici, erotici, eretici. Tenere sotto controllo questa letteratura divenne uno dei primi scopi dell’Inquisizione.
Non seguirò il processo dell’allargamento progressivo della fascia dei lettori, legato non solo al grado di alfabetizzazione, ma anche al raffinarsi e allo sveltirsi dei processi di stampa. Sostanzialmente, si trattò dell’espansione nei secoli di tendenze già attive in età medievale, e di un’evoluzione tecnica dagli immediati risvolti sociali. L’unica vera accelerazione si ebbe con il romanzo d’appendice che, attraverso la lettura collettiva(con i portinai che leggevano le puntate de I misteri di Parigi al condominio riunito; come sarebbe successo, meno di un secolo dopo, ai primi utenti televisivi radunati al bar), democratizzò
enormemente la fruizione letteraria. Per capire quanto ciò fosse legato al perfezionamento del medium, basta leggere Illusioni perdute di Balzac, che quei processi analizza con straordinaria perspicacia. Il quadro cambia radicalmente solo con l’avvento di Internet, paragonabile, per portata storica, al passaggio dal manoscritto alla stampa. Siamo ancora nel mezzo del processo ed è difficile scorgerne tutte le evoluzioni. Difficile soprattutto per gli editori, che, con la goffa scommessa sui cosiddetti “e-books”, hanno per un attimo cercato di mantenere l’antica priorità in nuovi abiti. Senza considerare che ogni cambiamento di portata così ampia del comunicare investe necessariamente aspetti contenutistici (solo un pazzo leggerebbe on line il “Don Chisciotte”: sarebbe come leggerlo da un televisore), ruolo dell’autore, modalità di fruizione.
Ciò che si è anzitutto ampliato enormemente è il bacino degli utenti, sia in qualità di lettori passivi che di creatori (o anche rielaboratori) attivi. Lo scrittore dotato di cervello sa che non deve temere questo fenomeno, né che testi suoi circolino in maniera selvaggia. Come la televisione non abolì il cinema, né tantomeno la radio, così la dimensione web non intacca per nulla la quota di diritti spettanti all’autore di un libro cartaceo. Al contrario, la dilata. Tanto che, se ha un alleato fedele, quello è proprio la “pirateria”. Con buona pace dello scrittore imbecille che, da un anno in qua (2004 N.d.KZ), ha messo la propria immagine al servizio di una campagna contro le contraffazioni cinematografiche.
Ma lasciamo perdere gente del genere. Sta di fatto che, a mio parere, chiunque scriva deve tenere presente il nuovo assetto mediatico che si sta profilando. L’opera cui ha dato vita, nell’immediato futuro, non sarà soltanto sua. I personaggi che ha creato potranno finire in mani altrui. Che problema c’è? Emilio Salgari non fu affatto danneggiato dai figli Omar e Nadir, che ne seguirono le tracce. Non è difficile riconoscere l’unicità di uno stile. Se poi Sandokan o il Corsaro Nero passano ad altri, be’, per l’autore è un segno solo confortante. Nella peggiore delle ipotesi, dovrà lottare per rendere le proprie creature ancor più singolari e ancor più vincolate all’identità di chi, per primo, le ha fatte vivere. Un sfida magnifica e stimolante, in tempi di Internet. Tutto ciò per dire che apprezzo enormemente questo La Potenza di Eynerich, frutto di una sfida in rete lanciata dal collettivo letterario Kai Zen, e ripresa da un gruppo di autori che hanno deciso di chiamarsi “Emerson Krott”. Non so in quale misura il loro Eymerich somigli al mio (lo decideranno i lettori).
Certo è che “Emerson Krott”, singolare parto di un web usato al meglio, ha saputo riprendere con bravura una delle idee di fondo che ispiravano il mio ciclo sul terribile inquisitore: fare riemergere in ambito letterario, sotto le mentite spoglie del romanzo “di genere”, i temi di portata sociale, politica, economica che la narrativa corrente trascura.
Kai Zen ed Emerson Krott hanno, secondo me, raggiunto lo scopo. Preso atto di questo, la somiglianza del loro Eymerich al mio risulta irrilevante. Il mio auspicio è che, grazie a Internet, cento Eymerich sboccino, cento visioni critiche del presente gareggino. Ogni passo in questa direzione lo sentirò come mio, alla faccia del diritto d’autore.

