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Month: gennaio, 2009

Locke Lamora e suoi inganni (intervista)

by kaizenj

Immagine di Gli inganni di Locke LamoraImmagine di I pirati dell'oceano rossoLocke Lamora non è bello, non è forte, non sa tirare di scherma e non è dotato di poteri magici. Locke Lamora è una canaglia, un truffatore, un ladro dalla moralità incerta e dalla lingua tagliente, eppure è uno dei personaggi della letteratura fantasy – ma non solo – più azzeccati degli ultimi anni. Gli inganni di Locke Lamora (Nord, pp. 605, € 19,60) e il recente I pirati dell’Oceano Rosso (Nord, pp. 710, € 19,60) di Scott Lynch rimescolano del tutto, barando se possibile, le carte sul tavolo del fantasy. Se George R.R. Martin ha traghettato per sempre il genere verso la maturità, Lynch ne ha sfidato i tabù: sesso, volgarità, crimine, politica, droga, meschinità; e i suoi cliché: manicheismo, eroismo, missioni da compiere per salvare il mondo e soprattutto ironia. La sfida è vinta. Un altro punto fondamentale a favore della saga dei Bastardi Galantuomini è l’ambientazione insolita. Mentre molti autori nostrani ripercorrono di continuo la mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Lynch pesca a piene mani da un territorio e da una storia ricca di spunti e fascino che la narrativa fantastica ha inspiegabilmente, salvo rare eccezioni, lasciato da parte. Le città, i costumi e i personaggi sono ispirati all’Italia. E se, ancora, questo non bastasse, dal punto di vista stilistico lo scrittore del Minnesota non scherza affatto: frammentazione temporale, analessi, punti di vista multipli e obliqui, scatole cinesi, indizi ed esperimenti linguistici. Il tutto senza sacrificare un’oncia di leggibilità all’insegna dell’avventura e del divertimento, nonostante molti momenti drammatici. Le storie del più grande ladro di tutti i tempi cominciano dalla sua infanzia e lo conducono, attraverso le situazioni più incredibili e intricate, molte volte con le spalle al muro. A salvarlo un’intelligenza sopraffina, un’abilità estrema nell’arte dell’inganno e soprattutto Jean, un amico fraterno e fedele che lo segue come un’ombra nelle più spericolate peripezie. Tanto spericolate e avventate che alle volte portano a tragiche e dolorosissime conseguenze, da cui riprendersi (e imparare) non è affatto facile. Se nel primo libro della saga abbiamo lasciato Locke e socio mentre abbandonavano la città natia di Camorr in seguito a un intrigo machiavellico/rocambolesco, nel secondo li ritroviamo, dopo una parentesi in cui il nostro eroe si dà all’autocommiserazione alcolica mentre si colpevolizza per la perdita degli amici più cari, a barare nel casinò più sfarzoso e pericoloso di Tal Verrar, con all’orizzonte un futuro da pirati per costrizione. Mentre è imminente l’uscita del prossimo romanzo del ciclo, The Republic of Thieves, La Warner Bros ha già allungato le mani sui diritti cinematografici delle avventure di mastro Lamora. Ho incontrato Scott Lynch.
Come e quando è nato Locke Lamora?
Ho cominciato a delineare il mondo di Locke e la cultura di quel mondo alla fine del 2000 come parte di un processo infinito di pre-produzione e di “fantasticheria”. Immagino che molti scrittori lo facciano prima di costringersi a sedersi e cominciare a trasformare la fantasia in prosa. Locke, in realtà, non era ancora presente nel suo mondo, ci ho messo due anni per realizzare che un protagonista simile sarebbe potuto essere una buona idea. Locke è l’evoluzione di un personaggio che avevo creato per un gioco di ruolo, dalla vita breve, in cui era un artista della truffa con poteri di persuasione soprannaturali. Ho deciso di eliminare i superpoteri ma di tenere il resto, e quando il suo carattere si è fatto concreto è stato meraviglioso.