La Terza Metà – Feuilleton

by Kai Zen

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 15 maggio 2013

by Kai Zen

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Quando Herbert mi ha detto di sparare non ci potevo credere. Non ero ancora pronto a una cosa così. Così vera. Mi ha detto proprio: “Spara, Teo.” Secco, come se non c’era altro da aggiungere. E in effetti cos’altro si doveva dire? Non c’era modo di addolcire la pillola, di rendere più umano e naturale quello che andava fatto senza esitare. Ho tirato su la glock di mio zio – l’avevo fregata alla sua pregiata collezione di armi storiche, ormai saccheggiata – e preso la mira. Ho preso la mira e ho fatto finta di non sentire. Ho cercato di non pensare, perché sapevo bene che se pensavo avrei cominciato a tremare, e poi chi poteva dire come andava a finire? Ho preso la mira e ho pregato per la salvezza di qualcuno, di qualcosa. Per la salvezza di qualsiasi cosa. Non sapevo bene cosa: ti prego fa’ che qualcosa si salvi da tutto questo, fa’ che l’orrore abbia senso. Non so se mi abbia ascoltato, ammesso che ci sia un ascoltatore.
Ho preso la mira e ho sparato. Fatto quello che dovevo.

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La stanza è grigia, male illuminata. La telecamera inquadra un tavolo con su una brocca e un bicchiere, poi si sposta nell’angolo a destra. Un ragazzo accovacciato, le ginocchia al petto, singhiozza. Sguardo perso davanti a sé. Ha meno di vent’anni.
Una voce fuori campo recita: “Alboino Ferretti si è reso colpevole di Alto Tradimento. La sua condotta vile ha causato la morte di decine di compagni e un colpo gravissimo alla Brigata Andreas Hofer, compromettendone l’operatività. Per questi motivi l’imputato viene condannato a morte. Sentenza inappellabile da eseguirsi mediante fucilazione. Immediatamente.”
Due uomini entrano nel campo di ripresa sollevano il ragazzo per le braccia. Stacco.
Il ragazzo è in piedi contro un muro. Per terra righe dipinte delimitano i confini di un campo da gioco. La palestra di una scuola. Il ragazzo è ingobbito, le mani una dentro l’altra. L’espressione del volto è assente. L’audio esplode in una raffica. La telecamera sobbalza e si sposta, poi l’immagine torna a fuoco. Il ragazzo è a terra. È scosso da tremiti alle gambe.
Una voce dietro la telecamera impartisce un ordine: “Spara, Teo.”

Un ragazzo, più o meno coetaneo del condannato, entra nel campo di ripresa e si avvicina al corpo a terra. Impugna una pistola automatica. Punta alla testa per il colpo di grazia. Esita. Ancora la voce da dietro la telecamera: “Spara, Teo.” stop 12-34

 

Wunderkind (intervista)

by kaizenj

Immagine di Wunderkind
È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind, sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. L’ho incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Hai già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più.
Come hai lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come hai creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa. A quale immaginario, mitologia, epica fai riferimento? Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse ti farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati – esplorati con la pancia e non come astrazione – solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo te potrebbe parlare anche d’altro – penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuoi un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definiresti allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definiresti questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo te il panorama fantasy – fantastico- horrror italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido. Quali sono gli scrittori italiani che apprezzi particolarmente? Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen (ehm, grazie, N.d.A.) perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri, feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano, non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso – e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera – riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
Sei un appassionato di musica, quello che ascolti influenza la sua scrittura, e cosa ascolti?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensi del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che – dopo tutto – si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che ti piace più di altre?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo prima: l’accontentarsi. Un titolo che ti ha particolarmente colpito ultimamente? Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

 

Articolo pubblicato su Panorama.it il 17 febbraio 2009

Eerano belle giornate, li facevano scendere dall’aereo…

by kaizenj

Esattamente due anni fa scrivevo questo su Carmilla:

Ogni fenomeno ha una sua spiegazione sociologica, sempre necessaria e sempre insufficiente. (Nicolás Gómez Dávila)

esmaSulla pagina della cronaca di Repubblica del 25 gennaio 2007 c’è un articolo a firma di Anna Maria de Luca: “Processo in Italia ai golpisti argentini.” (1)
Bene. 
Bene? 
La vicenda bene, ovvio. L’articolo male. Molto male. 
Tempo fa sull’ “Internazionale” Lisbeth Davidsen (2) scrivendo del giornalismo italiano si lamentava del fatto che esso non riporti i fatti ma si limiti a esprimere opinioni ammiccando ai lettori di riferimento.

Ma vediamo, nello specifico l’articolo della de Luca:

ROMA – Nella giornata della memoria, la sala bunker di Rebibbia echeggia di ricordi e dolore. Dante Gullo, leader della Gioventù peronista, al banco dei testimoni. È italo-argentino ed è stato prigioniero in Argentina per otto anni e otto mesi (dal ’75 all’83) senza mai essere processato. Ora lotta perché in Italia sia fatta quella giustizia che nel suo Paese è venuta meno a colpi di immunità.”
e poi: “Imputati, in base alle norme del diritto internazionale: Emilio Eduardo Massera, comandante della Marina militare argentina – uno dei pochi stranieri nelle liste di iscritti alla loggia massonica P2 sequestrate a Licio Gelli nel 1981 – e gli ufficiali del Grupo de Tarea 3.3.2 Jorge Eduardo Acosta, Ignacio Alfredo Astiz, Raul Jorge Vidoza, Antonio Vanek e Antonio Hector Febres. Sono accusati di crimini contro l’umanità. Ovviamente sono tutti contumaci: stanno in Argentina. Alcuni di loro sono latitanti, altri in attesa di giudizio [...]

Dunque: In Argentina gli ex militari responsabili di crimini contro l’umanità sono immuni, latitanti e in attesa di giudizio. E quindi la giustizia deve essere fatta in Italia.
Un paio di domande sorgono spontanee:
- Se sono immuni come mai sono in attesa di giudizio e che motivo hanno per essere in latitanza? Che non siano proprio immuni?
La risposta è semplice: non sono più immuni.
- Giustizia deve essere fatta in Italia? E in Argentina che succede? Dobbiamo intervenire noi, perché loro, non sono in grado? Attenzione non si stanno mettendo in discussione i processi sacrosanti che si sono svolti e che si stanno svolgendo qui da noi, ma semplicemente il tono dell’articolo. Sarà un’impressione personale, ma ripensandoci bene, sembra di leggere tra le righe: In Argentina, è tutto marcio e corrotto e noi abbiamo il diritto morale di intervenire. Loro non ce la possono fare e quindi tocca a noi che siamo così progressisti e di sinistra… (l’ammiccata ai lettori di Repubblica è forse tutta qui) È davvero così?
In Argentina, le cose sono cambiate. Dopo l’elezione di Nestor Kirchner l’atteggiamento del Governo nei confronti delle persone implicate è completamente diverso da quello mantenuto fino al crac economico del 2001. 
La mediaborghesia progressista plaude all’operato del Presidente in carica (molti altri lo ritengono un demagogo populista, lontano anni luce dal socialismo); il ministro della difesa è una ex montonera; le Madri di Plaza de Mayo hanno marciato per l’ultima volta il giorno di Santo Stefano del 2006 dopo 25 anni e 1500 giovedì e Hebe de Bonafini, portavoce del gruppo, ha dichiarato che non marceranno più perché alla Casa Rosada non c’è più un nemico anche se molte altre associazioni di “Derechos Humanos” non sono d’accordo con lei.
img_0740Kirchner è apparso a reti unificate il 29 dicembre 2006 (3), in occasione della scomparsa di Luis Gerez, testimone chiave a uno dei processi in questione, affermando: “[...] Sono poco più di cento giorni che mani anonime hanno sequestrato il testimone del caso Echecolatz, Jorge Julio López. Sono due giorni che non abbiamo notizie del testimone del caso Patti, Luis Gerez. Tutto fa pensare che, in entrambi i casi, sia responsabile la mano de obra desocupada (4) ossia elementi paramilitari e parapoliziali, che vogliono mantenere la loro impunità.
Si tratta della stessa metodologia che venne utilizzata nello storico giudizio alla giunta militare: ricattare per ottenere impunità. In quel momento ottennero le leggi de Obediencia Debida y Punto Final (5) [...] Noi non cederemo davanti al ricatto. Non permetteremo che si fermino i processi. Al contrario chiediamo celerità alla giustizia affinché giudichi, affinché si giunga una volta per tutte a giuste sentenze e affinché gli assassini stiano nel posto in cui devono stare. In carcere. Parte del problema che stiamo affrontando riguarda la lentezza della giustizia, come alcune libertà concesse e riconosciute a delinquenti contumaci in modo inspiegabile. Le istituzioni pubbliche, a tutti i loro livelli [...] devono riaffermare la loro inequivocabile posizione di difesa dello Stato di Diritto. Rispetto dei diritti umani, e applicazione severa della legge, sono più che convinzioni personali, rappresentano la decisione sociale di vivere in uno Stato di Diritto.” (6)