L’ambientazione delle avventure di Locke è molto particolare rispetto al fantasy classico e sembra rifarsi all’Italia, al Mediterraneo, alle Repubbliche marinare e al tardo Rinascimento. Le città di Camorr e di Tal Verrar sembrano Venezia e Genova e i nomi di molti personaggi suonano italiani…
È assolutamente vero. La cultura “Therin” in cui è cresciuto Locke è una, divertita, mescolanza di quasi tutte le culture del Mediterraneo, del loro romanticismo e dei loro linguaggi. Camorr e la sua popolazione sono stati pensati proprio per avere un’attitudine e un’atmosfera dai connotati italiani. Mi sono chiesto spesso cosa possano pensare i lettori italiani della mia versione fantasiosa e sconclusionata della lingua… sembra che le mie colpevoli appropriazioni dell’italiano siano arrivate infine sul banco degli imputati (ride).
Cosa leggi, quali scrittori hanno avuto più influenza sulla tua scrittura?
È un odioso cliché autocompiacente, ma cerco di leggere di tutto, di tutto. Sono un grande lettore di fantasy e fantascienza, ovviamente, lo sono fin dall’infanzia. Leggo anche molti gialli e noir. Non quelli tradizionali, in cui un omicidio “tranquillo” viene risolto sorseggiando tè e sgranocchiando pasticcini, ma quelli alla Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ecc. e specialmente quelli di James Ellroy e Elmore Leonard. Anche una spruzzata di avventura e melodramma del XIX secolo… Dumas, Conan Doyle, Haggard, Stoker, ecc. Poi mi piacciono le cose storiche, le biografie e così via… Se non leggi, e molto, la tua scrittura ne risentirà ed è garantito che non sarà mai pronta per la pubblicazione.
Il Fantasy, di solito, è un genere conservatore eppure i libri di Locke Lamora sembrano aver rotto gli argini della “tradizione”. Non ci sono elfi, draghi, nani ecc. anche se magia e alchimia sono presenti.
In parte è vero, ma sarei negligente se non puntualizzassi che là fuori ci sono un sacco di fantasy interessantissimi ancor meno invischiati nei canoni del genere dei miei lavori, e altrettanti che usano come punto di partenza tutti gli elementi classici per creare qualcosa di inaudito. La regola di base che ho utilizzato nella stesura dei libri di Locke Lamora non è stata quella di abbandonare completamente gli elementi tradizionali del fantasy, ma piuttosto quella di non dare mai e poi mai superpoteri ai protagonisti. Locke e soci possono essere eccezionalmente bravi in quello che fanno, la maggior parte delle volte, ma sono sempre e comunque legati ai limiti umani, fragili e mortali. Penso che questo tipo di limitazione renda i personaggi e la loro storia molto ma molto più divertenti.
Il sito dedicato alle avventure dei tuoi personaggi è molto più che un semplice spazio promozionale…
Ultimamente sono stato molto occupato per curarlo come merita, e me ne dispiace molto. Dovrebbe essere, in effetti, molto più che un semplice spazio pubblicitario – è pensato come una porta sui libri per chi ancora non li ha letti. Ho intenzione di aggiungere un bel po’ di informazioni e di contenuti extra per chi avesse voglia di approfondire la materia. Incrocio le dita e spero di poterci lavorare il più presto possibile.
Vista questa propensione a far esplodere i contenuti e allo scambio che ha con i lettori, ha mai pensato a utilizzare una licenza creative commons per i tuoi lavori?
Ho pensato molto a quelli che potremmo chiamare “metodi non tradizionali” per portare il mio lavoro a una fascia di pubblico più ampia, e anche se devo fare i conti con i miei editori, sono certo che prima o poi comincerò a lavorare con qualcosa del genere.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 30 gennaio 2009