- Se noi (assieme agli spagnoli, agli svedesi, ai francesi, ai tedeschi…) mettendo alla sbarra i criminali del “Proceso de Reorganización Nacional”, alla fine degli anni ‘90 – inizio 2000 (7) abbiamo avuto il merito di aprire il vaso di Pandora, per quale motivo non lo abbiamo fatto prima? In Argentina durante il “Proceso” sono scomparsi circa 3000 cittadini italiani e nessuno ha detto o fatto nulla. Anzi fatto sì. All’ambasciata italiana di Buenos Aires vennero installate delle porte di sicurezza come quelle delle banche per impedire che i nostri connazionali si rifugiassero tra le pareti dell’edificio. E se non fosse stato per l’allora giovane Console Enrico Calamai che si trovò a gestire, rischiando la vita in prima persona, il consolato divenuto l’unico ‘riparo’, altre 412 persone non si sarebbero salvate.
I giugno 2005, il “Clarin” di Buenos Aires riporta che “lo Stato italiano, tramite un documento firmato dal premier Silvio Berlusconi, si è costituito parte civile querelante contro l’ammiraglio Emilio Massera e altri cinque repressori della “Marina de Guerra”, membri del Grupo de Tareas 3.3.2 e della ESMA che sono accusati di aver sequestrato, torturato e assassinato tre cittadini italoargentini durante i famigerati “Vuelos de la Muerte” durante il periodo della dittatura in Argentina.
Il governo di centrodestra ha seguito la linea del precedente governo intrapresa da Prodi e D’Alema. Nel 2005 la Corte d’Appello ha confermato definitivamente la sentenza di prima istanza del 2000, per la quale sono stati condannati all’ergastolo i generali Guillermo Suárez Mason e Santiago Omar Riveros e a 24 anni cinque membri della “Prefectura” (8)
Se siamo tanto bravi a fare ciò che in Argentina (almeno secondo Repubblica) non sono in grado di fare, perché lo abbiamo fatto solo ora? Svezia e Francia per esempio (con pochi loro cittadini scomparsi) hanno alzato un polverone enorme e hanno denunciato il governo argentino già all’epoca del “Proceso”. 
Quindi, prima della fine degli anni ‘90 / inizio 2000, questi personaggi erano immuni pure nel nostro paese e non solo in Argentina, nonostante i desaparecidos con passaporto italiano.
Allora perché solo ora? Quali interessi sono venuti meno?
gelliUna possibile risposta si legge tra le righe dell’articolo della de Luca: P2. Non solo l’ammiraglio Massera, ma anche Videla e tutta la cricca era iscritta alla loggia. Licio Gelli, Umberto Ortolani, Roberto Calvi e Monsignor Paul Marcinkus fecero un sacco di buoni affari in Sudamerica quando l’intera area geografica era in preda a una crisi con tassi di inflazione mostruosi grazie ai contatti con i militari.
Il 1 gennaio 1980, a Buenos Aires, Roberto Calvi inaugurò la nuova sede del Banco ambrosiano de America del Sud nello stesso palazzo degli uffici di Massera e di Videla mentre Gelli era incaricato d’affari argentini in Italia.
Massera era in contatto con l’ammiraglio Torrisi nel Belpaese per questioni di traffico d’armi e buona parte dei 6.000 miliardi di armamenti spesi dal generale Videla, dal ‘76 in poi, sono affluiti nelle casse delle industrie italiane. Ortolani aveva preceduto Calvi aprendo il Banco financiero di Montevideo, ma si rese comunque necessaria la rapida espansione dell’Ambrosiano, con le garanzie dello Ior, in tutto il continente visto il volume d’affari in crescita. Da queste banche sono passate molte operazioni di traffico d’armi e di petrolio e i traffici con la Tradeinvest dell’Eni, fino al finanziamento di 21 milioni di dollari concesso al PSI. Esaminando i conti di una di queste banche, il Banco Andino, alla fine del ‘81, gli ispettori della Banca d’Italia scoprirono un buco da 1.000 miliardi.
Nello stesso periodo, anche il gruppo Rizzoli vide una grossa crescita editoriale in Sudamerica, mentre il “Corriere della Sera” in Italia pubblicava le interviste di Roberto Gervaso a Videla e Somoza e censurava gli articoli sui desaparecidos del corrispondente argentino. 
Ma questa è solo la punta dell’Iceberg. Gli attori del copione si moltiplicano a vista d’occhio. La Fiat, l’Ansaldo, la Breda, l’IRI, l’Agusta, il Partito Socialista Italiano (Durante la guerra delle Malvinas una delegazione argentina, guidata dal segretario del partito socialista argentino Ammirati, si incontrò con Craxi per ottenere la revoca dell’embargo posto dal presidente del Consiglio Spadolini e dal ministro degli Esteri Colombo. Cosa che avvenne, con il sostegno di PSI e PCI. Della delegazione facevano parte anche i Macrì, gli industriali argentini, rappresentanti degli interessi della Fiat) senza contare che c’era in ballo la questione della costruzione del Subte (la metro) di Buenos Aires da parte di imprese legate al PSI… Tutte cose che si trovano in rete e negli incartamenti di alcuni processi dimenticati (9).
E poi, bisogna considerare anche che tutte le fabbriche italiane in Argentina, durante la dittatura, smisero di avere problemi con i sindacalisti, con le “teste calde”, con gli “operai facinorosi” che, puff, scomparvero.
Ripeto si tratta solo della punta dell’Iceberg. Ma in parte spiega alcune cose. E allora italiani brava gentaglia.