La Guerra di Teo – un’immagine a firma Daniele Rudoni

by Kai Zen

 

la-guerra-di-teowww.danielerudoni.it

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 20 aprile 2013

by Kai Zen

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

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La guerra di Teo

Cazzo se Ludwig aveva ragione! Io nelle elezioni un po’ ci speravo, lui mi guardava con quel mezzo sorriso scettico, senza dire niente. Qui non era l’unico ad aver capito. Trenta secondi dopo che la sinistra aveva vinto, i fascisti si sono ripresi il paese con le armi. Bastardi infami, ve ne accorgerete di chi siamo!
Io non avevo capito niente ma qui sì, e infatti i ragazzi non hanno perso tempo.
Ci siamo raccolti tutti all’Haderburg, il castello diroccato di Salorno. Una volta era un itinerario turistico, ma ora no. Tutta la Brigata c’era, un botto di gente, ma gli accordi sono stati presi nel silenzio più assoluto. Poche ore dopo, metà di noi è venuta giù da Monte Alto a est e l’altra metà da Monticello a ovest. Ci sono due postazioni militari nella strettoia fra i monti, una di faccia all’altra. In tutto una ventina di soldati. Le abbiamo aggredite all’unisono, urlando e sparando. Tre minuti, massimo cinque, ed era tutto finito.
Abbiamo fatto saltare le frontiere a Salorno. La valle dell’Adige diventa una striscia stretta fra le montagne ma strategica, e adesso la controlliamo noi. Il Tirolo e nostro, fascisti di merda. Venite a prendervelo se avete fegato. Che poi anche se ce lo avete, ve lo strappiamo e ce lo mangiamo crudo.
SUDTIROLO AUTONOMO E LIBERTÀ!

Il New Italian Epic è “morto” (Intervista)

by kaizenj

 

nieIl New Italian Epic è morto. È morto perché recava in sé il suo epitaffio con tanto di date: 1993-2008; ed è giusto che sia così, in un paese in cui non sembra morire (né nascere) mai nulla, in cui il ciclo della vita è arrugginito, inceppato. Il memorandum sullo stato di una parte della narrativa italiana degli ultimi tre lustri, scritto inizialmente da Wu Ming 1 in occasione di una conferenza in Canada, ha portato dopo molti anni il dibattito letterario e la critica fuori dai salotti, dalle accademie e dalle redazioni asfittiche dei giornali. Le diramazioni, gli interventi, le critiche e le polemiche non sono mancate nel corso dell’anno passato, segno che, al di là delle opinioni, su quanto scritto da Roberto Bui, il saggio ha portato aria fresca in un panorama stagnante. Il più grande pregio dello scritto è stato quello di rimanere liquido, di individuare una nebulosa di opere; che si intrecciano, si sfiorano, si muovono su direttrici simili anche se lontane; senza congelarle irrimediabilmente in un genere o in una definizione. Il New Italian Epic è un punto di partenza non un punto di arrivo, la sua decomposizione rende il terreno fertile, le sue caratteristiche non sono regole ma ancoraggi provvisori per un banco di meduse in movimento nei flutti della letteratura italiana. E questo la critica ufficiale non sembra averlo colto.
A mesi di distanza dalla prima apparizione in rete del saggio, Einaudi Stile Libero darà alle stampe a fine mese la versione 3.0, ancora inedita, di New Italian Epic, Letteratura, sguardi obliqui, ritorno al futuro (pagg. 208, € 14,50) ampliata e affiancata da il testo di un intervento londinese di Wu Ming 1 Noi dobbiamo essere i genitori e da un lungo lavoro inedito di Wu Ming 2 intitolato La salvezza di Euridice. Negli stessi giorni arriva in libreria, per le edizioni Il Melangolo, anche il saggio di Gaia De Pascale Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori (pagg. 120, € 11).

Ho incontrato Wu Ming 1 e Wu Ming 2.
Come nasce l’idea del saggio sul NIE, da quale esigenza e cosa sarebbe, per chi non lo sa, il NIE in breve?
WM1: Se vado a pescare i ricordi con l’intento di trovare il momento, l’episodio che ha messo in moto tutto questo ambaradàn, in realtà ne trovo diversi, e alcuni sono raccontati dentro il libro, però ce n’è uno che… Insomma, mi è tornato in mente un “Click!” che ho sentito, forte e chiaro nella testa a fine 2006. Avevo appena visto un film, The Prestige di Christopher Nolan, storia della rivalità tra due illusionisti nella Londra di fine Ottocento – inizio Novecento. Mi aveva molto colpito, era un film “storico” e fantascientifico (affine al cosiddetto “steampunk”, il cyberpunk-a-vapore). Era anche un mystery rivoltato su se stesso come un calzino, e una riflessione sulla scienza e la morale, su quanto di noi stessi siamo disposti a perdere per la dedizione a un compito. Aveva una sceneggiatura complessa, a scatole cinesi, ma scatole cinesi assurde, da quadro di Escher: la più piccola sembrava contenere la più grande. Si svolgeva in un passato esplorato in modo sghembo, e parlava del presente con… sottile aggressività, proponendo un’allegoria dei nostri tempi assolutamente non ovvia, sfuggente, che più ci pensavi più si arricchiva e ti stupiva.

E qual è stato il “click” a cui accennavi?

WM1: L’operazione di Nolan mi suonava familiare, e infatti era uno specchio sbattuto in faccia a un’intera generazione di scrittori italiani: “Ecco, guarda!” Mi suonava familiare perché da anni, insieme ai miei compagni di collettivo e a molti altri autori, lavoravo a una poetica molto affine: uso deviante del passato o di non-tempi, sguardi “strani”, noncuranza per le barriere tra i generi, allegoria “mossa”, tentativi di scrivere storie che fossero al tempo stesso sperimentali e popolari, il tutto con una forte tensione etica (la stessa che c’era in quel film). Spesso devi uscire da te stesso, vederti da fuori per capire meglio quel che stai facendo. La visione di un film anglo-americano diverso dal solito ha fatto partire un ruminìo sulla letteratura italiana più recente, o almeno su parte di essa.
Un anno dopo, un viaggio in Canada per un seminario sulla narrativa italiana mi ha dato l’occasione di mettere un po’ di ordine nei pensieri e buttare giù quello che sarebbe diventato il memorandum. Se ho coniato l’espressione inglese New Italian Epic anziché nuova epica italiana, è per mantenere questo sguardo da fuori. Se si sta troppo immersi nella caciara italiota, si fatica a ragionare.

WM2: Il primo spunto nasce con la lettura delle recensioni americane di 54. Quasi tutti i commenti collocavano quel nostro romanzo nell’ambito della letteratura postmoderna. Ora, se questo è giusto per alcune sue caratteristiche narrative, l’etichetta è invece molto fuorviante sul piano della sensibilità profonda. Allora abbiamo cominciato a chiederci: in che cosa non siamo più “postmoderni”, pur essendolo, inevitabilmente, per tante altre scelte? Rispondendo, ci siamo poi accorti che certe “differenze” ci accomunavano ad altri autori italiani. E così abbiamo cominciato a indagarle meglio.

Il memorandum è uno scatto fotografico su un periodo ben preciso, e come tale ormai è già passato…

WM1: La posta in gioco in realtà è il futuro, la nostra voglia e capacità di visualizzarlo e progettarlo. Un’opzione a cui, negli anni del postmoderno, gran parte della letteratura aveva rinunciato in nome dell’eterno presente e del disincanto. Il memorandum descrive gli ultimi quindici anni di produzione letteraria italiana (ripeto: parte di essa) ma al tempo stesso, mentre camminiamo rivolti all’indietro, gettiamo occhiate alle nostre spalle, e cerchiamo di vedere come sarà l’avvenire.