Un’altra cosa rimane misteriosa tra le altre. Per quale motivo la sinistra italiana ha solidarizzato e sostenuto gli esuli cileni con decisione dopo il colpo di stato di Pinochet e non ha fatto altrettanto con quelli argentini? Che sia una specie di solidarietà di partito. In fondo gli argentini erano peronisti. Né socialisti, né comunisti. Ma sto solo ammiccando.
(1) http://www.repubblica.it/2007/01/sezioni/cronaca/processo-aieta/processo-aieta/processo-aieta.html
(2) cfr. Il mito del giornalismo in “Internazionale” n° 661 del 29 settembre / 5 ottobre 2006 – Lisbeth Davidsen è corrsipondete del danese quotidinao “Politiken” e del rete Tv2.
(3) Lo ha fatto per la seconda volta. Non era mai successo nella storia del Paese.
(4) I militari e poliziotti rimasti disoccupati dopo le epurazioni delle forze dell’ordine dalle persone coinvolte con la dittatura.
(5) Due leggi che impedirono i processi per i crimini della dittatura militare. Approvate tra il 1986 ed il 1987, sono state abolite dal Parlamento argentino nel 2003, poco dopo la nomina del presidente Nestor Kirchner. La decisione ha consentito l’avvio di numerosi processi in aula in cause che già coinvolgono più di 500 accusati tra militari e civili. La Corte Suprema argentina ha dichiarato incostituzionali le leggi della Obbedienza dovuta e del Punto finale il 14 giugno 2005.
(6) cfr. http://www.presidencia.gov.ar/Discurso.aspx?cdArticulo=4496
(7) cfr. Desaparecidos – La sentenza italiana contro i militari argentini, a c. di G. Miglioli, manifestolibri 2001 
(8) cfr. http://www.clarin.com/diario/2005/06/01/elpais/p-01201.htm
(9) cfr. http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/palermo.html

Bancarotta 2

by Kai Zen

valentinorossi1Ci tocca riaprire la parentesi.