WM2: L’elemento temporale è importante, perché impedisce di trasformare il NIE in una corrente, o peggio, in una scuola. Il NIE, come nebulosa di opere pubblicate tra il 1993 e il 2008, è già finito. D’altra parte, le caratteristiche comuni individuate in quelle opere, torneranno senz’altro in nuovi romanzi, ma la sfida è ad andare oltre il “già visto” e il “già catalogato”.

La versione Einaudi in cosa è diversa da quello pubblicato in rete e scaricato da decine di migliaia di persone (quante)?

WM1: Penso che ormai i download siano circa 44.000, ma posso contare solo quelli da wumingfoundation.com, e il testo è presente anche in altri siti. Il libro è il risultato di un lavoro diffuso, comunitario: già la versione “2.0″ del memorandum era arricchita con precisazioni, integrazioni, risposte a critiche e suggerimenti. La “3.0″ è ulteriormente ampliata, ri-montata e divisa in due parti (”New Italian Epic” e “Sentimiento nuevo”). Anche il saggio di Wu Ming 2 su Euridice è l’esito di un lavorìo molto lungo, pure quello nasce da un intervento fuori dall’Italia, per la precisione a Siviglia, ed è stato “provato” in pubblico, come fosse musica, in diversi momenti pubblici, tra cui due incontri con gli studenti dell’Onda, a Bologna e Milano.

Vi aspettavate un dibattito così vivace su una tematica che di solito è solo o quasi per addetti ai lavori?

WM1: Certo che sì. L’alzata di polverone era scontata. Negli ultimi anni certa critica non ha fatto che ripetere: non si muove niente, non c’è niente, fa schifo tutto, la letteratura italiana è morta con Pasolini… All’insaputa di questi pugnettari, si muoveva tutto un mondo, di cui i lettori si erano accorti, e di cui si parlava diffusamente negli altri paesi, mentre qui le pagine culturali dei giornali parlavano del pancreas di Croce conservato in formaldeide.

WM2: Mi aspettavo la reazione “interna” (il coinvolgimento di scrittori, critici, editori, lit-blog), ma molto meno quella dei lettori “comuni”, che invece hanno colto subito l’intreccio tra gli aspetti letterari, epici e politici di tutto il discorso.

Come si completano i discorsi sul NIE, sull’essere genitori e su Euridice? Insomma che c’entrano l’uno con l’altro e perché nello stesso testo?

WM1: I tre testi si sfidano tra loro e al tempo stesso si completano. La continuità tematica e poetica di tutte le pagine sarà evidente a chiunque legga.

WM2: La versione iniziale de La salvezza di Euridice nasce in contemporanea con il memorandum sul NIE. WM1 ed io abbiamo preparato i due testi negli stessi giorni, senza sapere l’uno cosa bollisse nella pentola dell’altro. Inoltre, i contesti dove avremmo presentato le due lecture erano molto differenti e gli spunti di partenza anche. A un certo punto abbiamo condiviso gli appunti e ci siamo resi conto che, per strade parallele e con approcci molto differenti, eravamo arrivati a dire cose molto simili (in particolare rispetto alle caratteristiche peculiari di certa narrativa).

“Il New Italian Epic è una baggianata. È solo autopropaganda.” ha detto Carla Benedetti al quotidiano “Libero”: è indubbiamente un ottimo disclaimer per il lancio del libro… ma le critiche negative si sono limitate a questo o qualcosa di interessante lo avete trovato?

WM1: Sì, si sono limitate a questo e no, non lo abbiamo trovato.

WM2: Ho trovato interessanti alcune critiche “interne”, fatte da chi non nega l’evidenza del NIE, ma prende le distanze da alcuni elementi della nostra analisi. Ad es., Tommaso Pincio quando sostiene che gli “oggetti narrativi non-identificati” sono efficaci e perturbanti solo se non rinunciano a dirsi “romanzi”. Oppure chi ha sottolineato la possibilità di intendere la I di NIE come “International” piuttosto che “Italian”. O ancora, chi ha discusso nel merito il catalogo di opere stilato da WM1.

 

Articolo pubblicato su Panorama.it  il 23 gennaio 2009

Ipnagogico

by Kai Zen

alex_greyLe illusioni o allucinazioni ipnagogiche sono esperienze intense e vivide che si verificano all’inizio di un periodo di sonno e avvengono spesso in aggiunta delle paralisi ipnagogiche.

Questa fase dura da qualche secondo a diversi minuti in cui alcuni o tutti i sensi, ma in particolar modo vista, udito e tatto, possono risultare coinvolti e frequentemente è molto difficoltoso per il soggetto distinguere l’allucinazione dalla realtà. Alcune volte le allucinazioni ipnagogiche possono costituire un’esperienza piuttosto spaventosa, specialmente perché l’illusione consiste in soggetti terrificanti; nel momento in cui si vive l’esperienza l’approccio migliore consiste nel riflettere che tutto ciò che si sta manifestando non è reale e calmare il proprio panico di fronte a queste illusioni (visive, tattili e uditive) in quanto si alimentano dalle stesse paure del soggetto dormiente, poi scompaiono lasciando il posto ad un sonno ristoratore.

 

Rif. In calce all’articolo NEW ITALIAN EPIC E ALLEGORIA di Girolamo de Michele 

La Terza Metà – Feullieton / 42

by Kai Zen

 

copertinaaspOnline il capitolo 13

 

… E oggi : kaizenology : è il 42° “blog of the day“, il primo italiano. Namasté a tutti i nostri lettori.

Così Simone Sarasso su La Terza Metà

by Kai Zen

 

carmillaLa recensione di Carmilla:

Sergio Altieri, all’ultimo NoirFest di Courmayeur, ha affermato: «la nuova generazione di scrittori ha avuto le palle di andare a frugare non negli armadi (del passato, ndr), ma negli obitori con l’impianto di refrigerazione rotto». Altieri fa dei nomi. Tra quei nomi c’è anche Guglielmo Pispisa. 
Altieri ha ragione: La terza metà (LTM) va così a fondo nel cuore marcio e putrefatto dei Settanta che è quasi impossibile leggerlo e uscire indenni dall’esperienza. LTM è un romanzo che spiazza: per la qualità della narrazione, ma soprattutto per la lingua.

In un’alternanza di prima e terza persona, Pispisa racconta il sogno fallito di due generazioni. Padre e figlio, entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto.

Mai nessuno, prima d’ora, aveva maltrattato così tanto l’idea rivoluzionaria. Nessuna storia aveva saputo, prima di LTM, descrivere con un distacco e un’ironia così appuntiti le contraddizioni del sogno armato di ieri e di oggi. Pispisa, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, ci aveva già dimostrato, in Città perfetta, di saper giocare con le parole, di costruire personaggi straordinari. 
Qui dà veramente il meglio di sé.
Hiero è l’agente segreto più stronzo e disincantato che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni.
Il suo approccio al reale è oltre il pragmatismo: Hiero è un ricettacolo di contraddizioni, efficienza e potere distruttivo. Ha una dissacrante passione per le donne, il pugno di ferro e la lingua tagliente. Svolge il proprio (sporco) lavoro senza nessuno scrupolo, va fino in fondo senza voltarsi indietro.
I dialoghi con la madre, ex militante del Movimento rifugiatasi in Canada al seguito di una setta di psicolabili pseudo-hippie amici degli alieni, sono da antologia.
E questa è solo la prima metà. La seconda è tutta in mano al Magister, clochard insano e geniale che s’accompagna a quattro amici immaginari che da soli valgono il prezzo del libro: il gatto Fantasma Formaggino, il microsamurai Puzzadipiedi, bardato di mollica di pane e calzato di disgustosi e maleodoranti tubolari dell’anteguerra, il necrofilo accattone Deprofundis e l’eroico, toccato SuperMario, innamorato cotto della sua Principessa, una bambola gonfiabile che ha visto tempi migliori.
Nella prima metà ci si infervora, ci si scapicolla, si corre senza fiato per le strade della Genova del G8, con indosso un passamontagna da black block e il tascapane ricolmo di pessime intenzioni. Nella seconda c’è Parigi – refugium peccatorum di una generazione allo sbando, che alle pistole e agli ideali ha preferito il consolante conforto del culo parato – a far da sfondo ai deliri d’andropausa e ai ricordi malati del Magister.
Ma è solo nella terza metà, signori e signore, che arriva il botto.
Vengono alla mente le immortali parole del capolavoro di Sorrentino. Il sottotraccia del trailer de Il Divo che racchiude in sé l’intero film:

Ora vi conto tutto. Ma tenetevi forte alle sedie. Perché tutto si tiene, tutto si tocca, tutto si collega. Io ve lo ripeto: tenetevi forte alle sedie.

Se a pagina 200 credete già di aver capito ogni cosa, se pensate di avere in pugno la chiave del romanzo a due passi dalla fine, vi do un consiglio: respirate profondo, buttate alle ortiche le vostre certezze e lasciate fare all’autore. Occhio però a non saltare sulle sedie. Il rischio collasso è forte: era dai tempi de La versione di Barney che non venivo preso così per il culo. Che non mi godevo così le ultime pagine di un libro.
Ci sono parecchi motivi per leggere La terza metà
Ci sono parecchi motivi per correre in libreria ad agguantarne una copia. 
Se però siete così pigri o così squattrinati da non potervi permettere l’acquisto (non c’è niente da vergognarsi: della mia esile tredicesima non ho più nemmeno il ricordo), non disperate.
Pispisa, ve l’ho detto, è uno dei KAI ZEN, e i KAI ZEN da anni sono sostenitori del copyleft.
LTM, come tutti gli altri romanzi di casa KZ, è disponibile per il download gratuito. Pispisa lo pubblica a puntate sul blog del collettivo, Kaizenology.

Bollettino della brigata partigiana Andreas Hofer, 5 marzo 2013

by Kai Zen

Kriegbericht der Alpenjäger-Abteilung Andreas Hofer / Foliet de vera dla Brigade partisan André Hofer

andreashoferlogo1

La guerra di Teo

Il contatto di Ludwig si era mostrato infastidito dalla mia presenza. Nell’osteria non c’era nessuno a parte noi e lui. “Non mi avevi parlato del tuo amico. È troppo giovane, in Brigata non c’è posto per uno così giovane.”
“Ha solo due anni meno di me ed è in gamba. Garantisco io per lui. Ci sarà bisogno molto presto di tutti, vedrai.” Il suo tono mi fece raddrizzare la schiena.
La Brigata a me pare una via di mezzo fra una società segreta e un gruppo resistenziale. Si fanno azioni contro le bande di nazisti del luogo con cui un tempo si era amici. “Si sa, regionalismo e nazionalismo a volte vanno a braccetto” mi aveva spiegato Ludwig. “Poi, un giorno, di colpo, abbiamo iniziato a scannarci a vicenda”. Coi fascisti italiani, invece non c’è mai stata intesa, l’odio reciproco risale a prima ancora delle elezioni. Quelli erano stati i primi a subire le azioni della Hofer e anche i primi a reagire. Quasi tutti I membri della Brigata che ho conosciuto sono di lingua tedesca e con la fissa dell’indipendenza del Tirolo. Fissati, ma brava gente. Coraggiosi e schierati dalla parte giusta.
Da quando è iniziato il conflitto nucleare anche quelli che partecipavano alle azioni continuando a fare una vita normale si sono ritirati sulle montagne, in rifugi, stalle, casematte e ruderi abbandonati. Siamo ovunque, siamo in nessun luogo. Siamo invisibili e facciamo male.
L’altroieri mi hanno scelto per una rappresaglia. C’è questa azienda di legnami molto bene avviata e molto bastarda, a quanto ci dicevano. Il proprietario è un fascio che fa la vita difficile a chi è di lingua tedesca. Ne assume meno che può e gli assegna turni di lavoro massacranti. Così si è deciso per una punizione.
Ho suonato al cancello della sua villa. Gli altri erano già appostati. È venuto ad aprire proprio il padrone di casa. Ti va a fuoco il capannone! Gli ho gridato (‘sta gente se non gli tocchi il soldo non muove un passo). Cosa? Mi ha risposto, incredulo. Ma almeno un passo fuori dalla porta l’aveva fatto. E tanto è bastato: Ludwig e altri due l’hanno bloccato e imbavagliato. Col cappuccio in testa lo hanno trascinato nell’autorimessa. Io ed Herbert abbiamo preso la sua compagna. Non ha fatto resistenza. Quando siamo entrati nella rimessa, il bastardo era a terra, sempre incappucciato, e stava facendo il pieno di calci. I compagni lo insultavano in tedesco. Abbiamo fatto sedere la donna su un copertone. Mi hanno detto “Sistemala!” Ho fatto come chiedevano. Uno di noi riprendeva. Non ne vado fiero.