Le cose sono andate più o meno così. L’anno scorso l’Inpdap avvisa i pensionati della funzione pubblica che in caso debbano modificare la loro posizione, o in caso i loro figli non siano più a carico hanno l’obbligo di comunicarlo. Molti sono in pensione da anni, la dichiarazione dei redditi non la fanno perché viene fatta automaticamente, un po’ come accade per i dipendenti pubblici  con i loro stipendi, i figli sono maggiorenni, fanno la loro dichiarazione o quel che è, vivono per conto loro, con un’altra residenza, in un’altra città. Sta di fatto che in molti non pensano ci sia nulla da modificare o da segnalare. Invece i figli, per disguidi e ritardi burocratici, risultano ancora a loro carico. In ragione di tale circostanza in realtà non hanno mai preso nulla di più con la pensione, semmai hanno pagato un po’ meno tasse: siamo nell’ordine delle decine di euro l’anno.
Il ministero delle finanze inizia a fare dei controlli incrociati, capillari e approfonditi, e senza avvertire nessuno decide che i pensionati devono pagare un forfait. D’improvviso, senza convenevoli e senza vaselina, 300 mila pensionati si sono trovati, questo mese, con decurtazioni di centinaia di euro. C’è chi si è visto sparire oltre 1200 euro. A metà mese, con le bollette, gli affitti, la spesa e tutto il resto, e senza essere stati avvisati in precedenza, molti dovranno indebitarsi con le banche, con la posta, o peggio per pagare i conti e poi dovranno pagare gli interessi. La domanda è perché non sono stati avvisati in tempo? E soprattutto perché le decurtazioni non sono state rateizzate per evitare situazioni limite?
D’accordo, i pensionati dovevano forse informarsi meglio e sono in qualche modo evasori fiscali. Devono pagare, eppure in questo paese gli evasori fiscali sono una categoria protetta, condonata e anche ammirata. Capita anzi che vengano elevati al rango di eroi, come i dottori centauri o i cantanti lirici passati a miglior vita. Qui si muore a sprangate perché qualcuno crede di averci visto rubare un biscotto, ma si viene portati in palmo di mano se si vince un moto gp con una mano e con l’altra si sottraggono milioni al fisco con raffinati giochi di prestigio.
Non ci sembra che nessuno abbia riportato la notizia, eppure riguarda una popolazione pari a quella di una città media. Certo c’era il derby Milan Inter, c’erano le elezioni in Sardegna, c’era l’ondata di stupri, c’era la ragazza in coma, il grande fratello, x-factor, gli operai e gli impiegati in piazza, un segretario di partito che si toglie dalle palle, qualcuno che si mette tra le palle, un primo ministro che fa le battute sui desaparecidos argentini e tutto il resto. Evidentemente 300 mila pensionati nella merda non fanno notizia anche perché sono legati alla crisi. Fate i conti. Quanto fa 300.000 per (in media) 500 euro?
Tutto questo nel silenzio delle istituzioni, nel silenzio dell’opposizione, nel silenzio dei media.
La vostra crisi non la pagheremo noi si leggeva un po’ di tempo fa in giro per l’Italia. Quel noi dovrebbe rappresentare non solo i giovani precari ma anche i vecchi pensionati. Evidentemente era solo uno slogan, perché stiamo pagando eccome. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare questo post così “demagogico” su : kaizenology :, che non è un blog dedicato all’informazione ma alla letteratura, nello specifico alle nostre produzioni letterarie. Evidentemente la fiction non poteva inventarsi una realtà peggiore e la realtà crede sia solo fiction.

A questo proposito quando abbiamo messo on line il post Bancarotta, ci sono arrivati molti messaggi, alcuni anche “contro”, contro cosa non si sa, ma comunque abbiamo deciso di riportarli.  I “(sic)” infilateli voi:

Il primo, di Ermidio Polidori Luciani, si limitava all’oggetto della mail: “Fate PIETA’ ed anche RIDERE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Ci siamo limitati, a nostra volta, a ringraziare. La replica solerte di Luciani è stata:
“La Mia risposta è stata alquanto frettolosa,pensavo si trattasse di SPAM….ma per è quasi SPAM ,non era mia intenzione offendere alcuno,sopratutto  chi non si rende conto che è inutile prendersela sempre e solo con Berlusconiiiiii !!!! si fa’ tutto solo per proprio tornaconto……basti ricordare i Prodi DiPietro Luxuria Veltroni ecc.ecc. a Destra e Sinistra…..direi TUTTI ! Ne ho le balle piene ! RI-GRAZIE Saluti”

La seconda, cui non abbiamo risposto, ma che ringraziamo pubblicamente per l’acume è di dido65:

“Si e vero e tutto vero,e  farei un referendum per far santo qualche rumeno magari con la benedizione di qualche genitore dei tanti figli  che sono stati violentati si… si puo fare.”

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