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La telecamera inquadra le spalle di un ragazzo che suona il campanello di un cancello elettrico. La porta oltre il cancello si apre e la figura di un uomo viene incorniciata dalla luce interna. Il ragazzo urla che qualcosa va a fuoco. L’uomo avanza sul patio. Risponde: audio confuso. Dietro l’uomo compaiono delle ombre che lo aggrediscono. Colluttazione. Stacco.
Interno di un garage. Audio ridondante. Un uomo a terra, incappucciato. Altri uomini lo colpiscono a calci e pugni. Uno gli affonda nello stomaco e nel basso ventre un lungo bastone. Mugolii soffocati.
Carrellata a destra. Una donna seduta su un copertone, le mani legate dietro la schiena. Un ragazzo le taglia i capelli a ciocche intere. Poi passa al rasoio. Primo piano della ragazza mentre viene rasata a zero. Piange. Stacco. -stop-15:27

La Strategia dell’Ariete: esaurito

by Kai Zen

 

La Strategia dell'Ariete

Abbiamo risolto il mistero. La Strategia dell’Ariete non si trova più perché è esaurito. Sì avete letto bene, tutte le 7.000 copie del libro sono andate.
Ringraziamo di cuore tutte le lettrici e i lettori che lo hanno comprato (o rubato in qualche grossa catena di librerie), supportando le nostre truppe scalcinate. E a loro, come di consuetidine, dedichiamo un passo, parafrasato, di “Sogno di una notte di mezza estate”

“Se noi ombre vi abbiamo irritato, non prendetela a male, ma pensate di aver dormito, e questa sia una visione della fantasia. Non prendetevela, miei cari signori, perche’ questa storia d’ogni logica e’ fuori: noi altro non v’offriamo che un sogno; della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
Come e’ vero che sono un
Kai Zen onesto, se abbiam fallito vi prometto questo: che, per fuggir le lingue di serpente, faremo assai di piu’, prossimamente. Se no, chiamatemi bugiardo e mentitore.
Per ora buonanotte, signori e signore. Non siate avari di mano: siamo amici, e in cambio
l’ensemble narrativo vi fara’ felici.”

In casa Monadori circa una ristampa regna il silenzio. Il ministero bulgaro dell’editoria è immerso nei fumi misteriosi degli uffici marketing. Insomma se volete, per il momento, potete solo scaricarlo gratis dal sito o se lo trovate ancora in qualche libreria isolata, fatelo vostro perché potrebbe diventare oggetto di culto (ridiamo da soli).

La Terza Metà – Feullieton

by Kai Zen

 

copertinaaspOnline il capitolo 12

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